Come costruire una nazione da zero

Quasi tutti conoscono la figura di Arik Sharon, soldato, generale, ministro della difesa e primo ministro d’Israele. Pochissimi sanno invece che Arik aveva un suo ononimo Arieh Sharon, architetto e responsabile in buona parte del progetto programmatico che influisce ancora oggi il panorama e la collocazione di molte città e cittadine israeliane, soprattutto nel sud.

Nato in Polonia, Arieh arriva in Israele, allora Palestina, nel 1920 e si unisce con un altro gruppo di ragazzi per fare parte del kibbutz Gan Shmuel. Nel kibbutz comincia a lavorare come apicoltore e lì, osservando l’organizzazione così efficiente degli alveari, arriverà a sviluppare i concetti che lo accompagneranno durante tutta la sua carriera di architetto: semplicità, praticità, economia e sviluppo della vita comunitaria. In fin dei conti per un architetto sono concetti facili da trasformare in cose reali, chissà cosa sarebbe successo se invece di lavorare come apicoltore avesse lavorato in una stalla!

Sharon, non ancora architetto, lascia il kibbutz nel 1926, ma fa in tempo a progettare la sala da pranzo di Gan Shmuel. Il mestiere lo imparerà a Dessau, una città tedesca dove opera una scuola di arte, design e architettura universalmente conosciuta col nome di Bauhaus. I concetti base di una scuola per i tempi all’avanguardia erano il funzionalismo e il razionalismo. Sharon ci aggiungerà del suo aggiungendo la sua personale visione ispirata e influenzata dalla sua precedente esperienza di apicoltore: edifici che oltre ad essere funzionali fossero anche estetici, economici e mirati a inserirsi in un contesto più sociale che urbano. Un alveare insomma.

Ritornato nella Palestina mandataria Sharon si unisce ad un gruppo di giovani architetti, tutti laureati o influenzati dalla nuova scuola tedesca. Sono gli uomini giusti, nel posto giusto al momento giusto. Fra il 1930 e il 1939 emigrarono in Palestina qualcosa come 60.000 ebrei tedeschi. Arrivati più per necessità che per idealismo gli “Yeekim”, il soprannome che venne loro affibbiato, si portarono dietro gusti e capitali che cambiarono radicalmente lo spirito e il carattere architettonico di Tel Aviv. In quel periodo vennero costruiti circa 5.000 edifici di quello che andrebbe chiamato lo stile internazionale e che darà a Tel Aviv il titolo di “città bianca”. Una concentrazione così grande di edifici di tale fatta tanto da meritarsi il titolo di Patrimonio Mondiale dell’Umanità nel 2003.

Ma torniamo al nostro Arieh, che da giovane ma sconosciuto architetto si è ormai fatto un nome, col progetto dei kibbutzim urbani per esempio. Ma la sua fama deriverà da un progetto che rimarrà scolpito nella storia del paesaggio urbano israeliano come “piano Sharon”. Qui non si tratta di progettare una decina di palazzi, un quartiere o una città interà. Ben gurion ha in serbo per lui un progetto molto piò ambizioso, quasi utopistico. Progettare la struttura paesaggistica  di tutta Israele! Seppure faraonico il progetto non intimorisce più di tanto Sharon che, circondanto da una squadra di giovani architetti, comincia a sviluppare le prime linee portanti dell’intero programma.

Il concetto principale è quello che considera l’interesse pubblico più importante di quello privato, quindi disperdere quanto più possibile la popolazione e favorire l’agricoltura per garantire il possesso di quanto più terreno possibile. Questa visione del progetto porterà a creare decine di piccoli centri abitati nel sud del paese, una vera e propria tabula rasa dove i piani di Sharon si possono esprimere al meglio. Le polverose città di Ashdod, Ashkelon, e Beer Sheva assumono un carattere più moderno. Centinaia di migliaia di nuovi immigrati vengono sparpagliati nelle zone più sperdute e meno popolate del Neghev e di altre zone praticamente desertiche. Vengono costruiti dei centri abitati ancora privi di una solida struttura economica e produttiva lungo la “via della fame” una zona dove gli inglesi avevano assunto la popolazione beduina dandogli lavori organizzati soprattutto per fornirgli dei mezzi di sostentamento. La paga infatti veniva data in farina.

Questi piccoli centri abitati sono dei satelliti intorno a una cittadina di medie proporzione che è responsabile di fornire servizi più avanzati che sarebbero antieconomici nei paesini limitrofi. Ma il progetto non avanza come si sperava, e per sostenere economicamente i nuovi immigrati ecco che il governo israeliano torna ai vecchi sistemi inglesi: lavori pubblici senza una vera e propria giustificazione economica. Il più diffuso è il rimboschimento e la creazione di nuove foreste, un’occupazione semplice che non richiede grandi professionalità ma che ha bisogno di molta mano d’opera. In questo periodo verranno piantati un milione di alberi!

Già nel ’52 Sharon abbandona l’ambizioso progetto, le pressioni e le ingerenze politiche sono insopportabili per un architetto che guarda al suo progetto come ad un opera da realizzare sul lungo termine. Non basta costruire nuovi appartamenti se non si creano contemporaneamente zone industriali che possano garantire il sostentamento della popolazione. E’ una condanna alla povertà perpetua. Questo sarà il punto debole del progetto Sharon, la velocità con la quale bisogna costruire nuovi alloggi per le masse immigratorie supera di molto il ritmo con il quale si riesce a soddisfare la necessita occupazionale. Il trasferimento forzato in zone desertiche e mal servite di centinaia di migliaia di persone e la frustrazione che ne seguirà, saranno il carburante con il quale nasceranno i vari focolai di protesta e malcontento che in definitiva causeranno la grande svolta politica del 1977. Una svolta epicale che influenza ancora oggi la società israeliana.

Povere api, che amara fine hanno fatto, altro che latte e miele.

 

 

 

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La guerra è l’oppio dei popoli

E’ l’inverno del 1917, il corpo d’armata inglese si sta dirigendo verso Gerusalemme passando prima per il deserto del Sinai, Beer Sheva e Gaza. A prima vista una marcia senza grandi ostacoli, ma i difensori turchi si rivelano un osso molto più duro del previsto. Dopo l’inizio disastroso di una campagna militare considerata da tutti una prassi d’archiviare velocemente, il comando delle operazioni passa al Generale Edmund Allenby, famoso soprattutto per le numerose vie in suo onore che si trovano in tutte le città israeliane.

La spina dorsale delle forze armate di sua Maestà Britannica è composta dall’ANZAC, acronimo di Australian and New Zealand Army Corp, le stesse forze che saranno decimate nella battaglia di Gallipoli. Vista l’impasse militare e la difficoltà o l’incapacità delle forze britanniche di conquistare le due città che impediscono la marcia verso il nord si comincia a pensare a qualche via originale per superare l’ostacolo. In italiano si dice pensare fuori dagli schemi, in Israele pensare fuori dalla scatola, ma il significato è identico.

E’ questo il momento in cui entra in campo Richard Meinertzhagen, un ufficiale dotato di quel miscuglio di creatività e originalità che riusciranno vincenti nella conquista della posta in campo. Meinertzhagen è un ufficiale del servizio informazioni , ha combattuto in Birmania, Kenia, SudAfrica ed Africa orientale e non è certo un pivellino. L’ufficiale inglese decide di cambiare strategia: se non è possibile conquistare Beer Sheva con la forza la prenderemo con l’inganno.

In definitiva il piano è di una semplicità elementare, si tratta di perdere “casualmente”, a pochi passi da una pattuglia nemica, una borsa contenente false informazioni sui piani degli inglesi. In questo caso si tratta di indurre a credere  ai turchi che su Gaza verrà sferrato un ulteriore attaco mentre le reali intenzioni sono quelle di sfondare le difese di Beer Sheva. Nonostante l’esca sia messa a bella posta, il nemico si ostina a non trovarla e quindi a non abboccare. Solo nel terzo tentativo, eseguito personalmente dall’ufficiale inglese, le false informazioni arrivano a destinazione, convincendo i difensori a schierare le proprie truppe di conseguenza.

Ma anche così Beer Sheva si rivelò un osso duro, a sconvolgere le carte e ribaltare la situazione ci pensò la brigata leggera di cavalleri costituita dal corpo dell’ANZAC. Avvolti da una nuvola di polvere e supportati da una buona dose di fortuna i cavalleggeri australiani sfondarono le linee nemiche senza affrontare quasi nessuna resistenza. Gli storici definiranno questa “l’ultima grande carica di cavalleria della storia”, d’altra parte i carri armati erano già entrati in azione e sostituiranno in breve un modo di combattere forse romantico e bello da vedere, ma certamente obsoleto e inutile.

Non contento della riuscita realizzazione dei falsi piani d’attacco, Meinertzhagen continua a escogitare nuove ed originali metodi d’azione. Nel corso di vari interrogatori svoltisi coi prigionieri turchi catturati, viene a conoscenza della mancanza cronica di sigarette nel campo nemico. Meinertzhagen rifornisce Gaza di sigarette attraverso veri e propri bombardamenti aerei, ma due giorni prima dell’attacco finale nelle sigarette verrà introdotta una quantità di oppio sufficiente a rendere i difensori poco reattivi.

La conquista del roccaforti meridionali della Palestina apriranno le porte alla conquista del resto del paese. L’undici dicembre del 1917 il generale inglese entrerà a Gerusalemme a piedi e non inforcando il suo cavallo in segno di rispetto verso la città santa.

Per il suo contributo alla fine del potere ottomano in Erez Israel, anche se poco conosciuti, esistono diversi monumenti in loro onore. Il più famoso si trova nella foresta di Be’eri, nel sud d’Israele, ma ne esistono anche a Beer Sheva stessa ed in altre parti del paese.

Nell’ottobre del 2017, cento anni dopo la famosa battaglia, 120 cavallerizzi, in parte nipoti dei soldati di allora, ricostruirono l’evento con una carica simile a quella di allora. I caduti dell’ANZAC  sepolti in Erez Israel si trovano in diversi cimiteri di guerra inglesi: Gerusalemme, Haifa, Ramle, Beer Sheva e Gaza. Per la maggior parte  degli israeliani l’ANZAC non ha nessuna importanza ne significato, ma per australiani e neozelandesi l’epopea di questo corpo è ancora viva, ed ogni anno, il 25 di aprile, viene celebrato un giorno in loro onore.

Ricordarli, seppure in maniera così superficiale, mi sembra un atto più che dovuto.

Brutto ma bello

ברוטליזם

 

Immagino che la maggior parte dei lettori sappia cosa sia lo stile internazionale erroneamente definito come Bauhaus. Tel Aviv è la città che più di ogni altra rappresenta questo tipo di architettura e racchiude in un perimetro relativamente stretto migliaia di case costruite secondo questo stile razionale e funzionale. Proprio per questa così alta concentrazione di questi edifici Tel Aviv è stata definita la “città bianca” e gode del titolo di “patrimonio dell’umanità” rilasciato dall’Unesco.

Ma sono sicuro che molti meno lettori siano a conoscenza del fatto che esista in Israele un’altra città che racchiude al suo interno un’altra grande concentrazione di edifici costruiti secondo dettami architettonici che la rendano altrettanto speciale anche se meno attraente, almeno a prima vista. La città in questione è Beer Sheva, non solo la capitale del Neghev ma anche quella del Brutalismo. Continua a leggere