Cretesi ma non cretini

 

“Poi Abimelec con Picol, capo del suo esercito, si levò e se ne tornarono nel paese dei filistei. E Abramo dimorò molto tempo nel paese dei filistei”. Genesi 21, 32-34.

Questo breve versetto della Bibbia è la prima volta nel quale viene menzionato il popolo dei filistei, un’entità ancora oggi parzialmente misteriosa. Un popolo che diede tanti grattacapi al popolo israelita sia nel periodo dei Giudici che in quello dei Re. Ma chi erano realmente questi fantomatici e misteriosi filistei? Che vestigia ci hanno lasciato? E soprattutto, si trovano ancora fra di noi? Continua a leggere

Alla polvere ritornerai.

כנרת

Girare per Israele è sempre edificante e stimolante. Per scoprire qualcosa di diverso e poco frequentato, ma originale al tempo spesso, bisogna uscire fuori dagli schemi e dallo scontato. E allora perchè invece di concentrarci sulle bellezze naturali, il fascino delle città, la storia o l’archeologia e le tantissime altre cose che offre il paese non pensiamo a visitare qualcosa di veramente differente e speciale? I cimiteri per esempio.

Penso ai cimiteri  che fanno parte di una doverosa tappa nelle visite classiche di Gerusalemme:  il cimitero ebraico del monte degli olivi vecchio oltre 2000 anni con al suo interno oltre 76000 lapidi, o il cimitero militare sul monte Herzl dove sono racchiuse le spoglie di numerose alte cariche dello stato.  Nei pressi del kibbutz Sde Boker, in pieno deserto ci sono le lapidi solitarie di David Ben Gurion, fondatore dello stato d’Israele, e di sua moglie Pola (Paula).

Ma per scoprire veramente l’altra Israele bisogna uscire fuori dagli schemi e girare in lungo e in largo la nazione per scoprire curiosità veramente affascinanti. Eccovi alcuni assaggi:

Tel Hai. Il cimitero dei membri dell’Hashomer, il primo nucleo di autodifesa ebraica organizzata. Nati come alternativa alle guardie arabe destinate a sorvegliare le mandrie e le coltivazioni dei contadini ebrei, gli shomrim si comportavano similmente. Si vestivano come arabi, cavalcavano come provetti beduini, e mangiavano i loro stessi cibi, tutto con un perfetto accento russo. Dall’Hashomer nacque poi l’Haganà, l’embrione del futuro esercito israeliano. Il cimitero si trova all’estremo nord del paese, a pochi passi dal Libano, famosa è la scultura che lo adorna: un leone ruggente, opera dell’artista Avraham Malnikov.

Kvutzat Kineret. A pochissimi metri da Degania, il primo kibbutz in assoluto. E’ il cimitero della nomenklatura operaia. Quasi tutta l’èlite proletaria, socialista e ideologica è sepolta là. Nomi come Katzinelson, Borochov, la poetessa Rachel, la cantautrice Noemi Shemer. Sono sepolte anche salme di un gruppo di yemeniti e di Tel Avivensi espulsi dalla città durante la prima guerra mondiale. Due avvenimenti che meriterebbero delle storie a parte.

I cimiteri di guerra inglesi. I più famosi sono tre: Ramle, Haifa e Gerusalemme. Può sembrare strano, ma vista la grandezza dell’Impero Britannico e il grande numero di caduti sparsi per il mondo, era consuetudine inglese seppellire i propri morti nei vari teatri di guerra e non nei propri paesi di origine. Al di là del senso estetico e di calma che caratterizzano questi particolari camposanti la loro notorietà è dovuta ad una ragione molto più triviale. A Ramle per esempio è sepolto il numero di matricola 5251351, deceduto all’età di 19 anni e 10 mesi, soldato semplice del Worcestershire Rgt. Niente di speciale direte voi, e in effetti avreste ragione a non stupirvi più di tanto, senonchè il nome di questo sfortunato milite è identico ad uno dei più fortunati maghetti della letteratura moderna: Harry Potter. Un altro clamoroso caso di omonomia l’abbiamo a Gerusalemme dove giace il numero di matricola 213706 morto all’età di 41 anni, l’autista William Shakespeare.

I mausolei Bahai. Il più famoso è quello di Haifa, dove riposano le spoglie del Bab,  fondatore del bábismo e precursore di Bahá’u’lláh creatore della religione bahai. La sua spettacolare posizione e la sua particolare architettura ne fanno uno dei simboli della seconda città portuale israeliana. Meno conosciuto, ma molto più importante è invece il mausoleo del  Bahá’u’lláh, situate nei giardini Bahim di Acco. Il posto più sacro per i seguaci della più recente religione monoteistica mondiale.

La tomba di Oscar Schindler.  Si trova a Gerusalemme, nel piccolo cimitero francescano cattolico, che si trova vicino al sito della Dormizione di Maria sul monte Sion. La stessa tomba compare nelle ultime sequenze a colori del film Schindler’s List , quando i veri ebrei superstiti, ormai anziani, vengono accompagnati dagli attori a deporre un sasso sulla lapide, tipica tradizione tutt’ora in uso nei cimiteri ebraici. L’epitaffio sulla lapide recita la scritta Giusto tra i giusti in ebraico e l’indimenticabile salvatore di 1200 ebrei perseguitati, in tedesco.

 

La lista è chiaramente molto più lunga, e lega a doppio filo la storia e le tradizioni di questo straordinario paese. Penso al cimitero di guerra di Usfia, dove riposano le salme di 90 soldati israeliani di fede drusa, una minima parte delle centinaia morte per questa nazione, o alle tombe dei vari “giusti” sparse per il paese, rabbini e personaggi di spicco dell’ebraismo tutt’ora venerati dai loro fedeli.

In Israele non esiste quasi la cremazione, e da noi, come i diamanti, una tomba è per sempre. All’ombra dei cipressi gli ebrei aspettano la venuta del Messia e del giudizio universale, per giungere alla definitiva redenzione. Nel frattempo io mi sono preparato da molto tempo il luogo dove finalmente potrò riposarmi, si trova nel posto più bello d’Israele: una collina dalla quale si può ammirare una fantastica veduta del mio kibbutz. E che la terra mi sia lieve.

 

Per chi arriva la prima volta in Israele, sicuramente una delle prime cose che saltano all’occhio sono le migliaia di soldati di leva che girano normalmente con un mitra sottobraccio fra gli sguardi indifferenti dei passanti. E’ molto difficile spiegare a chi è a digiuno delle norme di comportamento della società israeliana quale ruolo ricopra l’esercito nel contesto nazionale.

Ma questo io posso capirlo benissimo. Ai miei tempi (spero di non essere troppo patetico), anta e passa anni fa, quando in Italia la naja era ancora obbligatoria, chi si faceva incastrare era considerato un autentico sfigato. essere arruolato significava non avere gli agganci, le protezioni e le giuste conoscenze, non dico per farsi esonerare completamente, ma almeno per imboscarsi vicino a casa.

In Israele, almeno per ora, è l’esatto contrario. Arruolarsi e far parte dell’IDF è motivo di orgoglio e di prestigio. Una cosa ancora più inconcepibile se teniamo conto che la leva obbligatoria dura tre anni per i ragazzi e due per le femmine. Il ruolo e l’influenza dell’esercito israeliano sono così grandi che necessitano un post a parte, che prima o poi scriverò.

Ma il post di oggi è la dimostrazione più lampante di quanto sia importante far parte, seppure in maniera limitata, di un apparato che riesce ancora a raggiungere percentuali di consenso a livello nord coreano fra la popolazione israeliana. L’82% della popolazione è convinta che l’esercito sia l’istituzione più credibile, lasciando staccatissimi il potere giudiziario (58%), la polizia (53%) e il governo (40%), per non parlare dei politici sui quali stendo un pietoso velo.

Probabilmente Zahal è uno dei pochi eserciti al mondo che abbia messo in piedi un programma per integrare nelle proprie file disabili afflitti dalla sindrome di Down e patologie similari. E’ chiaro che un progetto del genere non ha lo scopo di forgiare nuovi combattenti da impiegare al fronte. L’obiettivo è molto più profondo ed è un ulteriore dimostrazione di quanto ancora l’IDF faccia molto di più del dovuto per integrare nei propri ranghi fasce della popolazione che in teoria non avrebbero avuto nessuna chance.

Il programma, oltre ad aumentare l’autostima  dei candidati si preoccupa anche di sensibilizzare, attraverso i militari che vengono a contatto in maniera diretta con dei soldati diversi ma uguali, l’opinione pubblica e facilitare i partecipanti al progetto “in uniforne siamo uguali” ad inserirsi nel mondo del lavoro.

Chiaramente è un programma che non è adatto per tutti e ci sono diverse tappe da affrontare prima di concludere tutto il percorso previsto. Fra i requisiti necessari ci sono un’età compresa fra i 20 e 27 anni, un’autonomia sufficiente a muoversi in maniera indipendente, essere in grado di viaggiare sui mezzi pubblici, usare un telefonino ed avere la capacità di intrattenere dei rapporti personali basilari.

In cambio le unità considerate adatte ad integrare nelle proprie fila questa popolazione disabile, si impegnano a coinvolgergli in incarichi significativi e all’altezza delle loro capacità. Ogni disabile viene seguito da una specie di soldato mentore che ha passato uno speciale corso per essere in grado di acquisire gli strumenti necessari per affrontare una situazione del genere.

Le varie tappe da attraversare prima di essere arruolati e considerati militari a tutti gli effetti comprendono un periodo di volontariato in una base logistica dell’esercito e un breve periodo di addestramento nella Gadnà, un corpo paramilitare che fornisce una prima infarinatura del comportamento da seguire in un apparato basato su gerarchie, simboli, gradi, armi, uniformi e comportamenti disciplinari assolutamente estranei alle nuove reclute. Come ogni altro gruppo ristretto, anche l’esercito ha tutto un mondo di sigle, modi di dire e comportamenti che si possono apprendere solo sul campo.

Il servizio militare vero e proprio dura un anno, durante il quale vengono appresi anche maniere comportamentali che saranno utili nella vita civile: cautela nelle strade, trasporto pubblico, rispetto della privacy, rapporti di amicizia, educazione sessuale e miglioramento della condizione fisica attraverso lo sport e tutta una serie di attività, come la discesa in corda doppia, che costituiscono una serie di “sfide” personali per poter dimostrare prima di tutto a se stessi che molti ostacoli che sembravano insormontabili non sono poi così ostici.

Una volta terminato tutto il percorso compreso il servizio militare vero e proprio c’è anche l’oppurtunità di continuare a rimanere nei ranghi dell’esercito, questa volta come dipendente civile del Ministero della Difesa israeliano. Il progetto è stato ideato nel 2005, ed è diventato operativo nel 2009, da allora sono decine il numero di disabili che partecipando al programma “in uniforme siamo uguali” hanno fatto un piccolo passo in più per rendere in definitiva più agevole l’inserimento nella società esterna che, inevitabilmente, prova una certa ritrosia a confrontarsi coi diversi.

Immagino che chi non è a contatto con la società israeliana possa non identificarsi con iniziative del genere, il solo fatto di vedere così tanti ragazzi armati in giro per il paese crea a molti un senso di una paese estremamente militarizzato, completamente in antitesi col tranquillo mondo occidentale. Ma questa è la realtà israeliana, e ben vengano iniziative del genere che non fanno che aggiungere un senso di aggregazione a ragazzi che altrimenti vivrebbero ai margini della società.

Una vigna nel cuore di Tel Aviv

 

Correva l’anno 1905,  e Aron Shlush, un ricco commerciante che ha investito anche nell’acquisto di terreni al di fuori di Jaffo, ha un problema urgente da risolvere. Ha acquista dei terreni denominati “miri” che secondo la legislazione ottomana in vigore, possono essere confiscati dal Sultano se lasciati incolti per più di tre anni. Shlush è lungimirante e sa che presto o tardi quei terreni saranno trasformati in lotti edificabili e non vuole farsi sfuggire l’occasione. Ma, come ho appena scritto, prima bisogna risolvere il problema agricolo, la soluzione che verrà adottata alla fine sarà quella di piantarci sopra delle vigne, e di assumere un paio di braccianti yemeniti sia come addetti alla cura delle viti ma anche come guardiani dell’appezzamento per far si che non venga danneggiato.

Comincia così, con questo stratagemma a metà fra la leggenda e la realtà, la storia di uno dei quartieri più pittoreschi ma meno visitati di Tel Aviv: il “Kerem haTeimanim”, letteralmente la vigna dei Yemeniti. Nonostante si trovi in una posizione strategica, praticamente a stretto contatto di gomito con il Shuk haCarmel, la “vigna” è famosa solo di nome, pochissimi israeliani che non abitino nella città bianca passano qualche minuti del loro tempo a bighellonare lungo i vicoli del quartiere. Per non parlare delle frotte di turisti che percorrendo la meravigliosa passeggiata della città si lasciano scappare questo piccolo gioiellino che si trova a cinque minuti a piedi dal mare.

Fino agli anni ’20 del secolo scorso il Kerem non era altro che una baraccopoli, e per molto tempo si è portato dietro la nomea di essere una delle zone più degradate della città. Ma anche questo quartiere, come il Florentin per esempio, è risolto dalle sue ceneri grazie al processo di “gentrificazione“, molto frequente a Tel Aviv. Da quando una popolazione giovanile si è impossessata del quartiere la zona è cambiata radicalmente, sono sorti locali, bar e in generale tutto il quartiere risulta molto più ben curato di una volta.

Il Kerem ha un grande pregio, ed è quello di non essere stato stravolto dalle speculazioni edilizie, le case sono basse, così come erano state progettate, la maggior parte è dotata di piccoli cortili interni, dove si svolgeva la maggior parte della vita del nucleo familiare. Le stradine sono strette e non vale la pena di cercare di attraversare il quartiere con una macchina, neanche i mezzi pubblici lo possono percorrere. E’ obbligatorio passeggiarci a piedi, trovando ad ogni dove quei piccoli angoli che lo rendono così speciale. Per anni era stato considerato uno dei punti di riferimento di tutta quella musica etnica che raccoglie molte melodie orientali ed è stata snobbata per decenni dalle radio nazionali perchè ritenute troppo povere di contenuto.

Adesso la musica “misrahit”, questo il suo appellativo, è ormai di casa dappertutto ed è diventata il padrone incontrastato di tutti gli avvenimenti canori. Ed è proprio fra questi vicoli che si è sviluppata la cultura delle “haflot”, improvvisazioni musicali dove partecipava tutto il quartiere. Le occasioni non mancavano: matrimoni, compleanni, ricorrenze religiose. Qualsiasi avvenimento gioioso era una scusa sufficiente per organizzare degli spettacoli improvvisati. Un’abitudine locale sviluppatasi poi sul piano nazionale.

Pur essendo un quartiere relativamente piccolo, il Kerem ha moltissime sinagoghe, ventiquattro per l’esattezza, quasi tutte irriconoscibili dall’esterno. Un numero così grande non fa che rafforzare una famosa battuta dell’umorismo ebraico: in ogni quartiere frequentato da ebrei ci sono sempre due sinagoghe, una da frequentare e l’altra dove non metterci mai piede.

La zona della vigna si trova al centro di un dei più grandi triangoli socioculturali che Tel Aviv possa offrire: il quartiere stesso, Carmel Market e Levinsky Market. Se vogliamo farlo diventare un quadrilatero non basta che aggiungerci la strada pedonale di Nahalat Byniamin dove si svolge due volte la settimana un mercatino di artigianato. Vogliamo ingrandirlo ancora di più e farlo diventare un pentagono? Non basta che prolungare il percorso fino al Rotschild boulevard, il punto massimo di espressione del “funzionalismo architettonico” legata al Bahaus, la famosa scuola di architettura, arte e design tedesca.

A mio avviso è questa la vera bellezza di Tel Aviv, tanti piccoli angoli nascosti ai più. Bisogna dimenticare per qualche ora la movida e il mare per essere attirati da posti nascosti pieni di storia e di storie. Un vero archivio vivente dei primi decenni di Tel Aviv, la città senza pausa.

Non solo il museo d’Israele

 

Ciao a tutti!!! Per farmi venire un’idea decente su cui scrivere qualcosa di veramente interessante certe volte posso rimuginare settimane finchè non mi si accende la classica lampadina. E visto che il mio blog si chiama “l’altra Israele” mi sento praticamente obbligato a puntare i riflettori su posti, avvenimenti, personaggi e tanto altro ancora che generalmente è a conoscenza di pochi.

Questa volta la scelta è caduta sui musei in Israele, ma quando scrivo di musei chiaramente non intendo prendere in considerazione quelli ormai di dominio pubblico e conosciuti da tutti. Il museo d’Israele, il Beit haTfuzot (in rifacimento), il museo di Tel Aviv e similari. Sarebbe troppo facile e troppo scontato.

Vi ho preparato quindi una lista di 11 musei sparsi un pò dappertutto e per lo piu insoliti. Il dodicesimo che ho aggiunto è un piccolo omaggio ai miei vicini di Bar Am e del piccolo ma grande gioiellino che si trova al loro interno. Cominciamo coi musei nascosti di Gerusalemme.

Museo dei paesi biblici o Bible lands museum. (Gerusalemme)

Attaccato al più noto museo d’Israele questo piccolo museo è considerato l’unico al mondo dedicato alla geografia del vicino oriente secondo i testi biblici. Al suo interno c’è una bellissima esposizione archeologica permanente delle più antiche civiltà bibliche, dai loro albori fino alla nascita e all’espandersi del Monoteismo. Bello, interessante e pure gratuito.

Museo dell’arte islamica (Gerusalemme)

Fondato nel 1974, raccoglie al suo interno una delle più importanti collezioni di arte islamica provenienti da paesi come Egitto, Siria, Iraq, Iran, Turchia, Afghanistan, India e Spagna. Fra i vari reperti si possono trovare pagine miniate del Corano, utensili quotidiani che rappresentano lo stile e il carattere dell’arte islamica. A suo tempo il museo ebbe una certa risonanza mediatica per un famoso furto compiuto al suo interno. A pagamento.

Rockfeller Museum (Gerusalemme)

La collezione si trova all’interno di un bellissimo palazzo costruito negli anni ’30 durante il Mandato Britannico. Il museo si trova a Gerusalemme est, la parte araba della città, e più precisamente di fronte alla porta di Erode, anzi la porta dei fiori, o è quella di Santo Stefano? Insomma arrangiatevi da soli! Attualmente è una succursale del più famoso museo d’Israele e racchiude al suo interno tutti i reperti archeologici scoperti nella Palestina Mandatoria fino al 1948. E’ un concentrato di archeologia, arte, storia e architettura. Da vedere fra l’altro alcuni pannelli in legno della moschea di el Aqsa, le architravi che si trovavano all’ingresso del Santo Sepolcro e dei straordinari ambienti in stucco del palazzo omayde di Hisham che si trova a Gerico. Da non perdere. L’ingresso è a pagamento, non è aperto tutto il giorno tutti i giorni, ma ne vale veramente la pena. Soprattutto se vi siete beccati una giornata particolarmente piovosa.

Museo di Masada (Masada)

Generalmente,  quando la maggior parte dei visitatori arriva ai piedi dell’altopiano non vede l’ora di vedere i resti della fortezza di Erode il Grande. Dopo un paio d’ore di visita ben esposti al calore del deserto, l’ultima cosa che passa in testa ad un essere vivente degno di questo nome sarebbe quello di visitare il museo che si trova dirimpetto all’ingresso principale. Gravissimo errore, il museo di Masada riesce a raccontare nei minimi particolari tutto il dramma del tragico epilogo della grande rivolta ebraica scoppiata nel 66 d.c. e terminata con la presa di Gerusalemme nel 70 d.c.. Masada cadrà 3-4 anni più tardi, e la ricostruzione degli ultimi avvenimenti della rivolta è così particolareggiata che fra i reperti riportati alla luce sono emerse anche la busta paga di un legionario romano a cui era stato detratto il costo di un paio di sandali da lui acquistati. Affascinante e anche provvisto di aria condizionata, una combinazione vincente. A pagamento.

Il museo del Palmach (Tel Aviv)

Palmach (Plugot Mahaz) è l’acronimo di “compagnie d’assalto”, la forza d’elite dell'”haganà”, la forza paramilitare dalla quale nascerà poi l’esercito israeliano. Chiamarle forza d’elite è minimalistico, poichè il Palmach forgiò un’intera generazione di intellettuali, artisti e politici che influenzarono in maniera fondamentale la società israeliana. Ma tutto questo è materiale sufficiente per un altro blog. Il museo si basa un filmato multi mediale che racconta la nascita e lo sviluppo di queste unità fino al loro scioglimento avvenuto con la creazione dell’esercito. Gli avvenimenti  del Palmach sono raccontati attraverso gli occhi e le parole di un gruppo di giovani israeliani appena arruolatisi. tutto questo accompagnato da filmati e reperti dell’epoca. A pagamento.

Il museo di storia naturale (Tel Aviv)

I vostri pargoletti sono particolarmenti noiosi per non dire “rompi”? Volete passare un paio d’ore in maniera alternativa in un ambiente naturale? Correte immediatamente a visitarlo. Aperto da poco è stato concepito in un percorso affascinante e stimolante, non solo per i bambini ma anche per noi adulti che abbiamo perso da tempo il contatto con la natura. Entrate nel sito ufficiale e ne rimarrete conquistati. Consigliatissimo. A pagamento.

Museo dei mezzi corrazzati (Latrun)

Situato più o meno a metà strada fra Gerusalemme e Tel Aviv, il museo si trova all’interno di quella che fu una delle roccaforti inglesi passate poi sotto il dominio arabo nel ’48. Latrun fu teatro di sanguinose battaglie condotte dalle forze armate israeliane nel tentativo di conquistare un punto strategico che dominava la strada principale per Gerusalemme ponendola praticamente sotto assedio visto che i rifornimenti dovevano passare in quella zona. Sono esposti più di 110 veicoli corrazzati, fra cui un carro “tigre” tedesco arrivato poi in Siria e l’unico T 72 attualmente esposto al pubblico. Latrun è una delle più grandi esposizioni di mezzi blindati al mondo. Vale la pena di visitare l’omonimo monastero trappista situato dall’altra parte della strada dove i monaci sono votati al silenzio. Nei mitici anni ’70 era l’unico posto in Israele dove si potesse trovare del Marsala all’uovo. Ancora oggi esiste un piccolo negozio dove vengono venduti i vini locali.

Museo dell’areonautica militare israeliana (Hatzerim)

Situato a pochi minuti da Be’er Sheva, il museo espone oltre 100 aerei usati o catturati dall’aviazione israeliana, compresi alcuni Mig. Il più famoso è un Mig 21 consegnato da un pilota cristiano maronita allora in forza all’aviazione Iraqena. L'”Operazione Diamante” fece allora molto scalpore poiche il Mig “1 era considerato per l’epoca il più avanzato velivolo sovietico, e nonostante gli innumerevoli sforzi di tutti i servizi dell’intelligence occidentale, nessuno sapeva esattamente in che cosa consistesse. Tutti a parte il Mossad chiaramente. Le malelingue sostengono che le soldatesse che fungono da guide per i visitatori, siano le più belle di tutto l’esercito. Ma se non ci hanno arruolato mia figlia vuol dire che la diceria è palesemente falsa. Vale la pena di visitare il museo solo per questo.

Il museo nazionale marittimo (Haifa)

Pieno di reperti marini, comprende al suo interno una serie di esposizioni permanenti molto interessanti. A pagamento. Ancora a Haifa si trova il museo della marina militare e dell’immigrazione clandestina, anche lui molto interessante seppure un pù maltenuto (a pagamento).

Hecht Museum (Università di Haifa)

Una piccola perla situata in un posto più che strategico. Dal grattacielo dell’Università si può godere di un panorama mozzafiato sul porto sottostante, ma se soffrite di vertigini basta sedersi sul piccolo prato dove si trovano i piccoli posti di ristoro per gli studenti perennemente affamati. A qualche km di distanza si trova la cittadina drusa di Daliat El Carmel, piena di negozi, bancarelle e ristoranti. Assolutamente proibito attravesare il paese il Sabato, quando orde di israeliani occupano ogni cm quadrato disponibile, è un deliberato tentativo di suicidio e io non ne rispondo personalmente. Il museo si basa principalmente su una collezione privata donata dal Dr. Robert Hecht e successivamente arrichita da ulteriori donazioni. Semplice ma bello. Un must per chi si trovi in zona.

Il museo della cultura Filistea (Ashdod)

L’unico museo al mondo che si occupi interamente di un popolo famoso soprattutto per le storie bibliche, Golia per esempio, ma di fatto poco conosciuto. La Bibbia ce li presenta come un nemico crudele, oppressivo, duro e aggressivo. Ma cosa sappiamo veramente di loro? Chi erano? Da dove vengono e perché? Come erano le loro città, case e templi? Come vivevano?Come sono stati sepolti? E dove andò questa gente quando sono scomparsi? Grazie ai primi grandi scavi archeologici avviati nella regione a partire dal XIX è possibile illustrare meglio la vita del nostro nemico per antonomasia. Giusto per una precisazione storica: non esiste alcun legame fra Filistei e Palestina, ma questa è veramente un’altra storia. La foto di questo post è uno delle rarissime immagini esistenti di un ferocissimo guerriero filisteo.

Museo Bar David (kibbutz Bar Am)

Un piccolo ma interessantissimo museo nato dalla donazione della collezione di Moshe Bar David, appassionato collezionista di arte Judaica. Da questo primo nucleo, che resta il cuore del museo, si è sviluppata una raccolta di arte israeliana contemporanea. Pieno di attività educative e di continue nuove esposizioni, il Bar David è la prova vivente che l’arte può vivere dapperttutto, anche a due passi dal Libano. A pagamento.

Ma i veri musei, quelli più autentici e personali sono le nostre case e nostri ricordi. Provate a rovistare nei vostri cassetti e troverete senz’altro le madeleines più originali della vostra vita, Proust docet.

 

 

 

 

Come costruire una nazione da zero

Quasi tutti conoscono la figura di Arik Sharon, soldato, generale, ministro della difesa e primo ministro d’Israele. Pochissimi sanno invece che Arik aveva un suo ononimo Arieh Sharon, architetto e responsabile in buona parte del progetto programmatico che influisce ancora oggi il panorama e la collocazione di molte città e cittadine israeliane, soprattutto nel sud.

Nato in Polonia, Arieh arriva in Israele, allora Palestina, nel 1920 e si unisce con un altro gruppo di ragazzi per fare parte del kibbutz Gan Shmuel. Nel kibbutz comincia a lavorare come apicoltore e lì, osservando l’organizzazione così efficiente degli alveari, arriverà a sviluppare i concetti che lo accompagneranno durante tutta la sua carriera di architetto: semplicità, praticità, economia e sviluppo della vita comunitaria. In fin dei conti per un architetto sono concetti facili da trasformare in cose reali, chissà cosa sarebbe successo se invece di lavorare come apicoltore avesse lavorato in una stalla!

Sharon, non ancora architetto, lascia il kibbutz nel 1926, ma fa in tempo a progettare la sala da pranzo di Gan Shmuel. Il mestiere lo imparerà a Dessau, una città tedesca dove opera una scuola di arte, design e architettura universalmente conosciuta col nome di Bauhaus. I concetti base di una scuola per i tempi all’avanguardia erano il funzionalismo e il razionalismo. Sharon ci aggiungerà del suo aggiungendo la sua personale visione ispirata e influenzata dalla sua precedente esperienza di apicoltore: edifici che oltre ad essere funzionali fossero anche estetici, economici e mirati a inserirsi in un contesto più sociale che urbano. Un alveare insomma.

Ritornato nella Palestina mandataria Sharon si unisce ad un gruppo di giovani architetti, tutti laureati o influenzati dalla nuova scuola tedesca. Sono gli uomini giusti, nel posto giusto al momento giusto. Fra il 1930 e il 1939 emigrarono in Palestina qualcosa come 60.000 ebrei tedeschi. Arrivati più per necessità che per idealismo gli “Yeekim”, il soprannome che venne loro affibbiato, si portarono dietro gusti e capitali che cambiarono radicalmente lo spirito e il carattere architettonico di Tel Aviv. In quel periodo vennero costruiti circa 5.000 edifici di quello che andrebbe chiamato lo stile internazionale e che darà a Tel Aviv il titolo di “città bianca”. Una concentrazione così grande di edifici di tale fatta tanto da meritarsi il titolo di Patrimonio Mondiale dell’Umanità nel 2003.

Ma torniamo al nostro Arieh, che da giovane ma sconosciuto architetto si è ormai fatto un nome, col progetto dei kibbutzim urbani per esempio. Ma la sua fama deriverà da un progetto che rimarrà scolpito nella storia del paesaggio urbano israeliano come “piano Sharon”. Qui non si tratta di progettare una decina di palazzi, un quartiere o una città interà. Ben gurion ha in serbo per lui un progetto molto piò ambizioso, quasi utopistico. Progettare la struttura paesaggistica  di tutta Israele! Seppure faraonico il progetto non intimorisce più di tanto Sharon che, circondanto da una squadra di giovani architetti, comincia a sviluppare le prime linee portanti dell’intero programma.

Il concetto principale è quello che considera l’interesse pubblico più importante di quello privato, quindi disperdere quanto più possibile la popolazione e favorire l’agricoltura per garantire il possesso di quanto più terreno possibile. Questa visione del progetto porterà a creare decine di piccoli centri abitati nel sud del paese, una vera e propria tabula rasa dove i piani di Sharon si possono esprimere al meglio. Le polverose città di Ashdod, Ashkelon, e Beer Sheva assumono un carattere più moderno. Centinaia di migliaia di nuovi immigrati vengono sparpagliati nelle zone più sperdute e meno popolate del Neghev e di altre zone praticamente desertiche. Vengono costruiti dei centri abitati ancora privi di una solida struttura economica e produttiva lungo la “via della fame” una zona dove gli inglesi avevano assunto la popolazione beduina dandogli lavori organizzati soprattutto per fornirgli dei mezzi di sostentamento. La paga infatti veniva data in farina.

Questi piccoli centri abitati sono dei satelliti intorno a una cittadina di medie proporzione che è responsabile di fornire servizi più avanzati che sarebbero antieconomici nei paesini limitrofi. Ma il progetto non avanza come si sperava, e per sostenere economicamente i nuovi immigrati ecco che il governo israeliano torna ai vecchi sistemi inglesi: lavori pubblici senza una vera e propria giustificazione economica. Il più diffuso è il rimboschimento e la creazione di nuove foreste, un’occupazione semplice che non richiede grandi professionalità ma che ha bisogno di molta mano d’opera. In questo periodo verranno piantati un milione di alberi!

Già nel ’52 Sharon abbandona l’ambizioso progetto, le pressioni e le ingerenze politiche sono insopportabili per un architetto che guarda al suo progetto come ad un opera da realizzare sul lungo termine. Non basta costruire nuovi appartamenti se non si creano contemporaneamente zone industriali che possano garantire il sostentamento della popolazione. E’ una condanna alla povertà perpetua. Questo sarà il punto debole del progetto Sharon, la velocità con la quale bisogna costruire nuovi alloggi per le masse immigratorie supera di molto il ritmo con il quale si riesce a soddisfare la necessita occupazionale. Il trasferimento forzato in zone desertiche e mal servite di centinaia di migliaia di persone e la frustrazione che ne seguirà, saranno il carburante con il quale nasceranno i vari focolai di protesta e malcontento che in definitiva causeranno la grande svolta politica del 1977. Una svolta epicale che influenza ancora oggi la società israeliana.

Povere api, che amara fine hanno fatto, altro che latte e miele.

 

 

 

We shall overcome

 

“Le donne fanno la pace”è questo il nome di un organizzazione apolitica attiva fra israeliane e palestinesi già dal 2014. Da quello che era un timido e forse utopico tentativo di incoraggiare il dialogo e la possibilità concreta di realizzare un obiettivo a prima vista irraggiungibile. Oggi il movimento conta più di 40mila iscritti fra uomini e donne. Uno degli scopi dichiarati delle donne a favore della pace è quello di favorire un dialogo quanto il più possibile fuori dagli schemi politici ma allo stesso tempo in grado di coinvolgere in modo trasversale tutte le fasce delle diverse componenti in campo. Donne religiose e laiche, arabe ed ebree, druse e beduine, giovani ed anziane, tutte si sono reclutate per influenzare le proprie leadership a cercare nuove soluzione al di fuori degli schemi e dei concetti prestabiliti. L’organizzazione non ha un piano di pace da proporre, ma crede nel dialogo e nella necessità di coinvolgere quante più donne possibile nei punti nevralgici del potere.

Dal momento della sua fondazione “Le donne fanno la pace” hanno organizzato decine di attività, da incontri intimi di poche decine fino a grandi manifestazioni che hanno coivolto decine di migliaia di partecipanti. Particolarmente significativa è stata “la marcia della speranza” un evento durato 14 giorni che dal nord del paese fino a Gerusalemme  è riuscita ad imporsi in maniera significativa nei mass media israeliani.

Per saperne un pò di più su come vengano organizzate le attività all’interno dell’organizzazione abbiamo posto qualche domanda alla dott.ssa Angelica Calò Livnè. Angelica, mia carissima amica, è la fondatrice e direttrice dell’organizzazione no profit teatro arcobaleno-Beresheet LaShalom, un progetto educativo che incoraggia il dialogo fra ragazzi di tutte le etnie israeliane attraverso il palcoscenico. Il teatro Arcobaleno coinvolge al suo interno giovani di tutta la regione: arabi, ebrei, drusi e circassi. Una realtà che educa ogni anno più di trenta adoloscenti. In Italia è ormai di casa visto che ha organizzato più di 48 spettacoli nel Bel Paese.

Angelica, com’è arrivata alle “donne fanno la pace”? “Quando si è capito abbastanza velocemente che non bastava mandare avanti un messaggio esclusivamente razionale ma bisognava coinvolgere emotivamente quante più persone sono stata cooptata per  organizzare eventi fuori dagli schemi ma soprattutto assolutamente privi di ogni messaggio politico”.

E qual’è stata la soluzione? “Abbiamo organizzato dei “flash mob” principalmente nei mercati centrali di città più o meno grandi. In definitiva ci siamo messe insieme a cantare e ballare riuscendo a coinvolgere passanti e venditori. Tutte noi eravamo vestite di bianco per dare un carattere neutro all’evento. Vorrei sottolineare che tutti questi eventi sono stati organizzati in posti come Gerusalemme, per esempio, dove la popolazione è tradizionalmente attestata su posizioni di destra”.

In un altro evento più di 100 partecipanti hanno cantato “We shall overcome” nelle frontiere calde del paese: Libano, Siria e Gaza in tre lingue, ebraico, arabo e inglese.

Angelica, eterna ottimista, è convinta che anche se queste iniziative possono essere viste come poca cosa, “una scintilla” usando le sue parole. Una scintilla che per quanto possa apparire piccola ed insignificante può portare a dei grandi cambiamenti. “E’ un messaggo che proviene dal basso, da gente stufa di guerre e disposta a molte rinunce pur di arrivare ad un giusto accordo di pace”.

” La vera speranza per andare avanti è quella di incoraggiare un dialogo quanto più profondo fra entrambe le parti, solo capendo le motivazioni ed il dolore dell’altro sarà possibile cambiare i preconcetti che influenzano ognuno di noi”.

E Angelica, attiva da decine di anni nell’incoraggiare il dialogo e la comprensione, di queste cose se ne intende.