Succoth, la guida dei perplessi

 

 “Celebrerai la festa delle capanne per sette giorni, quando raccoglierai il prodotto della tua aia e del tuo torchio; gioirai in questa tua festa, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava e il levita, il forestiero, l’orfano e la vedova che saranno entro le tue città. Celebrerai la festa per sette giorni per il Signore tuo Dio, nel luogo che avrà scelto il Signore, perché il Signore tuo Dio ti benedirà in tutto il tuo raccolto e in tutto il lavoro delle tue mani e tu sarai contento »   (Deuteronomio 16;13-15)

La festa di Succoth,o festa delle capanne, sta per cominciare. In tutta Israele è uno spuntare di abitazioni improvvisate, chi sul giardino, chi sul terrazzo e chi sul balcone.  La tradizione, e la legge ebraica, impongono ad ogni ebreo di lasciare per una settimana all’anno le proprie comodità e ricordare i quarant’anni di peregrinazioni nel deserto. Un modo per sottolineare come la vita non debba mai essere presa per scontata ed i cambiamenti saranno sempre all’ordine del giorno.

Per chi si aggirasse in Israele in questi giorni eccovi alcuni appunti per aiutarvi a capire gli strani atteggiamenti e i vari acessori liturgici legati alla festa.

La Succah. La capanna deve essere costruita all’esterno, idealmente in un posto facilmente accessibile dalla propria casa. Alcuni esempi di luoghi dove si può costruire la Succah: balconi, cortili, giardini e tetti e qualsiasi posto che è sotto al cielo aperto. Infatti secondo la legge Ebraica non ci può essere nulla tra la Succah e il cielo aperto. È bene accertare che non ci siano alberi, tetti, tende o tettoie che sporgono sopra la Succah. Essendo una capanna non ci deve essere un tetto solido e stabile, bensì una copertura di frasche che lascino la possibilità di intravedere il cielo. Di norma bisognerebbe mangiare e dormire nel nuovo ambiente. Diciamo che la cosa più seguita è quella di mangiarci dentro, quasi tutti i ristoranti israeliani hanno una costruzione dove poter mangiare seguendo i dettami religiosi.

Il Lulav. E’ costituito da tre rami di piante diverse più un cedro a significare i vari componenti del popolo ebraico.

La palma, che dà frutti dolci nutrienti ma non ha profumo.

Il mirto, che ha profumo ma non dà frutti.

Il salice, che non da né profumo né frutti.

Il cedro, che dà frutti e profumo.

I tre rami vanno legati assieme ed agitati tenendo contemporaneamente il cedro in mano. Alcuni giorni prima della festività nascono un pò dappertutto autentici mercati delle “quattro specie”. I cedri più quotati arrivano da Santa Maria del Cedro (CS) in Calabria.

La benedizione sacerdotale (Birkat Cohanim).

E’ uno dei momenti più emozionanti di tutta la settimana. Se siete in zona Kotel fate di tutto per assistervi, magari dal pontile dei mougrabhim. Quest’anno si svolgerà mercoledì 16 ottobre alle ore 8.30 e alle ore 9.30. La benedizione è composta da tre frasi:

L’Eterno ti benedica e ti custodisca

L’Eterno faccia risplendere il suo volto su di te e ti custodisca

L’Eterno rivolga il suo volto su di te e ti dia la pace

I Cohanim recitano la benedizione coperti dal Tallet, uno scialle rituale. Durante la benedizione devono tenere le dita della mano in una particolare maniera, indice e medio uniti da una parte e anulare e mignolo dall’altra, una specie di “V”.

Una piccola curiosità: questo particolare gesto delle mani durante la benedizione è stato adottato nella serie televisiva Star Trek divenendo il famoso saluto Vulcaniano. Leonard Nimoy, l’attore che interpretò il signor Spock, era di origine ebraica e lo adottò in ricordo delle cerimonie trascorse durante le funzioni in sinagoga quando era ancora bambino.

Termina così la “Guida dei perplessi” della festa di Succoth, certamente non è abbastanza chiara e dettagliata come l’omonimo libro di Maimonide, ma vi servirà per lo meno a non farvi fare la figura degli sprovveduti, anzi.

 

Neve in Primavera

bar am

“Non stupirti di aver visto la neve in primavera, poichè io l’ho vista d’estate”

E’ la frase che Mosè Bassola,  celebre rabbino nonchè avventuroso viaggiatore del  XVI secolo riporta nei suoi diari. La scritta si trovava nei pressi di una sinagoga del  IV-V sec. D.C. all’interno di un villaggio ebraico dell’epoca talmudica, Bar Am. Della specifica sinagoga non è rimasto quasi nulla, ma se ne trova una ancora più monumentale in quello che ora è un parco nazionale gestito un’associazione israeliana. La frase può sembrare assurda se teniamo conto che la sinagoga in questione si trova in Israele, vicino al confine col Libano. D’inverno in quella zona nevica, senz’altro, ma è difficile poter  dare credito ad un’affermazione del genere, soprattutto se teniamo conto che anche Bassola la riporta per sentito dire.

Personalmente sono sempre convinto che ci sia un fondo di verità anche nelle cose più fantasiose o impensabili, questo è uno dei motivi che non ripongo mai nell’armadio la mia atrezzatura sciistica neppure in questo periodo estivo. Ma non è di meteorologia che parleremo oggi, bensi di archeologia, storia e anche di sedute spiritiche. Insomma, una delle tante storie intriganti che si trovano nelle pieghe di questo paese, basta cercarle.

Cominciamo dalla fine. Che direste se per un lavoro di manutenzione venissero rimosse delle mattonelle del vostro pavimento e improvvisamente venissero alla luce monete del 2125? E’ impossibile, direste giustamente, come  possono spuntare fuori monete del futuro dal pavimento di un palazzo costruito 100-200 anni fa? E’ esattamente quello che è successo nel pavimento della sinagoga di Bar Am e ha scervellato per anni esperti di storia ed archeologia di  Eretz Israel.

Veniamo ai fatti: la sinagoga in questione venne datata, in base allo stile architettonico, intorno al I-II secolo D.C. piena epoca romana. Nel corso di alcuni lavori di scavo vennero trovati sotto il pavimento originario delle monete. Era consuetudine dell’epoca lasciare un piccolo tesoro all’inizio dei lavori in segno di buon auspicio, e fin qui niente di particolare.  I problemmi cominciano quando,  esaminando le monete, si venne alla conclusione che si trattasse di monete di epoca bizantina, quindi posteriori di almeno duecento anni, vere e proprie monete del futuro.

Chi si occupava allora dei lavori di scavo era un giovane archeologo, Moti Aviam,  famoso fino ad allora per essere il mio vicino di casa. Grazie al mio prezioso aiuto, cioè di non essermi mai  permesso di interferire nel suo lavoro, Moti alla fine arrivò ad una conclusione che rappresentava  in definitiva il classico esempio dell’uovo di Colombo.

Per un villaggio come quello di Bar Am, la costruzione di una sinagoga così monumentale era un’onere di non poco conto. Sia dal punto di vista economico che da quello temporale, vale a dire che un opera del genere avrebbe potuto prendere dei decenni. Ed ecco il colpo di genio dell’artista, o meglio dei capimastri. Tutta la zona che orbita attorno al villaggio ebraico era disseminata di templi pagani ormai in disuso, visto che l’ebraismo e il cristianesimo erano le religioni affermatesi al loro posto. Era quindi molto più facile e conveniente smontare pezzo per pezzo  interi templi e ricostruirli dove conveniva. La teoria di Moti diviene certezza nel momento in cui si osserva con attenzione la facciata della sinagoga: gli elementi architettonici mancano di simmetria e non sono sempre uguali. Da una parte ci sono delle architravi decorate a spirale e dall’altra contengono dei tralci di vite e via dicendo. Non tutte le pietre combaciano completamente e in diversi punti sono stati introdotti dei  riempitivi per ovviare all’inconvenienza. Insomma, è come se qualcuno tentasse di costruire un modellino lego senza averne tutti i pezzi e di conseguenza è obbligato ad arrangiarsi con dei mattoncini che non c’entrano niente.

Questa scoperta è stata un vero e proprio colpo di scena che ha sconvolto le teorie sulle sinagoghe dell’Alta Galilea e ha costretto i vari esperti a rivedere tutti i vari metodi di datazione fino allora impiegati. Va da sè che vista la mia proverbiale modestia mi sono tenuto ben lontano dai meriti che mi spettavano.

Chi ha letto attentamente questo post dovrebbe a questo punto domandarsi: e la seduta spiritica? Presto detto, anzi scritto. Parlando una volta con Moti, che nel frattempo non viveva più nel mio kibbutz, gli chiesi di raccontarmi qualche aneddoto inedito da raccontare ai miei colleghi. “Senti questa”, mi disse “e ti assicuro che niente è inventato. Nella sinagoga in questione c’è una scritta in aramaico che riporta il nome di un certo Eleazar bar Iodan, che probabilmente aveva finanziato parte dei lavori. Nel periodo degli scavi avevo fatto amicizia con delle soldatesse che prestavano servizio in una base vicina. Nei momenti di noia si dilettavano a tenere delle sedute spiritiche e di volta in volta mi invitavano a prenderne parte. Visto che non ne avevo nè la voglia che il tempo le invitai a prendere contatto con questo Eleazar per sentire la sua storia. Dopo qualche giorno si presentò una delle ragazze tutta emozionata dicendomi di essere riuscita a mettersi in contatto col suddetto Eleazar. Quando le chiesi che cosa aveva da dire al suo riguardo la soldatessa mi rispose col tono più ingenuo possibile: “ma io mica lo so l’aramaico”!!!

L’ho sempre detto io che è importante studiare le lingue, l’aramaico poi, è basilare!!!

 

Florentin. La capitale degli Hipster

 

A Tel Aviv le cose cambiano continuamente, e le cose che scrivo oggi magari non saranno più rilevanti fra qualche anno, questo è il motivo per il quale conviene il più presto possibile correre a visitare il quartiere più trendy della città bianca: Florentin.

Florentin è considerata la capitale degli Hipster israeliana, un misto di cultura alternativa, stile di vita, bar, gallerie d’arte, musica underground ma soprattutto moltissimi murales. Come quasi tutti i quartieri di Tel aviv, anche Florentin ha conosciuto alti e bassi. Costruito alla fine degli anni ’20 dall’architetto Shlomo (Salomon) Florentin, da qui il nome, era stato concepito come un quartiere per la piccola borghesia. Greci (Salonicchesi soprattutto), turchi, bucharim, bulgari, ungheresi e polacchi formavano il nerbo della zona. Il commercio era basato su piccoli artigiani, officine e piccole imprese industriali.

Da questo crogiolo di etnie è facile capire quanto fosse ricco lo scambio multi etnico del quartiere, ma anche le tensioni che erano inevitabili in una zona dove troppe culture e mentalità si dovevano frequentare quotidianamente. Lentamente, ma inesorabilmente, il quartiere entrò in uno stato di degrado che ne sminuì la vivibilità, incoraggiando i più agiati dal punto di vista economico a spostarsi verso quartieri residenziali più tranquilli e prestigiosi.

Da qui l’inizio di una spirale discendente tipica di Tel Aviv, così come di tantissime altre metropoli. Rimasti soltanto i meno abbienti Florentin divenne il simbolo di una zona poco attraente, pericolosa e con un alto tasso di microcriminalità, almeno per gli standard israeliani. E quando si tocca il fondo è il momento dal quale tutto non può che migliorare. Gli affitti decisamente bassi di una quartiere così poco sexy trascinarono una miriade di studenti ad abitare nella zona. Da lì la spirale cominciò a diventare ascendente, improvvisamente spuntarono bar, ristoranti, piccole gallerie d’arte alternativa, correnti musicali, praticamente tutto ciò che poteva interessare la gioventù della città.

Ma il fascino di Florentin è costituito perlopiù da un misto di vecchio e nuovo raro nelle altre parti della città bianca. Florentin è un quartiere dove la metà della popolazione e formata da giovani che convivono con ciò che resta del quartiere originario in perfetta simbiosi. Il quartiere non è bello da vedere, molte delle costruzioni sono fatiscenti e prive di qualsiasi valore artistico, ma l’energia che sprigiona da chi ci abita non ha eguali in città.

Due sono i fattori fondamentali che hanno contribuito a trasformare e recuperare quello che era un quartiere degradato e prossimo al tracollo. Un progetto comunale che ha investito molti fondi per il recupero della zona ma anche una fortunata serie televisiva israeliana che ha funzionato da detonatore, trascinandovi la parte giovane del paese che ha trasformato così il quartiere nel centro della movida cittadina.

Uno dei punti di forza di Florentin sono gli innumerevoli murales (qui si chiamano graffiti) che decorano il quartiere. In Israele non esiste una solida cultura underground, motivo per cui le variopinte opere d’arte che adornano i muri fatiscenti del quartiere sono divenuti un polo d’attrazione turistico. In effetti Florentin è praticamente un’immensa galleria d’arte contemporanea dove le esposizioni cambiano giornalmente. Il disegno ammirato ieri forse non ci sarà più fra qualche mese. Visto dall’alto il quartiere sembra un’isola atipica: un miscuglio di stradine e vicoli composto soprattutto da edifici di 2-3 piani completamente circondato dalle torri avveniristiche che spuntano ormai quotidianamente in città.

Paradossalmente il successo del recupero del quartiere ne segnerà presto o tardi la sua fine. Florentin è ormai diventato un boccone troppo ghiotto per il mercato immobiliare, e anche qui spunteranno nuovi palazzi che ne stravolgeranno completamente il suo carattere.

Parafrasando una frase della Bibbia, anche Tel Aviv è “un paese che divora i suoi abitanti”, (numeri 13-32), ragion per cui non bisogna perdere tempo, a Tel Aviv anche il tempo è prezioso, e il Carpe diem qui è una parola d’ordine.

Cretesi ma non cretini

 

“Poi Abimelec con Picol, capo del suo esercito, si levò e se ne tornarono nel paese dei filistei. E Abramo dimorò molto tempo nel paese dei filistei”. Genesi 21, 32-34.

Questo breve versetto della Bibbia è la prima volta nel quale viene menzionato il popolo dei filistei, un’entità ancora oggi parzialmente misteriosa. Un popolo che diede tanti grattacapi al popolo israelita sia nel periodo dei Giudici che in quello dei Re. Ma chi erano realmente questi fantomatici e misteriosi filistei? Che vestigia ci hanno lasciato? E soprattutto, si trovano ancora fra di noi? Continua a leggere

Alla polvere ritornerai.

כנרת

Girare per Israele è sempre edificante e stimolante. Per scoprire qualcosa di diverso e poco frequentato, ma originale al tempo spesso, bisogna uscire fuori dagli schemi e dallo scontato. E allora perchè invece di concentrarci sulle bellezze naturali, il fascino delle città, la storia o l’archeologia e le tantissime altre cose che offre il paese non pensiamo a visitare qualcosa di veramente differente e speciale? I cimiteri per esempio.

Penso ai cimiteri  che fanno parte di una doverosa tappa nelle visite classiche di Gerusalemme:  il cimitero ebraico del monte degli olivi vecchio oltre 2000 anni con al suo interno oltre 76000 lapidi, o il cimitero militare sul monte Herzl dove sono racchiuse le spoglie di numerose alte cariche dello stato.  Nei pressi del kibbutz Sde Boker, in pieno deserto ci sono le lapidi solitarie di David Ben Gurion, fondatore dello stato d’Israele, e di sua moglie Pola (Paula).

Ma per scoprire veramente l’altra Israele bisogna uscire fuori dagli schemi e girare in lungo e in largo la nazione per scoprire curiosità veramente affascinanti. Eccovi alcuni assaggi:

Tel Hai. Il cimitero dei membri dell’Hashomer, il primo nucleo di autodifesa ebraica organizzata. Nati come alternativa alle guardie arabe destinate a sorvegliare le mandrie e le coltivazioni dei contadini ebrei, gli shomrim si comportavano similmente. Si vestivano come arabi, cavalcavano come provetti beduini, e mangiavano i loro stessi cibi, tutto con un perfetto accento russo. Dall’Hashomer nacque poi l’Haganà, l’embrione del futuro esercito israeliano. Il cimitero si trova all’estremo nord del paese, a pochi passi dal Libano, famosa è la scultura che lo adorna: un leone ruggente, opera dell’artista Avraham Malnikov.

Kvutzat Kineret. A pochissimi metri da Degania, il primo kibbutz in assoluto. E’ il cimitero della nomenklatura operaia. Quasi tutta l’èlite proletaria, socialista e ideologica è sepolta là. Nomi come Katzinelson, Borochov, la poetessa Rachel, la cantautrice Noemi Shemer. Sono sepolte anche salme di un gruppo di yemeniti e di Tel Avivensi espulsi dalla città durante la prima guerra mondiale. Due avvenimenti che meriterebbero delle storie a parte.

I cimiteri di guerra inglesi. I più famosi sono tre: Ramle, Haifa e Gerusalemme. Può sembrare strano, ma vista la grandezza dell’Impero Britannico e il grande numero di caduti sparsi per il mondo, era consuetudine inglese seppellire i propri morti nei vari teatri di guerra e non nei propri paesi di origine. Al di là del senso estetico e di calma che caratterizzano questi particolari camposanti la loro notorietà è dovuta ad una ragione molto più triviale. A Ramle per esempio è sepolto il numero di matricola 5251351, deceduto all’età di 19 anni e 10 mesi, soldato semplice del Worcestershire Rgt. Niente di speciale direte voi, e in effetti avreste ragione a non stupirvi più di tanto, senonchè il nome di questo sfortunato milite è identico ad uno dei più fortunati maghetti della letteratura moderna: Harry Potter. Un altro clamoroso caso di omonomia l’abbiamo a Gerusalemme dove giace il numero di matricola 213706 morto all’età di 41 anni, l’autista William Shakespeare.

I mausolei Bahai. Il più famoso è quello di Haifa, dove riposano le spoglie del Bab,  fondatore del bábismo e precursore di Bahá’u’lláh creatore della religione bahai. La sua spettacolare posizione e la sua particolare architettura ne fanno uno dei simboli della seconda città portuale israeliana. Meno conosciuto, ma molto più importante è invece il mausoleo del  Bahá’u’lláh, situate nei giardini Bahim di Acco. Il posto più sacro per i seguaci della più recente religione monoteistica mondiale.

La tomba di Oscar Schindler.  Si trova a Gerusalemme, nel piccolo cimitero francescano cattolico, che si trova vicino al sito della Dormizione di Maria sul monte Sion. La stessa tomba compare nelle ultime sequenze a colori del film Schindler’s List , quando i veri ebrei superstiti, ormai anziani, vengono accompagnati dagli attori a deporre un sasso sulla lapide, tipica tradizione tutt’ora in uso nei cimiteri ebraici. L’epitaffio sulla lapide recita la scritta Giusto tra i giusti in ebraico e l’indimenticabile salvatore di 1200 ebrei perseguitati, in tedesco.

 

La lista è chiaramente molto più lunga, e lega a doppio filo la storia e le tradizioni di questo straordinario paese. Penso al cimitero di guerra di Usfia, dove riposano le salme di 90 soldati israeliani di fede drusa, una minima parte delle centinaia morte per questa nazione, o alle tombe dei vari “giusti” sparse per il paese, rabbini e personaggi di spicco dell’ebraismo tutt’ora venerati dai loro fedeli.

In Israele non esiste quasi la cremazione, e da noi, come i diamanti, una tomba è per sempre. All’ombra dei cipressi gli ebrei aspettano la venuta del Messia e del giudizio universale, per giungere alla definitiva redenzione. Nel frattempo io mi sono preparato da molto tempo il luogo dove finalmente potrò riposarmi, si trova nel posto più bello d’Israele: una collina dalla quale si può ammirare una fantastica veduta del mio kibbutz. E che la terra mi sia lieve.

 

Per chi arriva la prima volta in Israele, sicuramente una delle prime cose che saltano all’occhio sono le migliaia di soldati di leva che girano normalmente con un mitra sottobraccio fra gli sguardi indifferenti dei passanti. E’ molto difficile spiegare a chi è a digiuno delle norme di comportamento della società israeliana quale ruolo ricopra l’esercito nel contesto nazionale.

Ma questo io posso capirlo benissimo. Ai miei tempi (spero di non essere troppo patetico), anta e passa anni fa, quando in Italia la naja era ancora obbligatoria, chi si faceva incastrare era considerato un autentico sfigato. essere arruolato significava non avere gli agganci, le protezioni e le giuste conoscenze, non dico per farsi esonerare completamente, ma almeno per imboscarsi vicino a casa.

In Israele, almeno per ora, è l’esatto contrario. Arruolarsi e far parte dell’IDF è motivo di orgoglio e di prestigio. Una cosa ancora più inconcepibile se teniamo conto che la leva obbligatoria dura tre anni per i ragazzi e due per le femmine. Il ruolo e l’influenza dell’esercito israeliano sono così grandi che necessitano un post a parte, che prima o poi scriverò.

Ma il post di oggi è la dimostrazione più lampante di quanto sia importante far parte, seppure in maniera limitata, di un apparato che riesce ancora a raggiungere percentuali di consenso a livello nord coreano fra la popolazione israeliana. L’82% della popolazione è convinta che l’esercito sia l’istituzione più credibile, lasciando staccatissimi il potere giudiziario (58%), la polizia (53%) e il governo (40%), per non parlare dei politici sui quali stendo un pietoso velo.

Probabilmente Zahal è uno dei pochi eserciti al mondo che abbia messo in piedi un programma per integrare nelle proprie file disabili afflitti dalla sindrome di Down e patologie similari. E’ chiaro che un progetto del genere non ha lo scopo di forgiare nuovi combattenti da impiegare al fronte. L’obiettivo è molto più profondo ed è un ulteriore dimostrazione di quanto ancora l’IDF faccia molto di più del dovuto per integrare nei propri ranghi fasce della popolazione che in teoria non avrebbero avuto nessuna chance.

Il programma, oltre ad aumentare l’autostima  dei candidati si preoccupa anche di sensibilizzare, attraverso i militari che vengono a contatto in maniera diretta con dei soldati diversi ma uguali, l’opinione pubblica e facilitare i partecipanti al progetto “in uniforne siamo uguali” ad inserirsi nel mondo del lavoro.

Chiaramente è un programma che non è adatto per tutti e ci sono diverse tappe da affrontare prima di concludere tutto il percorso previsto. Fra i requisiti necessari ci sono un’età compresa fra i 20 e 27 anni, un’autonomia sufficiente a muoversi in maniera indipendente, essere in grado di viaggiare sui mezzi pubblici, usare un telefonino ed avere la capacità di intrattenere dei rapporti personali basilari.

In cambio le unità considerate adatte ad integrare nelle proprie fila questa popolazione disabile, si impegnano a coinvolgergli in incarichi significativi e all’altezza delle loro capacità. Ogni disabile viene seguito da una specie di soldato mentore che ha passato uno speciale corso per essere in grado di acquisire gli strumenti necessari per affrontare una situazione del genere.

Le varie tappe da attraversare prima di essere arruolati e considerati militari a tutti gli effetti comprendono un periodo di volontariato in una base logistica dell’esercito e un breve periodo di addestramento nella Gadnà, un corpo paramilitare che fornisce una prima infarinatura del comportamento da seguire in un apparato basato su gerarchie, simboli, gradi, armi, uniformi e comportamenti disciplinari assolutamente estranei alle nuove reclute. Come ogni altro gruppo ristretto, anche l’esercito ha tutto un mondo di sigle, modi di dire e comportamenti che si possono apprendere solo sul campo.

Il servizio militare vero e proprio dura un anno, durante il quale vengono appresi anche maniere comportamentali che saranno utili nella vita civile: cautela nelle strade, trasporto pubblico, rispetto della privacy, rapporti di amicizia, educazione sessuale e miglioramento della condizione fisica attraverso lo sport e tutta una serie di attività, come la discesa in corda doppia, che costituiscono una serie di “sfide” personali per poter dimostrare prima di tutto a se stessi che molti ostacoli che sembravano insormontabili non sono poi così ostici.

Una volta terminato tutto il percorso compreso il servizio militare vero e proprio c’è anche l’oppurtunità di continuare a rimanere nei ranghi dell’esercito, questa volta come dipendente civile del Ministero della Difesa israeliano. Il progetto è stato ideato nel 2005, ed è diventato operativo nel 2009, da allora sono decine il numero di disabili che partecipando al programma “in uniforme siamo uguali” hanno fatto un piccolo passo in più per rendere in definitiva più agevole l’inserimento nella società esterna che, inevitabilmente, prova una certa ritrosia a confrontarsi coi diversi.

Immagino che chi non è a contatto con la società israeliana possa non identificarsi con iniziative del genere, il solo fatto di vedere così tanti ragazzi armati in giro per il paese crea a molti un senso di una paese estremamente militarizzato, completamente in antitesi col tranquillo mondo occidentale. Ma questa è la realtà israeliana, e ben vengano iniziative del genere che non fanno che aggiungere un senso di aggregazione a ragazzi che altrimenti vivrebbero ai margini della società.

Una vigna nel cuore di Tel Aviv

 

Correva l’anno 1905,  e Aron Shlush, un ricco commerciante che ha investito anche nell’acquisto di terreni al di fuori di Jaffo, ha un problema urgente da risolvere. Ha acquista dei terreni denominati “miri” che secondo la legislazione ottomana in vigore, possono essere confiscati dal Sultano se lasciati incolti per più di tre anni. Shlush è lungimirante e sa che presto o tardi quei terreni saranno trasformati in lotti edificabili e non vuole farsi sfuggire l’occasione. Ma, come ho appena scritto, prima bisogna risolvere il problema agricolo, la soluzione che verrà adottata alla fine sarà quella di piantarci sopra delle vigne, e di assumere un paio di braccianti yemeniti sia come addetti alla cura delle viti ma anche come guardiani dell’appezzamento per far si che non venga danneggiato.

Comincia così, con questo stratagemma a metà fra la leggenda e la realtà, la storia di uno dei quartieri più pittoreschi ma meno visitati di Tel Aviv: il “Kerem haTeimanim”, letteralmente la vigna dei Yemeniti. Nonostante si trovi in una posizione strategica, praticamente a stretto contatto di gomito con il Shuk haCarmel, la “vigna” è famosa solo di nome, pochissimi israeliani che non abitino nella città bianca passano qualche minuti del loro tempo a bighellonare lungo i vicoli del quartiere. Per non parlare delle frotte di turisti che percorrendo la meravigliosa passeggiata della città si lasciano scappare questo piccolo gioiellino che si trova a cinque minuti a piedi dal mare.

Fino agli anni ’20 del secolo scorso il Kerem non era altro che una baraccopoli, e per molto tempo si è portato dietro la nomea di essere una delle zone più degradate della città. Ma anche questo quartiere, come il Florentin per esempio, è risolto dalle sue ceneri grazie al processo di “gentrificazione“, molto frequente a Tel Aviv. Da quando una popolazione giovanile si è impossessata del quartiere la zona è cambiata radicalmente, sono sorti locali, bar e in generale tutto il quartiere risulta molto più ben curato di una volta.

Il Kerem ha un grande pregio, ed è quello di non essere stato stravolto dalle speculazioni edilizie, le case sono basse, così come erano state progettate, la maggior parte è dotata di piccoli cortili interni, dove si svolgeva la maggior parte della vita del nucleo familiare. Le stradine sono strette e non vale la pena di cercare di attraversare il quartiere con una macchina, neanche i mezzi pubblici lo possono percorrere. E’ obbligatorio passeggiarci a piedi, trovando ad ogni dove quei piccoli angoli che lo rendono così speciale. Per anni era stato considerato uno dei punti di riferimento di tutta quella musica etnica che raccoglie molte melodie orientali ed è stata snobbata per decenni dalle radio nazionali perchè ritenute troppo povere di contenuto.

Adesso la musica “misrahit”, questo il suo appellativo, è ormai di casa dappertutto ed è diventata il padrone incontrastato di tutti gli avvenimenti canori. Ed è proprio fra questi vicoli che si è sviluppata la cultura delle “haflot”, improvvisazioni musicali dove partecipava tutto il quartiere. Le occasioni non mancavano: matrimoni, compleanni, ricorrenze religiose. Qualsiasi avvenimento gioioso era una scusa sufficiente per organizzare degli spettacoli improvvisati. Un’abitudine locale sviluppatasi poi sul piano nazionale.

Pur essendo un quartiere relativamente piccolo, il Kerem ha moltissime sinagoghe, ventiquattro per l’esattezza, quasi tutte irriconoscibili dall’esterno. Un numero così grande non fa che rafforzare una famosa battuta dell’umorismo ebraico: in ogni quartiere frequentato da ebrei ci sono sempre due sinagoghe, una da frequentare e l’altra dove non metterci mai piede.

La zona della vigna si trova al centro di un dei più grandi triangoli socioculturali che Tel Aviv possa offrire: il quartiere stesso, Carmel Market e Levinsky Market. Se vogliamo farlo diventare un quadrilatero non basta che aggiungerci la strada pedonale di Nahalat Byniamin dove si svolge due volte la settimana un mercatino di artigianato. Vogliamo ingrandirlo ancora di più e farlo diventare un pentagono? Non basta che prolungare il percorso fino al Rotschild boulevard, il punto massimo di espressione del “funzionalismo architettonico” legata al Bahaus, la famosa scuola di architettura, arte e design tedesca.

A mio avviso è questa la vera bellezza di Tel Aviv, tanti piccoli angoli nascosti ai più. Bisogna dimenticare per qualche ora la movida e il mare per essere attirati da posti nascosti pieni di storia e di storie. Un vero archivio vivente dei primi decenni di Tel Aviv, la città senza pausa.