Capitana coraggiosa

L’ho scritto già diverse volte, ma penso che sia sempre molto difficile per chi non abiti o abbia abitato in Israele capire quale veicolo sociale sia l’esercito. Zahal, l’acronimo in ebraico di Esercito di difesa israeliano, è ancora uno dei principali punti di aggregazione del paese, farne parte è visto come un merito e non come una punizione. Quella che da fuori è percepita come una macchina da guerra in realtà è un fattore fondamentale nella crescita dell’israeliano medio, e Adas Daniel, l’eroina di questa storia è un’ulteriore dimostrazione di come determinazione, coraggio e forza di volontà possano cambiare un destino a prima vista già segnato.

Adas (Mirto in ebraico) è l’esempio vivente della complessità del caleidoscopio israeliano. Sua madre è un’etiope di fede ebraica, suo padre è un beduino musulmano, a 12 anni Adas lascia la città natale di Ofakim ed insieme alla madre e alla sorella maggiore si trasferisce nel villaggio beduino di Rahat, non lontano da Beer Sheva.  La distanza geografica è di poche decine di chilometri, ma il cambiamento di usi e costumi è scioccante. La ragazza scopre che il padre, nonostante la legge israeliana lo proibisca, ha più mogli e tutti abitano nelle stesse palazzine.

In pieno periodo adolescenziale la ragazza deve cambiare completamente le sue abitudini, comincia a vestirsi con abiti tradizionali e capisce molto presto che il suo ruolo nella società dove vive è relegato all’aiuto domestico. Nonostante continui a rimanere attaccata alle tradizioni ebraiche, inevitabilmente l’Islam entra di prepotenza nella sua vita. Si arriva a situazioni assurde per le quali Adas dovrà digiunare sia durante il periodo del Ramadan musulmano sia nella ricorrenza del Yom Kippur ebraico.

Il primo grande colpo di scena avviene quando la ragazza ha 15 anni e si fanno avanti le prime proposte di matrimonio. Adas e la sorella maggiore decidono a questo punto di cambiare aria e cominciano a pianificare una fuga da una realtà ormai insopportabile. Gli ostacoli sono enormi, le ragazze non hanno mai avuto la possibilità di muoversi liberamente, e anche acquistare un biglietto del bus diventa un’impresa, semplicemente non lo hanno mai fatto. Dopo notti di preparazioni e pianificazioni alla fine le sorelle prendono un treno per arrivare il più lontano possibile, destinazione la città di Kiriat Shmonà, situata a pochi chilometri dal confine col Libano. Alla fine optano per una soluzione più pratica, scendono all’ultima fermata della linea ferroviaria che porta al nord ed arrivano a Naharia, anche questa una città vicino al paese dei cedri.

La sensazione dell’improvvisa libertà è inebriante, affittano un appartamento, vedono per la prima volta il mare, ma bastano solo 4 giorni prima che i parenti della famiglia scoprano la loro nuova dimora. Il battibecco che si sviluppa sul pianerottolo insospettisce i vicini (in Israele nessuno si fa mai i fatti suoi) che chiamano la polizia, la quale affida le ragazze ai servizi sociali della città. Aviva, la sorella maggiore di Adas è ormai maggiorenne e decide di lasciare la città e trasferirsi altrove, mentre Adas viene data in affidamento ad una famiglia locale. Ci vorranno altri due anni prima che la ragazza possa rivedere la madre, dopo che quest’ultima decide di separarsi dal marito.

Uno degli obiettivi di Adas è quello di arruolarsi nell’esercito, lo vuole sia per cambiare completamente il suo stile di vita, sia per onorare la memoria di un suo fratellastro ventenne morto durante il servizio militare. I beduini possono arruolarsi nell’IDF come volontari. E qui viene fuori la straordinaria determinazione di questa ragazza: l’esercito la vorrebbe esonerare, ma la testardaggine del futuro ufficiale ha la meglio e poco prima del suo 20simo compleanno riesce finalmente ad arruolarsi.

In questi ultimi sette anni Adas ha fatto carriera, è diventata capitano ed ha un incarico di grande responsabilità considerato Top Secret. Per i suoi meriti ha ricevuto un’onoreficenza dal Capo di Stato Maggiore. Adas abita attualmente, insieme al suo fidanzato, in un kibbutz a pochi chilometri dalla striscia di Gaza e a meno di mezz’ora di macchina dal villaggio del padre col quale ha reciso completamente i contatti. Dal giorno della sua fuga Adas non ha più rimesso piede a Rahat, non sa quali possano essere le possibili reazioni del ramo beduino della sua famiglia e preferisce non rischiare.

Nella sua complessità, origini etiopi, cultura beduina, religione ebraica, influenza musulmana, vita laica, Adas non è affatto un’eccezione per chi vive in Israele. E’ semplicemente un ulteriore tassello di uno straordinario mosaico che non finirà mai di stupirmi per la sua bellezza e la sua varietà di colori.

In perenne bilico fra la vita e la morte.

 

Stasera inizierà la celebrazione del Yom Kippur (il giorno dell’espiazione), una giornata che prevede un digiuno di 25 ore senza cibo e bevande. E’ la nostra occasione per riflettere sulle nostre azioni compiute nell’anno appena trascorso e chiedere perdono al  prossimo per i peccati o gli sgarbi commessi nei loro confronti.

Secondo la tradizione ebraica i dieci giorni che trascorrono fra Rosh hashanà (il capodanno ebraico) e Yom Kippur vengono chiamati “i giorni terribili”. In questo periodo l’Onnipotente giudicherà ognuno di noi in base al nostro operato. La maggior parte di noi verrà iscritto nel Libro della Vita e vivrà un altro anno fino al prossimo giudizio, una parte più piccola ci abbandonerà.

In questo giorno di riflessione è consuetudine cantare un pyut, vale a dire un canto liturgico, di nome Unetaneh tokef kedushat ha yom, traducibile in “Proclamiamo ora la santità di questo giorno. Nel pyut sono catalogati tutti i modi in cui si puù abbandonare questa valle di lacrime.

 

 

 

Who by fire” è una bellissima canzone di Leonard Cohen che ripropone in chiave personale il testo di Unateneh Tokef.  Cohen ha più volte affermato che il testo della sua canzone è stato influenzato dal canto liturgico.

 

Di seguito i due testi. Giudicate voi.

 

CHI PER FUOCO (Who by Fire)

E chi per fuoco, chi per acqua

Chi sotto il sole, chi di notte,

Chi per alta ordalia, chi per comune processo,

Chi nel suo festoso mese di maggio.

Chi per lentissimo declino,

E chi devo dire fa la chiama?

E chi nella sua solinga sottoveste, chi per barbiturico,

chi in queste terre d’amore, chi per qualcosa di spuntato,

e chi per valanga, chi per polvere,

chi per ingordigia, chi per fame,

E chi devo dire fa la chiama?

E chi per coraggioso assenso, chi per incidente,

chi in solitudine, chi in questo specchio,

chi per ordine della sua donna, chi per mano propria,

chi in catene mortali, chi al potere,

E chi devo dire fa la chiama?

 

UNETANEH TOKEF

A Rosh Hashanah è stato scritto

E a Yom Kippur è stato sigillato

Quanti lasceranno la terra e quanti verranno creati

Chi vivrà e chi morirà

Chi morirà secondo il suo destino e chi prima

Chi per spada e chi per fiera

Chi per fame e chi per sete

Chi per catastrofe e chi per peste

Chi per strangolamento e chi per lapidazione

Chi avrà pace e chi errerà

Chi vivrà in armonia e chi infastidito

Chi sarà tranquillo e chi soffrirà

Chi diventerà povero e chi diventerà ricco

Chi sprofonderà e chi verrà innalzato

Ma la redenzione, la preghiera e le opere buone

Annullano la malvagia sentenza.

 

Nessuno fra i miei amici, veri o virtuali, e le mie conoscenze ha commesso atti tali da non dover essere incluso anche quest’anno nel libro della vita. Sfortunatamente per tutti voi non ho conoscenze così altolocate da poter influire “dove si puote ciò che si vuole”, e più non dimandate.

Auguro comunque a tutti noi, non importa di che credo e opinione, una lunga vita piena di salute e tranquillità.

L’augurio ebraico da pronunciare prima di Kippur è “hatimà tovà”, buona firma, sottointendendo che ognuno di voi possa essere segnato nel libro della vita anche per l’anno a venire.

 

LA SUPPLICA

Fra pochi giorni verrà celebrata la festa di Rosh hashanà, il capodanno ebraico, che aprirà tutta una serie di ricorrenze e festività che caratterizzano il mese di Tishrì, il primo del calendario ebraico.

Ho già scritto in passato numerosi post legati alle festività ebraiche, questa volta voglio proporvi qualcosa di leggermente diverso, non direttamente legato alla festa in questione.

Oggi vi nvito ad ascoltare con me il seguente Piut, una poesia liturgica ebraica composta per essere poi cantata nelle ricorrenze religiose o in particolari festività. Il canto si chiama “Ana becoach“, traducibile in “Ti supplichiamo fortemente”.  Nonostante vada cantato/recitato in un periodo completamente diverso dal capodanno ebraico, mi piace presentarvelo proprio adesso, un momento di grandi cambiamenti e incertezze, e chissà che qualcuno non possa trarne una fonte di ispirazione. La melodia che accompagna il Piut è veramente notevole. Da qualche anno, quello che era un canto liturgico è diventato parte integrale della cultura quotidiana israeliana, diventando una canzone molto conosciuta da usare sia nei matrimoni sia in ricorrenze molto più tristi come per esempio lutti familiari o ricordo di soldati caduti nell’adempimento del loro dovere.

Secondo la tradizione il Piut ha origine Cabalistiche, la poesia e divisa in 7 righe di 6 parole ciascuna, in tutto 42 parole. Secondo la Cabalà, la mistica ebraica, le iniziali di queste parole racchiudono il nome esplicito del Creatore e quindi hanno una valenza e simbologia enormi. Non sempre la traduzione è perfettamente letterale, spero che i puristi della lingua ebraica non me ne vogliano.

Vi auguro un buon ascolto, una buona riflessione e un buon anno ebraico!

 

TI SUPPLICHIAMO FORTEMENTE

Ti supplichiamo fortemente di liberarci da questa morsa

Accetta il canto della tua Nazione, fortificaci e purificaci

Ascolta, o Potente, coloro che ti cercano, proteggili come se fossero la luce dei tuoi occhi

Benedicili, purificali, che la tua misericordia possa proteggerli

Potente e Santo, amministra questa adunanza dall’alto della tua bontà

Unico e fiero, volgi lo sguardo al tuo popolo che ricorda la tua santità

Accogli il nostro pianto ed i nostri lamenti, tu che conosci ogni mistero

IL CONFIDENTE

Uscirà a giorni in Israele l’autobiografia di Rafi Eitan, uno dei principali protagonisti dello spionaggio israeliano. Eitan si è reso famoso per aver comandato il gruppo che rapì Eichmann nel 1960 per condurlo in Israele dove venne processato e condannato a morte. Eitan è considerato un personaggio fuori dagli schemi, pieno di inventiva, determinato, intelligente, ma soprattutto troppo autonomo e indipendente.

Il leggendario Ministro degli Esteri israeliano Abba Eban, dopo lo scandalo Pollard, un caso di spionaggio che incrinò in maniera drammatica i rapporti fra USA e Israele, affermò che “c’è un tizio là fuori, il suo nome è Rafi Eitan, che agisce per conto del paese e fa quello che vuole”. Eitan prese la frase come un complimento e si adoperò affinche fosse divulgata.

L’autobiografia, intitolata “Il confidente”, ha avuto una gestazione travagliata ed ha dovuto attraversare le fitte maglie della censura militare, sempre restia a pubblicare informazioni provenienti dall’interno del mondo dell’intelligence israeliana. Il libro è stato scritto grazie alla collaborazione dei giornalisti Ronen Bergman e Rami Tal, ed ampi stralci sono stati pubblicati dal quotidiano israeliano “Yedioth ahronot” nel suo inserto settimanale pubblicato pochi giorni fa.

Molti episodi sono stati omessi, e la maggior parte di quelli pubblicati risultano datati, ma danno comunque un’immagine abbastanza precisa del modus operandi dei diversi gruppi che si occupano della sicurezza del paese.

Eitan racconta fra l’altro di trattative segrete svoltesi fra lo Stato ebraico ed il presidente  dellla Cina comunista Zhou Enlai nel 1965. I cinesi erano fortemente interessati all’acquisizione di moderne tecnologie militari, ma alla fine non se ne fece niente per timore di irritare gli americani.

Altro episodio poco conosciuto è quello della scoperta nel 1951 di una cellula comunista all’interno dello Shabak, i servizi di sicurezza interna israeliani, la cellula era formata per lo più da membri dei kibbutzim del movimento Hashomer Hatzair, preoccupati per una possibile alleanza fra Stati Uniti e Israele ai danni dell’Unione sovietica. E’ l’apice della guerra fredda è la possibilità di un nuovo conflitto mondiale era più che possibile. Eitan racconta che un aereo dell’esercito contenente un carico di armi fu costretto ad un atterraggio di fortuna nei campi del Kibbutz Beit alfa. I membri del Kibbutz approfittarono della confusione per rubare parte del contenuto e nasconderlo. Solo dietro precise minacce da parte di Ben Gurion, le armi furono restituite.

Molte azioni contro l’OLP vennero accantonate per non danneggiare i rapporti diplomatici fra Israele ed i paesi europei. Nonostante l’informazione pervenuta da un agente  infiltratosi nei massimi quadri dell’organizzazione palestinese, Israele decise di rinunciare a fare esplodere una bomba durante una riunione segreta svoltasi in Germania con la quale si sarebbe potuta decimare tutta la dirigenza dell’organizzazione.

Eitan suggerì nel 1988 all’allora Premier israeliano Shamir di annettere parte della Cisgiordania, dopo che Re Hussein di Giordania dichiarò che il suo paese rinunciasse definitivamente a qualsiasi pretesa territoriale su quella zona. Shamir dopo un primo tentennamento decise di progettare l’annessione di tutta la Cisgiordania, ma a detta di Eitan il prezioso tempo sprecato fino a quando Israele si decise a muoversi determinò il fallimento del progetto.

La superspia israeliana racconta anche di quando una svolta smessi i panni dell’agente segreto, arrivò a creare un’azienda per lo sviluppo agricolo che operò attivamente a Cuba e fu ospite di Fidel Castro. L’israeliano rimase profondamente impressionato da come il Presidentissimo fosse informato non solo sulla situazione Medio Orientale e israeliana, ma di come fosse vasta la sua conoscenza sull’ebraismo.

Eitan fu da sempre contrario agli accordi di Oslo, sanciti negli anni ’90, giudicando Arafat un bugiardo patologico e assolutamente inaffidabile come partner politico. Per inciso, negli anni ’80, fu incaricato da Sharon di formare una squadra di agenti che aveva come obiettivo l’eliminazione fisica di Yasser Arafat.

Non è chiaro quando il libro verrà pubblicato in inglese. I pochi brani che ho avuto occasione di leggere sono decisamente intriganti, come ho scritto in apertura molto del materiale inizialmente inserito nel memoriale di Eitan è stato censurato. Un vero peccato.

Accordo Emirati-Israele. Luci ed ombre.

 

Il clamoroso e sorprendente annuncio di giovedì scorso riguardo il processo di normalizzazione fra Israele ed Emirati Arabi Uniti ha lasciato completamente spiazzati tutti i commentatori politici israeliani, dimostrando una volta di più le innate e indiscusse doti politice e diplomatiche di Netanyahu. Gli spunti di riflessioni e di commento che un passo del genere implicano sono così numerosi che per il momento mi limiterò ad accennarli a sommi capi riservandomi la facoltà di approfondire parte delle tematiche in seguito.

L’esistenza di rapporti economici e politici già esistenti fra Israele ed EAU non erano un segreto per nessuno. L’interscambio economico fra i due paesi è di circa un miliardo di USD, più di quello fra Israele ed Egitto, un paese quest’ultimo, con il quale Israele ha firmato un accordo di pace nel 1981. La normalizzazioneha  trasformato un rapporto clandestino in una storia d’amore alla luce del sole, gli amanti si sono stufati di nascondersi ed ora cominciano a pensare seriamente ad un matrimonio.

I continui mutamenti geo politici nella zona stanno creando nuove alleanze e rivoluzionando i vecchi schemi. In questo contesto i palestinesi potrebbero pagare un prezzo molto alto, ed è fondamentale per loro cercare di ricalcolare il percorso e stabilire criteri e priorità diverse. Abu Mazen non è in grado di traghettare il suo popolo verso lidi sicuri, e si dovrà aspettare una nuova leadership. Per il momento le reazioni sono scontate: condanna totale e molta frustrazione. Sono già diversi anni che i palestinesi hanno perso la loro centralità nel mondo arabo, e la tragedia di Beirut non ha fatto che piazzarli in fondo alla classifica di chi soffre di più.

Sempre rimanendo nel campo dei nuovi equilibri regionali, si sta delineando sembre più distintamente un nuovo asse politico composto da paesi arabi moderati (Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Oman) e Israele. Questa nuova coalizione è il risultato della politica estera Usa che a quanto pare ha deciso di abbandonare il Medio Oriente.

Gli EAU hanno giustificato l’accordo di normalizzazione col fatto di aver bloccato la tanto temuta annessione della Cisgiordania da parte di Israele. Netanyahu ha affermato che per il momento l’annessione è solo congelata, ma rimane una sua priorità. Esattamente come i palestinesi, anche i coloni si sentono traditi, chiaramente da Bibi.

Non solo l’Iran ha gridato al tradimento, e questo era scontato, ma anche la Turchia si è pronunciata assolutamente contro gli accordi, minacciando il ritiro unilaterale del proprio ambasciatore da Abu Dhabi, paradossalmente Israele per il momento non si trova nel mirino diplomatico di Erdogan.

Trump cercherà di capitalizzare al massimo questo accordo organizzando entro qualche settimana una sfarzosa cerimonia alla casa Bianca. E’ la sua occasione per dimostrare i suoi successi in politica estera, fallimentari sino ad ora se si pensa al flop con la Corea del Nord. Nel caso che la normalizzazione arrivasse ad un vero e proprio accordo di pace, Donald passerebbe alla storia come il terzo Presidente Usa, dopo Carter e Clinton,  che è riuscito a stilare un accordo fra Israele e un paese arabo.

Per Bibi un accordo del genere lo porterebbe allo stesso livello di Beghin e Rabin, sicuramente un risultato di tutto rispetto. Netanyahu deve decidere se questo importante traguardo raggiunto sia sufficiente per sciogliere l’attuale governo e portare il paese a nuove elezioni o vada tenuto da parte per periodi più critici.

Anticipare le elezioni in questo momento rappresentano un grosso azzardo, l’economia sta attraversando una grave crisi con il 25% di disoccupazione, e il Corona virus ha raggiunto livelli molto critici. Con i suoi 1700 casi giornalieri Israele è il paese con il numero di contagi pro capite più alto al mondo.

Bibi non ama giocare d’azzardo, probabilmente cercherà di sfruttare questo grosso risultato diplomatico per strappare nuove concessioni dai suoi principali alleati di governo, il partito blu e bianco di Benny Gantz. Quest’ultimo si è rivelato molto deludente come personalità politica, e sue ulteriori rinunce nei confronti di Bibi costituirebbero un vero e proprio suicidio politico.

Come ho già scritto in diverse occasioni tutte le decisioni di Netanyahu sono sempre motivate dai suoi guai giudiziari. Da Gennaio il processo nei suoi confronti dovrebbe portarlo nelle aule giudiziarie tre volte alla settimana, un ritmo impossibile per un primo ministro israeliano.

Se il bilancio dello stato non venisse approvato entro il 24 agosto le camere verrebbero sciolte automaticamente. E’ questa la prossima scadenza da tenere d’occhio. La risposta a questo cruciale quesito si trova in Balfour street, dove si trova la residenza ufficiale del Premier israeliano.

Un treno carico di ovetti Kinder

Se Oskar Schindler è stato l’indimenticabile protagonista di uno splendido film e innumerevoli strade sono a lui dedicate, che cosa bisognerebbe fare ad un altro personaggio capace di salvare non le 1.200 persone della celeberrima Schindler List, ma ben oltre 12.000 bambini destinati allo sterminio nazista? Ma questi sono gli autentici scherzi del destino, la differenza fra la celebrità e l’oblio è legata ad un film, un libro, un’apparizione in tv, e non necessariamente al lavoro svolto.

Wilfrid Israel, il personaggio di oggi, è per tutti un perfetto sconosciuto, ma è senza dubbio uno dei protagonisti indiscussi di una straordinaria operazione di salvataggio che verrà ricordata come il “Kindertransport”, un’iniziativa che si svolse tra il dicembre 1938 e il maggio 1940:  il Regno Unito accolse quasi 10.000 minori non accompagnati, prevalentemente ebrei, provenienti dalla Germania nazista e dai territori occupati di Austria, Cecoslovacchia e Danzica, sistemandoli presso famiglie affidatarie, ostelli e fattorie.

Wilfrid è un ebreo tedesco proveniente da una ricca famiglia. Oltre a possedere innumerevoli immobili e varie attività commerciali, è il proprietario del maggior emporio di Berlino, un grande magazzino così fornito che era abitualmente frequentato dai più noti gerarchi nazisti, che ben si guardavano dal saldare i loro conti perennemente aperti.

Siamo negli anni ’30, il nazismo comincia a far paura ma la maggior parte dei tedeschi, e anche del mondo, non è in grado nemmeno di percepire la tragedia che da lì a pochi anni coinvolgerà tutta la loro esistenza. Quando la pressione verso gli ebrei comincia a diventare sempre più insostenibile Wilfrid si vede costretto a liquidare le sue proprietà e si trasferisce in Inghilterra, essendo in possesso della cittadinanza britannica. Ma prima di abbandonare il paese riesce a procurarsi documenti e permessi di espatrio per aiutare i dipendenti ebrei delle sue attività.

In questo modo Wilfrid si rende conto di quanto diventino vantaggiosi e utili i rapporti che ha costruito nel tempo con la burocrazia tedesca. La notte dei cristalli è il catalizzatore che apre gli occhi all’opinione pubblica mondiale che per la prima volta si rende conto della ferocia del disegno nazista. In un primo momento l’ebraismo mondiale chiede alla Gran Bretagna di permettere l’espatrio verso la Palestina (allora sotto il controllo britannico) di 10.000 bambini, ma gli inglesi temono le reazioni arabe e preferiscono aprire le loro frontiere ad un’operazione che per la sua complessità non ha probabilmente eguali nella storia moderna.

Il kindertransport fu di fatto un’enorme “ponte ferroviario” che permise il trasferimento di oltre 12.000 bambini, ebrei e non ariani, da territori e paesi già sotto la dominazione nazista verso famiglie affidatarie inglesi che si volontarizzarono per l’accoglienza e il loro inserimento. L’intera operazione durò due anni, se da un lato salvò questa cifra eccezionale, dall’altro significò il distacco doloroso e per la maggior parte definitivo fra i bambini e le loro famiglie biologiche.

Non ci sono prove certe che Wilfrid Israel fosse l’ideatore dell’iniziativa, ma sicuramente ne fu uno dei promotori principali.  Perennemente alla ricerca di nuove vie utili alla salvezza dell’ebraismo europeo, Wilfrid morirà nel 1943 durante un volo che da Lisbona lo avrebbe dovuto riportare in Inghilterrà. Ad abbatterlo fu uno stormo di aerei della Luftwaffe che probabilmente pensavano che a bordo ci fosse Churchill.

Nel corso della sua giovinezza Wilfrid Israel aveva fatto parte di un movimento giovanile sionista, il Werkleute (traducibile con i lavoratori), troppo impegnato a seguire gli affari di famiglia prima e la salvezza del suo popolo poi, non li seguirà nella costruzione del kibbutz Hazorea. Una storia a parte dalle quale è stato prodotto un documentario enormemente interessante.

Fu amico intimo di Einstein e Ghandi.

Uno dei partecipanti al Kindertransport, Tommi Spenser, arrivato in Inghilterra dalla Cecoslovacchia all’età di 12 anni, si laureerà in medicina e negli anni ’60 si trasferirà in Israele dove trascorrerà la maggior parte della sua vita professionale nel mio kibbutz situato nell’Alta Galilea. Lo ricorderò sempre come una persona squisita, colto, arguto e appassionato musicista.

“Chi salva una vita e come se salvasse il mondo intero” recita il Talmud, una frase estremamente significativa per concludere questo incredibile racconto.

Jones, Mendyl Jones

 

Come ho già scritto innumerevoli volte la realtà, almeno qui in Israele, supera tranquillamente la fantasia più sfrenata, distaccandola sempre più inesorabilmente. Il personaggio odierno può apparire banale o fuori dal comune, dipende da come lo si descrive, ma saranno i piccoli particolari, come vedremo in seguito, quelli che ne faranno la differenza. Vendyl Jones nasce nel Sudan, una provincia del Texas (vedete cosa succede a non studiare la geografia?) nel 1930, studia teologia e a metà degli anni ’50 diventa un sacerdote Battista, prima in Virginia e poi nella Carolina del Nord. Fin qui una descrizione piuttosto deludente di un uomo tutto sommato normale, uno come tutti noi insomma. Ma cominciamo ad aggiungere quei piccoli particolari che come vi avevo anticipato ribalteranno completamente la situazione.

Vendyl oltre a teologia allarga i suoi orizzonti e si interessa anche di archeologia. Dopo una decina d’anni di sacerdozio si accorge di non sapere praticamente nulla di ebraismo e dopo averne ricevuto i primi rudimenti in America, decide di approfondire l’argomento studiandolo all’Università Ebraica di Gerusalemme, è il 1967 quando decide di trasferirsi in Israele con tutta la sua famiglia. Subito dopo la guerra dei 6 giorni comincia a collaborare a degli scavi archeologici nel deserto della Giudea, e più precisamente nelle grotte di Qumran, dove già dall’inizio degli anni ’50 erano stati rinvenuti i rotoli del Mar Morto.

Durante questo primo periodo degli scavi Mendyl riceve il diminutivo di Endy, che in seguito si trasformerà in Indy. Signori, vi ho appena presentato l’autentico Indiana Jones! Esteriormente non assomigliava molto al suo omonimo cinematografico. Magari visto di spalle: anche lui girava con un cappello da cow boy camicia e calzoncini cachi di foggia militare, bretelle di pelle di serpente. Ma una volta toltosi il cappello spuntavano un enorme paio di orecchie a sventola, un cranio pelato ed una folta barba bianca.

Gli scavi nel sito archeologico di Qumran e l’interesse sempre più profondo per Israele sono i perni attorno al quale girerà tutta la sua esistenza. Fra i quasi 900 manoscritti (papiri e pergamene contenenti tutti i libri dell’Antico Testamento e una serie di scritti riguardanti le regole della setta degli Esseni) trovati a Qumran ci sono anche due rotoli di rame. A differenza del resto del materiale, le lamine in questione parlano di un enorme tesoro, stimato in 100 tonnellate d’oro. Per Mendyl, cioè Endyl, scusate Indy, insomma Indiana Jones, si tratta del tesoro del Santuario di Gerusalemme, trasferito segretamente in questa zona desertica per impedirne la razzia o da parte dei babilonesi di Nabucodonosor (in questo caso parliamo del 586 a.c.) o delle legioni romane di Tito (e allora ci spostiamo al 70 d.c.).

L’altra grande passione di Mendyl, l’ebraismo, lo porterà a fondare l’associazione Noatica, una corrente di pensiere che si basa sulle leggi Noachide (o di Noè), sette regole fondamentali che dovrebbere essere osservate da tutta l’umanità, e più precisamente sono:

Non commettere idolatria

Non uccidere

Non rubare e/o rapire

Non compiere relazioni sessuali non ammesse dalla Torah (incesto,stupro)

Non bestemmiare

Divieto di mangiare parti del corpo di animali ancora vivi

Istituire tribunali giusti

 

 

Dal momento del suo trasferimento in Israele, Indy dedicherà la maggior parte della sua esistenza alla ricerca dell’Arca Santa e dei tesori descritti nei rotoli di rame, senza molto successo. Morirà nel 2010, all’età di 80 anni. Il luogo della sua sepoltura è mantenuto segreto anche se si ritiene che si trovi nella zona di Magdala, poco distante dalle rive del lago di Tiberiade.

 

Dotato di un carisma eccezionale, stravagante, a metà fra il genio e il pazzoide, quello che all’inizio di questo post sembrava il più banale degli uomini si è rivelato un personaggio degno di un film. Peccato che Spielberg ci sia arrivato prima di me.

Ma visto che di personaggi strambi e di storie impossibili Israele ne è pieno, alla fine lo precederò.

Il MIG(liore) regalo del Mossad (seconda parte)

 

 

Inspiegabilmente nessuno a Bagdad si insospettisce e la vendita passa clamorosamente innosservata. La prossima tappa dell’operazione è quella di fare espatriare la famiglia del pilota in modo discreto e segreto. L’aiuto arriva dalla resistenza curda, in quel periodo addestrata e finanziata dagli israeliani, che riesce a trasbordare la famiglia Radfa fuori dai confini iracheni.

Domenica 14 agosto 1966 alle ore 6.00 del mattino la radio israeliana in lingua araba mette in onda una famosa canzone: Marhabtein (benvenuto), è il segnale che i familiari di Munir sono al sicuro. Il pilota sale sul suo Mig, riempito fino al limite consentito, e comincia il volo, pochissi minuti dopo il decollo si accorge di un guasto tecnico, torna alla base e con un immenso sangue freddo chiede ai tecnici di riparare il velivolo. La canzone viene ripetuta con le stesse modalità anche l’indomani, ma non c’è nessun segnale radar che indichi l’arrivo di un aereo non identificato dalla rotta prestabilità. Martedì 16 agosto Munir decolla nuovamente, questa volta senza intoppi, secondo gli ordini ricevuti la prima parte del volo si svolgerà in alta quota, solo quando entrerà nello spazio aereo siriano prima, e giordano poi, allora il Mig 21 sorvolerà questi due paesi a bassa quota per cercare di evitare i controlli radar. A metà volo la sala di controllo dell’aviazione israeliana riceve un messaggio radio: “Aladino chiama Boston”, è il segnale convenuto che tutto sta filando alla perfezione.

L’operazione è così segreta che neanche il primo ministro è a conoscenza di tutti i particolari, i caccia israeliani lanciati in volo sono convinti di dover abbattere un aereo nemico, ma una volta lasciata la base ricevono un perentorio ordine di non eseguire nessuna operazione di guerra e di scortare l’aereo fino al punto convenuto.  Il Mig non poteva arrivare in un momento migliore, meno di un anno dopo scoppierà la guerra dei sei giorni, e gli israeliani avranno avuto il tempo di analizzare l’aereo, farlo volare e conoscerne i pregi e i difetti fin nei minimi particolari. Anche gli americani e la NATO riceveranno le preziose informazioni in possesso di Israele. Per chi volesse vederlo, il Mig 21 si trova nel museo dell’aviazione israeliana, a pochi Km. da Beer Sheva.

Ma la storia ha un risvolto tragico. Betty, la moglie di Munir, considererà sempre l’atto del marito come un tradimento verso la patria e i rapporti non saranno più gli stessi. Dopo un periodo di tre anni trascorsi in Israele la famiglia Radfa si trasferisce negli USA con una nuova identità. Ancora oggi il posto dove si trasferirono è coperto dal segreto. Munir e la sua famiglia vivranno nel continuo terrore di essere scoperti dagli iracheni o peggio ancora dai sovietici. Nell’Agosto del 1998, nonostante l’ex pilota fosse in perfetta salute, morirà per un infarto. I figli, vittime inconsapevoli, non si sposeranno mai, così come la moglie e poco si sa di quello che fanno attualmente.

Neppure Le Carrè avrebbe potuto scrivere un finale così tragico.

Il MIG(liore) regalo del Mossad (prima parte)

 

L’alone di mistero e di leggenda che circondano i servizi segreti israeliani sono noti a tutti, ma è solo spulciando attentamente il resumè del Mossad che si riesce a percepire la potenzialità e la creatività con cui “l’Istituto per le informazioni e i servizi speciali”, questa è la sua completa dicitura, riesce a portare a termini compiti a prima vista impossibile.

E’ il caso dell’ Operazione Diamante, l’acquisizione di un Mig 21 di fabbricazione sovietica completamente funzionante compreso il pilota e il manuale d’istruzioni, tutto questo in piena guerra fredda. Il tutto comincia quasi per gioco, durante una colazione fra il Meir Amit, capo dell’intelligence, ed Ezer Weizmann, capo dell’aviazione israeliana, il primo chiese al suo amico quale fosse la cosa di cui avesse maggiormente bisogno, “Procurami un Mig 21” fu l’inaspettata risposta dell’interlocutore. “Ma lo sai che è impossibile” ribattè Amit, ” gli americani  e tutti i maggiori servizi segreti occidentali ci stanno provando da anni, senza nessuna riuscita”. “Se era una cosa facile mica venivo a chiederla a te” fu la lapidaria risposta del pilota.

Correva l’anno 1965, il Mig 21 era considerato la punta di diamante dell’aviazione sovietica, gli americani avevano cominciato a complicarsi la vita nel Vietnam e l’URSS era il principale fornitore di armi nel mondo arabo. Ecco perchè non solo Israele, ma anche gli USA e la NATO erano così ossessivamente alla ricerca di qualsiasi informazione riguardante il caccia.

Dopo un paio di tentativi andati a vuoto, si presenta finalmente l’occasione giusta, un commerciante di fede ebraica di nome Yossef Shamash, informa un agente israeliano di base a Teheran che il marito della sorella della sua amante è un pilota di Mig 21. Non solo, Munir Radfa, questo è il suo nome, è cristiano, e come tale si sente discriminato all’interno dell’aviazione irachena, non riceve incarichi di rilievo e non viene promesso di grado nonostante le sue indiscusse qualità. Ma la goccia che fa traboccare il vaso di Munir consiste nell’essere stato inviato a prendere parte ad una serie di bombardamenti con bombe al Napalm, contro l’inerme popolazione civile curda.

I primi contatti sono soddisfacenti, Shamash informa il pilota che una non meglio specificata “potenza occidentale” è interessata ad impossessarsi di un Mig 21 perfettamente funzionante. Radfa non si oppone, il prossimo passo è quello di un incontro fra i rappresentanti del Mossad ed il pilota, incontro che per forza di cose deve avvenire fuori dai confini iracheni. Si costruisce così una storia di copertura: Kamil, la compagna di Shamash, soffre di feroci emicranie e necessita di una cura all’estero. Munir è l’unico che parli inglese e che possa far da tramite coi medici. L’esercito iracheno non si oppone, le cure e l’incontro si svolgeranno ad Atene.  La data dell’incontro viene fissata per il 10 gennaio 1966.

Solo allora Munir viene a conoscenza del nome del suo nuovo datore di lavoro ma non si scompone più di tanto, molto velocemente si arriva al compenso patuito: 50.000 dollari, e un salvacondotto per tutta la sua famiglia con l’impegno di trovargli una sistemazione in qualsiasi paese desideri. Ma i comandi dell’aviazione israeliana non sono tranquilli, hanno paura che il disertore iracheno faccia il doppio gioco, una volta entrato liberamente nello spazio aereo israeliano c’è sempre la possibilità che il Mig tenti di giocare qualche brutto scherzo. C’è perfino chi sostiene che Munir non sia realmente un pilota.

Per fugare gli ultimi dubbi l’iracheno viene munito di un passaporto israeliano intestato a Moshe Mizrahi e imbarcato sul primo volo per Tel Aviv. In Israele Munir trascorrerà 25 ore e avrà il modo di conoscere i contatti dell’aviazione, di far volare un aereo israeliano e di sorvolare il campo di volo dove avverrà l’atterraggio.

I preparativi procedono a ritmo serrato, a Munir vengono forniti i piani di volo, le coordinate, le frequenze radio e tutte le informazioni necessarie nel caso qualcosa andasse storto. L’autonomia del Mig è di 530 km. Aggiungendo un paio di serbatoi supplementari si può aumentarla fino a 1.100 km, è la distanza esatta fra Bagdad e l’areoporto militare israeliano, qualsiasi deviazione dalla rotta prestabilità aumenterebbe il consumo di carburante contribuendo inevitabilmente al fallimento della missione.

Tutto sembra andare per il meglio ma gli imprevisti sono dietro l’angolo e non tardano ad arrivare. Munir non comunica subito alla moglie della sua intenzione di collaborare col nemico israeliano, le accenna in maniera molto vaga che ha trovato un modo per far fuggire la sua famiglia e stabilirsi in un paese estero dove cominciare una nuova vita. E’ più che naturale quindi che la moglie cerchi di disfarsi di più cose possibili per realizzare un pò di contanti. Si organizza così una vendita pubblica sul giardino antistante la casa dove vengono messi all’asta i mobili, gli elettrodomestici e quant’altro ancora.

Quando la notizia arriva ai vertici dell’Istituto, i responsabili dell’operazione cominciano a strapparsi i capelli per la disperazione….

E’ il momento di una breve pausa, il resto del racconto la settimana prossima.

FALAFEL DAY

 

Si è concluso qualche giorno fa, e più esattamente il 12 giugno, il Falafel day, avvenimento che inspiegabilmente non ha ricevuto la copertura mediatica che meriterebbe. In Italia queste polpette di ceci (o fave) fritte nell’olio sono poco conosciute e, lasciatemelo dire, anche non tanto buone, in Israele invece sono uno dei capisaldi dello street food del paese.

Ancora oggi è indubbia l’origine certa dei falafel. C’è chi sostiene che abbiano origine nel lontano Egitto. La base tipica erano i fagioli (l’etimologia della parola, infatti, è “con molti fagioli”), scendendo nello specifico una delle teorie più accreditate parla di una pietanza tipica dei Copti, i cristiani indigeni dell’Egitto, che li mangiavano nei periodi di astinenza dalla carne, come durante la Quaresima per esempio. Un altra teoria parla di un’origine decisamente più orientale, l’India, dove molti tipi di legumi vengono fatti friggere.

In ogni caso i falafel egiziani sono costituiti principalmente da fave unite con diverse spezie. Nel loro procedere verso il levante, le fave sono state sostituite dai ceci mettendo così pianta stabile nella zona medio orientale.

Mentre per quasi tutti i paesi della zona i falafel sono rimasti una specie di stuzzichino, in Israele hanno subito un vero e proprio aggiornamento e costituiscono tranquillamente un pasto. La rivoluzione israeliana ruota attorno alla pitta, un pane circolare cavo all’interno, che è il contenitore base di tutti i street food israeliani. Grazie a questo particolare tipo di pane è possibile accompagnare le palline di ceci con una sterminata serie di contorni: pomodori, melanzane, lattuga, cipolle, ecc. senza dimenticarsi di aggiungere anche la thina, una salsa a base di sesamo che aggiunge un ulteriore tocco di esotismo orientale.

I falafel vanno mangiati appena fritti, è in quel momento che raccolgono al loro interno il massimo della fragranza e del sapore. Bisogna anche cercare di trovare la pitta della giusta consistenza, abbastanza spessa da non disintegrarsi durante la consumazione impedendo così la fuoriuscita delle numerose componenti pigiate all’interno della stessa.

Per la sua composizione rappresenta la soluzione perfetta per accontentare praticamente tutti i gusti: è economico, vegano, ricco di proteine, insomma un piatto unico che alla fine ti lascia sazio e rasserenato. E’ umanamente possibile stabilire quale sia il miglior falafel in Israele, dovete rassegnarvi e provare i più quotati per arrivare a poter stilare la vostra personale graduatoria. Nel corso di questa stancante ma indispensabile ricerca vi accorgerete che nonostante la giovane età, Israele ha indubbie radici aristocratiche, visto che moltissimi baracchini portano con orgoglio sulla loro insegna il titolo di “Re del falafel”

BUON APPETITO!!!