Il campione dell’Islam

 

Correva l’anno 1260, per l’esattezza era il 3 settembre e le sorgenti di Ein Jalud (fonti di Golia in italiano), generalmente attorniate da un clima pastorale si trasformarono improvvisamente nel teatro di una decisiva ed epocale battaglia fra il mondo musulmano ed un nuovo nemico ancora più temibile dei Franchi d’oltremare. Il nemico da sconfiggere sono i mongoli, in meno di quattro anni hanno messo a ferro e fuoco la Persia, conquistato Bagdad, Aleppo e Damasco. Il loro obiettivo finale? Il Cairo. La loro avanzata sembra inarrestabile e le sorgenti di Golia dovrebbero essere un’altra insignificante tappa verso la conquista della capitale egiziana, ma c’è chi la pensa diversamente e sta per cambiare le sorti della storia, il suo nome èal-Malik al-Ẓāhir Rukn al-Dīn Baybars al-ʿAlāʾī al-Bunduqdārī , ma per tutti è meglio conosciuto come Baybars. Continua a leggere

Il vicolo cieco

 

“E’ meglio essere saggi che aver ragione” recita un detto della zona, una frase che riferita alla situazione attuale calza a pennello. I fatti delle ultime settimane e l’escalation di tensione e scontri creatisi di conseguenza non sono altro che il risultato di decisioni miopi e affrettate da parte del governo israeliano e della volontà di cogliere la palla al balzo fomentando il più possibile disordini e scontri violenti da parte araba. Il risultato attuale è la sensazione di aver imboccato un vicolo cieco dove nessuno dei contendenti mostra in questo momento l’intenzione di fare marcia indietro. Continua a leggere

Storia di corni ma non di corna

 

Il 4 luglio è una data importante, anzi fondamentale, non perchè sia la data dell’indipendenza degli Stati Uniti d’America, sebbene anche questo avvenimento non sia certo un fatto di poco conto, ma per una battaglia che segnò una svolta drammatica nella tormentata storia di queste langhe, la battaglia dei corni di Hittin. Certo di farvi un inaspettato favore eccovi la cronaca degli avvenimenti che segnarono la fine del primo regno crociato,  il Regno di Gerusalemme, che nonostante fosse durato poco meno di un secolo, segnò in modo indelebile i rapporti fra i Franchi, vale a dire tutti gli occidentali, e l’Islam. Continua a leggere

Una strada senza uscita

 

Il 6 giugno ricorreranno 50 anni dallo scoppio della guerra dei sei giorni, la più eclatante vittoria israeliana di tutta la sua breve storia. Non ho intenzione di ripercorrere le fasi e le motivazioni che portarono al conflitto, la mole di libri e di scritti al riguardo è impressionante e non c’è che l’imbarazzo della scelta per chi voglia approfondire la questione. Mi interessa molto di più cercare di capire quali sono le attuali conseguenze che ancora oggi influenzano in maniera determinante tutta la società israeliana, rendendola prigioniera di una vittoria che si è dimostrata nel tempo un peso indigesto impossibile da digerire e metabolizzare. Un interessante contributo al riguardo viene dal dott. Micha Goodman, storico e filosofo che ha pubblicato da poco un libro molto interessante dal nome “Comma 67”. Il concetto di Goodman è semplice, elementare direbbe Sherlok Holmes: chi è a favore di un ritorno alle frontiere anteriori la guerra dei sei giorni trasforma il paese in uno stato indifendibile, chi continua a propendere per l’occupazione della Cisgiordania non fa che disgregare dall’interno le basi democratiche della società israeliana col risultato di trasformare lo stato ebraico  in un paese a maggioranza araba dove l’unico modo per governare rimarrebbe un regime di apartheid. Esiste quindi una simmetria speculare fra la destra e la sinistra israeliana, ogni parte si è trincerata sulle sue posizioni e non è in grado di vedere l’altro lato della medaglia. Continua a leggere

La casa stregata

 

Immagino che la maggioranza dei miei lettori ignori che la mia occupazione principale è quella di guida turistica, e come tale girando in lungo e in largo il paese ho avuto sempre l’occasione di scoprire cose nuove e interessanti al di fuori dei soliti siti standard, sempre belli e interessanti, per carità, ma un pò scontati per chi cerca ogni tanto di uscire dagli schemi e cercare “l’altra Israele”, nascosta e sconosciuta ai più e proprio per questo sorprendente e affascinante. Questa volta bisognerà muoversi verso la frontiera nord del paese, a pochi chilometri dal confine col Libano, in una cittadina di nome Shlomi per cercare la casa stregata (o dipinta). Arrivarci non è per niente facile e non sempre il waze aiuta in questi casi, ed è proprio per questo che non voglio darvi le precise indicazioni visto che penso che in casi del genere bisogna sudare un pò per guadagnarsi questa piccola perla di arte naif frutto del pennello di Afia Zacharia. Continua a leggere

Gioventù bruciata?

 

Nell’ultimo inserto settimanale pubblicato venerdì 12.5.2017 il popolare quotidiano israeliano Yedioth hahahronot ha pubblicato un interessante articolo sulle posizioni politiche e sociali della gioventù israeliana. L’articolo analizza i dati statistici di un progetto a lungo respiro che riporta le posizioni politiche della popolazione giovanile dal 1998 ad oggi. I dati non sono poi così sorprendenti per chi vive in Israele, ma un conto sono gli istinti personali e un altro i risultati matematici. Se vogliamo essere sintetici al massimo le conclusioni sono le seguenti: la gioventù israeliana ebraica si sposta sempre di più a destra, sta diventando più religiosa e ha meno fiducia nelle istituzioni. La prossima generazione si sta profilando come meno liberale e meno ottimistica. il principale nodo da risolvere non è costituito ne dai rapporti fra Israele e palestinesi, ricchi e poveri, ashkenaziti e sefarditi o destra e sinistra. Il vero punto di tensione è rappresentato dai rapporti fra la popolazione ebraica e quella araba all’interno dei confini del 1967, la maggior parte degli intervistati giudica insostenibile l’attuale stato delle cose, ritenendo il conflitto in questione come la minaccia più grande all’interno della società israeliana. Continua a leggere

Il ribaltone

 

E’ il 17 maggio del 1977, in Israele si svolgono le elezioni politiche per la nona legislatura del paese. Sono passati meno di quattro anni dalla catastrofica guerra del Kippur che rimmarrà per sempre uno dei più grandi traumi di Israele. Alle 22.00 in punto, nello stesso momento in cui si chiudono le urne, il canale unico di allora della tv israeliana annuncia gli exit poll. La frase con cui il popolare annunciatore Haim Yavin apre il notiziario  è laconica e lapidaria: “signori, ribaltone” il Likud, il partito di Menahem Beghin leader delle destre, è salito per la prima volta nella storia del giovane stato ebraico al potere, niente sarà più come prima. Si chiude, nel bene e nel male, la prima grande epoca politica della storia israeliana. Continua a leggere