Un treno carico di ovetti Kinder

Se Oskar Schindler è stato l’indimenticabile protagonista di uno splendido film e innumerevoli strade sono a lui dedicate, che cosa bisognerebbe fare ad un altro personaggio capace di salvare non le 1.200 persone della celeberrima Schindler List, ma ben oltre 12.000 bambini destinati allo sterminio nazista? Ma questi sono gli autentici scherzi del destino, la differenza fra la celebrità e l’oblio è legata ad un film, un libro, un’apparizione in tv, e non necessariamente al lavoro svolto.

Wilfrid Israel, il personaggio di oggi, è per tutti un perfetto sconosciuto, ma è senza dubbio uno dei protagonisti indiscussi di una straordinaria operazione di salvataggio che verrà ricordata come il “Kindertransport”, un’iniziativa che si svolse tra il dicembre 1938 e il maggio 1940:  il Regno Unito accolse quasi 10.000 minori non accompagnati, prevalentemente ebrei, provenienti dalla Germania nazista e dai territori occupati di Austria, Cecoslovacchia e Danzica, sistemandoli presso famiglie affidatarie, ostelli e fattorie.

Wilfrid è un ebreo tedesco proveniente da una ricca famiglia. Oltre a possedere innumerevoli immobili e varie attività commerciali, è il proprietario del maggior emporio di Berlino, un grande magazzino così fornito che era abitualmente frequentato dai più noti gerarchi nazisti, che ben si guardavano dal saldare i loro conti perennemente aperti.

Siamo negli anni ’30, il nazismo comincia a far paura ma la maggior parte dei tedeschi, e anche del mondo, non è in grado nemmeno di percepire la tragedia che da lì a pochi anni coinvolgerà tutta la loro esistenza. Quando la pressione verso gli ebrei comincia a diventare sempre più insostenibile Wilfrid si vede costretto a liquidare le sue proprietà e si trasferisce in Inghilterra, essendo in possesso della cittadinanza britannica. Ma prima di abbandonare il paese riesce a procurarsi documenti e permessi di espatrio per aiutare i dipendenti ebrei delle sue attività.

In questo modo Wilfrid si rende conto di quanto diventino vantaggiosi e utili i rapporti che ha costruito nel tempo con la burocrazia tedesca. La notte dei cristalli è il catalizzatore che apre gli occhi all’opinione pubblica mondiale che per la prima volta si rende conto della ferocia del disegno nazista. In un primo momento l’ebraismo mondiale chiede alla Gran Bretagna di permettere l’espatrio verso la Palestina (allora sotto il controllo britannico) di 10.000 bambini, ma gli inglesi temono le reazioni arabe e preferiscono aprire le loro frontiere ad un’operazione che per la sua complessità non ha probabilmente eguali nella storia moderna.

Il kindertransport fu di fatto un’enorme “ponte ferroviario” che permise il trasferimento di oltre 12.000 bambini, ebrei e non ariani, da territori e paesi già sotto la dominazione nazista verso famiglie affidatarie inglesi che si volontarizzarono per l’accoglienza e il loro inserimento. L’intera operazione durò due anni, se da un lato salvò questa cifra eccezionale, dall’altro significò il distacco doloroso e per la maggior parte definitivo fra i bambini e le loro famiglie biologiche.

Non ci sono prove certe che Wilfrid Israel fosse l’ideatore dell’iniziativa, ma sicuramente ne fu uno dei promotori principali.  Perennemente alla ricerca di nuove vie utili alla salvezza dell’ebraismo europeo, Wilfrid morirà nel 1943 durante un volo che da Lisbona lo avrebbe dovuto riportare in Inghilterrà. Ad abbatterlo fu uno stormo di aerei della Luftwaffe che probabilmente pensavano che a bordo ci fosse Churchill.

Nel corso della sua giovinezza Wilfrid Israel aveva fatto parte di un movimento giovanile sionista, il Werkleute (traducibile con i lavoratori), troppo impegnato a seguire gli affari di famiglia prima e la salvezza del suo popolo poi, non li seguirà nella costruzione del kibbutz Hazorea. Una storia a parte dalle quale è stato prodotto un documentario enormemente interessante.

Fu amico intimo di Einstein e Ghandi.

Uno dei partecipanti al Kindertransport, Tommi Spenser, arrivato in Inghilterra dalla Cecoslovacchia all’età di 12 anni, si laureerà in medicina e negli anni ’60 si trasferirà in Israele dove trascorrerà la maggior parte della sua vita professionale nel mio kibbutz situato nell’Alta Galilea. Lo ricorderò sempre come una persona squisita, colto, arguto e appassionato musicista.

“Chi salva una vita e come se salvasse il mondo intero” recita il Talmud, una frase estremamente significativa per concludere questo incredibile racconto.

Jones, Mendyl Jones

 

Come ho già scritto innumerevoli volte la realtà, almeno qui in Israele, supera tranquillamente la fantasia più sfrenata, distaccandola sempre più inesorabilmente. Il personaggio odierno può apparire banale o fuori dal comune, dipende da come lo si descrive, ma saranno i piccoli particolari, come vedremo in seguito, quelli che ne faranno la differenza. Vendyl Jones nasce nel Sudan, una provincia del Texas (vedete cosa succede a non studiare la geografia?) nel 1930, studia teologia e a metà degli anni ’50 diventa un sacerdote Battista, prima in Virginia e poi nella Carolina del Nord. Fin qui una descrizione piuttosto deludente di un uomo tutto sommato normale, uno come tutti noi insomma. Ma cominciamo ad aggiungere quei piccoli particolari che come vi avevo anticipato ribalteranno completamente la situazione.

Vendyl oltre a teologia allarga i suoi orizzonti e si interessa anche di archeologia. Dopo una decina d’anni di sacerdozio si accorge di non sapere praticamente nulla di ebraismo e dopo averne ricevuto i primi rudimenti in America, decide di approfondire l’argomento studiandolo all’Università Ebraica di Gerusalemme, è il 1967 quando decide di trasferirsi in Israele con tutta la sua famiglia. Subito dopo la guerra dei 6 giorni comincia a collaborare a degli scavi archeologici nel deserto della Giudea, e più precisamente nelle grotte di Qumran, dove già dall’inizio degli anni ’50 erano stati rinvenuti i rotoli del Mar Morto.

Durante questo primo periodo degli scavi Mendyl riceve il diminutivo di Endy, che in seguito si trasformerà in Indy. Signori, vi ho appena presentato l’autentico Indiana Jones! Esteriormente non assomigliava molto al suo omonimo cinematografico. Magari visto di spalle: anche lui girava con un cappello da cow boy camicia e calzoncini cachi di foggia militare, bretelle di pelle di serpente. Ma una volta toltosi il cappello spuntavano un enorme paio di orecchie a sventola, un cranio pelato ed una folta barba bianca.

Gli scavi nel sito archeologico di Qumran e l’interesse sempre più profondo per Israele sono i perni attorno al quale girerà tutta la sua esistenza. Fra i quasi 900 manoscritti (papiri e pergamene contenenti tutti i libri dell’Antico Testamento e una serie di scritti riguardanti le regole della setta degli Esseni) trovati a Qumran ci sono anche due rotoli di rame. A differenza del resto del materiale, le lamine in questione parlano di un enorme tesoro, stimato in 100 tonnellate d’oro. Per Mendyl, cioè Endyl, scusate Indy, insomma Indiana Jones, si tratta del tesoro del Santuario di Gerusalemme, trasferito segretamente in questa zona desertica per impedirne la razzia o da parte dei babilonesi di Nabucodonosor (in questo caso parliamo del 586 a.c.) o delle legioni romane di Tito (e allora ci spostiamo al 70 d.c.).

L’altra grande passione di Mendyl, l’ebraismo, lo porterà a fondare l’associazione Noatica, una corrente di pensiere che si basa sulle leggi Noachide (o di Noè), sette regole fondamentali che dovrebbere essere osservate da tutta l’umanità, e più precisamente sono:

Non commettere idolatria

Non uccidere

Non rubare e/o rapire

Non compiere relazioni sessuali non ammesse dalla Torah (incesto,stupro)

Non bestemmiare

Divieto di mangiare parti del corpo di animali ancora vivi

Istituire tribunali giusti

 

 

Dal momento del suo trasferimento in Israele, Indy dedicherà la maggior parte della sua esistenza alla ricerca dell’Arca Santa e dei tesori descritti nei rotoli di rame, senza molto successo. Morirà nel 2010, all’età di 80 anni. Il luogo della sua sepoltura è mantenuto segreto anche se si ritiene che si trovi nella zona di Magdala, poco distante dalle rive del lago di Tiberiade.

 

Dotato di un carisma eccezionale, stravagante, a metà fra il genio e il pazzoide, quello che all’inizio di questo post sembrava il più banale degli uomini si è rivelato un personaggio degno di un film. Peccato che Spielberg ci sia arrivato prima di me.

Ma visto che di personaggi strambi e di storie impossibili Israele ne è pieno, alla fine lo precederò.

Il MIG(liore) regalo del Mossad (seconda parte)

 

 

Inspiegabilmente nessuno a Bagdad si insospettisce e la vendita passa clamorosamente innosservata. La prossima tappa dell’operazione è quella di fare espatriare la famiglia del pilota in modo discreto e segreto. L’aiuto arriva dalla resistenza curda, in quel periodo addestrata e finanziata dagli israeliani, che riesce a trasbordare la famiglia Radfa fuori dai confini iracheni.

Domenica 14 agosto 1966 alle ore 6.00 del mattino la radio israeliana in lingua araba mette in onda una famosa canzone: Marhabtein (benvenuto), è il segnale che i familiari di Munir sono al sicuro. Il pilota sale sul suo Mig, riempito fino al limite consentito, e comincia il volo, pochissi minuti dopo il decollo si accorge di un guasto tecnico, torna alla base e con un immenso sangue freddo chiede ai tecnici di riparare il velivolo. La canzone viene ripetuta con le stesse modalità anche l’indomani, ma non c’è nessun segnale radar che indichi l’arrivo di un aereo non identificato dalla rotta prestabilità. Martedì 16 agosto Munir decolla nuovamente, questa volta senza intoppi, secondo gli ordini ricevuti la prima parte del volo si svolgerà in alta quota, solo quando entrerà nello spazio aereo siriano prima, e giordano poi, allora il Mig 21 sorvolerà questi due paesi a bassa quota per cercare di evitare i controlli radar. A metà volo la sala di controllo dell’aviazione israeliana riceve un messaggio radio: “Aladino chiama Boston”, è il segnale convenuto che tutto sta filando alla perfezione.

L’operazione è così segreta che neanche il primo ministro è a conoscenza di tutti i particolari, i caccia israeliani lanciati in volo sono convinti di dover abbattere un aereo nemico, ma una volta lasciata la base ricevono un perentorio ordine di non eseguire nessuna operazione di guerra e di scortare l’aereo fino al punto convenuto.  Il Mig non poteva arrivare in un momento migliore, meno di un anno dopo scoppierà la guerra dei sei giorni, e gli israeliani avranno avuto il tempo di analizzare l’aereo, farlo volare e conoscerne i pregi e i difetti fin nei minimi particolari. Anche gli americani e la NATO riceveranno le preziose informazioni in possesso di Israele. Per chi volesse vederlo, il Mig 21 si trova nel museo dell’aviazione israeliana, a pochi Km. da Beer Sheva.

Ma la storia ha un risvolto tragico. Betty, la moglie di Munir, considererà sempre l’atto del marito come un tradimento verso la patria e i rapporti non saranno più gli stessi. Dopo un periodo di tre anni trascorsi in Israele la famiglia Radfa si trasferisce negli USA con una nuova identità. Ancora oggi il posto dove si trasferirono è coperto dal segreto. Munir e la sua famiglia vivranno nel continuo terrore di essere scoperti dagli iracheni o peggio ancora dai sovietici. Nell’Agosto del 1998, nonostante l’ex pilota fosse in perfetta salute, morirà per un infarto. I figli, vittime inconsapevoli, non si sposeranno mai, così come la moglie e poco si sa di quello che fanno attualmente.

Neppure Le Carrè avrebbe potuto scrivere un finale così tragico.

Il MIG(liore) regalo del Mossad (prima parte)

 

L’alone di mistero e di leggenda che circondano i servizi segreti israeliani sono noti a tutti, ma è solo spulciando attentamente il resumè del Mossad che si riesce a percepire la potenzialità e la creatività con cui “l’Istituto per le informazioni e i servizi speciali”, questa è la sua completa dicitura, riesce a portare a termini compiti a prima vista impossibile.

E’ il caso dell’ Operazione Diamante, l’acquisizione di un Mig 21 di fabbricazione sovietica completamente funzionante compreso il pilota e il manuale d’istruzioni, tutto questo in piena guerra fredda. Il tutto comincia quasi per gioco, durante una colazione fra il Meir Amit, capo dell’intelligence, ed Ezer Weizmann, capo dell’aviazione israeliana, il primo chiese al suo amico quale fosse la cosa di cui avesse maggiormente bisogno, “Procurami un Mig 21” fu l’inaspettata risposta dell’interlocutore. “Ma lo sai che è impossibile” ribattè Amit, ” gli americani  e tutti i maggiori servizi segreti occidentali ci stanno provando da anni, senza nessuna riuscita”. “Se era una cosa facile mica venivo a chiederla a te” fu la lapidaria risposta del pilota.

Correva l’anno 1965, il Mig 21 era considerato la punta di diamante dell’aviazione sovietica, gli americani avevano cominciato a complicarsi la vita nel Vietnam e l’URSS era il principale fornitore di armi nel mondo arabo. Ecco perchè non solo Israele, ma anche gli USA e la NATO erano così ossessivamente alla ricerca di qualsiasi informazione riguardante il caccia.

Dopo un paio di tentativi andati a vuoto, si presenta finalmente l’occasione giusta, un commerciante di fede ebraica di nome Yossef Shamash, informa un agente israeliano di base a Teheran che il marito della sorella della sua amante è un pilota di Mig 21. Non solo, Munir Radfa, questo è il suo nome, è cristiano, e come tale si sente discriminato all’interno dell’aviazione irachena, non riceve incarichi di rilievo e non viene promesso di grado nonostante le sue indiscusse qualità. Ma la goccia che fa traboccare il vaso di Munir consiste nell’essere stato inviato a prendere parte ad una serie di bombardamenti con bombe al Napalm, contro l’inerme popolazione civile curda.

I primi contatti sono soddisfacenti, Shamash informa il pilota che una non meglio specificata “potenza occidentale” è interessata ad impossessarsi di un Mig 21 perfettamente funzionante. Radfa non si oppone, il prossimo passo è quello di un incontro fra i rappresentanti del Mossad ed il pilota, incontro che per forza di cose deve avvenire fuori dai confini iracheni. Si costruisce così una storia di copertura: Kamil, la compagna di Shamash, soffre di feroci emicranie e necessita di una cura all’estero. Munir è l’unico che parli inglese e che possa far da tramite coi medici. L’esercito iracheno non si oppone, le cure e l’incontro si svolgeranno ad Atene.  La data dell’incontro viene fissata per il 10 gennaio 1966.

Solo allora Munir viene a conoscenza del nome del suo nuovo datore di lavoro ma non si scompone più di tanto, molto velocemente si arriva al compenso patuito: 50.000 dollari, e un salvacondotto per tutta la sua famiglia con l’impegno di trovargli una sistemazione in qualsiasi paese desideri. Ma i comandi dell’aviazione israeliana non sono tranquilli, hanno paura che il disertore iracheno faccia il doppio gioco, una volta entrato liberamente nello spazio aereo israeliano c’è sempre la possibilità che il Mig tenti di giocare qualche brutto scherzo. C’è perfino chi sostiene che Munir non sia realmente un pilota.

Per fugare gli ultimi dubbi l’iracheno viene munito di un passaporto israeliano intestato a Moshe Mizrahi e imbarcato sul primo volo per Tel Aviv. In Israele Munir trascorrerà 25 ore e avrà il modo di conoscere i contatti dell’aviazione, di far volare un aereo israeliano e di sorvolare il campo di volo dove avverrà l’atterraggio.

I preparativi procedono a ritmo serrato, a Munir vengono forniti i piani di volo, le coordinate, le frequenze radio e tutte le informazioni necessarie nel caso qualcosa andasse storto. L’autonomia del Mig è di 530 km. Aggiungendo un paio di serbatoi supplementari si può aumentarla fino a 1.100 km, è la distanza esatta fra Bagdad e l’areoporto militare israeliano, qualsiasi deviazione dalla rotta prestabilità aumenterebbe il consumo di carburante contribuendo inevitabilmente al fallimento della missione.

Tutto sembra andare per il meglio ma gli imprevisti sono dietro l’angolo e non tardano ad arrivare. Munir non comunica subito alla moglie della sua intenzione di collaborare col nemico israeliano, le accenna in maniera molto vaga che ha trovato un modo per far fuggire la sua famiglia e stabilirsi in un paese estero dove cominciare una nuova vita. E’ più che naturale quindi che la moglie cerchi di disfarsi di più cose possibili per realizzare un pò di contanti. Si organizza così una vendita pubblica sul giardino antistante la casa dove vengono messi all’asta i mobili, gli elettrodomestici e quant’altro ancora.

Quando la notizia arriva ai vertici dell’Istituto, i responsabili dell’operazione cominciano a strapparsi i capelli per la disperazione….

E’ il momento di una breve pausa, il resto del racconto la settimana prossima.

FALAFEL DAY

 

Si è concluso qualche giorno fa, e più esattamente il 12 giugno, il Falafel day, avvenimento che inspiegabilmente non ha ricevuto la copertura mediatica che meriterebbe. In Italia queste polpette di ceci (o fave) fritte nell’olio sono poco conosciute e, lasciatemelo dire, anche non tanto buone, in Israele invece sono uno dei capisaldi dello street food del paese.

Ancora oggi è indubbia l’origine certa dei falafel. C’è chi sostiene che abbiano origine nel lontano Egitto. La base tipica erano i fagioli (l’etimologia della parola, infatti, è “con molti fagioli”), scendendo nello specifico una delle teorie più accreditate parla di una pietanza tipica dei Copti, i cristiani indigeni dell’Egitto, che li mangiavano nei periodi di astinenza dalla carne, come durante la Quaresima per esempio. Un altra teoria parla di un’origine decisamente più orientale, l’India, dove molti tipi di legumi vengono fatti friggere.

In ogni caso i falafel egiziani sono costituiti principalmente da fave unite con diverse spezie. Nel loro procedere verso il levante, le fave sono state sostituite dai ceci mettendo così pianta stabile nella zona medio orientale.

Mentre per quasi tutti i paesi della zona i falafel sono rimasti una specie di stuzzichino, in Israele hanno subito un vero e proprio aggiornamento e costituiscono tranquillamente un pasto. La rivoluzione israeliana ruota attorno alla pitta, un pane circolare cavo all’interno, che è il contenitore base di tutti i street food israeliani. Grazie a questo particolare tipo di pane è possibile accompagnare le palline di ceci con una sterminata serie di contorni: pomodori, melanzane, lattuga, cipolle, ecc. senza dimenticarsi di aggiungere anche la thina, una salsa a base di sesamo che aggiunge un ulteriore tocco di esotismo orientale.

I falafel vanno mangiati appena fritti, è in quel momento che raccolgono al loro interno il massimo della fragranza e del sapore. Bisogna anche cercare di trovare la pitta della giusta consistenza, abbastanza spessa da non disintegrarsi durante la consumazione impedendo così la fuoriuscita delle numerose componenti pigiate all’interno della stessa.

Per la sua composizione rappresenta la soluzione perfetta per accontentare praticamente tutti i gusti: è economico, vegano, ricco di proteine, insomma un piatto unico che alla fine ti lascia sazio e rasserenato. E’ umanamente possibile stabilire quale sia il miglior falafel in Israele, dovete rassegnarvi e provare i più quotati per arrivare a poter stilare la vostra personale graduatoria. Nel corso di questa stancante ma indispensabile ricerca vi accorgerete che nonostante la giovane età, Israele ha indubbie radici aristocratiche, visto che moltissimi baracchini portano con orgoglio sulla loro insegna il titolo di “Re del falafel”

BUON APPETITO!!!

IL PRIGIONIERO ITALIANO

La storia odierna è proprio di quelle che mi piacciono particolarmente: racconti nascosti e intriganti, fatti di gente semplice,persone  anonime forse, ma piene di umanità e passioni. E sono storie così impensabili che bisogna proprio andare a cercarsele col lanternino. E’ un vero e proprio lavoro di scavo all’interno degli anfratti più reconditi dell’animo umano, e più le storie riportate alla luce sembrano pazzesche, più è grande la ricompensa.

Il personaggio di questo breve articolo si chiama Antonio (Ariè) Cairo, originario di Copertino, un paese in provincia di Lecce. Negli anni ’40 Antonio, si arruola nel regio esercito e combatte sul fronte africano. Nelle battaglie che imperversano nella zona di Tobruk viene fatto prigioniero dagli inglesi e dopo numerose peripezie viene destinato in un campo di reclusione situato a Ein Shemer, oggi Israele, allora parte della Palestina mandataria e quindi sotto il controllo britannico.

Antonio, diventato in breve tempo il cuoco del campo, ha una relativa libertà di azione e decide di approfittarne per scappare dalla prigionia. Nella sua nuova condizione di evaso comincia a collaborare con una l’Ezel, una formazione paramilitare in lotta contro l’occupante britannico. Antonio è un tipo sveglio e coraggioso, in poco tempo riesce a rubare delle armi da una base inglese e fornire preziose informazioni sui trasporti ferroviari di materiale bellico. La sua base logistica è un’edificio abbandonato all’interno del moshav Gan Shomron, a metà strada fra Haifa e Tel Aviv. Dopo la dichiarazione dello Stato d’Israele, Antonio può finalmente uscire dal suo stato di clandestinità e si mette a lavorare come bracciante agricolo nel moshav e nel suo circondario.

Proveniente da una famiglia di agricoltori e abituato al lavoro duro, il giovane viene notato come un lavoratore serio e coscienzioso e in breve tempo riesce a costruirsi una cerchia di amici e godere anche di una certa agiatezza economica. Durante la proiezione di un film, “luci del varietà” per la cronaca, l’ex prigioniero di guerra si invaghisce di Hanna, una giovane ragazza ebrea di origini irakene. La corte è spietata e Antonio è un ragazzo serio e rispettato, i genitori di lei accettano la sua richiesta di matrimonio, anche perchè il ragazzo, per dimostrare la sua serietà è disposto a convertirsi all’ebraismo. Poco tempo dopo il matrimonio Antonio, nel frattempo ribatezzato Arie, viene accettato come membro effettivo della cooperativa del Moshav. Da questa unione nasceranno 4 figli.

Ma le doti che lo avevano aiutato a sfondare,  lentamente ma inesorabilmente gli si ritorcono contro. La colpa di Antonio è di essere troppo bravo. Lavora duramente e meglio dei propri vicini, la sua stalla è la più grande, i suoi campi sono i meglio coltivati, e questo basta a creare una situazione di tensione, che in un piccolo villaggio può rompere i fragili equilibri del quieto vivere. Inoltre Gan Shomron è un moshav di ebrei tedeschi e quindi molto omogeneo dal punto di vista della popolazione, fattore che non può certo aiutatare l’integrazione di questo strano personaggio. La storia, fra invidie, litigi, contrasti e via dicendo, va avanti per più di 40 anni, alla fine dei quali Antonio decide di lasciare Israele e tornarsene al paese natio.

E così una bella mattina, senza aver avuto nessuna notizia sul suo destino ecco che i fratelli di Arie si vedono capitare in casa un familiare di cui non avevano avuto più notizie da decenni. Nonostante abbia ormai più di 64 anni Antonio mette su un vivaio che si rivela subito un’attività redditizia. L’ex prigioniero di guerra non lascerà più il suo paese e vi morirà all’età di 84 anni, due dei suoi figli rimarranno in Italia mentre gli altri due insieme alla madre ritorneranno a vivere in Israele.

Ma come scrivevo in apertura, la storia trasuda passione, nel corso del tempo si sono create vere e proprie spaccature all’interno del nucleo familiare, Uzi il secondogenito è in rotta con la madre e praticamente non si parlano più, Nurit la terza figlia si è convertita al cattolicesimo per evitare tensioni familiari col marito italiano. Ma la più tosta di tutte si è rivelata la moglie Hanna, che di punto in bianco, clandestinamente, dopo aver deciso di voler ritornare in Israele, è riuscita a far traslare la salma dal cimitero cattolico di Copertino per farla esumare in quello ebraico di Hadera!!

Deciso a chiudere i conti col passato, Uzi ha prodotto un documentario sulla travagliata ed avventurosa storia del padre, andando a rimestare nel passato intervistando sia Antonio che diverse persone che lo conobbero nel corso della sua esistenza. Dei quattro figli, Uzi è quello che probabilmente ha più ereditato il pollice verde e la caparbietà del padre. Ha impiantato un’azienda agricola specializzata nella coltivazione del Melograno con delle piantagioni che si sviluppano per più di 1200 ettari. Un bel modo per tramandare la memoria del suo genitore.

Il Palmach

 

Siamo agli inizi degli anni ’40 del XXsimo secolo. La Seconda Guerra Mondiale è al culmine e la Gran Bretagna e i suoi alleati si trovano ancora sulla difensiva. Nella Palestina Mandataria gli inglesi cominciano a redigere un piano di evacuazione nel caso che le truppe dell’Africa Korps di Rommel riuscissero a sfondare le difese inglesi in Egitto e contemporaneamente cominciassero a minacciare dal Libano e dalla Siria la Galilea. E’ in questo scenario apocalittico che nasce il Palmach, l’acronimo ebraico di Plugot Mahaz, traducibile in truppe d’assalto.

L’idea era quella di formare delle unità relativamente piccole e addestrarle alla guerriglia. Nel caso di una possibile invasione delle truppe dell’Asse, avrbbero dovuto essere i volontari del Palmach a frenare l’avanzata nemica sabotando le linee di comunicazione, effettuando imboscate e seminando confusione e incertezza. Nel promontorio del Monte Carmelo, a Haifa, si costruiscono una serie di bunker e un pò dappertutto vengono creati dei depositi segreti. Una specie di Gladio anti litteram.

Il Palmach viene fondato ufficialmente nel maggio 1941 e compierà una serie di operazioni in Siria e Libano, allora sotto il controllo del regime collaborazionista della Francia di Vichy. Nel corso di una di queste azioni, Moshè Dayan, allora un giovane ufficiale della neonata unità verrà colpito ad un occhio da un cecchino francese e trasformerà quella ferita, coprendo l’occhio leso con una benda nera, nel suo segno distintivo.

Nel 1942 gli inglesi sconfiggeranno le truppe di Rommel ad El Alamein e il corso della guerra comincerà a cambiare in favore delle truppe alleate.  Scampato il pericolo gli inglesi sciolgono ufficialmenteil Palmach, ma gli israeliani non vogliono assolutamente rinunciare a quello che è ormai diventato un corpo di elite e lo trasformano in un’unità semi clandestina. I componenti del Palmach sono gli unici soldati a sostenere degli addestramenti regolari, per sopperire alla cronica mancanza di fondi viene adottata una soluzione che può darci un’idea del modo di ragionare fuori dagli schemi che farà sempre parte delle caratteristiche di questo corpo così particolare.

Saranno i Kibbutzim, sparsi a decine lungo tutto il territorio, ad ospitare i combattenti secondo il seguente ruolino di marcia: 14 giorni di lavoro, 8 di addestramento ed  8 di riposo. E’ in questa stravagante win win situation che nasce e si sviluppa il mito del Palmach. Ragazzi e ragazze alle prese con attività di guerriglia e di difesa, ma anche intenti ad accudire alla stalla, lavorare in cucina o nei campi, ma sempre sprizzanti energia vitale e un’inestinguibile voglia di vivere. La mancanza di disciplina e di formalità, che caratterizzerano per sempre il corpo, deriveranno proprio da queste norme di comportamento.

Il periodo di ferma nel Palmach è di due anni, alla fine dei quali si passa nella riserva, ciò significa che ci si continua ad allenare, seppure più sporadicamente, rimanendo inquadrati militarmente. Dayan e Rabin sono i nomi più conosciuti di decine se non centinaia di personaggi che continueranno a servire l’esercito, diventando alti ufficiali, anche dopo lo scioglimento del corpo. Ma il Palmach non è soltanto esercito, una volta terminata la guerra d’Indipendenza nel 1949 molti diventano scrittori, musicisti, cantanti, storici, intellettuali e influenzeranno per sempre la società israeliana. All’apice della sua storia il Palmach arriverà a comprendere 6.000 unità fra regolari e riserve, di queste 1.168 moriranno durante i combattimenti del 48-49. Una percentuale enorme.

La simbiosi esistente fra il Palmach ed i Kibbutzim influenzò queste unità in maniera determinante dal punto di vista politico. Ben gurion da un lato ammirava la loro spensieratezza giovanile, dall’altro era molto sospettoso nei riguardi di queste brigate leggermente anarchiche e poco rispettose della disciplina e della gerarchia militare. Già nel corso della guerra d’Indipendenza le truppe “irregolari” del Palmach verrano inserite nel neonato esercito israeliano perdendo così in poco tempo la loro peculiarità.

Il Palmach in Israele sta attraversando un periodo di inaspettata popolarità. Una nuova serie televisiva dedicata al pubblico giovanile, ha riportato in auge i personaggi e il periodo diventando molto popolare. Anche la reclusione forzata dentro casa, dettata dal Covid 19, ha senz’altro contribuito al suo successo. Forse una serie simile dedicata ai partigiani in Italia, servirebbe non poco a comprendere ed assimilare concetti ed ideali che diamo per scontati scordandoci di quanto sia stata lunga e dolorosa la strada che ci ha portato al traguardo.

E la terra si placherà

 

Domani sera, 27/4/20 comincerà in Israele Yom haZikaron, la giornata del ricordo. E’ la giornata in cui si ricordano tutti i caduti, civili e militari, che hanno contribuito alla nascita e all’esistenza dello Stato d’Israele. A tutt’oggi il numero dei caduti è di 23.816 persone. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la data d’inizio di questo triste calcolo non è direttamente collegata alla dichiarazione d’Indipendenza del 14/5/1948 ma è molto più anteriore. Per definizione la prima vittima legata ad atti di terrorismo contro gli ebrei dell’allora Impero Ottomano è considerata Aron Hersheld, assassinato il 1 gennaio 1873.

Quest’anno, come in tantissime altre cose, il Covid 19 ha scombussolato letteralmente le numerose tradizioni legate a questa giornata così particolare. La principale è che, per la prima volta in assoluto, ci sarà la chiusura totale dei cimiteri di guerra, dove proprio in questa occasione c’è sempre un’enorme affluenza di familiari, commilitoni e amici dei caduti. Ci sarà soltanto un picchetto d’onore composto da pochi soldati. La chiusura è dettata dalla volontà di limitare un possibile contagio, anche se è chiaro a tutti che il divieto non verrà applicato alla lettera e chi sentirà la necessità di presenziare personalmente sulla tomba di un suo caro non verrà colpito da nessuna sanzione.

Ho già scritto diverse volte a riguardo dei numerosi significati che Yon haZikaron e Yom haAzmaut rappresentano per la società israeliana, ma le sfaccettature sono così numerose che è sempre possibile aggiungere qualcosa di nuova senza doversi mai ripetere. Questa volta ho scelto di pubblicare una famosa poesia di Nathan Alterman, “Il vassoio d’argento”, un testo che viene immancabilmente letto durante le cerimonie in ricordo dei caduti durante le guerre, gli addestramenti, attentati terroristici ed operazioni segrete.  Il vassoio d’argento fu pubblicata per la prima volta nel dicembre del 1947 e diventò immediatamente il simbolo dell’appena iniziata Guerra d’indipendenza, la più sanguinosa fra tutte quelle combattute. Basti pensare che su una popolazione di 600 mila abitanti vi furono oltre 6 mila caduti, l’uno per cento della popolazione. Fatte le dovute proporzioni un conflitto del genere sarebbe costato oggi all’Italia oltre 600 mila morti.

 

Il vassoio d’argento

 

E la terra si placherà

L’occhio arrossato del cielo

Scorrerà lentamente su confini fumanti

Ed una nazione starà, ferita ma viva

Ad accogliere il miracolo, unico e solo.

Si preparerà alla cerimonia al sorgere dell’alba

Vestita di festa e di dolore

Allora si faranno innanzi un giovane ed una fanciulla

E lentamente cammineranno verso la nazione.

Vestiti di sabbia, giberna e scarponi

Saliranno dal sentiero camminando in silenzio

Non hanno cambiato gli abiti ne hanno cancellato/i segni della dura giornata e della notte di fuoco.

Stanchi, infinitamente stanchi, stillanti rugiada di giovinezza ebraica

Immobili serviranno il loro sangue/senza dar segno di essere morti o vivi.

Allora chiederà la Nazione silenziosa e stupita/”Chi siete”?

E loro in silenzio risponderanno

”Noi siamo il vassoio d’argento sul quale ti è dato servito lo Stato ebraico”.

Così diranno e cadranno ai loro piedi, avvolti nell’ombra

Ed il resto verrà narrato nella storia d’Israele.

 

Sia il loro ricordo benedetto.

 

Un tatuaggio è per sempre

 

Siamo ai tempi del Covid 19. Rimanere chiusi in casa è un obbligo e il tempo passa lentamente, improvvisamente ci accorgiamo di quanto le piccole abitudini quotidiane siano così importanti per un animale sociale come l’uomo.. Il caffè con gli amici, gli abbracci, le pacche sulle spalle, tutti questi piccoli gesti quotidiani sono diventati improvvisamente pericolosi e nocivi. In questo assurdo capovolgimento di fronte ognuno si arrangia come può, c’è chi cucina, chi mette a posto la casa, guarda la TV ecc. Io preferisco l’evasione.

Quindi tante letture e tanta scrittura cercando di tanto in tanto di riportare alla superficie qualche storia dimenticata, qualche personaggio strano, qualche usanza andata persa, tutti ingredienti indispensabili per creare un racconto e descrivere allo stesso tempo un breve spaccato di realtà celate fra i vicoli di Gerusalemme.

I protagonisti di oggi sono la famiglia Razzouk, egiziani copti in pianta stabile a Gerusalemme da oltre 500 anni. La loro specialità, tramandata da padre in figlio da oltre 27 generazioni è quella del tatuaggio, e più precisamente l’incisione di simboli religiosi, per lo più cristiani, sulla pelle delle migliaia di pellegrini che affollano da sempre la loro bottega, situata a poche centinaia di metri dalla porta di Jaffa.

In origine per i cristiani farsi tatuare in Terra Santa non era una scelta presa in autonomia, ma un’imposizione oppressiva: durante l’epoca romana venivano talvolta arrestati, marchiati e costretti a lavorare in miniere di oro, argento e piombo; con la conquista islamica della regione nel 640 d.C. venne loro imposto il tatuaggio di una piccola croce nel lato interno del polso destro. Lo scopo era rendere più facile alle autorità il riconoscimento e la raccolta delle tasse.

Tuttavia, i cristiani hanno poi “reclamato” questo segno di riconoscimento come prova della loro fede. Alcune chiese, in particolare nella tradizione copta, cominciarono a offrire tatuaggi ai fedeli e a chiedere di mostrarlo prima entrare, usandolo come strumento di tutela. Per i cristiani perseguitati, il tatuaggio della croce divenne un simbolo di vicinanza alla sofferenza di Gesù Cristo.

Durante l’epoca crociata il tatuaggio era la prova certa, il segno di essere veramente arrivati in Terra Santa e visitato e venerato i luoghi Santi del cristianesimo. Nel corso dei secoli l’uso del tatuaggio si è affinato e da una piccola e semplice croce si è passati a vere e proprie piccole opere d’arte.  Croci di Gerusalemme, ascensioni di Cristo, Madonne con bambino, San Giorgio e il drago. L’attuale  rappresentante della dinastia dei Razzouk si chiama Wassim, che è in possesso di una serie di timbri in legno molto antichi. Ogni timbro racchiude un motivo religioso, una volta scelta l’immagine preferita il timbro viene impresso sulla pelle e poi viene inciso attraverso una ago sotto l’epidermide.

Decine di Patriarchi latini e addirittura l’Imperatore etiope Haile Selassie sono passati attraverso questo piccolo laboratorio per imprimere sulla propria pelle il loro atto di fede. Strano destino quello del tatuaggio, a seconda delle diverse latitudini ha assunto un diverso significato: fede, bellezza, magia, esoterismo, malavita, avventura.

Oggigiorno il tatuaggio è stato sdoganato ed è diventato parte dell’abbigliamento corporeo di molti di noi. E gli innumerevoli simboli policromi che si vedono sparsi quà e là fra avambracci, polpacci, glutei e toraci appaiono più come una moda passeggera che non come una cosciente volontà di trasformare in maniera indelebile il proprio corpo.

Conformismo o ribellione? Sinceramente non lo so, nel dubbio io rimango fedele alle decalcomanie di quand’ero bambino. Ma non ditelo a Wassim.

Il Sabato del villaggio (Globale)

 

Stasera comincia lo Shabbath, il Sabato ebraico. Per chi lo osserva integralmente è una giornata di completo riposo: non si lavora, non si cucina, non si viaggia, niente tv, computer e radio e soprattutto niente telefonini!

Si sta a casa, si prega e si passa la maggior parte del tempo in famiglia. Chi lo osserva assicura che ti garantisce un relax assicuro e ti ricarica le batterie per la settimana a venire. L’isolamento forzato di questo periodo è l’occasione perfetta per controllare se lo Shabbath funzioni. Da stasera fino al tramonto di domani provate a limitare al minimo i contatti con l’esterno, per ritrovare voi stessi e il rapporto coi vostri familiari e i vostri amici

Per invogliarvi ad una maggiore introspezione ed a una riscoperta di valori dimenticati o trascurati oggi vi dedico una versione un pò “frikkettona” di uno dei più noti canti liturgici ebraici “Lehà dodi” traducibile in “Vai mio amato”. Il Sabato viene paragonato ad una sposa che va accolta e ospitata con tutti gli onori.

Eccovi la traduzione:

Vieni mio Amato, incontro alla Sposa, accogliamo lo Shabbat.

Osserva e ricorda: con una sola espressione
ci ha fatto udire il Dio Unico
Il Signore è uno e uno è il suo nome
per fama, lode e gloria.

Vieni mio Amato, incontro alla Sposa, Accogliamo lo Shabbat.

Orsù andiamo incontro allo Shabbat
perché è la fonte della benedizione.
Dalle origini più antiche fu stabilito
Fu l’ultimo ad essere creato, ma il primo ad essere pensato.

Vieni mio Amato, incontro alla Sposa, Accogliamo lo Shabbat.

Santuario del Re, città regale,
sorgi, esci dalla distruzione;
hai vissuto abbastanza nella valle del pianto
Egli avrà pietà di te

Vieni mio Amato, incontro alla Sposa, Accogliamo lo Shabbat.

Destati, destati, perché è giunta la tua luce, alzati, risplendi

svegliati e intona un canto

la gloria del Signore si è manifestata su di te

 

Shabbath Shalom