L’esame di coscienza

C’è gran fermento all’interno del movimento dei kibbutzim. La segreteria della federazione che raggruppa più di 270 villaggi collettivi, ha dato ufficialmente il via ad un reclutamento generale per impedire o ostacolare la decisione del Governo Netanyahu di espellere decine di migliaia di profughi e immigranti clandestini presenti in Israele e provenienti per lo più dall’Eritrea e dalla regione del Darfur nel Sudan.

I kibbutzim si stanno organizzando su diversi fronti: raccolta di viveri di prima necessità, accoglienza di piccoli gruppi ed assunzione nel campo lavorativo. Inoltre si sta lavorando per creare una struttura di adozione parziale destinata ad una fascia di età particolarmente sensibile. Si tratta di ragazzi nati, cresciuti ed educati in Israele che diventati ormai maggiorenni sono anche loro passibili della possibile espulsione.

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Finlandia e grande fratello

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Come per ogni altro paese anche Israele ha i suoi posti sconosciuti non solo al turista medio ma anche alla maggior parte degli israeliani abituati al solito tran tran quotidiano. Tenendo conto che il paese è grande più o meno come la Lombardia è impressionante non solo la quantità di questi piccoli angoli nascosti qui e là, ma soprattutto le storie appassionanti e certe volte assurde che le accompagnano. Prendiamo per esempio il caso di Yad ha Shmona, il primo e unico kibbutz finlandese al mondo. Continua a leggere

L’isola che c’è

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Col concludersi di questo 2015 si sono sprecati gli articoli riassuntivi alla ricerca dell’uomo dell’anno, la foto dell’anno e via discorrendo. Non voglio entrare anch’io in queste innumerevoli e molte volte inutili classifiche per non correre il rischio di diventare banale o stravagante pur di scrivere qualcosa di strampalato ma originale. Preferisco pubblicare questo breve filmato del movimento kibbutzistico che riassume in poche ma significative cifre la forza e la qualità di questo straordinario esperimento umano che continua ininterrotto dal 1909 a cercare una via alternativa. Il filmato è molto roseo e forse un pò ingenuo ma rispecchia abbastanza fedelmente lo spaccato di questa realtà così strana e per molti versi incomprensibile, un’isola solitaria che secondo tutti i calcoli non dovrebbe esistere e invece c’è. Continua a leggere

Compagno direttore

manager

 

Un articolo pubblicato qualche giorno fa sul quotidiano Yedioth haAhronot è completamente dedicato al mio Kibbutz. A parte il titolo un pò pomposo “Non vogliamo una Jaguar vicino parcheggiata vicino casa”, diverse inesattezze e la descrizione leggermente edulcorata della nostra situazione e del nostro passato prossimo e remoto, l’articolo affronta uno dei nodi cruciali della differenza fra il successo e l’insucesso economico e sociale dei kibbutzim. Quali sono i fattori che possono stimolare una piccola comunità di 200-250 membri a dare il meglio di se stessi per favorire il benessere e la prosperità di tutta la comunità? Quale modello imprenditoriale va adottato per motivare il singolo a sforzarsi più del necessario sapendo che il suo ulteriore sforzo non verrà assolutamente retribuito economicamente? Continua a leggere

E’ pronto in tavola

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Colgo l’occasione della pubblicazione di un paio di articoli sul cibo servito nelle mense dei kibbutzim, Hadar Ochel in ebraico, per scendere da un discorso più generale nel particolare del mio kibbutz e delle prodezze culinarie di Cesare, il nostro Chef, che giorno dopo giorno combatte la sua guerra quotidiana contro uno degli stereotipi più duri a morire nell’immaginario collettivo israeliano: nei kibbutzim si mangia male. La lotta di Cesare è ancora più impari visto che i suoi clienti sono praticamente i padroni del locale e si sento dunque autorizzati a criticare a prescindere le sue prodezze culinarie.  Continua a leggere

Nevica governo ladro

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Come al solito non siamo mai contenti di niente. Fino all’altro ieri ci si lamentava di come ancora non fosse piovuto abbastanza nella nostra zona da sempre una delle piu’ piovose del paese. E come mai l’abbondante nevicata promessaci dalle previsioni meteo si era rivelata per noi una misera spolverata? Continua a leggere

Il tredicesimo anno

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La maggior parte dei ragazzi israeliani è consapevole che al termine dei 12 anni di studio regolari, a 18 anni, il prossimo passo da compiere è quello del servizio militare obbligatorio della durata di tre anni per gli uomini e di due per le donne. Esiste però la possibilità di rimandare l’arruolamento di un anno, lavorando in una delle varie organizzazioni che si occupano di volontariato civile a favore degli strati meno abbienti e più problematici della società israeliana. Continua a leggere