L’angelo in bianco

esther arditi

Chi mi legge da tempo si sarà accorto, almeno lo spero, che cerco di sottolineare in particolare i personaggi femminili che hanno contribuito alla storia d’Israele. Probabilmente nomi come Hanna Maizel, Michal Arbel e  Zohara Leviatov non vi dicono niente, ma sono tutti personaggi estremamente interessanti ed affascinanti. Oggi è il turno di Esther Arditi, bulgara di origine ma livornese di adozione. La prima donna ad entrare nella città vecchia di Gerusalemme durante la guerra dei sei giorni.

Arrivata a Livorno in tenera età dalla Bulgaria durante la seconda guerra mondiale, Esther si trasferì definitivamente in Israele nel 1951, all’età di 16 anni . Arruolatasi in Aviazione prestò servizio come infermiera militare, una settimana soltanto dopo aver terminato il corso si trovò impegnata nel salvataggio di due piloti rimasti intrappolati nel loro velivolo dopo un atterraggio di fortuna.

Nonostante l’aereo in fiamme fosse prossimo all’esplosione Esther riuscì a salvare, da sola, i due membri dell’equipaggio trasgredendo i tassativi ordini di non avvicinarsi al velivolo. Per questo atto di coraggio la giovanissima recluta ricevette una delle più alte onoreficenze militari israeliane. La stessa Esther raccontò che quando ricevette la medaglia da Moshe Dayan, allora Capo di Stato Maggiore, quest’ultimo vedendo una ragazza così giovane e minuta esclamo “Ma è tutta qua?”, aspettandosi, dopo aver sentito i retrosena del salvataggio, evidentemente una donna con una corporatura molto più grossa.

Una volta dismessa l’uniforme Arditi continuò la professione di infermiera anche nella vita civile, nel 1967, allo scoppio della guerra dei sei giorni Esther si volontarizzò e affiancò l’unità dei paracadutisti durante le battaglie per la conquista della parte est di Gerusalemme. Questo incarico le valse la possibilità di entrare in città vecchia come prima donna in assoluto. Durante i combattimenti Esther indossò il camice bianco da infermiera e non l’abituale uniforme, questa sua particolarità le valse il soprannome di “angelo bianco”.

Ho avuto modo di conoscerla personalmente quando, dismessa l’uniforme da infermiera, divenne guida turistica. Mi impressionò molto il suo modo schietto e diretto di raccontare i fatti senza fronzoli, in maniera quasi scarna, senza troppi giri di parole. Era il modo tipico degli israeliani di allora, arrivare direttamente al nocciolo della questione senza troppe parafrasi, vedeva il suo nuovo lavoro anche come un modo di trasmettere la cultura e la storia d’Israele e di diventare, nel suo piccolo, ambasciatrice del suo paese.

In mia presenza non si vantò mai del suo passato militare e venni a sapere delle sue gesta solo attraverso vie traverse. Esther è deceduta nel 2003, durante una visita in Italia, e venne sepolta a Livorno, la sua città d’adozione. In sua memoria è stato eretto un punto panoramico sulle sponde del fiume Giordano, al confine tra Israele e Giordania.

Compagni avanti il gran partito…

“Il sindacato riunisce tutti i lavoratori che vivono della propria fatica senza sfruttare l’opera altrui, con lo scopo di permettere la realizzazione e lo sviluppo economico e culturale della classe operaia per la costruzione di una società di lavoratori ebrei nel paese” (stralcio dell’atto di fondazione della Federazione Generale dei Lavoratori in Terra d’Israele).

Ricorre quest’anno il centenario dell’Histadrut, il sindacato del movimento sionista, un esempio unico, per quanto ne sappia, di organizzazione e gestione del movimento dei lavoratori. L’Histadrut venne fondata nel dicembre del 1920 quando ancora non esisteva lo Stato d’Israele e tutte le strutture che avrebbero dovuto garantire la salvaguardia dei lavoratori erano praticamente inesistenti.

Il sindacato, anche se chiamarlo così sminuisce il suo ruolo e la sua importanza, assolveva un duplice ruolo storico: da un lato svolgere tutte le funzioni che spettano a un sindacato, dall’altro svolgere il compito addizionale di costruire la classe operaia, formarla fisicamente e ideologicamente. Di fatto fu creato uno stato nello stato prima ancore che ci fosse uno stato. Questo miscuglio fra nazionalismo e rivoluzione creò una miscela assolutamente inedita e per diversi decenni dettò i valori della società israeliana.

I valori che avrebbero dovuto caratterizzare la nascente società israeliana erano esattamente l’opposto di quello che poi diverrà il paese:

Primato morale della campagna sulla città, superiorità del lavoro manuale rispetto ai ruoli speculativi, superiorità culturale del lavoratore rispetto ai ceti parassitari legati al commercio, le libere professioni e la finanza.

L’Histadrut nacque come un’organizzazione trasversale, la mancanza di un’affiliazione politica non era un ostacolo, l’obiettivo era quello di riunire quanti più lavoratori possibile. Nella sua concezione l’iscritto era un “cittadino” della nazione dei lavoratori.

L’Histadrut non si occupò solo della salvaguardia dei lavoratori, ma creò tutta una serie di strutture che supportavano il benessere e le necessità materiali, intellettuali e pratiche dei propri iscritti. Movimenti giovanili, compagnie teatrali, società polisportive, case editrici, trasporti e molto altro ancora. Non soltanto un semplice sindacato dunque, ma una vera e propria organizzazione che doveva occuparsi dell’intera struttura del sistena sociale, economico, politico e culturale. Questo breve brano di Amos Oz puù forse dare un’idea dell’enorme influenza che ebbe la Confederazione all’interno della società israeliana.

«In cima alla gerarchia dei valori a quel tempo c’erano i pionieri (…). Di lontano ne ammiravo la figura robusta e meditabonda che s’ergeva sui solchi dell’aratro, sui manifesti del Fondo nazionale. Uno scalino più basso dei pionieri stava “società dei lavoratori”, composta di coloro che leggevano il Davar in canottiera sui balconi di legno, di attivisti dell’Histadrut, dell’Haganah e dei Servizi Sanitari. Gente in divisa cachi; gente che versava la contribuzione volontaria, che si nutriva di insalata, uova e formaggio fresco. Erano i fautori dell’astensione, della responsabilità, dalla condotta stabile, dello status di lavoratori, obbedienza al partito e olive non piccanti nel barattolo della centrale del latte».

Amos Oz (2002), da Una storia di amore e tenebra

Sin dalla sua nascita, all’alba degli anni ’20, l’Histadrut creò numerose aziende e società di costruzioni, un migliaio fra cooperative di produzione e di consumo, una banca, moshavim e kibbutzim. E’ fu lo stesso sindacato che provvide a gestire il collocamento a favore di occupazioni stabili e ben tutelate. Dal 1923, una holding denominata Hevrat ha’Ovdim, la società dei lavoratori, coordinò l’insieme delle attività produttive che facevano capo all’Histadrut. Si trattava di un autentico pilastro dell’economia israeliana, capace di coprire fino a un quarto dell’occupazione nazionale e dell’intero Pil nazionale, con un controllo quasi monopolistico di un settore cruciale come l’agricoltura. Se a ciò si aggiunge il settore pubblico strettamente inteso, si otteneva un quadro nel quale il settore privato ricopriva poco più del 50% dell’intero Pil nazionale. L’Histadrut rivestì dunque, in proporzioni davvero ragguardevoli, la duplice veste di datore di lavoro e di organizzazione sindacale dei lavoratori.

Il ruolo dell’Histadrut fu fondamentale nella creazione dello Stato d’Israele, ma la sua duplice funzione di Sindacato e datore di lavoro diventò col tempo una contraddizione in termini impossibile da coniugare. Il ribaltone del 1977, anno nel quale la destra israeliana salì al potere, ne segno l’innarestabile declino e ridimensionamento che raggiunse il suo apice nel 1994 quando la maggior parte delle aziende e delle proprietà in suo possesso vennero privatizzate per poter risanarne il bilancio economico. Da quel momento l’Histadrut perse gran parte della sua influenza politica non avendo più quell’indipendenza economica attraverso la quale era riuscita a dettare legge per tutto quello che riguardava il rapporto fra i diritti dei lavoratori e lo Stato.

Attualmente la Confederazione Generale dei Lavoratori è un sindacato a tutti gli effetti, la sua influenza è diminuita notevolmente anche se rimane sempre un interlocutore obbligato durante le rivendicazioni legate al mondo del lavoro. Nonostante siano in corso diversi tentativi di creare sindacati alternativi all’Histadrut, questa rimane ancora il punto di riferimento principale per la salvaguardia dei lavoratori.

E se Golia fosse stato un pò più basso?

Davide

Nuove scoperte archeologiche stanno cominciando a ridimensionare le dimensioni del gigantesco Golia, il biblico guerriero filisteo che terrorizzava le schiere dei combattenti israeliti fino a quando non venne un pastorello di nome Davide ad insegnarli che “le dimensioni non contano”. Ma cominciamo con ordine, soprattutto perchè tutti noi pensiamo di conoscere perfettamente la storia in questione senza magari averla analizzata profondamente.

Così recita la Bibbia nel primo libro di Samuele: “Dall’accampamento dei Filistei uscì un campione, chiamato Golia, di Gat; era alto sei cubiti e un palmo.  Aveva in testa un elmo di bronzo ed era rivestito di una corazza a piastre, il cui peso era di cinquemila sicli di bronzo.  Portava alle gambe schinieri di bronzo e un giavellotto di bronzo tra le spalle.  L’asta della sua lancia era come un subbio di tessitori e la lama dell’asta pesava seicento sicli di ferro; davanti a lui avanzava il suo scudiero.” E’ chiaro che per capire quale sia l’altezza di Golia e quanto pesasse il suo equipaggiamento dobbiamo scoprire quanto valgano questi benedetti cubiti, sicli e quant’altro.

Per quanto se ne sappia il cubito ebraico equivaleva 44.5 cm. Mentre il palmo corrispondeva alla sua metà, il siclo pesava fra i 10 e i 13 grammi. Fatte le debite proporzioni se ne deduce che il gigante filisteo fosse alto 290 cm.. L’armatura doveva pesare almeno 50 kg. E l’asta della lancia circa 6 kg. Pesi e dimensioni assolutamente impressionanti, soprattutto se teniamo conto che l’altezza media dell’epoca si aggira attorno ai 160 cm. Ma un mio intimo amico di nome Albert mi spiegò un giorno che “tutto è relativo” ed in effetti se cerchiamo altre fonti le misurazioni cambiano, e non di poco.

Se prendiamo per buona la traduzione biblica dei 70 i cubiti si riducono a quattro ed ecco che già scendiamo a 208 cm. Mentre Giuseppe Flavio nel suo “antichità giudaiche” parla anche lui di quattro cubiti senza aggiungerci però il palmo, portando così l’altezza di Golia a 208cm. Sempre un’altezza notevole per carità, ma già più ragionevole. Ma perchè tutta questa confusione? Probabilmente Golia non era così alto come ce lo descrive il Libro dei libri, la sua statura fu stata volutamente esagerata per fini propagandistici, per far risaltare ancora di più l’importanza della vittoria.

E ancora non abbiamo parlato del fatto che nel secondo libro di Samuele chi uccise il gigante fu tutta un altra persona, tale Elcanan, figlio di Iair di Betlemme. Ma questo è un enigma che dovrete risolvere da soli.

Golia era nativo di Gat, una delle cinque principali città filistee, secondo il libro di Giosuè, la città era una delle tre dove ancora abitavano gli Anakim, i giganti, e Gat era effettivamente grande almeno il doppio delle altre città-stato che formavano la Pentapoli filistea. Se poi andiamo ad analizzare la sfida potremmo scoprire cose molto interessanti ed arrivare alla conclusione che l’esito del confronto non fu così sorprendente come possa sembrare.

Cominciamo con le armi, Golia era armato come un fante dell’epoca, dalle dimensioni del guerriero e dal peso dell’equipaggiamento si capisce subito che i suoi movimenti dovevano essere necessariamenti lenti e forse adirittura goffi. Davide invece era fornito di una frombola, un’arma molto in uso nell’antichità, paragonabile ad una specie di artiglieria leggera. Ogni legione romana era dotato di un reparto di frombolieri che avevano una gittata effettiva di almeno 200 metri. Come proiettili venivano usati sassi e pietre, che erano sempre disponibili, anche sui campi di battaglia. Tuttavia un’evoluzione significativa fu l’introduzione delle “ghiande-missili” in piombo o in terracotta, che permettevano una maggiore perforazione, una maggiore precisione e una maggiore cadenza di tiro. Si è calcolato che un proiettile del genere potesse avere lo stesso impatto di una Magnum 45, quella dell’ispettore Callaghan, tanto per intenderci.

Altro elemento sul quale pochi si soffermano è la reale possibilità che Golia soffrisse di una forma di acromegalia, una particolare forma di gigantismo. Uno degli effetti più comuni di questa patologia è la riduzione del campo visivo. Nei casi più severi la riduzione acuta del campo visivo porta il malato a vedere solo gli oggetti posti di fronte a lui. Inoltre molti malati non sono consapevoli di questa limitazione fino a quando la stessa non diventa molto pronunciata. Alla base di questi nuovi elementi ecco che la biblica sfida fra il gigante Golia e Davide il piccoletto non ha più un esito così scontato. In casi come questo mi viene sempre in mente la mitica frase pronunciata da Tuco Ramirez nel film Il buono, il brutto e il cattivo: “I tipi grossi come te mi piacciono perchè quando cascano fanno tanto rumore”.

Insomma, mentre il detto “altezza mezza bellezza” ha una sua giustificazione, ecco che la statura in battaglia non sempre è determinante. In fin dei conti anche Asterix sapeva cavarsela niente male, certo avere al suo fianco un compagno di avventure come Obelix non guasta mai.

29 Settembre, anzi Novembre

spartizione

“Seduto in quel caffè, io non pensavo a te…” Così comincia “29 settembre”, la celeberrima canzone di Mogol e Battisti portata al successo dall’Equipe 84. E proprio grazie a questa canzone che la data del 29 settembre è entrata nel lessico familiare degli appassionati di musica leggera italiana. Anche se quale fosse la ricorrenza del 29 settembre menzionata dal giornale radio che di volta in volta sovrasta la voce del cantante l’ho capita solo molti anni dopo.

Ma in Israele c’è un altro 29, questa volta di novembre, che per la storia del paese ha un significato particolare, una pietra miliare nella storia della creazione dello Stato d’Israele. Il 29 novembre 1947 venne infatti votato e approvato a New York, dall’assemblea delle neonate Nazioni Unite il piano della spartizione che sanciva la divisione della Palestina mandatoria in due stati: uno ebraico e uno arabo.

Il progetto fu presentato all’ONU da una commissione nominata espressamente per raggiungere una soluzione che conciliasse gli interessi ebraici e arabi nella regione. L’UNSCOP, questo il nome della commissione, dopo aver girato in lungo e in largo il paese, e dopo aver sentito le posizioni dei rappresentanti di entrambe le parti in causa, giunse alla conclusione che non ci fosse una soluzione ideale, e che il minore dei mali fosse quello di dividere il territorio in due parti, uno per la creazione di uno stato ebraico, e l’altro per la creazione di una nazione palestinese. La commissione giunse anche alla conclusione che sia Gerusalemme che Betlemme avrebbero dovuto diventare un’entità separata gestita dalle Nazioni Unite.

Anche se lo Stato ebraico proposto era più ampio (56%) di quello arabo, bisogna tenere presente che la gran parte era occupata dal deserto del Negev (40%), questa opzione fu presa dall’ONU in previsione di una massiccia immigrazione dall’Europa da parte degli Ebrei sfuggiti ai campi di sterminio nazisti. Da parte palestinese il rifiuto alla divisione del territorio fu netto, cosa facilmente prevedibile visto l’ostracismo che la commissione dovette affrontare durante la sua permanenza. Del resto i palestinesi avevano già rifiutato in passato proposte molto più vantaggiose presentate dagli inglesi negli anni ’30.

La votazione che sancì l’approvazione del piano della spartizione insieme alla successiva dichiarazione d’indipendenza rappresentano le principali pietre miliari della storia israeliana. Il filmato dove si vede la gente ascoltare in diretta la votazione mentre calcola i voti a favore e contro è parte indelebile della narrativa sionista. A favore della mozione votarono 33 paesi, 13 contro e 10 astenuti. Fece molta impressione che nonostante l’inizio della guerra fredda, sia gli USA che l’URSS votarono a favore, ognuno chiaramente per motivi diametralmente opposti.

La decisione di fondare uno stato ebraico proprio nel 1947 non fece che confermare le profetiche parole di  Teodoro Herzl, il padre del Sionismo, che scrisse nel 1897 “Oggi a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se dicessi questo adesso susciterei una risata generale. Ma forse tra cinque anni, e certamente tra cinquanta, saranno tutti d’accordo.

Operazione Olympia. come Arafat venne graziato da Begin

arafat

Il capodanno del 1982 avrebbe dovuto cominciare con un autentico botto, almeno a Beirut, con ripercussioni inimmaginabili non solo su tutto il Medio Oriente, ma probabilmente su gran parte dello scacchiere internazionale. Soltanto in questi giorni la censura militare israeliana ha rilasciato il nulla osta alla pubblicazione dei particolari di uno dei tanti progetti militari accantonati all’ultimo momento: l’operazione Olympia.

Aprile 1979, nella cittadina settentrionale di Naharia, a pochi chilometri dalla frontiera libanese un commando palestinese trucida tre dei quattro componenti la famiglia Haran, il padre e le due figlie di 4 e 2 anni. Lo sdegno nell’opinione pubblica israeliana è enorme e Rafael Eitan (Raful), l’allora capo di Stato Maggiore, dà delle disposizioni affinchè “tutti coloro che siano coinvolti nell’azione” paghino un prezzo. Viene così creata un’unità speciale, completamente segreta, il cui scopo è quello di creare panico e insicurezza fra le file palestinesi. A parte Raful e Meir Dagan, il comandante della nuova unità, quasi nessuno è a conoscenza del progetto. In quel momento ne sono all’oscuro tutti i ministri del governo israeliano compreso Begin, allora contemporaneamente Primo Ministro e Ministro della difesa.

E’ l’inizio di una serie di attentati, per lo più dinamitardi, dove sono coinvolti per il momento i quadri medio-bassi dell’Olp. Nonostante in Libano sia in corso una guerra civile dove sono coinvolti palestinesi, cristiani, sunniti e sciiti, Arafat sospetta fortemente dello zampino israeliano e limita fortemente le sue reazioni per timore di una possibile invasione israeliana. Cosa peraltro già avvenuta nel marzo 1978 con l’operazione Litani.

Per quanto si cerchi di tenere segreta la creazione di un’unità militare che risponde esclusivamente al capo di Stato Maggiore senza nessuna autorizzazione governativa, il servizio informazioni dell’esercito ne viene a conoscenza e riporta la gravità del fatto al vice ministro della difesa che espone immediatamente la situazione a Begin. Il Premier israeliano, fa passare la cosa in secondo piano anche se da quel momento verrà avvisato delle operazioni in corso.

Nell’agosto del 1981 Ariel Sharon viene designato Ministro della difesa e dà subito disposizioni affinchè venga pianificata un’operazione in vasta scala per l’occupazione del Libano qualora la situazione deteriorasse. Sharon appoggia da subito le operazioni gestite dall’unità di Dagan ed un’altra volta Beghin viene tenuto all’oscuro dei progetti in corso. All’interno delle forze di sicurezza israeliane scoppia una guerra sotterranea che vede il Mossad contrario ai piani di Sharon. Nel frattempo Degan presenta al suo superiore un progetto molto più ambizioso di tutte le operazioni svolte in precedenza. Il prmo gennaio 1982 tutta la direzione e gli attivisti dell’Olp si raduneranno nello stadio cittadino di Beirut per festeggiare l’anniversario della prima azione terroristica contro Israele avvenuta 18 anni prima. E’ l’inizio dell’operazione Olympia.

L’operazione prevede la minatura del palco d’onore dove presiederanno Arafat e tutti i suoi più stretti collaboratori. Inoltre verranno posti all’esterno dell’edificio un camion contenente una tonnellata e mezzo di tritolo e altre due Mercedes contenenti 250 kg. di esplosivo ciascuna. Tutti gli ordigni verranno azionati con dei telecomandi. Nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 1981 degli attivisti sciiti si introducono all’interno dello stadio ed applicano le cariche esplosive sotto la tribuna d’onore. Ancora una volta il servizio informazioni dell’esercito viene a conoscenza del piano e informa immediatamente il premier israeliano.

Il timore principale è quello che all’interno dello stadio possano essere presenti donne e bambini e forse addirittura diplomatici europei. La notte precedente l’operazione si tiene una riunione segreta a casa di Begin, immobilizzato nel suo letto a causa di una malattia. Nessuno può garantire che Olympia colpirà esclusivamente attivisti palestinesi. La possibile presenza di civili alla manifestazione non è certa ma neanche da escludere. Alla fine Begin decide di annullare l’operazione graziando così Arafat e tutto il suo Stato Maggiore.

Ai festeggiamenti palestinesi non parteciparono nè civili nè diplomatici. Il Libano verrà invaso sei mesi dopo in seguito all’operazione “Pace in Galilea” avvenuta come ritorsione all’attentato contro l’ambasciatore israeliano a Londra. L’occupazione del Libano durerà fino al 2000 lasciandosi dietro una dolorosa scia di lutti e danni per tutte le parti in causa.

Gli sciiti di allora, fra i principali avversari dell’Olp e fra i maggiori collaboratori con gli israeliani, fonderanno in seguito l’organizzazione paramilitare Hezbollah, acerrimo nemico di Israele e il principale destabilizzatore del Paese dei Cedri.

In Medio Oriente niente è più ingannevole dell’apparenza e niente è più incerto dei piani geopolitici a breve, media e lunga distanza.

C’era una volta il cinema (egiziano)

סרט ערבי

Fine anni ’70, in Israele esiste ancora un unico canale televisivo, ed ogni venerdì pomeriggio viene trasmesso in lingua originale un film proveniente dal più acerrimo nemico del momento: l’Egitto. Un’inesplicabile contraddizione? No, solo uno dei tanti tasselli del variegato caleidoscopio che è la società israeliana.

L’idea di proiettare dei film provenienti dai paesi arabi era nata per meri motivi propagandistici.  Avvicinare la popolazione araba residente in Israele, ma non solo, alla TV israeliana con lo scopo di farli rimanere incollati al piccolo schermo e guardare il TG israeliano in lingua araba trasmesso immediatamente dopo il film.

Ma inaspettatamente quella che doveva essere un’operazione di propaganda diventa un fatto di costume. Il film arabo del venerdì non viene visionato solo dagli arabi o dagli ebrei provenienti  da quei paesi, ma diventa una specie di rito collettivo al quale partecipa in gran numero anche la componente ashkenazita del paese. In un’intervista di qualche anno fa, l’attore e regista Assi Dayan, figlio del celeberrimo Moshe Dayan, raccontò di come suo padre pretendesse di non essere assolutamente disturbato durante la proiezione del film, arrivando addirittura a rifiutare le telefonate di Golda Meier e altre personalità politiche e militari israeliane.

Le ragioni di un tale successo furono svariate: i film arabi, soprattutto quelli egiziani, portavano all’estremo le sensazioni e le emozioni. Gli amori, i tradimenti, le ingiustizie sociali, tutto veniva descritto con tonalità così forti che era impossibile non immedesimarvi. I film descrivevano una società borghese, aperta, colta, per certi versi più evoluta e disinvolta di quella israeliana.  Così disinvolta che le scene di sesso e i baci appassionati venivano sensibilmente ridotti, un bacio non poteva durare più di tre secondi, una scena di sesso non più di quattro. Inoltre venivano completamente tagliate tutte le scene palesemente anti israeliane o peggio antisemite.

Ma attraverso quali canali questi film riuscivano ad attraversare la frontiera di due paesi constantemente in stato di guerra? In effetti era una specie di giro dell’oca, le pizze dall’Egitto arrivavano in Giordania da dove, attraverso il varco commerciale del ponte di Allenby, venivano trasferite e proiettate nei cinema di Gerusalemme est per poi essere rimandate al mittente percorrendo il senso inverso.

Ma nel periodo di sosta nella città santa, i filmati passavano un paio di giorni negli studi televisivi israeliani dove venivano riversati su delle videocassette. Una volta accortisi delle proiezioni illegali dei propri film in territorio nemico gli egiziani cercarono di capire attraverso quali intermediari i film passavano, seppur per poco tempo, in mani indesiderate. Per far ciò escogitarono un semplice ma ingegnoso sistema: di volta in volta, ad intervalli regolari, venivano incise sui fotogrammi della pellicola delle lettere o dei segni in modo da risalire facilmente al distributore a cui era stata consegnata la copia.

Il rito del venerdì pomeriggio divenne così una specie di armistizio culturale fra due mondi in definitiva più vicini di quello che gli israeliani volessero ammettere a loro stessi. Fu anche una finestra aperta sul mondo arabo, un modo diretto per conoscere la sua musica, il suo umorismo, le sue passioni.

La trasmissione del film arabo del venerdì fu sospesa durante il periodo della prima Intifada, nel 1987, ma il vero colpo di grazia lo diedero la nascita delle tv private via cavo, che aumentarono in modo esponenziale il numero dei canali a disposizione dell’utente israeliano.  Dal 2016 i film sono rientrati i maniera fissa nel palinsesto televisivo.

Nel frattempo le cose si sono evolute in maniera vertiginosa, Israele si è evoluto in campo culturale ed economico, mentre il mondo arabo non ha tenuto il passo con la modernizzazione richiudendosi su se stesso e diventando prigioniero di un oltranzismo religioso poco tollerante ai cambiamenti.

L’Egitto non è più un nemico, e neanche la Giordania. Un israeliano può entrare in Marocco nonostante non ci siano rapporti diplomatici ufficiali, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno da poco firmato degli accordi di pace e normalizzazione. La musica, la letteratura e la cultura araba in generale sono di casa in Israele e di conseguenza il film del venerdì pomeriggio ha perso il suo alone di fascino ed esotismo.

Capitana coraggiosa

L’ho scritto già diverse volte, ma penso che sia sempre molto difficile per chi non abiti o abbia abitato in Israele capire quale veicolo sociale sia l’esercito. Zahal, l’acronimo in ebraico di Esercito di difesa israeliano, è ancora uno dei principali punti di aggregazione del paese, farne parte è visto come un merito e non come una punizione. Quella che da fuori è percepita come una macchina da guerra in realtà è un fattore fondamentale nella crescita dell’israeliano medio, e Adas Daniel, l’eroina di questa storia è un’ulteriore dimostrazione di come determinazione, coraggio e forza di volontà possano cambiare un destino a prima vista già segnato.

Adas (Mirto in ebraico) è l’esempio vivente della complessità del caleidoscopio israeliano. Sua madre è un’etiope di fede ebraica, suo padre è un beduino musulmano, a 12 anni Adas lascia la città natale di Ofakim ed insieme alla madre e alla sorella maggiore si trasferisce nel villaggio beduino di Rahat, non lontano da Beer Sheva.  La distanza geografica è di poche decine di chilometri, ma il cambiamento di usi e costumi è scioccante. La ragazza scopre che il padre, nonostante la legge israeliana lo proibisca, ha più mogli e tutti abitano nelle stesse palazzine.

In pieno periodo adolescenziale la ragazza deve cambiare completamente le sue abitudini, comincia a vestirsi con abiti tradizionali e capisce molto presto che il suo ruolo nella società dove vive è relegato all’aiuto domestico. Nonostante continui a rimanere attaccata alle tradizioni ebraiche, inevitabilmente l’Islam entra di prepotenza nella sua vita. Si arriva a situazioni assurde per le quali Adas dovrà digiunare sia durante il periodo del Ramadan musulmano sia nella ricorrenza del Yom Kippur ebraico.

Il primo grande colpo di scena avviene quando la ragazza ha 15 anni e si fanno avanti le prime proposte di matrimonio. Adas e la sorella maggiore decidono a questo punto di cambiare aria e cominciano a pianificare una fuga da una realtà ormai insopportabile. Gli ostacoli sono enormi, le ragazze non hanno mai avuto la possibilità di muoversi liberamente, e anche acquistare un biglietto del bus diventa un’impresa, semplicemente non lo hanno mai fatto. Dopo notti di preparazioni e pianificazioni alla fine le sorelle prendono un treno per arrivare il più lontano possibile, destinazione la città di Kiriat Shmonà, situata a pochi chilometri dal confine col Libano. Alla fine optano per una soluzione più pratica, scendono all’ultima fermata della linea ferroviaria che porta al nord ed arrivano a Naharia, anche questa una città vicino al paese dei cedri.

La sensazione dell’improvvisa libertà è inebriante, affittano un appartamento, vedono per la prima volta il mare, ma bastano solo 4 giorni prima che i parenti della famiglia scoprano la loro nuova dimora. Il battibecco che si sviluppa sul pianerottolo insospettisce i vicini (in Israele nessuno si fa mai i fatti suoi) che chiamano la polizia, la quale affida le ragazze ai servizi sociali della città. Aviva, la sorella maggiore di Adas è ormai maggiorenne e decide di lasciare la città e trasferirsi altrove, mentre Adas viene data in affidamento ad una famiglia locale. Ci vorranno altri due anni prima che la ragazza possa rivedere la madre, dopo che quest’ultima decide di separarsi dal marito.

Uno degli obiettivi di Adas è quello di arruolarsi nell’esercito, lo vuole sia per cambiare completamente il suo stile di vita, sia per onorare la memoria di un suo fratellastro ventenne morto durante il servizio militare. I beduini possono arruolarsi nell’IDF come volontari. E qui viene fuori la straordinaria determinazione di questa ragazza: l’esercito la vorrebbe esonerare, ma la testardaggine del futuro ufficiale ha la meglio e poco prima del suo 20simo compleanno riesce finalmente ad arruolarsi.

In questi ultimi sette anni Adas ha fatto carriera, è diventata capitano ed ha un incarico di grande responsabilità considerato Top Secret. Per i suoi meriti ha ricevuto un’onoreficenza dal Capo di Stato Maggiore. Adas abita attualmente, insieme al suo fidanzato, in un kibbutz a pochi chilometri dalla striscia di Gaza e a meno di mezz’ora di macchina dal villaggio del padre col quale ha reciso completamente i contatti. Dal giorno della sua fuga Adas non ha più rimesso piede a Rahat, non sa quali possano essere le possibili reazioni del ramo beduino della sua famiglia e preferisce non rischiare.

Nella sua complessità, origini etiopi, cultura beduina, religione ebraica, influenza musulmana, vita laica, Adas non è affatto un’eccezione per chi vive in Israele. E’ semplicemente un ulteriore tassello di uno straordinario mosaico che non finirà mai di stupirmi per la sua bellezza e la sua varietà di colori.

Accordo Emirati-Israele. Luci ed ombre.

 

Il clamoroso e sorprendente annuncio di giovedì scorso riguardo il processo di normalizzazione fra Israele ed Emirati Arabi Uniti ha lasciato completamente spiazzati tutti i commentatori politici israeliani, dimostrando una volta di più le innate e indiscusse doti politice e diplomatiche di Netanyahu. Gli spunti di riflessioni e di commento che un passo del genere implicano sono così numerosi che per il momento mi limiterò ad accennarli a sommi capi riservandomi la facoltà di approfondire parte delle tematiche in seguito.

L’esistenza di rapporti economici e politici già esistenti fra Israele ed EAU non erano un segreto per nessuno. L’interscambio economico fra i due paesi è di circa un miliardo di USD, più di quello fra Israele ed Egitto, un paese quest’ultimo, con il quale Israele ha firmato un accordo di pace nel 1981. La normalizzazioneha  trasformato un rapporto clandestino in una storia d’amore alla luce del sole, gli amanti si sono stufati di nascondersi ed ora cominciano a pensare seriamente ad un matrimonio.

I continui mutamenti geo politici nella zona stanno creando nuove alleanze e rivoluzionando i vecchi schemi. In questo contesto i palestinesi potrebbero pagare un prezzo molto alto, ed è fondamentale per loro cercare di ricalcolare il percorso e stabilire criteri e priorità diverse. Abu Mazen non è in grado di traghettare il suo popolo verso lidi sicuri, e si dovrà aspettare una nuova leadership. Per il momento le reazioni sono scontate: condanna totale e molta frustrazione. Sono già diversi anni che i palestinesi hanno perso la loro centralità nel mondo arabo, e la tragedia di Beirut non ha fatto che piazzarli in fondo alla classifica di chi soffre di più.

Sempre rimanendo nel campo dei nuovi equilibri regionali, si sta delineando sembre più distintamente un nuovo asse politico composto da paesi arabi moderati (Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Oman) e Israele. Questa nuova coalizione è il risultato della politica estera Usa che a quanto pare ha deciso di abbandonare il Medio Oriente.

Gli EAU hanno giustificato l’accordo di normalizzazione col fatto di aver bloccato la tanto temuta annessione della Cisgiordania da parte di Israele. Netanyahu ha affermato che per il momento l’annessione è solo congelata, ma rimane una sua priorità. Esattamente come i palestinesi, anche i coloni si sentono traditi, chiaramente da Bibi.

Non solo l’Iran ha gridato al tradimento, e questo era scontato, ma anche la Turchia si è pronunciata assolutamente contro gli accordi, minacciando il ritiro unilaterale del proprio ambasciatore da Abu Dhabi, paradossalmente Israele per il momento non si trova nel mirino diplomatico di Erdogan.

Trump cercherà di capitalizzare al massimo questo accordo organizzando entro qualche settimana una sfarzosa cerimonia alla casa Bianca. E’ la sua occasione per dimostrare i suoi successi in politica estera, fallimentari sino ad ora se si pensa al flop con la Corea del Nord. Nel caso che la normalizzazione arrivasse ad un vero e proprio accordo di pace, Donald passerebbe alla storia come il terzo Presidente Usa, dopo Carter e Clinton,  che è riuscito a stilare un accordo fra Israele e un paese arabo.

Per Bibi un accordo del genere lo porterebbe allo stesso livello di Beghin e Rabin, sicuramente un risultato di tutto rispetto. Netanyahu deve decidere se questo importante traguardo raggiunto sia sufficiente per sciogliere l’attuale governo e portare il paese a nuove elezioni o vada tenuto da parte per periodi più critici.

Anticipare le elezioni in questo momento rappresentano un grosso azzardo, l’economia sta attraversando una grave crisi con il 25% di disoccupazione, e il Corona virus ha raggiunto livelli molto critici. Con i suoi 1700 casi giornalieri Israele è il paese con il numero di contagi pro capite più alto al mondo.

Bibi non ama giocare d’azzardo, probabilmente cercherà di sfruttare questo grosso risultato diplomatico per strappare nuove concessioni dai suoi principali alleati di governo, il partito blu e bianco di Benny Gantz. Quest’ultimo si è rivelato molto deludente come personalità politica, e sue ulteriori rinunce nei confronti di Bibi costituirebbero un vero e proprio suicidio politico.

Come ho già scritto in diverse occasioni tutte le decisioni di Netanyahu sono sempre motivate dai suoi guai giudiziari. Da Gennaio il processo nei suoi confronti dovrebbe portarlo nelle aule giudiziarie tre volte alla settimana, un ritmo impossibile per un primo ministro israeliano.

Se il bilancio dello stato non venisse approvato entro il 24 agosto le camere verrebbero sciolte automaticamente. E’ questa la prossima scadenza da tenere d’occhio. La risposta a questo cruciale quesito si trova in Balfour street, dove si trova la residenza ufficiale del Premier israeliano.

Un treno carico di ovetti Kinder

Se Oskar Schindler è stato l’indimenticabile protagonista di uno splendido film e innumerevoli strade sono a lui dedicate, che cosa bisognerebbe fare ad un altro personaggio capace di salvare non le 1.200 persone della celeberrima Schindler List, ma ben oltre 12.000 bambini destinati allo sterminio nazista? Ma questi sono gli autentici scherzi del destino, la differenza fra la celebrità e l’oblio è legata ad un film, un libro, un’apparizione in tv, e non necessariamente al lavoro svolto.

Wilfrid Israel, il personaggio di oggi, è per tutti un perfetto sconosciuto, ma è senza dubbio uno dei protagonisti indiscussi di una straordinaria operazione di salvataggio che verrà ricordata come il “Kindertransport”, un’iniziativa che si svolse tra il dicembre 1938 e il maggio 1940:  il Regno Unito accolse quasi 10.000 minori non accompagnati, prevalentemente ebrei, provenienti dalla Germania nazista e dai territori occupati di Austria, Cecoslovacchia e Danzica, sistemandoli presso famiglie affidatarie, ostelli e fattorie.

Wilfrid è un ebreo tedesco proveniente da una ricca famiglia. Oltre a possedere innumerevoli immobili e varie attività commerciali, è il proprietario del maggior emporio di Berlino, un grande magazzino così fornito che era abitualmente frequentato dai più noti gerarchi nazisti, che ben si guardavano dal saldare i loro conti perennemente aperti.

Siamo negli anni ’30, il nazismo comincia a far paura ma la maggior parte dei tedeschi, e anche del mondo, non è in grado nemmeno di percepire la tragedia che da lì a pochi anni coinvolgerà tutta la loro esistenza. Quando la pressione verso gli ebrei comincia a diventare sempre più insostenibile Wilfrid si vede costretto a liquidare le sue proprietà e si trasferisce in Inghilterra, essendo in possesso della cittadinanza britannica. Ma prima di abbandonare il paese riesce a procurarsi documenti e permessi di espatrio per aiutare i dipendenti ebrei delle sue attività.

In questo modo Wilfrid si rende conto di quanto diventino vantaggiosi e utili i rapporti che ha costruito nel tempo con la burocrazia tedesca. La notte dei cristalli è il catalizzatore che apre gli occhi all’opinione pubblica mondiale che per la prima volta si rende conto della ferocia del disegno nazista. In un primo momento l’ebraismo mondiale chiede alla Gran Bretagna di permettere l’espatrio verso la Palestina (allora sotto il controllo britannico) di 10.000 bambini, ma gli inglesi temono le reazioni arabe e preferiscono aprire le loro frontiere ad un’operazione che per la sua complessità non ha probabilmente eguali nella storia moderna.

Il kindertransport fu di fatto un’enorme “ponte ferroviario” che permise il trasferimento di oltre 12.000 bambini, ebrei e non ariani, da territori e paesi già sotto la dominazione nazista verso famiglie affidatarie inglesi che si volontarizzarono per l’accoglienza e il loro inserimento. L’intera operazione durò due anni, se da un lato salvò questa cifra eccezionale, dall’altro significò il distacco doloroso e per la maggior parte definitivo fra i bambini e le loro famiglie biologiche.

Non ci sono prove certe che Wilfrid Israel fosse l’ideatore dell’iniziativa, ma sicuramente ne fu uno dei promotori principali.  Perennemente alla ricerca di nuove vie utili alla salvezza dell’ebraismo europeo, Wilfrid morirà nel 1943 durante un volo che da Lisbona lo avrebbe dovuto riportare in Inghilterrà. Ad abbatterlo fu uno stormo di aerei della Luftwaffe che probabilmente pensavano che a bordo ci fosse Churchill.

Nel corso della sua giovinezza Wilfrid Israel aveva fatto parte di un movimento giovanile sionista, il Werkleute (traducibile con i lavoratori), troppo impegnato a seguire gli affari di famiglia prima e la salvezza del suo popolo poi, non li seguirà nella costruzione del kibbutz Hazorea. Una storia a parte dalle quale è stato prodotto un documentario enormemente interessante.

Fu amico intimo di Einstein e Ghandi.

Uno dei partecipanti al Kindertransport, Tommi Spenser, arrivato in Inghilterra dalla Cecoslovacchia all’età di 12 anni, si laureerà in medicina e negli anni ’60 si trasferirà in Israele dove trascorrerà la maggior parte della sua vita professionale nel mio kibbutz situato nell’Alta Galilea. Lo ricorderò sempre come una persona squisita, colto, arguto e appassionato musicista.

“Chi salva una vita e come se salvasse il mondo intero” recita il Talmud, una frase estremamente significativa per concludere questo incredibile racconto.

FALAFEL DAY

 

Si è concluso qualche giorno fa, e più esattamente il 12 giugno, il Falafel day, avvenimento che inspiegabilmente non ha ricevuto la copertura mediatica che meriterebbe. In Italia queste polpette di ceci (o fave) fritte nell’olio sono poco conosciute e, lasciatemelo dire, anche non tanto buone, in Israele invece sono uno dei capisaldi dello street food del paese.

Ancora oggi è indubbia l’origine certa dei falafel. C’è chi sostiene che abbiano origine nel lontano Egitto. La base tipica erano i fagioli (l’etimologia della parola, infatti, è “con molti fagioli”), scendendo nello specifico una delle teorie più accreditate parla di una pietanza tipica dei Copti, i cristiani indigeni dell’Egitto, che li mangiavano nei periodi di astinenza dalla carne, come durante la Quaresima per esempio. Un altra teoria parla di un’origine decisamente più orientale, l’India, dove molti tipi di legumi vengono fatti friggere.

In ogni caso i falafel egiziani sono costituiti principalmente da fave unite con diverse spezie. Nel loro procedere verso il levante, le fave sono state sostituite dai ceci mettendo così pianta stabile nella zona medio orientale.

Mentre per quasi tutti i paesi della zona i falafel sono rimasti una specie di stuzzichino, in Israele hanno subito un vero e proprio aggiornamento e costituiscono tranquillamente un pasto. La rivoluzione israeliana ruota attorno alla pitta, un pane circolare cavo all’interno, che è il contenitore base di tutti i street food israeliani. Grazie a questo particolare tipo di pane è possibile accompagnare le palline di ceci con una sterminata serie di contorni: pomodori, melanzane, lattuga, cipolle, ecc. senza dimenticarsi di aggiungere anche la thina, una salsa a base di sesamo che aggiunge un ulteriore tocco di esotismo orientale.

I falafel vanno mangiati appena fritti, è in quel momento che raccolgono al loro interno il massimo della fragranza e del sapore. Bisogna anche cercare di trovare la pitta della giusta consistenza, abbastanza spessa da non disintegrarsi durante la consumazione impedendo così la fuoriuscita delle numerose componenti pigiate all’interno della stessa.

Per la sua composizione rappresenta la soluzione perfetta per accontentare praticamente tutti i gusti: è economico, vegano, ricco di proteine, insomma un piatto unico che alla fine ti lascia sazio e rasserenato. E’ umanamente possibile stabilire quale sia il miglior falafel in Israele, dovete rassegnarvi e provare i più quotati per arrivare a poter stilare la vostra personale graduatoria. Nel corso di questa stancante ma indispensabile ricerca vi accorgerete che nonostante la giovane età, Israele ha indubbie radici aristocratiche, visto che moltissimi baracchini portano con orgoglio sulla loro insegna il titolo di “Re del falafel”

BUON APPETITO!!!