Scende la pioggia

 

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti.

La pioggia nel pineto. Gabriele D’Annunzio

 

In Israele sta piovendo, e molto. Molto di più degli ultimi anni, e in un paese dove la stagione delle piogge è limitata fra novembre e marzo-aprile, ogni goccia di pioggia ha una valenza enorme e si porta dietro tutta una serie di costumi tipici di questo paese.

Il fulcro della stagione piovana gira attorno al Kinneret, il lago di Tiberiade, per decenni usato come un enorme serbatoio d’acqua potabile che forniva gran parte del paese. Ogni israeliano sa che nel Kinneret esistono due linee rosse invalicabili: la più bassa, -213 m. sotto il livello del mare, impedisce il pompaggio dell’acqua nell’acquedotto nazionale, la linea superiore,       – 208,9 m. implica l’apertura di una diga che si trova nella parte meridionale del lago per impedire l’allagamento di Tiberiade e dei vari centri abitati che sorgono sulle sponde del Kinneret.

Questi dati vengono aggiornati quotidianamente durante i notiziari serali, e l’alzarsi o l’abbassarsi del livello idrico è fonte di conversazioni e dibattiti e incide in maniera impressionante sul morale nazionale. L’inverno 1991-1992 è la pietra di paragone per i tuttologi del meteo, città allagate, treni bloccati, nevicate anche a bassa quota. A casa mia ancora si parla di come il kibbutz restò isolato per tre giorni, al punto che bisognò gettare il latte appena munto, visto che la cisterna frigorifera dove veniva immagazzinato era già colma!

Sono passati quasi trent’anni e sembra che le precipitazioni stagionali raggiungeranno o adirittura supereranno il record di allora. I dati fanno ben sperare, il livello del lago si è alzato di 3 metri, ma ne mancano ancora 2,5 per arrivare al pericolo inondazione e poter così aprire dopo decenni la mitica diga di Degania, aumentando così la portata idrica del Giordano e del Mar Morto. In un paese dove solo l’anno scorso sono stati sparati oltre 1200 razzi dalla striscia di Gaza, l’interesse per la situazione idrica può sembrare surreale, illogico se non adirittura morboso, ma questa è una delle particolarità di un paese che si è confrontato da sempre con l’emergenza acqua.

E dopo aver cominciato questo post con una poesia del Vate terminerò con un’altra poesia, questa volta frutto della penna di Rahel Bluwstein, o semplicemente Rahel, una delle più famose poetesse israeliane. Rahel è famosa fra l’altro per aver descritto la vita dei pionieri che cominciarono ad abitare i primi insediamenti attorno al lago di tiberiade, lei stessa abitò per un breve periodo a Degania, la madre di tutti i kibbutzim. Moltissime delle sue poesie sono diventate canzoni famosissime e trasmesse tuttora nei programmi radiofonici. Eccovi delle brevi righe di “E forse” ambientata proprio sul Kinneret.

E forse, le cose non accadero mai/ mio Kinneret, o mio Kinneret, sei reale o è stato tutto un sogno?

Ai posteri l’ardua sentenza…

La storia fantastica

 

 

“Questa è la storia di come un Baggins ebbe un’avventura e si trovò a fare e dire cose del tutto imprevedibili”  (J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit)

 

Israele è un paese relativamente piccolo, grande quanto la Lombardia, e giovane (fondato nel 1948). Ma è incredibile la quantità di storie e curiosità che si riesce a trovare nascoste accuratamente fra le pieghe dell’attualità quotidiana. Come tanti dei racconti di cui scrivo di volta in volta, anche questo ha del surreale, anzi del fiabesco, ed è naturale che sia così visto che oggi ci occuperemo di Hobbit.

Siamo agli inizi degli anni ’70, nella penisola del Sinai si sta combattendo una guerra ormai dimenticata, la “guerra di logoramento” fra egiziani e israeliani. Una guerra fatta di continui bombardamenti, azioni di commando e scaramucce militari che non fanno che produrre un continuo dissanguamento di vittime da entrambe le parti.

In questo contesto si ritrovano nella famigerata prigione di Abbassia, 10 prigionieri di guerra israeliani, fra di loro 4 piloti. Il gruppetto cerca di organizzare un programma giornaliero per alleviare il più possibile le dure condizioni che la prigionia comporta. Stiamo parlando di interrogatori, torture, notizie frammentarie da parte di familiari e amici. Per mitigare la situazione e alzare il morale l’ordine del giorno prevede ginnastica, corsi a livello universitario, tornei di bridge ma soprattutto libri, molti, moltissimi libri. Quasi tutti in inglese. Durante i tre anni del periodo di prigionia ci fu chi riuscì a leggerne 304, qualcosa come un libro ogni 3-4 giorni!

E’ uno di questi libri “The Hobbit” di J.R.R. Tolkien divenne uno dei più riusciti tentativi di evasione dalla realtà quotidiana.  In poco più di quattro mesi, grazie soprattutto al gruppo dei piloti, il libro venne tradotto in ebraico. L’impresa è da considerarsi ancora più eccezionale se si tiene conto che non si trattava di professionisti, e che molti dei termini e dei vocaboli del libro non esistevano, nel vero e proprio senso letterale, in ebraico. La traduzione si rivelò uno dei migliori modi per “evadere”, se non altro con la mente, dalla prigionia egiziana. Non dovendo rendere conto a nessuna casa editrice la trascrizione del testo in ebraico divenne quasi un divertimento, certamente un diversivo che acuiva le facoltà intellettuali di chi si impegnava nel compito presosi.

Ma in una cella di 6 metri per 6 dove devono convivere dieci personalità diverse, formare un gruppetto a parte può rivelarsi controproducente, c’è troppa intimità e troppa complicità, e questo può portare a tensioni indesiderabili. Fu questo il motivo che il gruppo dei traduttori decise di fermarsi e di non continuare con la traduzione del “Signore degli anelli”, nonostante fossero in possesso di tutti e tre i volumi. “Pensavamo di tradurlo nella prossima prigionia”, fu la risposta di Rami Herpaz, uno dei piloti traduttori.

Il periodo di prigionia terminò dopo la guerra del Kippur, e quello che doveva essere in definitiva uno svago per riempire le lunghe e monotone ore da trascorrere in cella divenne un caso letterario tanto da essere pubblicato e raggiungere un certo successo. Di traduzioni del libro di Tolkien ne esistono tre versioni, ma è inutile chiedere ai prigionieri di guerra di Abbassia quale sia la migliore, non bisogna essere dei geni per sapere la risposta, basta essere amanti della libertà. Soprattutto se supportati da un’enorme forza di volontà e tanta fantasia.

 

Talmud per principianti

 

Lungi da me riuscire a spiegare in poche righe cosa sia il Talmud, la base principale di tutto ciò che possa essere descritto col termine ebraismo. Ma per dare un piccolo assaggio di come funzioni la logica che ha sviluppato questo trattato di più di 6.200 pagine che comprende etica, filosofia, storia, tradizioni e molto altro ancora riporto una storiella che condensa in maniera esemplare la materia.

Un giovane bussa alla porta di un grande talmudista:
“Rav, vorrei studiare il Talmud.”
“Conosci l’aramaico ?”
“No.”
“E l’ebraico ?”
“Neppure.”
“Hai mai studiato Torà ?”
“No, Rav, ma mi sono laureato con lode ad Harvard in filosofia e ho preso un PhD a Yale. Mi piacerebbe completare la mia formazione con un po’ di Talmud”
“Dubito che tu sia pronto per il Talmud. E’ il più vasto e profondo dei libri. Se lo desideri comunque ti farò un esame di logica e, se lo supererai, ti insegnerò il Talmud.”
“Va bene. Me la cavo con la logica.”
“Prima domanda. Due ladri scendono da un camino. Uno esce con la faccia pulita, l’altro con la faccia sporca. Quale dei due si lava la faccia ?”
“Il ladro con la faccia sporca.”
“Sbagliato. Quello con la faccia pulita. Esamina la logica. Il ladro con la faccia sporca guarda quello con la faccia pulita e pensa di essere pulito anche lui. Quello con la faccia pulita invece guarda quello con la faccia sporca e pensa che anche la sua lo sia. Quindi quello che si lava la faccia è quello con la faccia pulita.”
“Molto sottile ! Rav, mi faccia un’altra domanda”
“Due ladri scendono da un camino. Uno esce con la faccia pulita, l’altro con la faccia sporca. Quale dei due si lava la faccia ?”
“Ma … lo abbiamo già stabilito. Quello con la faccia pulita se la lava !”
“Sbagliato. Se la lavano entrambi. Esamina la logica. Quello con la faccia sporca pensa che la sua faccia sia pulita. Quello con la faccia pulita pensa che la sua faccia sia sporca. Quando quello con la faccia sporca lo vede lavarsi la faccia allora capisce che anche la sua deve essere sporca. Pertanto se la lavano tutti e due.”
“Non ci avevo pensato … Per favore, un’altra domanda.”
“Due ladri scendono da un camino. Uno esce con la faccia pulita, l’altro con la faccia sporca. Quale dei due si lava la faccia ?”
“Bene, adesso è chiaro che se la lavano entrambi.”
“Sbagliato. Nessuno dei due se la lava. Esamina la logica. Quello con la faccia sporca pensa che la sua faccia sia pulita. Quello con la faccia pulita pensa che la sua faccia sia sporca. Ma quando quello con la faccia pulita vede che quello con la faccia sporca non se ne cura, allora anche lui non se la lava. Pertanto nessuno dei due si lava la faccia. Come puoi vedere non sei ancora pronto per il Talmud.”
“Rav, per cortesia, un’ultima domanda !”
“Due ladri scendono da un camino. Uno esce con la faccia pulita, l’altro con la faccia sporca. Quale dei due si lava la faccia ?”
“Nessuno !”
“Sbagliato. Forse ora capisci perché Harvard e Yale non ti possono preparare per il Talmud. Dimmi, come è possibile che due uomini scendano per lo stesso camino e uno esca con la faccia pulita e l’altro con la faccia sporca ?”
“Rav, ma voi mi avete appena dato quattro risposte contraddittorie su questa stessa domanda ! E’ impossibile !”
“No figlio mio, non è impossibile, è il Talmud”

Non solo Entebbe

 

L’operazione Yonathan, meglio conosciuta come operazione Entebbe è ormai entrata di diritto nel Pantheon delle azioni militari da manuale.  Volare per 3.800 km e riuscire a riportare a casa 105 ostaggi e 12 membri dell’equipaggio con pochissime perdite fu un impresa quasi probabilmente irripetibile, e l’alone di leggenda che la circonda è più che meritato.

Ma esattamente cinquant’anni fa, sette anni prima di Entebbe, ci fu un’altra impresa forse addirittura più complicata, rischiosa e sicuramente molto più delicata. Nonostante tutto ciò, quasi sicuramente per il suo risultato incruento, il caso delle motocannoniere di Cherbourg è caduto clamorosamente nel dimenticatoio. Anche qui, come ad Entebbe, vengono mobilitati più di 130 combattenti, la distanza è di 5,700 km, gli ostaggi sono solo cinque, ma sono molto più ingombranti, ma soprattutto l’avversario da battere non è l’Uganda di Idi amin, ma la Francia di Charles de Gaulle.

Sono passati due anni dalla guerra dei sei giorni, e i nuovi equilibri mondiali convincono l’allora presidente francese a modificare completamente le alleanze medio orientali e riappacificarsi quanto più possibile col mondo arabo. Da questa nuova linea politica nasce, nel 1967, un embargo di armamenti militari francesi verso Israele. Le prima vittima è una fornitura di 50 aerei Mirage già regolarmente pagati dagli israeliani. In seguito alla distruzione al suolo di 14 aerei civili di diverse compagnie aeree arabe, atto di rappresaglia contro l’attacco di una formazione terroristica palestinese nei confronti di un aereo di linea israeliano all’areoporto di Atene, l’embargo francese diventa totale con il conseguente blocco della fornitura delle ultime cinque motocannoniere di un totale di 12 già regolarmente ordinate e pagate per metà secondo gli accordi siglati fra i due stati.

La marina militare israeliana, la cenerentola delle forze armate di allora, è molto arretrata dal punto di vista tecnologico e le motocannoniere sono  indispensabili per  modernizzarla. Diventa quindi indispensabile riuscire a trovare un escamotage che permetta agli israeliani di venire in possesso delle navi senza creare una crisi diplomatica irrimediabile.

I cantieri navali francesi, preoccupati per l’inevitabile numero di licenziamenti che il blocco della commessa comporterebbe, continuano nonostante tutto a lavorare, sperando in una possibile soluzione diplomatica. Gli israeliani, parallelamente, cominciano a studiare la maniera di fare uscire le navi senza venir meno al diritto navale internazionale.

La soluzione non è delle più semplici ma si rivelerà vincente. Viene costituita una società fittizia norvegese che si dimostra interessata all’acquisto delle navi per poter difendere alcune piattaforme petrolifere che si trovano nel mare del nord. La copertura ha una sua logica e non desta sospetti fra i francesi che autorizzano la vendita.  Il contratto viene firmato e ratificato il 22 dicembre 1969. Per limitare le possibili ripercussioni diplomatiche al minimo, nè l’ambasciata israeliana in Francia nè il Mossad vengono informati di cosa sta bollendo in pentola.

Una volta dato il via libera alla liberazione degli “ostaggi”,  vengono introdotti in maniera discretta più di 130 marinai israeliani che dovranno dirigere le navi dall’oceano atlantico fino a Haifa.

Alle 2.30 del 25 dicembre le cinque motocannoniere, nonostante le avverse condizioni atmosferiche, lasciano il porto di Cherbourg, destinazione Israele. La rotta prevede l’attraversamento della Manica e dello stretto di Gibilterra nonchè il mantenersi abbastanza distanti sia dalle acque territoriali francesi sia dalla costa africana. Inoltre sono previsti almeno due rifornimenti di carburante in mare aperto. Ultimo particolare: la quinta nave è sprovvista di radar e di radio di bordo. Per le comunicazioni verranno usati due radiotrasmittenti giocattolo della portata di due km. circa. Le festività natalizie aiutano il colpo di mano israeliano, e la sparizione delle navi viene ufficialmente scoperta soltanto due giorni dopo la partenza. A questo punto si tratta di una corsa contro il tempo, i francesi sorvolano la flottiglia con i propri aerei militari, i sovietici sorvegliano gli israeliani con una nave spia al largo di Lampedusa, gli egiziani tenteranno prima di affondare il naviglio silurandole con un sommergibile, mai partito per motivi tecnici, e poi di appropiarsene tramite un arrembaggio.

La copertura legale dell’acquisto è solida è impedisce al governo francese di agire militarmente. Inoltre le navi sventolano bandiera norvegese durante tutti i cinque giorni della navigazione, la cambieranno con quella israeliana una volta arrivati a Haifa. Anche cinquant’anni fa, come adesso, i politici non persero l’occasione di farsi belli agli occhi dell’opinione pubblica, e impongono alle navi di fermarsi in mare aperto per più di sette ore, per farle attraccare in perfetto orario con il telegiornale delle 19:00.

Le nuove unità marine si rivelarono decisive nel la guerra del Kippur, sconfiggendo in maniera lampante sia la marina siriana a Latakia, otto navi siriane affondate contro zero perdite israeliane, e sia quella egiziana, tre navi egiziane affondate contro due israeliane danneggiate.

Chi ne trasse un grosso vantaggio dal colpo di mano israeliano furono paradossalmente i cantieri navali di Cherbourg che ricevettero di riflesso un’enorme pubblicità commerciale.

All’epoca del raid israeliano ero più un bambino che un ragazzino, completamente a digiuno di termini marinari, ma ancora oggi nessuno può togliermi dalla testa che le navi di Cherbourg non erano delle modeste motocannoniere, ma delle vere e proprie Fregate!

Succoth, la guida dei perplessi

 

 “Celebrerai la festa delle capanne per sette giorni, quando raccoglierai il prodotto della tua aia e del tuo torchio; gioirai in questa tua festa, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava e il levita, il forestiero, l’orfano e la vedova che saranno entro le tue città. Celebrerai la festa per sette giorni per il Signore tuo Dio, nel luogo che avrà scelto il Signore, perché il Signore tuo Dio ti benedirà in tutto il tuo raccolto e in tutto il lavoro delle tue mani e tu sarai contento »   (Deuteronomio 16;13-15)

La festa di Succoth,o festa delle capanne, sta per cominciare. In tutta Israele è uno spuntare di abitazioni improvvisate, chi sul giardino, chi sul terrazzo e chi sul balcone.  La tradizione, e la legge ebraica, impongono ad ogni ebreo di lasciare per una settimana all’anno le proprie comodità e ricordare i quarant’anni di peregrinazioni nel deserto. Un modo per sottolineare come la vita non debba mai essere presa per scontata ed i cambiamenti saranno sempre all’ordine del giorno.

Per chi si aggirasse in Israele in questi giorni eccovi alcuni appunti per aiutarvi a capire gli strani atteggiamenti e i vari acessori liturgici legati alla festa.

La Succah. La capanna deve essere costruita all’esterno, idealmente in un posto facilmente accessibile dalla propria casa. Alcuni esempi di luoghi dove si può costruire la Succah: balconi, cortili, giardini e tetti e qualsiasi posto che è sotto al cielo aperto. Infatti secondo la legge Ebraica non ci può essere nulla tra la Succah e il cielo aperto. È bene accertare che non ci siano alberi, tetti, tende o tettoie che sporgono sopra la Succah. Essendo una capanna non ci deve essere un tetto solido e stabile, bensì una copertura di frasche che lascino la possibilità di intravedere il cielo. Di norma bisognerebbe mangiare e dormire nel nuovo ambiente. Diciamo che la cosa più seguita è quella di mangiarci dentro, quasi tutti i ristoranti israeliani hanno una costruzione dove poter mangiare seguendo i dettami religiosi.

Il Lulav. E’ costituito da tre rami di piante diverse più un cedro a significare i vari componenti del popolo ebraico.

La palma, che dà frutti dolci nutrienti ma non ha profumo.

Il mirto, che ha profumo ma non dà frutti.

Il salice, che non da né profumo né frutti.

Il cedro, che dà frutti e profumo.

I tre rami vanno legati assieme ed agitati tenendo contemporaneamente il cedro in mano. Alcuni giorni prima della festività nascono un pò dappertutto autentici mercati delle “quattro specie”. I cedri più quotati arrivano da Santa Maria del Cedro (CS) in Calabria.

La benedizione sacerdotale (Birkat Cohanim).

E’ uno dei momenti più emozionanti di tutta la settimana. Se siete in zona Kotel fate di tutto per assistervi, magari dal pontile dei mougrabhim. Quest’anno si svolgerà mercoledì 16 ottobre alle ore 8.30 e alle ore 9.30. La benedizione è composta da tre frasi:

L’Eterno ti benedica e ti custodisca

L’Eterno faccia risplendere il suo volto su di te e ti custodisca

L’Eterno rivolga il suo volto su di te e ti dia la pace

I Cohanim recitano la benedizione coperti dal Tallet, uno scialle rituale. Durante la benedizione devono tenere le dita della mano in una particolare maniera, indice e medio uniti da una parte e anulare e mignolo dall’altra, una specie di “V”.

Una piccola curiosità: questo particolare gesto delle mani durante la benedizione è stato adottato nella serie televisiva Star Trek divenendo il famoso saluto Vulcaniano. Leonard Nimoy, l’attore che interpretò il signor Spock, era di origine ebraica e lo adottò in ricordo delle cerimonie trascorse durante le funzioni in sinagoga quando era ancora bambino.

Termina così la “Guida dei perplessi” della festa di Succoth, certamente non è abbastanza chiara e dettagliata come l’omonimo libro di Maimonide, ma vi servirà per lo meno a non farvi fare la figura degli sprovveduti, anzi.

 

Neve in Primavera

bar am

“Non stupirti di aver visto la neve in primavera, poichè io l’ho vista d’estate”

E’ la frase che Mosè Bassola,  celebre rabbino nonchè avventuroso viaggiatore del  XVI secolo riporta nei suoi diari. La scritta si trovava nei pressi di una sinagoga del  IV-V sec. D.C. all’interno di un villaggio ebraico dell’epoca talmudica, Bar Am. Della specifica sinagoga non è rimasto quasi nulla, ma se ne trova una ancora più monumentale in quello che ora è un parco nazionale gestito un’associazione israeliana. La frase può sembrare assurda se teniamo conto che la sinagoga in questione si trova in Israele, vicino al confine col Libano. D’inverno in quella zona nevica, senz’altro, ma è difficile poter  dare credito ad un’affermazione del genere, soprattutto se teniamo conto che anche Bassola la riporta per sentito dire.

Personalmente sono sempre convinto che ci sia un fondo di verità anche nelle cose più fantasiose o impensabili, questo è uno dei motivi che non ripongo mai nell’armadio la mia atrezzatura sciistica neppure in questo periodo estivo. Ma non è di meteorologia che parleremo oggi, bensi di archeologia, storia e anche di sedute spiritiche. Insomma, una delle tante storie intriganti che si trovano nelle pieghe di questo paese, basta cercarle.

Cominciamo dalla fine. Che direste se per un lavoro di manutenzione venissero rimosse delle mattonelle del vostro pavimento e improvvisamente venissero alla luce monete del 2125? E’ impossibile, direste giustamente, come  possono spuntare fuori monete del futuro dal pavimento di un palazzo costruito 100-200 anni fa? E’ esattamente quello che è successo nel pavimento della sinagoga di Bar Am e ha scervellato per anni esperti di storia ed archeologia di  Eretz Israel.

Veniamo ai fatti: la sinagoga in questione venne datata, in base allo stile architettonico, intorno al I-II secolo D.C. piena epoca romana. Nel corso di alcuni lavori di scavo vennero trovati sotto il pavimento originario delle monete. Era consuetudine dell’epoca lasciare un piccolo tesoro all’inizio dei lavori in segno di buon auspicio, e fin qui niente di particolare.  I problemmi cominciano quando,  esaminando le monete, si venne alla conclusione che si trattasse di monete di epoca bizantina, quindi posteriori di almeno duecento anni, vere e proprie monete del futuro.

Chi si occupava allora dei lavori di scavo era un giovane archeologo, Moti Aviam,  famoso fino ad allora per essere il mio vicino di casa. Grazie al mio prezioso aiuto, cioè di non essermi mai  permesso di interferire nel suo lavoro, Moti alla fine arrivò ad una conclusione che rappresentava  in definitiva il classico esempio dell’uovo di Colombo.

Per un villaggio come quello di Bar Am, la costruzione di una sinagoga così monumentale era un’onere di non poco conto. Sia dal punto di vista economico che da quello temporale, vale a dire che un opera del genere avrebbe potuto prendere dei decenni. Ed ecco il colpo di genio dell’artista, o meglio dei capimastri. Tutta la zona che orbita attorno al villaggio ebraico era disseminata di templi pagani ormai in disuso, visto che l’ebraismo e il cristianesimo erano le religioni affermatesi al loro posto. Era quindi molto più facile e conveniente smontare pezzo per pezzo  interi templi e ricostruirli dove conveniva. La teoria di Moti diviene certezza nel momento in cui si osserva con attenzione la facciata della sinagoga: gli elementi architettonici mancano di simmetria e non sono sempre uguali. Da una parte ci sono delle architravi decorate a spirale e dall’altra contengono dei tralci di vite e via dicendo. Non tutte le pietre combaciano completamente e in diversi punti sono stati introdotti dei  riempitivi per ovviare all’inconvenienza. Insomma, è come se qualcuno tentasse di costruire un modellino lego senza averne tutti i pezzi e di conseguenza è obbligato ad arrangiarsi con dei mattoncini che non c’entrano niente.

Questa scoperta è stata un vero e proprio colpo di scena che ha sconvolto le teorie sulle sinagoghe dell’Alta Galilea e ha costretto i vari esperti a rivedere tutti i vari metodi di datazione fino allora impiegati. Va da sè che vista la mia proverbiale modestia mi sono tenuto ben lontano dai meriti che mi spettavano.

Chi ha letto attentamente questo post dovrebbe a questo punto domandarsi: e la seduta spiritica? Presto detto, anzi scritto. Parlando una volta con Moti, che nel frattempo non viveva più nel mio kibbutz, gli chiesi di raccontarmi qualche aneddoto inedito da raccontare ai miei colleghi. “Senti questa”, mi disse “e ti assicuro che niente è inventato. Nella sinagoga in questione c’è una scritta in aramaico che riporta il nome di un certo Eleazar bar Iodan, che probabilmente aveva finanziato parte dei lavori. Nel periodo degli scavi avevo fatto amicizia con delle soldatesse che prestavano servizio in una base vicina. Nei momenti di noia si dilettavano a tenere delle sedute spiritiche e di volta in volta mi invitavano a prenderne parte. Visto che non ne avevo nè la voglia che il tempo le invitai a prendere contatto con questo Eleazar per sentire la sua storia. Dopo qualche giorno si presentò una delle ragazze tutta emozionata dicendomi di essere riuscita a mettersi in contatto col suddetto Eleazar. Quando le chiesi che cosa aveva da dire al suo riguardo la soldatessa mi rispose col tono più ingenuo possibile: “ma io mica lo so l’aramaico”!!!

L’ho sempre detto io che è importante studiare le lingue, l’aramaico poi, è basilare!!!

 

Florentin. La capitale degli Hipster

 

A Tel Aviv le cose cambiano continuamente, e le cose che scrivo oggi magari non saranno più rilevanti fra qualche anno, questo è il motivo per il quale conviene il più presto possibile correre a visitare il quartiere più trendy della città bianca: Florentin.

Florentin è considerata la capitale degli Hipster israeliana, un misto di cultura alternativa, stile di vita, bar, gallerie d’arte, musica underground ma soprattutto moltissimi murales. Come quasi tutti i quartieri di Tel aviv, anche Florentin ha conosciuto alti e bassi. Costruito alla fine degli anni ’20 dall’architetto Shlomo (Salomon) Florentin, da qui il nome, era stato concepito come un quartiere per la piccola borghesia. Greci (Salonicchesi soprattutto), turchi, bucharim, bulgari, ungheresi e polacchi formavano il nerbo della zona. Il commercio era basato su piccoli artigiani, officine e piccole imprese industriali.

Da questo crogiolo di etnie è facile capire quanto fosse ricco lo scambio multi etnico del quartiere, ma anche le tensioni che erano inevitabili in una zona dove troppe culture e mentalità si dovevano frequentare quotidianamente. Lentamente, ma inesorabilmente, il quartiere entrò in uno stato di degrado che ne sminuì la vivibilità, incoraggiando i più agiati dal punto di vista economico a spostarsi verso quartieri residenziali più tranquilli e prestigiosi.

Da qui l’inizio di una spirale discendente tipica di Tel Aviv, così come di tantissime altre metropoli. Rimasti soltanto i meno abbienti Florentin divenne il simbolo di una zona poco attraente, pericolosa e con un alto tasso di microcriminalità, almeno per gli standard israeliani. E quando si tocca il fondo è il momento dal quale tutto non può che migliorare. Gli affitti decisamente bassi di una quartiere così poco sexy trascinarono una miriade di studenti ad abitare nella zona. Da lì la spirale cominciò a diventare ascendente, improvvisamente spuntarono bar, ristoranti, piccole gallerie d’arte alternativa, correnti musicali, praticamente tutto ciò che poteva interessare la gioventù della città.

Ma il fascino di Florentin è costituito perlopiù da un misto di vecchio e nuovo raro nelle altre parti della città bianca. Florentin è un quartiere dove la metà della popolazione e formata da giovani che convivono con ciò che resta del quartiere originario in perfetta simbiosi. Il quartiere non è bello da vedere, molte delle costruzioni sono fatiscenti e prive di qualsiasi valore artistico, ma l’energia che sprigiona da chi ci abita non ha eguali in città.

Due sono i fattori fondamentali che hanno contribuito a trasformare e recuperare quello che era un quartiere degradato e prossimo al tracollo. Un progetto comunale che ha investito molti fondi per il recupero della zona ma anche una fortunata serie televisiva israeliana che ha funzionato da detonatore, trascinandovi la parte giovane del paese che ha trasformato così il quartiere nel centro della movida cittadina.

Uno dei punti di forza di Florentin sono gli innumerevoli murales (qui si chiamano graffiti) che decorano il quartiere. In Israele non esiste una solida cultura underground, motivo per cui le variopinte opere d’arte che adornano i muri fatiscenti del quartiere sono divenuti un polo d’attrazione turistico. In effetti Florentin è praticamente un’immensa galleria d’arte contemporanea dove le esposizioni cambiano giornalmente. Il disegno ammirato ieri forse non ci sarà più fra qualche mese. Visto dall’alto il quartiere sembra un’isola atipica: un miscuglio di stradine e vicoli composto soprattutto da edifici di 2-3 piani completamente circondato dalle torri avveniristiche che spuntano ormai quotidianamente in città.

Paradossalmente il successo del recupero del quartiere ne segnerà presto o tardi la sua fine. Florentin è ormai diventato un boccone troppo ghiotto per il mercato immobiliare, e anche qui spunteranno nuovi palazzi che ne stravolgeranno completamente il suo carattere.

Parafrasando una frase della Bibbia, anche Tel Aviv è “un paese che divora i suoi abitanti”, (numeri 13-32), ragion per cui non bisogna perdere tempo, a Tel Aviv anche il tempo è prezioso, e il Carpe diem qui è una parola d’ordine.