Arance a peso d’oro


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DI LUCIANO ASSIN

GUIDA TURISTICA PER ISRAELE

Breve prologo. Anche in ebraico esiste la parola pomo d’oro, ma a differenza dell’italiano il vocabolo in questione (tapuz) indica un frutto (l’arancia), e non un ortaggio, il pomodoro per l’appunto. Immagino che mai Eliezer Ben Yehuda il rinnovatore della lingua ebraica moderna, avesse mai potuto immaginare quanto questa sua scelta potesse risultare azzeccata decenni dopo. Ma procediamo con ordine.

Nella seconda metà del 19simo secolo, in seguito all’indebolimento e alla decadenza dell’Impero Ottomano, le grandi potenze europee cominciano a mettere piede nelle sperdute province dell’attuale Israele.  Forti del loro peso politico, economico e militare gli europei cominciano a costruire chiese, ostelli per i pellegrini, ospedali, ecc. Ma mentre Francia, Italia, Inghilterra e Austria Ungheria costruiscono edifici sporadici o piccoli complessi, i russi costruiscono un piccola città appena fuori le mura dell’attuale città vecchia di Gerusalemme. Si tratta di un’area di circa 68.000 metri quadri, “Russkoe podvórje” in russo (la parola “podvorje” indica l’”ostello ecclesiastico” o la “casa rurale con annessi”) o “Russkie postrójki” (“edifici russi”) passata poi alla storia a livello internazionale con l’espressione inglese di “Russian Compound”.

L’acquisto di una zona così vasta e centrale fu concluso dallo Zar Alessandro II.

Il Compound comprendeva il consolato russo, ostelli maschili e femminili, sale da pranzo, bagni, la sede della Missione della Chiesa Ortodossa Russa, la Dukhovnia, la Chiesa della Santissima Trinità e una palazzina nobile fatta costruire dal fratello dello Zar, il Granduca Sergei.

Subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre, nel dicembre 1917, la Gran Bretagna conquistò Gerusalemme e requisì tutte le proprietà russe vista la sua ostilità verso la nascente Unione Sovietica. I nuovi governanti usarono la zona russa come base amministrativa, il complesso ospitò tribunali, carceri e il comando della polizia britannica. Nel 1948 venne fondato lo Stato d’Israele e uno dei primi paesi a riconoscerlo, insieme agli USA, fu proprio l’URSS. E’ importante sottolineare che fino al 1967 Unione Sovietica e Israele mantennero regolari legami diplomatici.

L’URSS attribuì poco valore all’area del Compound. Per il nascente stato comunista e ateo, la religione era “l’oppio dei popoli” e il suo valore andava ridimensionato quanto più possibile. E’ in questo contesto geopolitico che forse è più facile comprendere la dinamica dell’Affare delle arance. Nel 1964 infatti, Nikita Krushev, allora presidente del PCUS firmò un contratto di vendita secondo il quale un gran parte delle proprietà della chiesa Russa passarono in mano al governo israeliano. L’URSS vendette agli israeliani 22 proprietà per un totale di 160.000 mq. Il prezzo di acquisto ammontò a 4,5 milioni di dollari di allora. Il giovane stato ebraico non aveva però a disposizione una simile riserva di valuta estera, ragion per cui che la somma in contanti risultò di 1,5 milioni, i restanti 3 milioni vennero pagati in pomi d’oro israeliani, arance tanto per capirci. Una volta effettuato il passaggio di proprietà il Compound mantenne quasi invarite le sue caratteristiche, fungendo da carcere e tribunale.

Le cose cominciarono a complicarsi dopo la caduta del Muro di Berlino e il dissolversi dell’Unione Sovietica. Gli accordi firmati negli anni ’60 vennero giudicati perlomeno controversi dai Russi, che giudicarono illegale l’accordo. Aggiungiamo a tutto ciò che Filippo di Edimburgo, il defunto consorte della Regina Elisabetta, era legato da legami di sangue ai Romanoff, e possiamo cominciare a intuire quanto fosse delicato e complesso stabilire chi dovesse essere il proprietario legale di una zona che dal punto di vista immobiliare vale svariati miliardi di Euro.

In seguito a diverse trattative una parte del Compound è tornato in mani russe, ed almeno per il momento pare che le acque si siano calmate. Sempre che il prezzo delle arance non subisca un imprevisto aumento. E chi ha visto “una poltrona per due” sa di cosa parlo.

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