Florentin. La capitale degli Hipster

 

A Tel Aviv le cose cambiano continuamente, e le cose che scrivo oggi magari non saranno più rilevanti fra qualche anno, questo è il motivo per il quale conviene il più presto possibile correre a visitare il quartiere più trendy della città bianca: Florentin.

Florentin è considerata la capitale degli Hipster israeliana, un misto di cultura alternativa, stile di vita, bar, gallerie d’arte, musica underground ma soprattutto moltissimi murales. Come quasi tutti i quartieri di Tel aviv, anche Florentin ha conosciuto alti e bassi. Costruito alla fine degli anni ’20 dall’architetto Shlomo (Salomon) Florentin, da qui il nome, era stato concepito come un quartiere per la piccola borghesia. Greci (Salonicchesi soprattutto), turchi, bucharim, bulgari, ungheresi e polacchi formavano il nerbo della zona. Il commercio era basato su piccoli artigiani, officine e piccole imprese industriali.

Da questo crogiolo di etnie è facile capire quanto fosse ricco lo scambio multi etnico del quartiere, ma anche le tensioni che erano inevitabili in una zona dove troppe culture e mentalità si dovevano frequentare quotidianamente. Lentamente, ma inesorabilmente, il quartiere entrò in uno stato di degrado che ne sminuì la vivibilità, incoraggiando i più agiati dal punto di vista economico a spostarsi verso quartieri residenziali più tranquilli e prestigiosi.

Da qui l’inizio di una spirale discendente tipica di Tel Aviv, così come di tantissime altre metropoli. Rimasti soltanto i meno abbienti Florentin divenne il simbolo di una zona poco attraente, pericolosa e con un alto tasso di microcriminalità, almeno per gli standard israeliani. E quando si tocca il fondo è il momento dal quale tutto non può che migliorare. Gli affitti decisamente bassi di una quartiere così poco sexy trascinarono una miriade di studenti ad abitare nella zona. Da lì la spirale cominciò a diventare ascendente, improvvisamente spuntarono bar, ristoranti, piccole gallerie d’arte alternativa, correnti musicali, praticamente tutto ciò che poteva interessare la gioventù della città.

Ma il fascino di Florentin è costituito perlopiù da un misto di vecchio e nuovo raro nelle altre parti della città bianca. Florentin è un quartiere dove la metà della popolazione e formata da giovani che convivono con ciò che resta del quartiere originario in perfetta simbiosi. Il quartiere non è bello da vedere, molte delle costruzioni sono fatiscenti e prive di qualsiasi valore artistico, ma l’energia che sprigiona da chi ci abita non ha eguali in città.

Due sono i fattori fondamentali che hanno contribuito a trasformare e recuperare quello che era un quartiere degradato e prossimo al tracollo. Un progetto comunale che ha investito molti fondi per il recupero della zona ma anche una fortunata serie televisiva israeliana che ha funzionato da detonatore, trascinandovi la parte giovane del paese che ha trasformato così il quartiere nel centro della movida cittadina.

Uno dei punti di forza di Florentin sono gli innumerevoli murales (qui si chiamano graffiti) che decorano il quartiere. In Israele non esiste una solida cultura underground, motivo per cui le variopinte opere d’arte che adornano i muri fatiscenti del quartiere sono divenuti un polo d’attrazione turistico. In effetti Florentin è praticamente un’immensa galleria d’arte contemporanea dove le esposizioni cambiano giornalmente. Il disegno ammirato ieri forse non ci sarà più fra qualche mese. Visto dall’alto il quartiere sembra un’isola atipica: un miscuglio di stradine e vicoli composto soprattutto da edifici di 2-3 piani completamente circondato dalle torri avveniristiche che spuntano ormai quotidianamente in città.

Paradossalmente il successo del recupero del quartiere ne segnerà presto o tardi la sua fine. Florentin è ormai diventato un boccone troppo ghiotto per il mercato immobiliare, e anche qui spunteranno nuovi palazzi che ne stravolgeranno completamente il suo carattere.

Parafrasando una frase della Bibbia, anche Tel Aviv è “un paese che divora i suoi abitanti”, (numeri 13-32), ragion per cui non bisogna perdere tempo, a Tel Aviv anche il tempo è prezioso, e il Carpe diem qui è una parola d’ordine.

Una vigna nel cuore di Tel Aviv

 

Correva l’anno 1905,  e Aron Shlush, un ricco commerciante che ha investito anche nell’acquisto di terreni al di fuori di Jaffo, ha un problema urgente da risolvere. Ha acquista dei terreni denominati “miri” che secondo la legislazione ottomana in vigore, possono essere confiscati dal Sultano se lasciati incolti per più di tre anni. Shlush è lungimirante e sa che presto o tardi quei terreni saranno trasformati in lotti edificabili e non vuole farsi sfuggire l’occasione. Ma, come ho appena scritto, prima bisogna risolvere il problema agricolo, la soluzione che verrà adottata alla fine sarà quella di piantarci sopra delle vigne, e di assumere un paio di braccianti yemeniti sia come addetti alla cura delle viti ma anche come guardiani dell’appezzamento per far si che non venga danneggiato.

Comincia così, con questo stratagemma a metà fra la leggenda e la realtà, la storia di uno dei quartieri più pittoreschi ma meno visitati di Tel Aviv: il “Kerem haTeimanim”, letteralmente la vigna dei Yemeniti. Nonostante si trovi in una posizione strategica, praticamente a stretto contatto di gomito con il Shuk haCarmel, la “vigna” è famosa solo di nome, pochissimi israeliani che non abitino nella città bianca passano qualche minuti del loro tempo a bighellonare lungo i vicoli del quartiere. Per non parlare delle frotte di turisti che percorrendo la meravigliosa passeggiata della città si lasciano scappare questo piccolo gioiellino che si trova a cinque minuti a piedi dal mare.

Fino agli anni ’20 del secolo scorso il Kerem non era altro che una baraccopoli, e per molto tempo si è portato dietro la nomea di essere una delle zone più degradate della città. Ma anche questo quartiere, come il Florentin per esempio, è risolto dalle sue ceneri grazie al processo di “gentrificazione“, molto frequente a Tel Aviv. Da quando una popolazione giovanile si è impossessata del quartiere la zona è cambiata radicalmente, sono sorti locali, bar e in generale tutto il quartiere risulta molto più ben curato di una volta.

Il Kerem ha un grande pregio, ed è quello di non essere stato stravolto dalle speculazioni edilizie, le case sono basse, così come erano state progettate, la maggior parte è dotata di piccoli cortili interni, dove si svolgeva la maggior parte della vita del nucleo familiare. Le stradine sono strette e non vale la pena di cercare di attraversare il quartiere con una macchina, neanche i mezzi pubblici lo possono percorrere. E’ obbligatorio passeggiarci a piedi, trovando ad ogni dove quei piccoli angoli che lo rendono così speciale. Per anni era stato considerato uno dei punti di riferimento di tutta quella musica etnica che raccoglie molte melodie orientali ed è stata snobbata per decenni dalle radio nazionali perchè ritenute troppo povere di contenuto.

Adesso la musica “misrahit”, questo il suo appellativo, è ormai di casa dappertutto ed è diventata il padrone incontrastato di tutti gli avvenimenti canori. Ed è proprio fra questi vicoli che si è sviluppata la cultura delle “haflot”, improvvisazioni musicali dove partecipava tutto il quartiere. Le occasioni non mancavano: matrimoni, compleanni, ricorrenze religiose. Qualsiasi avvenimento gioioso era una scusa sufficiente per organizzare degli spettacoli improvvisati. Un’abitudine locale sviluppatasi poi sul piano nazionale.

Pur essendo un quartiere relativamente piccolo, il Kerem ha moltissime sinagoghe, ventiquattro per l’esattezza, quasi tutte irriconoscibili dall’esterno. Un numero così grande non fa che rafforzare una famosa battuta dell’umorismo ebraico: in ogni quartiere frequentato da ebrei ci sono sempre due sinagoghe, una da frequentare e l’altra dove non metterci mai piede.

La zona della vigna si trova al centro di un dei più grandi triangoli socioculturali che Tel Aviv possa offrire: il quartiere stesso, Carmel Market e Levinsky Market. Se vogliamo farlo diventare un quadrilatero non basta che aggiungerci la strada pedonale di Nahalat Byniamin dove si svolge due volte la settimana un mercatino di artigianato. Vogliamo ingrandirlo ancora di più e farlo diventare un pentagono? Non basta che prolungare il percorso fino al Rotschild boulevard, il punto massimo di espressione del “funzionalismo architettonico” legata al Bahaus, la famosa scuola di architettura, arte e design tedesca.

A mio avviso è questa la vera bellezza di Tel Aviv, tanti piccoli angoli nascosti ai più. Bisogna dimenticare per qualche ora la movida e il mare per essere attirati da posti nascosti pieni di storia e di storie. Un vero archivio vivente dei primi decenni di Tel Aviv, la città senza pausa.

Un angolo di Maine

 

american colony

Se c’è una cosa che mi  piace sempre fare quando giro per città più o meno sconosciute è quella di uscire dai soliti tragitti e lasciarsi guidare dal caso, se non proprio perdersi almeno andare alla ricerca di vie non ancora battute, magari dietro l’angolo, ma non per questo meno nuove e affascinanti.

E proprio perchè è così facile andare persi e scoprire nuovi angoli di città dove pensavi di aver già visto proprio tutto che mi arrabbio sempre quando i miei amici affermano con orgoglio di conoscere città come Tel Aviv a menadito per il semplice fatto di passarci qualche giorno praticamente ogni anno.

Ma anche la giovane Tel Aviv coi suoi soli 107 anni di storia ha ancora moltissime storie da raccontare e angoli da scoprire, e se il nome del reverendo George Jones Adams è completamente sconosciuto ai più è semplicemente perchè nessuno di questi navigati conoscitori della “città senza sosta” non si è mai presa la briga di fare quattro passi più in là della rinnovata stazione ferroviaria ottomana, uno dei posti più modaioli della città. A poco meno di duecento metri in linea d’aria si potrà fare conoscenza con un dei suoi angoli più nascosti e per questo così magici: la colonia americana. Continua a leggere

Si prega di toccare

nalaga'at

 

Se penso ai cambiamenti che si sono evoluti nella società occidentale negli ultimi decenni rispetto ai vari portatori di handicap bisogna ammettere che sono stati fatti dei grossi passi avanti. Lentamente ma quasi inesorabilmente si sono aperti spazi e opportunità che fino a poco tempo fa erano impensabili. Sicuramente c’è ancora moltissimo da fare ma la società civile è diventata molto più empatica e disponibile a trovare e proporre nuove strade e nuove opportunità. Ma al di là delle soluzioni ormai codificate da ministeri e associazioni varie c’è sempre spazio per idee nuove e rivoluzionarie legate a iniziative di singole persone che hanno il vantaggio di affrontare il problema da un angolazione diversa dal normale e di poter pensare fuori dagli schemi. Questo è sicuramente il caso del centro Nalaga’at (Si prega di toccare) una realtà che racchiude un teatro, un caffè ed un ristorante, il tutto attivato e gestito da ciechi e sordomuti. Continua a leggere

Un kibbutz in citta’

_MG_0071_wa[2]

Per chi se lo fosse già dimenticato più di sei anni fà e per l’esattezza durante l’estate 2011, sembrava che Israele fosse prossima ad un ribaltamento sociale mai visto prima. Migliaia di giovani invasero il centro di Tel Aviv per protestare contro il caro vita e in particolar modo sui costi proibitivi degli alloggi sia in affitto sia di proprietà. Per Israele sei anni è un lasso di tempo molto lungo e nel frattempo la protesta si è affievolita ed i mass media hanno altro a cui pensare. Ciò non significa che i problemi siano stati risolti, tutt’altro. Continua a leggere

Servizio escluso

Cameriera_TLV-391x260[1]

Molte cose si possono dire sulla gioventù israeliana, ma non che siano dei fannulloni o dei choosy (Fornero docet), anzi, è vero il contrario. Molti giovani cominciano a lavorare part time, soprattutto nei mesi estivi, già durante le ultime classi del liceo, e la stragrande maggioranza degli studenti universitari durante tutto il periodo degli studi. Continua a leggere

Il tesoro dei Templari

Jaffa_Oranges[1]

Una leggenda metropolitana (che, come vedremo, tanto leggenda poi non è), ha portato rispettabili storici, giornalisti, ma anche faccendieri, a impegnarsi per decenni per riportare alla luce uno dei tanti piccoli segreti che avvolgono Tel Aviv e dintorni: il tesoro dei Templari. Continua a leggere