Canta, che ti passa la paura (o la noia)

 

In questo clima da bollettino di guerra un piccolo pensiero di speranza e ottimismo dedicato soprattutto ai miei amici italiani, con cui ho trascorso fantastici ed emozionanti momenti in giro per Israele.
La canzone si chiama “Quando arriveremo” la traduzione della prima strofa è la seguente

“Il tempo svanisce gli anni/e introduce un pò di saggezza nei nostri cuori/ ma ci sono ancora tante cose che non mi ha svelato/fiorirà un’altra rosa?/avrò ancora un altro lampo di gioia?/ci sarà una risposta alla fine del cammino?

Come sapremo se c’è ancora la speranza?
Troveremo la rsposta quando arriveremo”

La musica originale è greca, ed è stata adottata in Israele grazie all’influenza di qualche cantante israeliano originario di quel paese. Israele è un crogiolo di etnie provenienti da tutto il mondo e ognuno ha portato i suoi usi e costumi. Molte di queste influenze sono ormai parte integrante dell'”israelianità”, la cultura e i costumi del paese. ormai patrimonio di tutti i suoi abitanti: ebrei, arabi, drusi, beduini, ecc.

Tanti auguri di buona salute a tutti!

 

Ebraico. La rinascita di una lingua morta.

Si sono appena concluse le celebrazioni della Giornata dell’ebraico, svoltasi quest’anno il 16 gennaio, un ottimo motivo per analizzare e ricordare il tentativo, praticamente folle, di far rinascere una lingua che si era estinta duemila anni prima. Un esperimento riuscito contro ogni previsione e probabilmente irripetibile.

Da oltre duemila anni l’ebraico era relegato quasi esclusivamente a scopi liturgici, diventando così una lingua sacra, lasciando il ruolo di lingua parlata prima all’aramaico, poi all’Yiddish e al Ladino. Volendo si potrebbe fare un paragone un pò grossolano con il latino e i vari dialetti parlati in tutta la penisola fino all’Unità d’Italia e al passaggio graduale all’italiano.

Il catalizzatore della rinascita dell’ebraico fu senz’altro Eliezer Ben Yehuda (1858-1892), convinto assertore del fatto che fosse indispensabile una lingua comune a tutto il popolo ebraico per formare un’identità culturale e nazionale atta a poter trasformare un popolo disperso ai quattro angoli del pianeta e per sua natura poliglotta in un’entità molto più omogenea.

Il progetto di Ben Yehuda, oltre a essere considerato dai più utopico e irrealizzabile, fu anche molto osteggiato dal mondo religioso, assolutamente contrario allo svilimento della sacralità dell’ebraico. Ma si sa, i veri sognatori hanno un fuoco interiore capace di alimentare i progetti più impensabili e realizzarli. E fu così che Ben Yehuda, armato di studio, pazienza, determinazione, coraggio e moltissima fede intraprese una sfida titanica.

Non che prima di lui non ci fossero stati altri tentativi, nel 1853 fu pubblicato il primo romanzo in ebraico moderno, “Ahavat zion” a firma di Abraham Mapu. E nel corso dei secoli precedenti molti commenti biblici vennero scritti in ebraico. Ma ci voleva veramente una volontà fuori dal comune per inventare decine di migliaia di vocaboli praticamente dal nulla, pensate a quante cose erano state inventate nel corso di duemila anni: la bicicletta. l’elettricità, il frigorifero, l’algebra, il violino, il gelato ecc. All’inizio di questa impensabile sfida, tanto per fare un esempio, il politecnico di Haifa considerava impossibile la possibilità di insegnare materie come ingegneria, fisica, architettura in ebraico, ritenendo molto più logico usare il tedesco.

Dalla fine degli anni ’70 del XIX secolo fino ad oggi sono stati coniati o riadattati qualcosa come 75mila vocaboli, la metà di quegli esistenti in italiano, ed ogni anno ne vengono coniati di nuovi per rimanere al passo coi tempi. Da questo punto di vista l’ebraico riesce a reggere il passo col progresso molto meglio che l’italiano. Parole, per la maggior parte inglesi, che fanno parte del linguaggio comune italiano (computer, file, tax revue, briefing) in Israele sono state sostituite con successo da neologismi ebraici.

Una piccola curiosità, Theodor Herzl, fondatore del sionismo e fautore della creazione di uno stato ebraico, e Ben Yehuda si incontrarono e parlarono dei loro rispettivi sogni. Ognuno dei due, nonostante cercasse di mostrarsi empatico nei confronti del suo interlocutore, giudicava l’altro alla stregua di un pazzo sognatore. Ma a quanto pare erano fatti della stessa stoffa, visto che entrambi riuscirono a trasformare la loro personale utopia in realtà.

E’ difficile imparare l’ebraico? Direi proprio di sì visto che si tratta di una lingua semitica con pochissimi punti in comune con le lingue indoeuropee o neo latine. I vocaboli sono differenti, la struttura verbale, la sintassi e la grammatica pure. In più, in un mondo dove una semplice connessione internet ti dà la possibilità di leggere il tuo giornale preferito in qualsiasi parte del globo, per non parlare dei programmi televisivi, lo sforzo richiesto è enorme, e se non hai abbastanza stimoli per comunicare in ebraico con altre persone la tua capacità di recepire e sfruttare nuovi vocaboli si riduce enormemente. D’altra parte,  se ci sono riuscito io vuole dire che anche voi avete più che una speranza.

Per terminare eccovi un brano della canzone “sogno in spagnolo” che riassume in maniera esemplare le traversie di chi trasforma l’ebraico nella lingua da parlare quotifdianamente. Non si tratta di una traduzione letteraria ma il senso è rispecchiato fedelmente.

“In ebraico ci sono parole in abbondanza,

e si può dire quasi tutto

panza, danza, lonza e stanza

ma non esiste una parola per tatto

Penso e scrivo in ebraico senza difficoltà

E mi piace amarti esclusivamente in ebraico

Che lingua meravigliosa, non ne avrò un’altra

Ma ancora la notte, continuo a sognare in spagnolo”

Il Gran Canyon

 

Come ogni paese che si rispetti anche Israele ha il suo particolare stile di vita ed i suoi luoghi dedicati allo svago e al tempo libero. Ma invece dei parchi, del mare o di altre amenità del genere a cui si potrebbe pensare, soprattutto pensando ad un paese dove l’inverno dura a malapena tre mesi,l’israeliano medio si è costruito un altra alternativa che gli permette di trascorrere qualche ora fuori di casa con tutta la famigliola, amati pargoli compresi: il canion.

Il canìon in questione (con l’accento sulla i) non è quella fantastica meraviglia naturale scavata dal fiume Colorado ne qualsiasi altra fenditura naturale frutto di erosioni eoliche o idriche. Il canion israeliano non è altro che l’equivalente del centro commerciale italiano, con la differenza dell’enorme ruolo di costume che ha assunto nel paese. Il canion è ormai da tempo un laboratorio sociale, economico e antropologico al tempo stesso, dove con un pò di attenzione è possibile capire in pochi minuti l’essenza dell’israelianesimo.

I primi centri commerciali degni di questo nome sono spuntati verso la fine degli anni ’90, importati come la maggior parte delle novità commerciali dagli USA. Ma mentre in molti paesi, Stati Uniti compresi, il loro numero si sta riducendo, in Israele non si vede all’orizzonte la fine di questi  fagocitatori di essere umani e dei loro portafogli.

Attualmente si calcola che ne esistano più di 300 a fronte di una popolazione di oltre otto milioni di anime, se si calcola la superficie espositiva ogni israeliano fruisce di 1,2 metri quadri di negozio, una proporzione che non esiste in nessun altro paese occidentale. In pochi anni il loro numero è raddoppiato molto di più dell’aumento della popolazione.

Una così grande concentrazione di questi centri commerciali influisce non poco sul tessuto urbano delle città. I negozi classici hanno difficoltà a reggere il passo e lentamente ma inesorabilmente chiudono i battenti lasciando il posto ad esercizi meno attrattivi, incoraggiando così i consumatori ad emigrare verso queste isole felici del consumismo.

Il canion è diventato da tempo la soluzione ideale per lo svago familiare: negozi, cinema, supermercato, angolo giochi per bambini e fast food di tutti i tipi sono la formula che soddisfa praticamente tutti. Per l’italiano medio il concept israeliano assomiglia più ad una bolgia infernale che ad un luogo dove godersi qualche minuto di meritato riposo. L’aria condizionata da ibernazione, l'”allegro” frastuono di quei piccoli diavoletti a cui nessun genitore è in grado di dire no, il viavai dei passanti intenti a informarti dei loro più delicati affari privati tramite le imperdibili telefonate, urti e spintonate varie fanno impallidire i vari gironi dell’inferno dantesco rendendolo un innocuo parco giochi per adulti.

L’unica soluzione leggermente accettabile è quella di sedersi ad un tavolino degli innumerevoli caffè e scrutare l’immenso panorama umano che passa sotto i vostri occhi. Il soldatino appena 20nne che gira col mitra d’ordinanza, la coppia di russi attempata che ancora si porta dietro i rimasugli di quell’Unione Sovietica che hanno abbandonato da decenni ma che si porteranno dietro sino alla morte, un bellissimo ragazzo palestrato che potrebbe benissimo essere un gay, la Milf israeliana che ancora rifiuta il suo stato di over quaranta e gira con improbabili tatuaggi sulla spalla scoperta, il religioso, “light” o ortodosso, in cerca di qualche articolo casalingo e così via.

Un discorso a parte merita la componente araba del paese. A Carmiel, una delle città più vicine a dove abito,  il Mall locale è forse l’esempio più lampante di come la migliore convivenza possibile passi attraverso l’economia e l’innalzamento del tenore di vità. Girando fra i negozi non solo la maggior parte della clientela è araba, ma praticamente quasi tutte le commesse. Sono inconfondibili, non solo da quel modo di vestire leggermente più vistoso del normale, ma soprattutto per il loro accento, Per quanto si possa sforzare, l’arabo non è in grado di pronunciare la P che si trasforma inesorabilmente in una B. I pantaloni rimarranno sempre “bantaloni” e la Peugeot sarà inesorabilmente una Beugeot. Ma poco importa, le commesse, gentili e sorridenti, come le loro colleghe ebree, riusciranno sempre a convincerti che il bantalone di due misure più grandi, ti sta a pennello, al massimo con qualche piccolo ritocco, a spese tue chiaramente, farai il tuo figurone. E poi c’è sempre il Sale, il 3×2, lo sconticino.

Tanto che importa, alla fine sarà sempre tua moglie che deciderà cosa vestire, dove e quando.

I suoi primi 70 anni

 

Il 19 aprile 2018 ricorreranno 70 anni dalla creazione dello stato d’Israele. Un avvenimento questo che ha segnato, e continua a segnare, in modo indelebile non solo la situazione politica del Medio Oriente, ma anche quella dei rapporti fra le super potenze negli anni della guerra fredda e più recentemente, il rinnovato ruolo della Russia in uno scacchiere che sembrava fino a pochissimi anni fa ormai in mano all’Islam moderato.

Israele si può amare o odiare, ma è difficile rimanerne indifferenti, anche perchè i mass media la mantengono constantemente all’ordine del giorno. Sentimenti a parte, mi sembra indiscutibile affermare che la scommessa del movimento Sionista sia riuscita contro tutte le previsioni. Israele è stato capace di svilupparsi in tutte le direzioni nonostante l’assoluta mancanza di materie prime e di giacimenti petroliferi.

Circondata da paesi ostili è riuscito a creare uno stato moderno, solido e democratico. Al di là delle numerose statistiche che coprono il campo economico, la più significativa è certamente quella stilata dall’ONU riguardante la qualità della vita. Israele si trova all’undicesimo posto, lasciandosi dietro l’Italia di molte lunghezze, e più precisamente al cinquantesimo.

Quali sono allora i segreti, o meglio i punti di forza, che stanno permettendo a questo piccolo paese di  continuare per la sua strada nonostante la presenza di fardelli non indifferenti, come per esempio le enormi spese nel campo della difesa? Personalmente penso che i due settori che hanno permesso uno sviluppo così elevato si racchiudono nel binomio assorbimento e ricerca scientifica.

Nonostante i numerosi incidenti di percorso, talvolta basati su esplicite politiche governative, Israele è riuscito ad assorbire milioni di persone, costruendo così una società multietnica e multiculturale capace contemporaneamente sia di garantire le diverse identità culturali quanto creare una nuova identità israeliana da zero. Non meno importanti sono le condizioni create dal paese per permettere un continuo sviluppo scientifico e tecnologico che ha di fatto sopperito alla mancanza delle classiche risorse economiche. Non può essere un caso che moltissime delle innovazioni che ci accompagnano in tutti i campi, dall’irrigazione alla telefonia, dalla medicina all’informatica ecc. siano state sviluppate in un lembo di terra così ristretto.

Ma sarebbe un pericolo per gli israeliani riposarsi sugli allori ed ignorare i suoi limiti ancora irrisolti. La pace con i palestinesi è uno dei tanti, forse meno sentito in questo momento dal paese, ma sempre attuale e problematico. Il gap demografico fra israeliani ed arabi nel territorio che va dal Giordano fino alla zona costiera si va lentamente ma inesorabilmente restringendo, e questo porterà alla fine dei conti i governanti israeliani di fronte a delle scelte di portata epica. Il nocciolo del conflitto fra israeliani e palestinesi è racchiuso in questi numeri, se lo stato vaneggiato da Herzl vorrà rimanere democratico e liberale dovrà per forza staccarsi dalla maggior parte dei territori della Cisgiordania.

Ma per quanto possa sembrare insolito la società israeliana ha ancora diversi problemi irrisolti che richiedono cure non meno urgenti. Il divario economico fra ricchi e poveri è uno dei più alti dell’OCSE.  Ma anche il costo della vita, i rapporto fra ebrei ed arabi israeliani, fra sefarditi ed askenaziti , fra ebrei laici ed ebrei ortodossi e fra centro del paese e periferia continuano a rimanere all’ordine del giorno. Forse sono tutte queste contraddizioni e tutte queste tensioni a formare il collante che tiene unito Israele, se venissero a mancare c’è il reale rischio che lo Stato ebraico divenga un paese come tutti gli altri, qualcosa a metà fra la Svizzera ed i paesi scandinavi. In questo caso molti giornalisti rimarrebbero disoccupati, sarebbe un vero peccato visto che già così il mondo dell’informazione è in crisi.

L’esame di coscienza

C’è gran fermento all’interno del movimento dei kibbutzim. La segreteria della federazione che raggruppa più di 270 villaggi collettivi, ha dato ufficialmente il via ad un reclutamento generale per impedire o ostacolare la decisione del Governo Netanyahu di espellere decine di migliaia di profughi e immigranti clandestini presenti in Israele e provenienti per lo più dall’Eritrea e dalla regione del Darfur nel Sudan.

I kibbutzim si stanno organizzando su diversi fronti: raccolta di viveri di prima necessità, accoglienza di piccoli gruppi ed assunzione nel campo lavorativo. Inoltre si sta lavorando per creare una struttura di adozione parziale destinata ad una fascia di età particolarmente sensibile. Si tratta di ragazzi nati, cresciuti ed educati in Israele che diventati ormai maggiorenni sono anche loro passibili della possibile espulsione.

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DURE ACCUSE DI CORRUZIONE PER NETANYAHU. ISRAELE A UNA SVOLTA.

 

Quando il premier israeliano Beniamin Netanyahu ha iniziato il suo discorso in diretta televisiva in prime time è sembrato per qualche minuto di assistere ad una drammatica ma necessaria svolta politica della sua carriera e del futuro dello stato ebraico.

Il discorso del primo ministro era inevitabile visto che entro pochi minuti la polizia israeliana avrebbe pubblicato gli esiti dell’inchiesta durata numerosi mesi nei confronti di Bibi. Un’inchiesta che terminava con la decisione da parte degli inquirenti di accusare Netanyahu di corruzione e abuso di fiducia e di trasmettere i risultati di due inchieste separate all’autorità giudiziaria.

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Il codice Peres

peres

 

“In quel tempo c’erano sulla terra i giganti (Nefilim), e ci furono anche di poi…Essi sono gli uomini potenti che, fin dai tempi antichi, sono stati famosi”. (Genesi 6:4). Questo mito dei Nefilim è stato usato da sempre in Israele per paragonare i padri fondatori a queste mitologiche figure. Con la scomparsa di Peres si può affermare senza ombra di smentita che l’ultimo dei Nefilim della fondazione dello stato d’Israele ci ha lasciato. Continua a leggere

Andata e (forse) ritorno

 

entebbe

 

Fra meno di un mese, e più precisamente il 4 luglio 1976 ricorrerà il 40simo anniversario di  una delle operazioni militari più ardite degli ultimi decenni.  Per molti la missione più impossibile ma per tutti un evento che rimarrà scolpito per sempre negli annali della storia: l’operazione tuono meglio conosciuta come operazione Entebbe. Un libro apparso in questi giorni rivela nuovi risvolti della breve notte di Entebbe (l’operazione durò meno di trenta minuti) così come fu vissuta dagli stessi protagonisti.

A detta degli autori la cosa più sorprendente emersa durante la stesura del testo è quella che in tutti questi anni l’esercito non raccolse in maniera completa e capillare le testimonianze dei partecipanti alla missione, una routine elementare e necessaria per capire e correggere i possibili errori compiuti nel corso dell’operazione.

E’ questa quindi  l’importanza fondamentale di questa pubblicazione, non l’autoglorificazione fine a se stessa ma piuttosto una testimonianza di prima mano dei protagonisti di quella che ancora oggi è considerato un punto cardinale di tutti i blitz militari svolti dalle diverse teste di cuoio sviluppatesi da allora nella maggior parte degli eserciti sparsi nel mondo. Continua a leggere

Brutto ma bello

ברוטליזם

 

Immagino che la maggior parte dei lettori sappia cosa sia lo stile internazionale erroneamente definito come Bauhaus. Tel Aviv è la città che più di ogni altra rappresenta questo tipo di architettura e racchiude in un perimetro relativamente stretto migliaia di case costruite secondo questo stile razionale e funzionale. Proprio per questa così alta concentrazione di questi edifici Tel Aviv è stata definita la “città bianca” e gode del titolo di “patrimonio dell’umanità” rilasciato dall’Unesco.

Ma sono sicuro che molti meno lettori siano a conoscenza del fatto che esista in Israele un’altra città che racchiude al suo interno un’altra grande concentrazione di edifici costruiti secondo dettami architettonici che la rendano altrettanto speciale anche se meno attraente, almeno a prima vista. La città in questione è Beer Sheva, non solo la capitale del Neghev ma anche quella del Brutalismo. Continua a leggere

Tremate tremate, le pantere son tornate

 

פנתרים

Sono passati esattamente 45 anni da quando in uno dei più degradati quartieri di Gerusalemme scoppiò la rivolta delle “pantere nere”, un movimento di protesta sociale che caratterizzò per molti decenni il panorama politico israeliano. In un certo senso è possibile affermare che le motivazioni che generarono la nascita dei “panterim” sono rimaste immutate cambiando unicamente l’aspetto esteriore ma non la sostanza che continua ad essere il frutto di un continuo e crescendo divario socio economico fra ricchi e poveri e soprattutto fra ebrei di origine nord africana rispetto a quelli europei. L’impronta lasciata da questa protesta così spontanea quanto inattesa fu così profonda che ancora oggi il mito ha superato di molto la realtà dei fatti. Un mito destinato a rinascere, almeno nelle intenzioni di un gruppo di giovani, anch’essi di origini sefardite pronti a raccogliere la staffetta dei loro precedessori. Continua a leggere