FALAFEL DAY

 

Si è concluso qualche giorno fa, e più esattamente il 12 giugno, il Falafel day, avvenimento che inspiegabilmente non ha ricevuto la copertura mediatica che meriterebbe. In Italia queste polpette di ceci (o fave) fritte nell’olio sono poco conosciute e, lasciatemelo dire, anche non tanto buone, in Israele invece sono uno dei capisaldi dello street food del paese.

Ancora oggi è indubbia l’origine certa dei falafel. C’è chi sostiene che abbiano origine nel lontano Egitto. La base tipica erano i fagioli (l’etimologia della parola, infatti, è “con molti fagioli”), scendendo nello specifico una delle teorie più accreditate parla di una pietanza tipica dei Copti, i cristiani indigeni dell’Egitto, che li mangiavano nei periodi di astinenza dalla carne, come durante la Quaresima per esempio. Un altra teoria parla di un’origine decisamente più orientale, l’India, dove molti tipi di legumi vengono fatti friggere.

In ogni caso i falafel egiziani sono costituiti principalmente da fave unite con diverse spezie. Nel loro procedere verso il levante, le fave sono state sostituite dai ceci mettendo così pianta stabile nella zona medio orientale.

Mentre per quasi tutti i paesi della zona i falafel sono rimasti una specie di stuzzichino, in Israele hanno subito un vero e proprio aggiornamento e costituiscono tranquillamente un pasto. La rivoluzione israeliana ruota attorno alla pitta, un pane circolare cavo all’interno, che è il contenitore base di tutti i street food israeliani. Grazie a questo particolare tipo di pane è possibile accompagnare le palline di ceci con una sterminata serie di contorni: pomodori, melanzane, lattuga, cipolle, ecc. senza dimenticarsi di aggiungere anche la thina, una salsa a base di sesamo che aggiunge un ulteriore tocco di esotismo orientale.

I falafel vanno mangiati appena fritti, è in quel momento che raccolgono al loro interno il massimo della fragranza e del sapore. Bisogna anche cercare di trovare la pitta della giusta consistenza, abbastanza spessa da non disintegrarsi durante la consumazione impedendo così la fuoriuscita delle numerose componenti pigiate all’interno della stessa.

Per la sua composizione rappresenta la soluzione perfetta per accontentare praticamente tutti i gusti: è economico, vegano, ricco di proteine, insomma un piatto unico che alla fine ti lascia sazio e rasserenato. E’ umanamente possibile stabilire quale sia il miglior falafel in Israele, dovete rassegnarvi e provare i più quotati per arrivare a poter stilare la vostra personale graduatoria. Nel corso di questa stancante ma indispensabile ricerca vi accorgerete che nonostante la giovane età, Israele ha indubbie radici aristocratiche, visto che moltissimi baracchini portano con orgoglio sulla loro insegna il titolo di “Re del falafel”

BUON APPETITO!!!

IL PRIGIONIERO ITALIANO

La storia odierna è proprio di quelle che mi piacciono particolarmente: racconti nascosti e intriganti, fatti di gente semplice,persone  anonime forse, ma piene di umanità e passioni. E sono storie così impensabili che bisogna proprio andare a cercarsele col lanternino. E’ un vero e proprio lavoro di scavo all’interno degli anfratti più reconditi dell’animo umano, e più le storie riportate alla luce sembrano pazzesche, più è grande la ricompensa.

Il personaggio di questo breve articolo si chiama Antonio (Ariè) Cairo, originario di Copertino, un paese in provincia di Lecce. Negli anni ’40 Antonio, si arruola nel regio esercito e combatte sul fronte africano. Nelle battaglie che imperversano nella zona di Tobruk viene fatto prigioniero dagli inglesi e dopo numerose peripezie viene destinato in un campo di reclusione situato a Ein Shemer, oggi Israele, allora parte della Palestina mandataria e quindi sotto il controllo britannico.

Antonio, diventato in breve tempo il cuoco del campo, ha una relativa libertà di azione e decide di approfittarne per scappare dalla prigionia. Nella sua nuova condizione di evaso comincia a collaborare con una l’Ezel, una formazione paramilitare in lotta contro l’occupante britannico. Antonio è un tipo sveglio e coraggioso, in poco tempo riesce a rubare delle armi da una base inglese e fornire preziose informazioni sui trasporti ferroviari di materiale bellico. La sua base logistica è un’edificio abbandonato all’interno del moshav Gan Shomron, a metà strada fra Haifa e Tel Aviv. Dopo la dichiarazione dello Stato d’Israele, Antonio può finalmente uscire dal suo stato di clandestinità e si mette a lavorare come bracciante agricolo nel moshav e nel suo circondario.

Proveniente da una famiglia di agricoltori e abituato al lavoro duro, il giovane viene notato come un lavoratore serio e coscienzioso e in breve tempo riesce a costruirsi una cerchia di amici e godere anche di una certa agiatezza economica. Durante la proiezione di un film, “luci del varietà” per la cronaca, l’ex prigioniero di guerra si invaghisce di Hanna, una giovane ragazza ebrea di origini irakene. La corte è spietata e Antonio è un ragazzo serio e rispettato, i genitori di lei accettano la sua richiesta di matrimonio, anche perchè il ragazzo, per dimostrare la sua serietà è disposto a convertirsi all’ebraismo. Poco tempo dopo il matrimonio Antonio, nel frattempo ribatezzato Arie, viene accettato come membro effettivo della cooperativa del Moshav. Da questa unione nasceranno 4 figli.

Ma le doti che lo avevano aiutato a sfondare,  lentamente ma inesorabilmente gli si ritorcono contro. La colpa di Antonio è di essere troppo bravo. Lavora duramente e meglio dei propri vicini, la sua stalla è la più grande, i suoi campi sono i meglio coltivati, e questo basta a creare una situazione di tensione, che in un piccolo villaggio può rompere i fragili equilibri del quieto vivere. Inoltre Gan Shomron è un moshav di ebrei tedeschi e quindi molto omogeneo dal punto di vista della popolazione, fattore che non può certo aiutatare l’integrazione di questo strano personaggio. La storia, fra invidie, litigi, contrasti e via dicendo, va avanti per più di 40 anni, alla fine dei quali Antonio decide di lasciare Israele e tornarsene al paese natio.

E così una bella mattina, senza aver avuto nessuna notizia sul suo destino ecco che i fratelli di Arie si vedono capitare in casa un familiare di cui non avevano avuto più notizie da decenni. Nonostante abbia ormai più di 64 anni Antonio mette su un vivaio che si rivela subito un’attività redditizia. L’ex prigioniero di guerra non lascerà più il suo paese e vi morirà all’età di 84 anni, due dei suoi figli rimarranno in Italia mentre gli altri due insieme alla madre ritorneranno a vivere in Israele.

Ma come scrivevo in apertura, la storia trasuda passione, nel corso del tempo si sono create vere e proprie spaccature all’interno del nucleo familiare, Uzi il secondogenito è in rotta con la madre e praticamente non si parlano più, Nurit la terza figlia si è convertita al cattolicesimo per evitare tensioni familiari col marito italiano. Ma la più tosta di tutte si è rivelata la moglie Hanna, che di punto in bianco, clandestinamente, dopo aver deciso di voler ritornare in Israele, è riuscita a far traslare la salma dal cimitero cattolico di Copertino per farla esumare in quello ebraico di Hadera!!

Deciso a chiudere i conti col passato, Uzi ha prodotto un documentario sulla travagliata ed avventurosa storia del padre, andando a rimestare nel passato intervistando sia Antonio che diverse persone che lo conobbero nel corso della sua esistenza. Dei quattro figli, Uzi è quello che probabilmente ha più ereditato il pollice verde e la caparbietà del padre. Ha impiantato un’azienda agricola specializzata nella coltivazione del Melograno con delle piantagioni che si sviluppano per più di 1200 ettari. Un bel modo per tramandare la memoria del suo genitore.

Il Palmach

 

Siamo agli inizi degli anni ’40 del XXsimo secolo. La Seconda Guerra Mondiale è al culmine e la Gran Bretagna e i suoi alleati si trovano ancora sulla difensiva. Nella Palestina Mandataria gli inglesi cominciano a redigere un piano di evacuazione nel caso che le truppe dell’Africa Korps di Rommel riuscissero a sfondare le difese inglesi in Egitto e contemporaneamente cominciassero a minacciare dal Libano e dalla Siria la Galilea. E’ in questo scenario apocalittico che nasce il Palmach, l’acronimo ebraico di Plugot Mahaz, traducibile in truppe d’assalto.

L’idea era quella di formare delle unità relativamente piccole e addestrarle alla guerriglia. Nel caso di una possibile invasione delle truppe dell’Asse, avrbbero dovuto essere i volontari del Palmach a frenare l’avanzata nemica sabotando le linee di comunicazione, effettuando imboscate e seminando confusione e incertezza. Nel promontorio del Monte Carmelo, a Haifa, si costruiscono una serie di bunker e un pò dappertutto vengono creati dei depositi segreti. Una specie di Gladio anti litteram.

Il Palmach viene fondato ufficialmente nel maggio 1941 e compierà una serie di operazioni in Siria e Libano, allora sotto il controllo del regime collaborazionista della Francia di Vichy. Nel corso di una di queste azioni, Moshè Dayan, allora un giovane ufficiale della neonata unità verrà colpito ad un occhio da un cecchino francese e trasformerà quella ferita, coprendo l’occhio leso con una benda nera, nel suo segno distintivo.

Nel 1942 gli inglesi sconfiggeranno le truppe di Rommel ad El Alamein e il corso della guerra comincerà a cambiare in favore delle truppe alleate.  Scampato il pericolo gli inglesi sciolgono ufficialmenteil Palmach, ma gli israeliani non vogliono assolutamente rinunciare a quello che è ormai diventato un corpo di elite e lo trasformano in un’unità semi clandestina. I componenti del Palmach sono gli unici soldati a sostenere degli addestramenti regolari, per sopperire alla cronica mancanza di fondi viene adottata una soluzione che può darci un’idea del modo di ragionare fuori dagli schemi che farà sempre parte delle caratteristiche di questo corpo così particolare.

Saranno i Kibbutzim, sparsi a decine lungo tutto il territorio, ad ospitare i combattenti secondo il seguente ruolino di marcia: 14 giorni di lavoro, 8 di addestramento ed  8 di riposo. E’ in questa stravagante win win situation che nasce e si sviluppa il mito del Palmach. Ragazzi e ragazze alle prese con attività di guerriglia e di difesa, ma anche intenti ad accudire alla stalla, lavorare in cucina o nei campi, ma sempre sprizzanti energia vitale e un’inestinguibile voglia di vivere. La mancanza di disciplina e di formalità, che caratterizzerano per sempre il corpo, deriveranno proprio da queste norme di comportamento.

Il periodo di ferma nel Palmach è di due anni, alla fine dei quali si passa nella riserva, ciò significa che ci si continua ad allenare, seppure più sporadicamente, rimanendo inquadrati militarmente. Dayan e Rabin sono i nomi più conosciuti di decine se non centinaia di personaggi che continueranno a servire l’esercito, diventando alti ufficiali, anche dopo lo scioglimento del corpo. Ma il Palmach non è soltanto esercito, una volta terminata la guerra d’Indipendenza nel 1949 molti diventano scrittori, musicisti, cantanti, storici, intellettuali e influenzeranno per sempre la società israeliana. All’apice della sua storia il Palmach arriverà a comprendere 6.000 unità fra regolari e riserve, di queste 1.168 moriranno durante i combattimenti del 48-49. Una percentuale enorme.

La simbiosi esistente fra il Palmach ed i Kibbutzim influenzò queste unità in maniera determinante dal punto di vista politico. Ben gurion da un lato ammirava la loro spensieratezza giovanile, dall’altro era molto sospettoso nei riguardi di queste brigate leggermente anarchiche e poco rispettose della disciplina e della gerarchia militare. Già nel corso della guerra d’Indipendenza le truppe “irregolari” del Palmach verrano inserite nel neonato esercito israeliano perdendo così in poco tempo la loro peculiarità.

Il Palmach in Israele sta attraversando un periodo di inaspettata popolarità. Una nuova serie televisiva dedicata al pubblico giovanile, ha riportato in auge i personaggi e il periodo diventando molto popolare. Anche la reclusione forzata dentro casa, dettata dal Covid 19, ha senz’altro contribuito al suo successo. Forse una serie simile dedicata ai partigiani in Italia, servirebbe non poco a comprendere ed assimilare concetti ed ideali che diamo per scontati scordandoci di quanto sia stata lunga e dolorosa la strada che ci ha portato al traguardo.

E la terra si placherà

 

Domani sera, 27/4/20 comincerà in Israele Yom haZikaron, la giornata del ricordo. E’ la giornata in cui si ricordano tutti i caduti, civili e militari, che hanno contribuito alla nascita e all’esistenza dello Stato d’Israele. A tutt’oggi il numero dei caduti è di 23.816 persone. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la data d’inizio di questo triste calcolo non è direttamente collegata alla dichiarazione d’Indipendenza del 14/5/1948 ma è molto più anteriore. Per definizione la prima vittima legata ad atti di terrorismo contro gli ebrei dell’allora Impero Ottomano è considerata Aron Hersheld, assassinato il 1 gennaio 1873.

Quest’anno, come in tantissime altre cose, il Covid 19 ha scombussolato letteralmente le numerose tradizioni legate a questa giornata così particolare. La principale è che, per la prima volta in assoluto, ci sarà la chiusura totale dei cimiteri di guerra, dove proprio in questa occasione c’è sempre un’enorme affluenza di familiari, commilitoni e amici dei caduti. Ci sarà soltanto un picchetto d’onore composto da pochi soldati. La chiusura è dettata dalla volontà di limitare un possibile contagio, anche se è chiaro a tutti che il divieto non verrà applicato alla lettera e chi sentirà la necessità di presenziare personalmente sulla tomba di un suo caro non verrà colpito da nessuna sanzione.

Ho già scritto diverse volte a riguardo dei numerosi significati che Yon haZikaron e Yom haAzmaut rappresentano per la società israeliana, ma le sfaccettature sono così numerose che è sempre possibile aggiungere qualcosa di nuova senza doversi mai ripetere. Questa volta ho scelto di pubblicare una famosa poesia di Nathan Alterman, “Il vassoio d’argento”, un testo che viene immancabilmente letto durante le cerimonie in ricordo dei caduti durante le guerre, gli addestramenti, attentati terroristici ed operazioni segrete.  Il vassoio d’argento fu pubblicata per la prima volta nel dicembre del 1947 e diventò immediatamente il simbolo dell’appena iniziata Guerra d’indipendenza, la più sanguinosa fra tutte quelle combattute. Basti pensare che su una popolazione di 600 mila abitanti vi furono oltre 6 mila caduti, l’uno per cento della popolazione. Fatte le dovute proporzioni un conflitto del genere sarebbe costato oggi all’Italia oltre 600 mila morti.

 

Il vassoio d’argento

 

E la terra si placherà

L’occhio arrossato del cielo

Scorrerà lentamente su confini fumanti

Ed una nazione starà, ferita ma viva

Ad accogliere il miracolo, unico e solo.

Si preparerà alla cerimonia al sorgere dell’alba

Vestita di festa e di dolore

Allora si faranno innanzi un giovane ed una fanciulla

E lentamente cammineranno verso la nazione.

Vestiti di sabbia, giberna e scarponi

Saliranno dal sentiero camminando in silenzio

Non hanno cambiato gli abiti ne hanno cancellato/i segni della dura giornata e della notte di fuoco.

Stanchi, infinitamente stanchi, stillanti rugiada di giovinezza ebraica

Immobili serviranno il loro sangue/senza dar segno di essere morti o vivi.

Allora chiederà la Nazione silenziosa e stupita/”Chi siete”?

E loro in silenzio risponderanno

”Noi siamo il vassoio d’argento sul quale ti è dato servito lo Stato ebraico”.

Così diranno e cadranno ai loro piedi, avvolti nell’ombra

Ed il resto verrà narrato nella storia d’Israele.

 

Sia il loro ricordo benedetto.

 

Un tatuaggio è per sempre

 

Siamo ai tempi del Covid 19. Rimanere chiusi in casa è un obbligo e il tempo passa lentamente, improvvisamente ci accorgiamo di quanto le piccole abitudini quotidiane siano così importanti per un animale sociale come l’uomo.. Il caffè con gli amici, gli abbracci, le pacche sulle spalle, tutti questi piccoli gesti quotidiani sono diventati improvvisamente pericolosi e nocivi. In questo assurdo capovolgimento di fronte ognuno si arrangia come può, c’è chi cucina, chi mette a posto la casa, guarda la TV ecc. Io preferisco l’evasione.

Quindi tante letture e tanta scrittura cercando di tanto in tanto di riportare alla superficie qualche storia dimenticata, qualche personaggio strano, qualche usanza andata persa, tutti ingredienti indispensabili per creare un racconto e descrivere allo stesso tempo un breve spaccato di realtà celate fra i vicoli di Gerusalemme.

I protagonisti di oggi sono la famiglia Razzouk, egiziani copti in pianta stabile a Gerusalemme da oltre 500 anni. La loro specialità, tramandata da padre in figlio da oltre 27 generazioni è quella del tatuaggio, e più precisamente l’incisione di simboli religiosi, per lo più cristiani, sulla pelle delle migliaia di pellegrini che affollano da sempre la loro bottega, situata a poche centinaia di metri dalla porta di Jaffa.

In origine per i cristiani farsi tatuare in Terra Santa non era una scelta presa in autonomia, ma un’imposizione oppressiva: durante l’epoca romana venivano talvolta arrestati, marchiati e costretti a lavorare in miniere di oro, argento e piombo; con la conquista islamica della regione nel 640 d.C. venne loro imposto il tatuaggio di una piccola croce nel lato interno del polso destro. Lo scopo era rendere più facile alle autorità il riconoscimento e la raccolta delle tasse.

Tuttavia, i cristiani hanno poi “reclamato” questo segno di riconoscimento come prova della loro fede. Alcune chiese, in particolare nella tradizione copta, cominciarono a offrire tatuaggi ai fedeli e a chiedere di mostrarlo prima entrare, usandolo come strumento di tutela. Per i cristiani perseguitati, il tatuaggio della croce divenne un simbolo di vicinanza alla sofferenza di Gesù Cristo.

Durante l’epoca crociata il tatuaggio era la prova certa, il segno di essere veramente arrivati in Terra Santa e visitato e venerato i luoghi Santi del cristianesimo. Nel corso dei secoli l’uso del tatuaggio si è affinato e da una piccola e semplice croce si è passati a vere e proprie piccole opere d’arte.  Croci di Gerusalemme, ascensioni di Cristo, Madonne con bambino, San Giorgio e il drago. L’attuale  rappresentante della dinastia dei Razzouk si chiama Wassim, che è in possesso di una serie di timbri in legno molto antichi. Ogni timbro racchiude un motivo religioso, una volta scelta l’immagine preferita il timbro viene impresso sulla pelle e poi viene inciso attraverso una ago sotto l’epidermide.

Decine di Patriarchi latini e addirittura l’Imperatore etiope Haile Selassie sono passati attraverso questo piccolo laboratorio per imprimere sulla propria pelle il loro atto di fede. Strano destino quello del tatuaggio, a seconda delle diverse latitudini ha assunto un diverso significato: fede, bellezza, magia, esoterismo, malavita, avventura.

Oggigiorno il tatuaggio è stato sdoganato ed è diventato parte dell’abbigliamento corporeo di molti di noi. E gli innumerevoli simboli policromi che si vedono sparsi quà e là fra avambracci, polpacci, glutei e toraci appaiono più come una moda passeggera che non come una cosciente volontà di trasformare in maniera indelebile il proprio corpo.

Conformismo o ribellione? Sinceramente non lo so, nel dubbio io rimango fedele alle decalcomanie di quand’ero bambino. Ma non ditelo a Wassim.

Il Sabato del villaggio (Globale)

 

Stasera comincia lo Shabbath, il Sabato ebraico. Per chi lo osserva integralmente è una giornata di completo riposo: non si lavora, non si cucina, non si viaggia, niente tv, computer e radio e soprattutto niente telefonini!

Si sta a casa, si prega e si passa la maggior parte del tempo in famiglia. Chi lo osserva assicura che ti garantisce un relax assicuro e ti ricarica le batterie per la settimana a venire. L’isolamento forzato di questo periodo è l’occasione perfetta per controllare se lo Shabbath funzioni. Da stasera fino al tramonto di domani provate a limitare al minimo i contatti con l’esterno, per ritrovare voi stessi e il rapporto coi vostri familiari e i vostri amici

Per invogliarvi ad una maggiore introspezione ed a una riscoperta di valori dimenticati o trascurati oggi vi dedico una versione un pò “frikkettona” di uno dei più noti canti liturgici ebraici “Lehà dodi” traducibile in “Vai mio amato”. Il Sabato viene paragonato ad una sposa che va accolta e ospitata con tutti gli onori.

Eccovi la traduzione:

Vieni mio Amato, incontro alla Sposa, accogliamo lo Shabbat.

Osserva e ricorda: con una sola espressione
ci ha fatto udire il Dio Unico
Il Signore è uno e uno è il suo nome
per fama, lode e gloria.

Vieni mio Amato, incontro alla Sposa, Accogliamo lo Shabbat.

Orsù andiamo incontro allo Shabbat
perché è la fonte della benedizione.
Dalle origini più antiche fu stabilito
Fu l’ultimo ad essere creato, ma il primo ad essere pensato.

Vieni mio Amato, incontro alla Sposa, Accogliamo lo Shabbat.

Santuario del Re, città regale,
sorgi, esci dalla distruzione;
hai vissuto abbastanza nella valle del pianto
Egli avrà pietà di te

Vieni mio Amato, incontro alla Sposa, Accogliamo lo Shabbat.

Destati, destati, perché è giunta la tua luce, alzati, risplendi

svegliati e intona un canto

la gloria del Signore si è manifestata su di te

 

Shabbath Shalom

Canta, che ti passa la paura (o la noia)

 

In questo clima da bollettino di guerra un piccolo pensiero di speranza e ottimismo dedicato soprattutto ai miei amici italiani, con cui ho trascorso fantastici ed emozionanti momenti in giro per Israele.
La canzone si chiama “Quando arriveremo” la traduzione della prima strofa è la seguente

“Il tempo svanisce gli anni/e introduce un pò di saggezza nei nostri cuori/ ma ci sono ancora tante cose che non mi ha svelato/fiorirà un’altra rosa?/avrò ancora un altro lampo di gioia?/ci sarà una risposta alla fine del cammino?

Come sapremo se c’è ancora la speranza?
Troveremo la rsposta quando arriveremo”

La musica originale è greca, ed è stata adottata in Israele grazie all’influenza di qualche cantante israeliano originario di quel paese. Israele è un crogiolo di etnie provenienti da tutto il mondo e ognuno ha portato i suoi usi e costumi. Molte di queste influenze sono ormai parte integrante dell'”israelianità”, la cultura e i costumi del paese. ormai patrimonio di tutti i suoi abitanti: ebrei, arabi, drusi, beduini, ecc.

Tanti auguri di buona salute a tutti!

 

STAI CALMO, LEGGI UN SALMO

 

In questi tempi così insicuri ritorniamo inevitabilmente ai nostri istinti primordiali. C’è chi si affida alla scienza, chi al destino, chi al raziocinio e chi alla fede. Per questi ultimi sta girando ultimamente nei social israeliani o di argomento ebraico il Salmo 91 che in un modo o nell’altro mette la tua salvezza contro ogni pestilenza nelle mani di Dio. Per chi è credente può senz’altro essere un mezzo di conforto e di salvezza. Eccovi il testo integrale:

Salmi 91

Sicurezza di chi si rifugia in Dio
1 Chi dimora nel riparo dell’Altissimo, riposa all’ombra dell’Onnipotente. 2 Io dico all’Eterno: «Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza, il mio DIO, in cui confido». 3 Certo egli ti libererà dal laccio dell’uccellatore e dalla peste mortifera. 4 Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio; la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. 5 Tu non temerai lo spavento notturno,  la freccia che vola di giorno, 6  la peste che vaga nelle tenebre,  lo sterminio che imperversa a mezzodì. 7 Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma a te non si accosterà. 8 Basta che tu osservi con gli occhi e vedrai la retribuzione degli empi. 9 Poiché tu hai detto: «O Eterno, tu sei il mio rifugio», e hai fatto dell’Altissimo il tuo riparo, 10 non ti accadrà alcun male, né piaga alcuna si accosterà alla tua tenda. 11 Poiché egli comanderà ai suoi Angeli di custodirti in tutte le tue vie. 12 Essi ti porteranno nelle loro mani, perché il tuo piede non inciampi in alcuna pietra. 13 Tu camminerai sul leone e sull’aspide, calpesterai il leoncello e il dragone. 14 Poiché egli ha riposto in me il suo amore, io lo libererò e lo leverò in alto al sicuro, perché conosce il mio nome. 15 Egli mi invocherà e io gli risponderò; sarò con lui nell’avversità; lo libererò e lo glorificherò. 16 Lo sazierò di lunga vita e gli farò vedere la mia salvezza.

Visto che ancora è praticamente impossibile prevedere le conseguenze di questa possibile pandemia è inutile entrare in filosofiche dispute su quanto sia valida o meno la fede in questi momenti. Per molti è sicuramente un enorme aiuto. In ogni caso conviene provarci, male sicuramente non può fare.

E per chi abbia bisogno di un ulteriore incoraggiamente, sempre per rimanere nel tema dei Salmi eccovi il famosissimo 23:

1 Salmo di Davide.
Il SIGNORE è il mio pastore: nulla mi manca.
2 Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli,
mi guida lungo le acque calme.
3 Egli mi ristora l’anima,
mi conduce per sentieri di giustizia,
per amore del suo nome.
4 Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte,
io non temerei alcun male,
perché tu sei con me;
il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.
5 Per me tu imbandisci la tavola,
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo;
la mia coppa trabocca.
6 Certo, beni e bontà m’accompagneranno
tutti i giorni della mia vita;
e io abiterò nella casa del SIGNORE
per lunghi giorni.

Buona salute a tutti, e che Dio, o chi ne fa le veci, ce la mandi buona.

Ebraico. La rinascita di una lingua morta.

Si sono appena concluse le celebrazioni della Giornata dell’ebraico, svoltasi quest’anno il 16 gennaio, un ottimo motivo per analizzare e ricordare il tentativo, praticamente folle, di far rinascere una lingua che si era estinta duemila anni prima. Un esperimento riuscito contro ogni previsione e probabilmente irripetibile.

Da oltre duemila anni l’ebraico era relegato quasi esclusivamente a scopi liturgici, diventando così una lingua sacra, lasciando il ruolo di lingua parlata prima all’aramaico, poi all’Yiddish e al Ladino. Volendo si potrebbe fare un paragone un pò grossolano con il latino e i vari dialetti parlati in tutta la penisola fino all’Unità d’Italia e al passaggio graduale all’italiano.

Il catalizzatore della rinascita dell’ebraico fu senz’altro Eliezer Ben Yehuda (1858-1892), convinto assertore del fatto che fosse indispensabile una lingua comune a tutto il popolo ebraico per formare un’identità culturale e nazionale atta a poter trasformare un popolo disperso ai quattro angoli del pianeta e per sua natura poliglotta in un’entità molto più omogenea.

Il progetto di Ben Yehuda, oltre a essere considerato dai più utopico e irrealizzabile, fu anche molto osteggiato dal mondo religioso, assolutamente contrario allo svilimento della sacralità dell’ebraico. Ma si sa, i veri sognatori hanno un fuoco interiore capace di alimentare i progetti più impensabili e realizzarli. E fu così che Ben Yehuda, armato di studio, pazienza, determinazione, coraggio e moltissima fede intraprese una sfida titanica.

Non che prima di lui non ci fossero stati altri tentativi, nel 1853 fu pubblicato il primo romanzo in ebraico moderno, “Ahavat zion” a firma di Abraham Mapu. E nel corso dei secoli precedenti molti commenti biblici vennero scritti in ebraico. Ma ci voleva veramente una volontà fuori dal comune per inventare decine di migliaia di vocaboli praticamente dal nulla, pensate a quante cose erano state inventate nel corso di duemila anni: la bicicletta. l’elettricità, il frigorifero, l’algebra, il violino, il gelato ecc. All’inizio di questa impensabile sfida, tanto per fare un esempio, il politecnico di Haifa considerava impossibile la possibilità di insegnare materie come ingegneria, fisica, architettura in ebraico, ritenendo molto più logico usare il tedesco.

Dalla fine degli anni ’70 del XIX secolo fino ad oggi sono stati coniati o riadattati qualcosa come 75mila vocaboli, la metà di quegli esistenti in italiano, ed ogni anno ne vengono coniati di nuovi per rimanere al passo coi tempi. Da questo punto di vista l’ebraico riesce a reggere il passo col progresso molto meglio che l’italiano. Parole, per la maggior parte inglesi, che fanno parte del linguaggio comune italiano (computer, file, tax revue, briefing) in Israele sono state sostituite con successo da neologismi ebraici.

Una piccola curiosità, Theodor Herzl, fondatore del sionismo e fautore della creazione di uno stato ebraico, e Ben Yehuda si incontrarono e parlarono dei loro rispettivi sogni. Ognuno dei due, nonostante cercasse di mostrarsi empatico nei confronti del suo interlocutore, giudicava l’altro alla stregua di un pazzo sognatore. Ma a quanto pare erano fatti della stessa stoffa, visto che entrambi riuscirono a trasformare la loro personale utopia in realtà.

E’ difficile imparare l’ebraico? Direi proprio di sì visto che si tratta di una lingua semitica con pochissimi punti in comune con le lingue indoeuropee o neo latine. I vocaboli sono differenti, la struttura verbale, la sintassi e la grammatica pure. In più, in un mondo dove una semplice connessione internet ti dà la possibilità di leggere il tuo giornale preferito in qualsiasi parte del globo, per non parlare dei programmi televisivi, lo sforzo richiesto è enorme, e se non hai abbastanza stimoli per comunicare in ebraico con altre persone la tua capacità di recepire e sfruttare nuovi vocaboli si riduce enormemente. D’altra parte,  se ci sono riuscito io vuole dire che anche voi avete più che una speranza.

Per terminare eccovi un brano della canzone “sogno in spagnolo” che riassume in maniera esemplare le traversie di chi trasforma l’ebraico nella lingua da parlare quotifdianamente. Non si tratta di una traduzione letteraria ma il senso è rispecchiato fedelmente.

“In ebraico ci sono parole in abbondanza,

e si può dire quasi tutto

panza, danza, lonza e stanza

ma non esiste una parola per tatto

Penso e scrivo in ebraico senza difficoltà

E mi piace amarti esclusivamente in ebraico

Che lingua meravigliosa, non ne avrò un’altra

Ma ancora la notte, continuo a sognare in spagnolo”

Scende la pioggia

 

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti.

La pioggia nel pineto. Gabriele D’Annunzio

 

In Israele sta piovendo, e molto. Molto di più degli ultimi anni, e in un paese dove la stagione delle piogge è limitata fra novembre e marzo-aprile, ogni goccia di pioggia ha una valenza enorme e si porta dietro tutta una serie di costumi tipici di questo paese.

Il fulcro della stagione piovana gira attorno al Kinneret, il lago di Tiberiade, per decenni usato come un enorme serbatoio d’acqua potabile che forniva gran parte del paese. Ogni israeliano sa che nel Kinneret esistono due linee rosse invalicabili: la più bassa, -213 m. sotto il livello del mare, impedisce il pompaggio dell’acqua nell’acquedotto nazionale, la linea superiore,       – 208,9 m. implica l’apertura di una diga che si trova nella parte meridionale del lago per impedire l’allagamento di Tiberiade e dei vari centri abitati che sorgono sulle sponde del Kinneret.

Questi dati vengono aggiornati quotidianamente durante i notiziari serali, e l’alzarsi o l’abbassarsi del livello idrico è fonte di conversazioni e dibattiti e incide in maniera impressionante sul morale nazionale. L’inverno 1991-1992 è la pietra di paragone per i tuttologi del meteo, città allagate, treni bloccati, nevicate anche a bassa quota. A casa mia ancora si parla di come il kibbutz restò isolato per tre giorni, al punto che bisognò gettare il latte appena munto, visto che la cisterna frigorifera dove veniva immagazzinato era già colma!

Sono passati quasi trent’anni e sembra che le precipitazioni stagionali raggiungeranno o adirittura supereranno il record di allora. I dati fanno ben sperare, il livello del lago si è alzato di 3 metri, ma ne mancano ancora 2,5 per arrivare al pericolo inondazione e poter così aprire dopo decenni la mitica diga di Degania, aumentando così la portata idrica del Giordano e del Mar Morto. In un paese dove solo l’anno scorso sono stati sparati oltre 1200 razzi dalla striscia di Gaza, l’interesse per la situazione idrica può sembrare surreale, illogico se non adirittura morboso, ma questa è una delle particolarità di un paese che si è confrontato da sempre con l’emergenza acqua.

E dopo aver cominciato questo post con una poesia del Vate terminerò con un’altra poesia, questa volta frutto della penna di Rahel Bluwstein, o semplicemente Rahel, una delle più famose poetesse israeliane. Rahel è famosa fra l’altro per aver descritto la vita dei pionieri che cominciarono ad abitare i primi insediamenti attorno al lago di tiberiade, lei stessa abitò per un breve periodo a Degania, la madre di tutti i kibbutzim. Moltissime delle sue poesie sono diventate canzoni famosissime e trasmesse tuttora nei programmi radiofonici. Eccovi delle brevi righe di “E forse” ambientata proprio sul Kinneret.

E forse, le cose non accadero mai/ mio Kinneret, o mio Kinneret, sei reale o è stato tutto un sogno?

Ai posteri l’ardua sentenza…