Una vigna nel cuore di Tel Aviv

 

Correva l’anno 1905,  e Aron Shlush, un ricco commerciante che ha investito anche nell’acquisto di terreni al di fuori di Jaffo, ha un problema urgente da risolvere. Ha acquista dei terreni denominati “miri” che secondo la legislazione ottomana in vigore, possono essere confiscati dal Sultano se lasciati incolti per più di tre anni. Shlush è lungimirante e sa che presto o tardi quei terreni saranno trasformati in lotti edificabili e non vuole farsi sfuggire l’occasione. Ma, come ho appena scritto, prima bisogna risolvere il problema agricolo, la soluzione che verrà adottata alla fine sarà quella di piantarci sopra delle vigne, e di assumere un paio di braccianti yemeniti sia come addetti alla cura delle viti ma anche come guardiani dell’appezzamento per far si che non venga danneggiato.

Comincia così, con questo stratagemma a metà fra la leggenda e la realtà, la storia di uno dei quartieri più pittoreschi ma meno visitati di Tel Aviv: il “Kerem haTeimanim”, letteralmente la vigna dei Yemeniti. Nonostante si trovi in una posizione strategica, praticamente a stretto contatto di gomito con il Shuk haCarmel, la “vigna” è famosa solo di nome, pochissimi israeliani che non abitino nella città bianca passano qualche minuti del loro tempo a bighellonare lungo i vicoli del quartiere. Per non parlare delle frotte di turisti che percorrendo la meravigliosa passeggiata della città si lasciano scappare questo piccolo gioiellino che si trova a cinque minuti a piedi dal mare.

Fino agli anni ’20 del secolo scorso il Kerem non era altro che una baraccopoli, e per molto tempo si è portato dietro la nomea di essere una delle zone più degradate della città. Ma anche questo quartiere, come il Florentin per esempio, è risolto dalle sue ceneri grazie al processo di “gentrificazione“, molto frequente a Tel Aviv. Da quando una popolazione giovanile si è impossessata del quartiere la zona è cambiata radicalmente, sono sorti locali, bar e in generale tutto il quartiere risulta molto più ben curato di una volta.

Il Kerem ha un grande pregio, ed è quello di non essere stato stravolto dalle speculazioni edilizie, le case sono basse, così come erano state progettate, la maggior parte è dotata di piccoli cortili interni, dove si svolgeva la maggior parte della vita del nucleo familiare. Le stradine sono strette e non vale la pena di cercare di attraversare il quartiere con una macchina, neanche i mezzi pubblici lo possono percorrere. E’ obbligatorio passeggiarci a piedi, trovando ad ogni dove quei piccoli angoli che lo rendono così speciale. Per anni era stato considerato uno dei punti di riferimento di tutta quella musica etnica che raccoglie molte melodie orientali ed è stata snobbata per decenni dalle radio nazionali perchè ritenute troppo povere di contenuto.

Adesso la musica “misrahit”, questo il suo appellativo, è ormai di casa dappertutto ed è diventata il padrone incontrastato di tutti gli avvenimenti canori. Ed è proprio fra questi vicoli che si è sviluppata la cultura delle “haflot”, improvvisazioni musicali dove partecipava tutto il quartiere. Le occasioni non mancavano: matrimoni, compleanni, ricorrenze religiose. Qualsiasi avvenimento gioioso era una scusa sufficiente per organizzare degli spettacoli improvvisati. Un’abitudine locale sviluppatasi poi sul piano nazionale.

Pur essendo un quartiere relativamente piccolo, il Kerem ha moltissime sinagoghe, ventiquattro per l’esattezza, quasi tutte irriconoscibili dall’esterno. Un numero così grande non fa che rafforzare una famosa battuta dell’umorismo ebraico: in ogni quartiere frequentato da ebrei ci sono sempre due sinagoghe, una da frequentare e l’altra dove non metterci mai piede.

La zona della vigna si trova al centro di un dei più grandi triangoli socioculturali che Tel Aviv possa offrire: il quartiere stesso, Carmel Market e Levinsky Market. Se vogliamo farlo diventare un quadrilatero non basta che aggiungerci la strada pedonale di Nahalat Byniamin dove si svolge due volte la settimana un mercatino di artigianato. Vogliamo ingrandirlo ancora di più e farlo diventare un pentagono? Non basta che prolungare il percorso fino al Rotschild boulevard, il punto massimo di espressione del “funzionalismo architettonico” legata al Bahaus, la famosa scuola di architettura, arte e design tedesca.

A mio avviso è questa la vera bellezza di Tel Aviv, tanti piccoli angoli nascosti ai più. Bisogna dimenticare per qualche ora la movida e il mare per essere attirati da posti nascosti pieni di storia e di storie. Un vero archivio vivente dei primi decenni di Tel Aviv, la città senza pausa.

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Non solo il museo d’Israele

 

Ciao a tutti!!! Per farmi venire un’idea decente su cui scrivere qualcosa di veramente interessante certe volte posso rimuginare settimane finchè non mi si accende la classica lampadina. E visto che il mio blog si chiama “l’altra Israele” mi sento praticamente obbligato a puntare i riflettori su posti, avvenimenti, personaggi e tanto altro ancora che generalmente è a conoscenza di pochi.

Questa volta la scelta è caduta sui musei in Israele, ma quando scrivo di musei chiaramente non intendo prendere in considerazione quelli ormai di dominio pubblico e conosciuti da tutti. Il museo d’Israele, il Beit haTfuzot (in rifacimento), il museo di Tel Aviv e similari. Sarebbe troppo facile e troppo scontato.

Vi ho preparato quindi una lista di 11 musei sparsi un pò dappertutto e per lo piu insoliti. Il dodicesimo che ho aggiunto è un piccolo omaggio ai miei vicini di Bar Am e del piccolo ma grande gioiellino che si trova al loro interno. Cominciamo coi musei nascosti di Gerusalemme.

Museo dei paesi biblici o Bible lands museum. (Gerusalemme)

Attaccato al più noto museo d’Israele questo piccolo museo è considerato l’unico al mondo dedicato alla geografia del vicino oriente secondo i testi biblici. Al suo interno c’è una bellissima esposizione archeologica permanente delle più antiche civiltà bibliche, dai loro albori fino alla nascita e all’espandersi del Monoteismo. Bello, interessante e pure gratuito.

Museo dell’arte islamica (Gerusalemme)

Fondato nel 1974, raccoglie al suo interno una delle più importanti collezioni di arte islamica provenienti da paesi come Egitto, Siria, Iraq, Iran, Turchia, Afghanistan, India e Spagna. Fra i vari reperti si possono trovare pagine miniate del Corano, utensili quotidiani che rappresentano lo stile e il carattere dell’arte islamica. A suo tempo il museo ebbe una certa risonanza mediatica per un famoso furto compiuto al suo interno. A pagamento.

Rockfeller Museum (Gerusalemme)

La collezione si trova all’interno di un bellissimo palazzo costruito negli anni ’30 durante il Mandato Britannico. Il museo si trova a Gerusalemme est, la parte araba della città, e più precisamente di fronte alla porta di Erode, anzi la porta dei fiori, o è quella di Santo Stefano? Insomma arrangiatevi da soli! Attualmente è una succursale del più famoso museo d’Israele e racchiude al suo interno tutti i reperti archeologici scoperti nella Palestina Mandatoria fino al 1948. E’ un concentrato di archeologia, arte, storia e architettura. Da vedere fra l’altro alcuni pannelli in legno della moschea di el Aqsa, le architravi che si trovavano all’ingresso del Santo Sepolcro e dei straordinari ambienti in stucco del palazzo omayde di Hisham che si trova a Gerico. Da non perdere. L’ingresso è a pagamento, non è aperto tutto il giorno tutti i giorni, ma ne vale veramente la pena. Soprattutto se vi siete beccati una giornata particolarmente piovosa.

Museo di Masada (Masada)

Generalmente,  quando la maggior parte dei visitatori arriva ai piedi dell’altopiano non vede l’ora di vedere i resti della fortezza di Erode il Grande. Dopo un paio d’ore di visita ben esposti al calore del deserto, l’ultima cosa che passa in testa ad un essere vivente degno di questo nome sarebbe quello di visitare il museo che si trova dirimpetto all’ingresso principale. Gravissimo errore, il museo di Masada riesce a raccontare nei minimi particolari tutto il dramma del tragico epilogo della grande rivolta ebraica scoppiata nel 66 d.c. e terminata con la presa di Gerusalemme nel 70 d.c.. Masada cadrà 3-4 anni più tardi, e la ricostruzione degli ultimi avvenimenti della rivolta è così particolareggiata che fra i reperti riportati alla luce sono emerse anche la busta paga di un legionario romano a cui era stato detratto il costo di un paio di sandali da lui acquistati. Affascinante e anche provvisto di aria condizionata, una combinazione vincente. A pagamento.

Il museo del Palmach (Tel Aviv)

Palmach (Plugot Mahaz) è l’acronimo di “compagnie d’assalto”, la forza d’elite dell'”haganà”, la forza paramilitare dalla quale nascerà poi l’esercito israeliano. Chiamarle forza d’elite è minimalistico, poichè il Palmach forgiò un’intera generazione di intellettuali, artisti e politici che influenzarono in maniera fondamentale la società israeliana. Ma tutto questo è materiale sufficiente per un altro blog. Il museo si basa un filmato multi mediale che racconta la nascita e lo sviluppo di queste unità fino al loro scioglimento avvenuto con la creazione dell’esercito. Gli avvenimenti  del Palmach sono raccontati attraverso gli occhi e le parole di un gruppo di giovani israeliani appena arruolatisi. tutto questo accompagnato da filmati e reperti dell’epoca. A pagamento.

Il museo di storia naturale (Tel Aviv)

I vostri pargoletti sono particolarmenti noiosi per non dire “rompi”? Volete passare un paio d’ore in maniera alternativa in un ambiente naturale? Correte immediatamente a visitarlo. Aperto da poco è stato concepito in un percorso affascinante e stimolante, non solo per i bambini ma anche per noi adulti che abbiamo perso da tempo il contatto con la natura. Entrate nel sito ufficiale e ne rimarrete conquistati. Consigliatissimo. A pagamento.

Museo dei mezzi corrazzati (Latrun)

Situato più o meno a metà strada fra Gerusalemme e Tel Aviv, il museo si trova all’interno di quella che fu una delle roccaforti inglesi passate poi sotto il dominio arabo nel ’48. Latrun fu teatro di sanguinose battaglie condotte dalle forze armate israeliane nel tentativo di conquistare un punto strategico che dominava la strada principale per Gerusalemme ponendola praticamente sotto assedio visto che i rifornimenti dovevano passare in quella zona. Sono esposti più di 110 veicoli corrazzati, fra cui un carro “tigre” tedesco arrivato poi in Siria e l’unico T 72 attualmente esposto al pubblico. Latrun è una delle più grandi esposizioni di mezzi blindati al mondo. Vale la pena di visitare l’omonimo monastero trappista situato dall’altra parte della strada dove i monaci sono votati al silenzio. Nei mitici anni ’70 era l’unico posto in Israele dove si potesse trovare del Marsala all’uovo. Ancora oggi esiste un piccolo negozio dove vengono venduti i vini locali.

Museo dell’areonautica militare israeliana (Hatzerim)

Situato a pochi minuti da Be’er Sheva, il museo espone oltre 100 aerei usati o catturati dall’aviazione israeliana, compresi alcuni Mig. Il più famoso è un Mig 21 consegnato da un pilota cristiano maronita allora in forza all’aviazione Iraqena. L'”Operazione Diamante” fece allora molto scalpore poiche il Mig “1 era considerato per l’epoca il più avanzato velivolo sovietico, e nonostante gli innumerevoli sforzi di tutti i servizi dell’intelligence occidentale, nessuno sapeva esattamente in che cosa consistesse. Tutti a parte il Mossad chiaramente. Le malelingue sostengono che le soldatesse che fungono da guide per i visitatori, siano le più belle di tutto l’esercito. Ma se non ci hanno arruolato mia figlia vuol dire che la diceria è palesemente falsa. Vale la pena di visitare il museo solo per questo.

Il museo nazionale marittimo (Haifa)

Pieno di reperti marini, comprende al suo interno una serie di esposizioni permanenti molto interessanti. A pagamento. Ancora a Haifa si trova il museo della marina militare e dell’immigrazione clandestina, anche lui molto interessante seppure un pù maltenuto (a pagamento).

Hecht Museum (Università di Haifa)

Una piccola perla situata in un posto più che strategico. Dal grattacielo dell’Università si può godere di un panorama mozzafiato sul porto sottostante, ma se soffrite di vertigini basta sedersi sul piccolo prato dove si trovano i piccoli posti di ristoro per gli studenti perennemente affamati. A qualche km di distanza si trova la cittadina drusa di Daliat El Carmel, piena di negozi, bancarelle e ristoranti. Assolutamente proibito attravesare il paese il Sabato, quando orde di israeliani occupano ogni cm quadrato disponibile, è un deliberato tentativo di suicidio e io non ne rispondo personalmente. Il museo si basa principalmente su una collezione privata donata dal Dr. Robert Hecht e successivamente arrichita da ulteriori donazioni. Semplice ma bello. Un must per chi si trovi in zona.

Il museo della cultura Filistea (Ashdod)

L’unico museo al mondo che si occupi interamente di un popolo famoso soprattutto per le storie bibliche, Golia per esempio, ma di fatto poco conosciuto. La Bibbia ce li presenta come un nemico crudele, oppressivo, duro e aggressivo. Ma cosa sappiamo veramente di loro? Chi erano? Da dove vengono e perché? Come erano le loro città, case e templi? Come vivevano?Come sono stati sepolti? E dove andò questa gente quando sono scomparsi? Grazie ai primi grandi scavi archeologici avviati nella regione a partire dal XIX è possibile illustrare meglio la vita del nostro nemico per antonomasia. Giusto per una precisazione storica: non esiste alcun legame fra Filistei e Palestina, ma questa è veramente un’altra storia. La foto di questo post è uno delle rarissime immagini esistenti di un ferocissimo guerriero filisteo.

Museo Bar David (kibbutz Bar Am)

Un piccolo ma interessantissimo museo nato dalla donazione della collezione di Moshe Bar David, appassionato collezionista di arte Judaica. Da questo primo nucleo, che resta il cuore del museo, si è sviluppata una raccolta di arte israeliana contemporanea. Pieno di attività educative e di continue nuove esposizioni, il Bar David è la prova vivente che l’arte può vivere dapperttutto, anche a due passi dal Libano. A pagamento.

Ma i veri musei, quelli più autentici e personali sono le nostre case e nostri ricordi. Provate a rovistare nei vostri cassetti e troverete senz’altro le madeleines più originali della vostra vita, Proust docet.

 

 

 

 

Come costruire una nazione da zero

Quasi tutti conoscono la figura di Arik Sharon, soldato, generale, ministro della difesa e primo ministro d’Israele. Pochissimi sanno invece che Arik aveva un suo ononimo Arieh Sharon, architetto e responsabile in buona parte del progetto programmatico che influisce ancora oggi il panorama e la collocazione di molte città e cittadine israeliane, soprattutto nel sud.

Nato in Polonia, Arieh arriva in Israele, allora Palestina, nel 1920 e si unisce con un altro gruppo di ragazzi per fare parte del kibbutz Gan Shmuel. Nel kibbutz comincia a lavorare come apicoltore e lì, osservando l’organizzazione così efficiente degli alveari, arriverà a sviluppare i concetti che lo accompagneranno durante tutta la sua carriera di architetto: semplicità, praticità, economia e sviluppo della vita comunitaria. In fin dei conti per un architetto sono concetti facili da trasformare in cose reali, chissà cosa sarebbe successo se invece di lavorare come apicoltore avesse lavorato in una stalla!

Sharon, non ancora architetto, lascia il kibbutz nel 1926, ma fa in tempo a progettare la sala da pranzo di Gan Shmuel. Il mestiere lo imparerà a Dessau, una città tedesca dove opera una scuola di arte, design e architettura universalmente conosciuta col nome di Bauhaus. I concetti base di una scuola per i tempi all’avanguardia erano il funzionalismo e il razionalismo. Sharon ci aggiungerà del suo aggiungendo la sua personale visione ispirata e influenzata dalla sua precedente esperienza di apicoltore: edifici che oltre ad essere funzionali fossero anche estetici, economici e mirati a inserirsi in un contesto più sociale che urbano. Un alveare insomma.

Ritornato nella Palestina mandataria Sharon si unisce ad un gruppo di giovani architetti, tutti laureati o influenzati dalla nuova scuola tedesca. Sono gli uomini giusti, nel posto giusto al momento giusto. Fra il 1930 e il 1939 emigrarono in Palestina qualcosa come 60.000 ebrei tedeschi. Arrivati più per necessità che per idealismo gli “Yeekim”, il soprannome che venne loro affibbiato, si portarono dietro gusti e capitali che cambiarono radicalmente lo spirito e il carattere architettonico di Tel Aviv. In quel periodo vennero costruiti circa 5.000 edifici di quello che andrebbe chiamato lo stile internazionale e che darà a Tel Aviv il titolo di “città bianca”. Una concentrazione così grande di edifici di tale fatta tanto da meritarsi il titolo di Patrimonio Mondiale dell’Umanità nel 2003.

Ma torniamo al nostro Arieh, che da giovane ma sconosciuto architetto si è ormai fatto un nome, col progetto dei kibbutzim urbani per esempio. Ma la sua fama deriverà da un progetto che rimarrà scolpito nella storia del paesaggio urbano israeliano come “piano Sharon”. Qui non si tratta di progettare una decina di palazzi, un quartiere o una città interà. Ben gurion ha in serbo per lui un progetto molto piò ambizioso, quasi utopistico. Progettare la struttura paesaggistica  di tutta Israele! Seppure faraonico il progetto non intimorisce più di tanto Sharon che, circondanto da una squadra di giovani architetti, comincia a sviluppare le prime linee portanti dell’intero programma.

Il concetto principale è quello che considera l’interesse pubblico più importante di quello privato, quindi disperdere quanto più possibile la popolazione e favorire l’agricoltura per garantire il possesso di quanto più terreno possibile. Questa visione del progetto porterà a creare decine di piccoli centri abitati nel sud del paese, una vera e propria tabula rasa dove i piani di Sharon si possono esprimere al meglio. Le polverose città di Ashdod, Ashkelon, e Beer Sheva assumono un carattere più moderno. Centinaia di migliaia di nuovi immigrati vengono sparpagliati nelle zone più sperdute e meno popolate del Neghev e di altre zone praticamente desertiche. Vengono costruiti dei centri abitati ancora privi di una solida struttura economica e produttiva lungo la “via della fame” una zona dove gli inglesi avevano assunto la popolazione beduina dandogli lavori organizzati soprattutto per fornirgli dei mezzi di sostentamento. La paga infatti veniva data in farina.

Questi piccoli centri abitati sono dei satelliti intorno a una cittadina di medie proporzione che è responsabile di fornire servizi più avanzati che sarebbero antieconomici nei paesini limitrofi. Ma il progetto non avanza come si sperava, e per sostenere economicamente i nuovi immigrati ecco che il governo israeliano torna ai vecchi sistemi inglesi: lavori pubblici senza una vera e propria giustificazione economica. Il più diffuso è il rimboschimento e la creazione di nuove foreste, un’occupazione semplice che non richiede grandi professionalità ma che ha bisogno di molta mano d’opera. In questo periodo verranno piantati un milione di alberi!

Già nel ’52 Sharon abbandona l’ambizioso progetto, le pressioni e le ingerenze politiche sono insopportabili per un architetto che guarda al suo progetto come ad un opera da realizzare sul lungo termine. Non basta costruire nuovi appartamenti se non si creano contemporaneamente zone industriali che possano garantire il sostentamento della popolazione. E’ una condanna alla povertà perpetua. Questo sarà il punto debole del progetto Sharon, la velocità con la quale bisogna costruire nuovi alloggi per le masse immigratorie supera di molto il ritmo con il quale si riesce a soddisfare la necessita occupazionale. Il trasferimento forzato in zone desertiche e mal servite di centinaia di migliaia di persone e la frustrazione che ne seguirà, saranno il carburante con il quale nasceranno i vari focolai di protesta e malcontento che in definitiva causeranno la grande svolta politica del 1977. Una svolta epicale che influenza ancora oggi la società israeliana.

Povere api, che amara fine hanno fatto, altro che latte e miele.

 

 

 

We shall overcome

 

“Le donne fanno la pace”è questo il nome di un organizzazione apolitica attiva fra israeliane e palestinesi già dal 2014. Da quello che era un timido e forse utopico tentativo di incoraggiare il dialogo e la possibilità concreta di realizzare un obiettivo a prima vista irraggiungibile. Oggi il movimento conta più di 40mila iscritti fra uomini e donne. Uno degli scopi dichiarati delle donne a favore della pace è quello di favorire un dialogo quanto il più possibile fuori dagli schemi politici ma allo stesso tempo in grado di coinvolgere in modo trasversale tutte le fasce delle diverse componenti in campo. Donne religiose e laiche, arabe ed ebree, druse e beduine, giovani ed anziane, tutte si sono reclutate per influenzare le proprie leadership a cercare nuove soluzione al di fuori degli schemi e dei concetti prestabiliti. L’organizzazione non ha un piano di pace da proporre, ma crede nel dialogo e nella necessità di coinvolgere quante più donne possibile nei punti nevralgici del potere.

Dal momento della sua fondazione “Le donne fanno la pace” hanno organizzato decine di attività, da incontri intimi di poche decine fino a grandi manifestazioni che hanno coivolto decine di migliaia di partecipanti. Particolarmente significativa è stata “la marcia della speranza” un evento durato 14 giorni che dal nord del paese fino a Gerusalemme  è riuscita ad imporsi in maniera significativa nei mass media israeliani.

Per saperne un pò di più su come vengano organizzate le attività all’interno dell’organizzazione abbiamo posto qualche domanda alla dott.ssa Angelica Calò Livnè. Angelica, mia carissima amica, è la fondatrice e direttrice dell’organizzazione no profit teatro arcobaleno-Beresheet LaShalom, un progetto educativo che incoraggia il dialogo fra ragazzi di tutte le etnie israeliane attraverso il palcoscenico. Il teatro Arcobaleno coinvolge al suo interno giovani di tutta la regione: arabi, ebrei, drusi e circassi. Una realtà che educa ogni anno più di trenta adoloscenti. In Italia è ormai di casa visto che ha organizzato più di 48 spettacoli nel Bel Paese.

Angelica, com’è arrivata alle “donne fanno la pace”? “Quando si è capito abbastanza velocemente che non bastava mandare avanti un messaggio esclusivamente razionale ma bisognava coinvolgere emotivamente quante più persone sono stata cooptata per  organizzare eventi fuori dagli schemi ma soprattutto assolutamente privi di ogni messaggio politico”.

E qual’è stata la soluzione? “Abbiamo organizzato dei “flash mob” principalmente nei mercati centrali di città più o meno grandi. In definitiva ci siamo messe insieme a cantare e ballare riuscendo a coinvolgere passanti e venditori. Tutte noi eravamo vestite di bianco per dare un carattere neutro all’evento. Vorrei sottolineare che tutti questi eventi sono stati organizzati in posti come Gerusalemme, per esempio, dove la popolazione è tradizionalmente attestata su posizioni di destra”.

In un altro evento più di 100 partecipanti hanno cantato “We shall overcome” nelle frontiere calde del paese: Libano, Siria e Gaza in tre lingue, ebraico, arabo e inglese.

Angelica, eterna ottimista, è convinta che anche se queste iniziative possono essere viste come poca cosa, “una scintilla” usando le sue parole. Una scintilla che per quanto possa apparire piccola ed insignificante può portare a dei grandi cambiamenti. “E’ un messaggo che proviene dal basso, da gente stufa di guerre e disposta a molte rinunce pur di arrivare ad un giusto accordo di pace”.

” La vera speranza per andare avanti è quella di incoraggiare un dialogo quanto più profondo fra entrambe le parti, solo capendo le motivazioni ed il dolore dell’altro sarà possibile cambiare i preconcetti che influenzano ognuno di noi”.

E Angelica, attiva da decine di anni nell’incoraggiare il dialogo e la comprensione, di queste cose se ne intende.

La fortezza sconosciuta

 

L’ho già scritto e l’ho ripeterò all’infinito, Israele è piena di luoghi interessanti, piena di riserve naturali, vestigie storiche ed archeologiche, ma soprattutto di racconti interessanti dove la verità e l’immaginazione si mescolano rilasciando un labile confine fra le due parti. Prendiamo il caso di Qalat el Qubeiba, in arabo, o qalat Nimrod in ebraico. Entrambi i nomi parlano dello stesso sito, un’imponente fortezza situata a difesa di una zona strategica ai piedi del monte Hermon.

Chi l’ha costruita? Non ha importanza, forse gli Ayyubudi, forse i Mamelucchi o forse i Crociati. La sua costruzione è iniziata intorno al 1227, ma è stata notevolmente ampliata nel corso di pochi anni. Lunga come più di quattro campi di calcio regolamentari e larga come due volte tanto, la “fortezza della rocca”, così come la chiamano gli arabi, è un posto impressionante, un top da visitare se ci si trova nel nord del paese.

Oltre alla sua bellezza e alla sua storia, la “fortezza del re Nimrod”, il suo nome ebraico, è molto vicina ai quattro villaggi drusi del Golan, un’occasione più che valida per assaggiare la cucina locale in uno dei numerosi ristoranti sparsi lungo la strada. Ma chi era questo fantomatico Nimrod al cui nome è legato la fortezza? Non se ne sa molto, ma il suo nome è nominato nella Bibbia e nel Talmud. Nella Bibbia è legato alla storia di Noè e del Diluvio Universale (Genesi 10,8-9) è menzionato per il grande paese che conquistò identificato come parte della Mesopotamia.

Fu considerato un grande cacciatore, ” Come Nimrod, potente cacciatore nel cospetto dell’eterno”. Il Talmud ce lo pone in maniera negativa, accusandolo di essere lui il promotore della costruzione della torre di Babele, il grattacielo destinato ad arrivare fino al cielo. Proprio in ragione di questo tentativo e della mescolanza di lingue che ne seguì, Dante lo pone nel nono cerchio dell’Inferno, condannato a non poter comunicare con nessuno ne farsi capire. Usando le parole del divin Poeta eccovi il testo:

«questi è Nembrotto, per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
Lasciànlo stare, e non parliamo a vòto,
ché così è a lui ciascun linguaggio
come ‘l suo ad altrui, ch’a nullo è noto.»

Un’altro commento, sempre riportato dal Talmud lo mette ancora una volta in cattiva luce come colui che cercò di uccidere Avraham ancora in fasce. Al proposito esiste una famosa romanza in ladino. Kalat Nimrod è stata scontro di molte battaglie e di numerosi capovolgimenti di fronte. Non solo Ayyubidi o Mamelucchi, ma anche Mongoli, Drusi e Maroniti sono passati in questa zona ed ognuno ha lasciato la sua impronta indelebile. La fortezza è riuscita a resistere ad un disastroso terremoto avvenuto nel 18 secolo, ma più di lui furono l’incuria del tempo e l’abbandono del complesso fortificato a renderlo meno maestoso di quel che era.

Per riportare la fortezza agli antichi fasti bisognerebbe prima di tutto visitarla. Vi ripeto, la zona è molto bella e meriterebbe una visita in ogni caso. La torre bella, la porta settentrionale, il Dongione e la Poterna hanno bisogno di qualcuno in grado di dimostrare la propria bravura e meritarsi il simbolo araldico del sultano Baibars: il leone che gioca col topo:

La guerra è l’oppio dei popoli

E’ l’inverno del 1917, il corpo d’armata inglese si sta dirigendo verso Gerusalemme passando prima per il deserto del Sinai, Beer Sheva e Gaza. A prima vista una marcia senza grandi ostacoli, ma i difensori turchi si rivelano un osso molto più duro del previsto. Dopo l’inizio disastroso di una campagna militare considerata da tutti una prassi d’archiviare velocemente, il comando delle operazioni passa al Generale Edmund Allenby, famoso soprattutto per le numerose vie in suo onore che si trovano in tutte le città israeliane.

La spina dorsale delle forze armate di sua Maestà Britannica è composta dall’ANZAC, acronimo di Australian and New Zealand Army Corp, le stesse forze che saranno decimate nella battaglia di Gallipoli. Vista l’impasse militare e la difficoltà o l’incapacità delle forze britanniche di conquistare le due città che impediscono la marcia verso il nord si comincia a pensare a qualche via originale per superare l’ostacolo. In italiano si dice pensare fuori dagli schemi, in Israele pensare fuori dalla scatola, ma il significato è identico.

E’ questo il momento in cui entra in campo Richard Meinertzhagen, un ufficiale dotato di quel miscuglio di creatività e originalità che riusciranno vincenti nella conquista della posta in campo. Meinertzhagen è un ufficiale del servizio informazioni , ha combattuto in Birmania, Kenia, SudAfrica ed Africa orientale e non è certo un pivellino. L’ufficiale inglese decide di cambiare strategia: se non è possibile conquistare Beer Sheva con la forza la prenderemo con l’inganno.

In definitiva il piano è di una semplicità elementare, si tratta di perdere “casualmente”, a pochi passi da una pattuglia nemica, una borsa contenente false informazioni sui piani degli inglesi. In questo caso si tratta di indurre a credere  ai turchi che su Gaza verrà sferrato un ulteriore attaco mentre le reali intenzioni sono quelle di sfondare le difese di Beer Sheva. Nonostante l’esca sia messa a bella posta, il nemico si ostina a non trovarla e quindi a non abboccare. Solo nel terzo tentativo, eseguito personalmente dall’ufficiale inglese, le false informazioni arrivano a destinazione, convincendo i difensori a schierare le proprie truppe di conseguenza.

Ma anche così Beer Sheva si rivelò un osso duro, a sconvolgere le carte e ribaltare la situazione ci pensò la brigata leggera di cavalleri costituita dal corpo dell’ANZAC. Avvolti da una nuvola di polvere e supportati da una buona dose di fortuna i cavalleggeri australiani sfondarono le linee nemiche senza affrontare quasi nessuna resistenza. Gli storici definiranno questa “l’ultima grande carica di cavalleria della storia”, d’altra parte i carri armati erano già entrati in azione e sostituiranno in breve un modo di combattere forse romantico e bello da vedere, ma certamente obsoleto e inutile.

Non contento della riuscita realizzazione dei falsi piani d’attacco, Meinertzhagen continua a escogitare nuove ed originali metodi d’azione. Nel corso di vari interrogatori svoltisi coi prigionieri turchi catturati, viene a conoscenza della mancanza cronica di sigarette nel campo nemico. Meinertzhagen rifornisce Gaza di sigarette attraverso veri e propri bombardamenti aerei, ma due giorni prima dell’attacco finale nelle sigarette verrà introdotta una quantità di oppio sufficiente a rendere i difensori poco reattivi.

La conquista del roccaforti meridionali della Palestina apriranno le porte alla conquista del resto del paese. L’undici dicembre del 1917 il generale inglese entrerà a Gerusalemme a piedi e non inforcando il suo cavallo in segno di rispetto verso la città santa.

Per il suo contributo alla fine del potere ottomano in Erez Israel, anche se poco conosciuti, esistono diversi monumenti in loro onore. Il più famoso si trova nella foresta di Be’eri, nel sud d’Israele, ma ne esistono anche a Beer Sheva stessa ed in altre parti del paese.

Nell’ottobre del 2017, cento anni dopo la famosa battaglia, 120 cavallerizzi, in parte nipoti dei soldati di allora, ricostruirono l’evento con una carica simile a quella di allora. I caduti dell’ANZAC  sepolti in Erez Israel si trovano in diversi cimiteri di guerra inglesi: Gerusalemme, Haifa, Ramle, Beer Sheva e Gaza. Per la maggior parte  degli israeliani l’ANZAC non ha nessuna importanza ne significato, ma per australiani e neozelandesi l’epopea di questo corpo è ancora viva, ed ogni anno, il 25 di aprile, viene celebrato un giorno in loro onore.

Ricordarli, seppure in maniera così superficiale, mi sembra un atto più che dovuto.

La guida dei perplessi

 

Mi capita sempre più spesso di sentire o leggere di amici, conoscenti o visitatori che affermano di aver visto praticamente tutto di un paese così affascinante come Israele. C’è molta presunzione in frasi del genere, anche perchè la maggior parte di questi “turisti per caso” difficilmente riescono a spostare il loro orizzonte oltre i soliti siti perennemente pubblicizzati, passando magari decine di volte vicino a veri e propri piccoli gioielli turistici e culturali. Per incoraggiare chi ha ancora la forza di uscire dai soliti schemi di Tel Aviv, Gerusalemme, Masada eccovi una piccolissima Guida dei perplessi dedicata a chi intuisce o spera di trovare nuovi stimoli al di fuori della strada maestra. Per facilità visiteremo il paese da Nord verso sud.

Qalat Namrud o fortezza di Nimrod. Una fortezza costruita dalla dinastia Ayubida intorno al 1230 ed erroneamente attribuita ai crociati. Si trova su un costone alto 800 metri alle falde del monte Hermon. Grazie alla sua posizione strategica gode di un panorama mozzafiato sulla vallata della Hula e sul confine col Libano. Conquistata dai Mongoli nel 1260 fu successivamente liberata da Baibars che la rafforzò ulteriormente.

Gamla. “Da un’alta montagna si protende uno sperone dirupato il quale nel mezzo s’innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti sia di dietro, tanto da assomigliare al profilo di un cammello”. E’ la descrizione che ci dà Giuseppe Flavio, nel suo libro “Guerra giudaica”, dell’inespugnabile (o almeno così pareva) città ebraica di Gamla. Durante la grande rivolta ebraica che durò dal 66 al 70 d.c. l’assedio di Gamla è forse uno degli episodi più drammatici. Oltre al sito archeologico, ricco di reperti e sorprese si trova a pochi metri di distanza un’osservatorio privilegiato su una delle ultime colonie di avvoltoi presenti nel Golan.

Zippori. La città dei mosaici. Un miscuglio di una città romana, un insediamento ebraico, una fortezza araba e altro ancora. Un sito dove predominano più di ogni altra cosa mosaici di inestimabile bellezza. Quello dello zodiaco all’interno di una sinagoga, la Monna Lisa della Galilea all’interno di una villa urbana romana, un catalogo di mosaici da esposizione e il mosaico del Nilo rappresentante un’eccezionale inondazione del fiume egiziano così importante per l’agricoltura di quel paese.

La Batiha. Una grande riserva naturale situata nella zona nord orientale del lago di Tiberiade. Un misto fra palude, laguna e acqua dolce che crea un mix irresistibile nei caldi giorni estivi. Assolutamente fuori dai canonici percorsi a cui tutti i turisti sono abituati. Un’esperienza da provare.

La fortezza di Belvoir. Un bellissimo esempio di fortezza crociata a forma concentrica rimasto praticamente intatto. La fortezza era così solida che nonostante i crociati, duramente sconfitti nella battaglia dei corni di Hittin del 1187, avessero abbandonato la terrasanta i difensori della fortezza resistettero agli attacchi avversari per oltre un anno e mezzo sucessivo fino a quando, grazie ad un accordo, ebbero un salvacondotto per raggiungere la città di Tiro.

Sahne. Dopo tutto questo scarozzare vi siete meritati una sosta nelle piscine della sorgente naturale dello Sahne, definito dal Times Magazine uno dei venti parchi più belli del pianeta. La temperatura costante della sorgente che alimenta le due vasche del parco è di 28 gradi centigradi durante tutto l’anno, una vera pacchia, sia d’estate che d’inverno. E’ un posto molto frequentato in tutte le stagioni, quindi poco consigliabile per chi cerca un pò di tranquillità. Per questo ci sono pozze e sorgenti più piccole e defilate, ma per queste bisognerà aspettare un’altro post.

Ramle. Letteralmente “sabbia”. Città fondata dal nulla nella prima metà del settimo secolo d.c.. Nonostante sia particolarmente sconosciuta annovera molte attrazioni turistiche e culturali: Un’antica moschea, una cisterna d’acqua sotterranea navigabile, il cimitero di guerra britannico dove è sepolto il soldato semplice Harry Potter e un pittoresco mercato dove si mangia veramente bene. La verità e che ci sono altri piccoli angoli da scoprire molto intriganti, ma anche voi dovete un pò sforzarvi.

Beit Guvrin-Maresha. Un sito abitato da romani, bizantini, ebrei, musulmani e crociati. Un complesso di grotte e abitazioni scavate nella morbida roccia calcarea. Comprende anche uno dei pochi anfiteatri ritrovati in Israele. Un must!!!

Ovdat. Dopo Petra la città più importante della via dell’incenso. Fondata nel III a.c. fu abitata da nabatei, romani e bizantini. Dal 2005 nominata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Il Canyon rosso. Un canalone lungo 200 metri e profondo 30 che si trova una quindicina di km. a nord di Eilat. L’erosione delle forze naturali e una particolare roccia di colore rossastro rendono questo sentiero una passeggiata relativamente breve ma densa di emozioni. Un incontro con il deserto che non si dimenticherà così facilmente. Bisogna arrivarci attrezzati a dovere, vale a dire scarpe alte, acqua in abbondanza, cappello e crema solare.

Tutti i siti in questione sono facilissimi da raggiungere, ci vuole soltanto la giusta dose di volontà. Chi riuscirà a vederne almeno i due terzi sarà degno di passare al secondo stadio fino a diventare un vero conoscitore dell’altra Israele.

Buon viaggio.