La crisi

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Il kibbuz era nato come una societa’ rivoluzionaria al limite dell’utopia. Il suo motto era: ” ciascuno da secondo le proprie possibilita’ e riceve secondo le proprie necessita’ “, la proprieta’ privata era inesistente o ridotta al minimo, la ferrea ideologia vietava l’uso di lavoratori esterni alla comunita’ per non essere costretti a sfruttarli economicamente, la cassa comune faceva si che tutte le entrate del kibbuz erano gestite collettivamente e che i salari fossero uguali, a prescindere dal  lavoro svolto, e tanto altro ancora. Improvvisamente in seguito alla crisi economica degli anni ’80 questo modello “classico” entra in crisi visti i grossi debiti accumulati e le perdite da sanare. La maggior parte delle comunita’ devono affrontare contemporaneamente tre tipi di crisi differenti.
La crisi economica, che portera’ la maggior parte dei kibbuzim ad una profonda trasformazione interna, stravolgendo enormemente i concetti di eguaglianza sociale e di reciproca solidarieta’, che erano alla base di tutto il sistema.
La crisi ideologica, che parallela alla caduta del muro di Berlino e al crollo dell’Impero Sovietico mette in dubbio l’essenza stessa del socialismo. Il kibbuz, che deve confrontarsi con una societa’  sempre piu’ capitalista, e’ ancora attaccato ad un modello di vita per certi versi anacronistico e avra’ bisogno di molto tempo per cercare delle soluzioni adeguate alla nuova realta’.
La crisi d’identita’. Nato per soddisfare precise esigenze del movimento sionistico quali la popolazione di zone periferiche , la bonifica di terreni paludosi e la difesa delle frontiere, il kibbuz perde il suo ruolo all’interno della societa’ israeliana senza averne trovato uno alternativo.
Le risposte a tutte queste problematiche saranno variegate e per certi versi alternative, ma avranno tutte un fattore comune che solo una minoranza di kibbuzim riuscira’ ad evitare: la privatizzazione.

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