Il nero non passa mai di moda


 

ortodossi

Immagino che chi si sia mai imbattuto anche solo una volta con un gruppo di ebrei ortodossi o come si dice in ebraico Haredim, si sia chiesto il perchè dei loro strano e anacronistico abbigliamento, e soprattutto abbia cercato di svelare le regole di un codice che a prima vista sembra insolubile, un vero e proprio enigma. Ogni volta che mi aggiro nei vicoli di Gerusalemme con dei turisti le domande sono le stesse: “Cosa sono quei strani cappelli di pelliccia? Ed i caffettani dorati? Perchè a volte girano con pantaloni corti e calze bianche? Ma soprattutto, perchè vanno sempre di fretta?” Cominciamo a dire che non ho nessuna risposta decente all’ultima domanda, ma per le altre eccovi un breve vademecum sulla moda, o meglio, sulle ferree regole del vestiario ultra ortodosso.

L’abbigliamento classico, comune più o meno a tutte le “corti” (così si chiamano le varie correnti legate al proprio Rabbino) sono: una kippà nera generalmente di velluto orlata di bordo nero, la mancanza del bordo è segno di persone che si stanno avvicinando troppo al modernismo della società esterna.

Un cappello rotondo di panno (Shtaf) o di velluto (Samat). Il Sabato gli uomini sposati indossano uno Shtreimel, il tipico cappello tondo ornato di pelliccia, un retaggio della millenaria presenza ebraica in Polonia la cui origine si rifà a ristrezioni sul vestiario imposte dal re. Talvolta viene chiamato genericamente Kapelush.

Il Rekl, un soprabito lungo almeno dieci cm. sotto le ginocchia, da indossare nei giorni feriali. Nei giorni festivi si indossa invece un Geblimte Bekeshe, una specie di caffettano ornato di motivi floreali. I rabbini più in vista ne indossano uno paricolarmente colorato rispetto agli altri.

Una cintura (Avnet o Gartel) da allacciare durante le preghiere per separare la parte superiore del corpo da quella inferiore in modo da osservare una regola del Shulhan Aruch che richiede una divisione fisica tra i genitali ed il cuore durante la preghiera. Alcuni gruppi hassidici lo indossano tutto il giorno.

I pantaloni, quasi sempre neri ma talvolta blu scuro, possono essere lunghi o corti. Le calze bianche indicano che l’uomo che gli indossa è sposato.

Tutti questi tipi di abbigliamento sono legati all’ebraismo dell’Europa orientale. Le motivazioni sono diverse, un tentativo di differenziarsi dalla società circostante per evitare il pericolo di assimilazione, ma anche una risposta ai continui tentativi delle autorità di imporre i moderni costumi dell’epoca. In ogni caso tutto il modo di comportamento dell’ebraismo ortodosso si basa su una frase presente nella Ghemarà, “Il nuovo è proibito dalla Torà”, regola di comportamento riaffermata nel 19simo secolo dal Hatam Sofer, illustre rabbino vissuto in un’epoca dove l’ebraismo ortodosso si sentiva particolarmente minacciato dai grandi cambiamenti che l’epoca moderna stava attraversando.

Ci sono diversi motivi che rendono  il nero il colore dominante nell’abbigliamento ortodosso. Prima di tutto la modestia, un colore del genere non salta all’occhio a differenza dei colori sgargianti che ognuno di noi indossa nel corso della giornata.

Rispetto e pulizia. L’uomo deve proporsi davanti a Dio in maniera rispettosa e pulita. Il nero nasconde meglio le possibili impurità e dà un senso di serietà.

Il tentativo di accentuare la divisione la più netta possibile con la società circostante. Ed infine è anche un segno di lutto in ricordo della distruzione di Gerusalemme ad opera di Tito.

Ma è tutto veramente così chiaro e netto? Direi proprio di no, ogno corte rabbinica ha ulteriori differenziazioni per distinguersi dalle altre, così che a cercare il pelo nell’uovo non se ne uscirebbe mai.

Accontentiamoci di questa breve ma spero esauriente lista per vedere se anche la moda ortodossa stia attraversando dei reali cambiamenti. Io personalmente preferisco colori chiari che mettono maggiomente in risalto la mia abbronzatura contadina.

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