La guerra è l’oppio dei popoli

E’ l’inverno del 1917, il corpo d’armata inglese si sta dirigendo verso Gerusalemme passando prima per il deserto del Sinai, Beer Sheva e Gaza. A prima vista una marcia senza grandi ostacoli, ma i difensori turchi si rivelano un osso molto più duro del previsto. Dopo l’inizio disastroso di una campagna militare considerata da tutti una prassi d’archiviare velocemente, il comando delle operazioni passa al Generale Edmund Allenby, famoso soprattutto per le numerose vie in suo onore che si trovano in tutte le città israeliane.

La spina dorsale delle forze armate di sua Maestà Britannica è composta dall’ANZAC, acronimo di Australian and New Zealand Army Corp, le stesse forze che saranno decimate nella battaglia di Gallipoli. Vista l’impasse militare e la difficoltà o l’incapacità delle forze britanniche di conquistare le due città che impediscono la marcia verso il nord si comincia a pensare a qualche via originale per superare l’ostacolo. In italiano si dice pensare fuori dagli schemi, in Israele pensare fuori dalla scatola, ma il significato è identico.

E’ questo il momento in cui entra in campo Richard Meinertzhagen, un ufficiale dotato di quel miscuglio di creatività e originalità che riusciranno vincenti nella conquista della posta in campo. Meinertzhagen è un ufficiale del servizio informazioni , ha combattuto in Birmania, Kenia, SudAfrica ed Africa orientale e non è certo un pivellino. L’ufficiale inglese decide di cambiare strategia: se non è possibile conquistare Beer Sheva con la forza la prenderemo con l’inganno.

In definitiva il piano è di una semplicità elementare, si tratta di perdere “casualmente”, a pochi passi da una pattuglia nemica, una borsa contenente false informazioni sui piani degli inglesi. In questo caso si tratta di indurre a credere  ai turchi che su Gaza verrà sferrato un ulteriore attaco mentre le reali intenzioni sono quelle di sfondare le difese di Beer Sheva. Nonostante l’esca sia messa a bella posta, il nemico si ostina a non trovarla e quindi a non abboccare. Solo nel terzo tentativo, eseguito personalmente dall’ufficiale inglese, le false informazioni arrivano a destinazione, convincendo i difensori a schierare le proprie truppe di conseguenza.

Ma anche così Beer Sheva si rivelò un osso duro, a sconvolgere le carte e ribaltare la situazione ci pensò la brigata leggera di cavalleri costituita dal corpo dell’ANZAC. Avvolti da una nuvola di polvere e supportati da una buona dose di fortuna i cavalleggeri australiani sfondarono le linee nemiche senza affrontare quasi nessuna resistenza. Gli storici definiranno questa “l’ultima grande carica di cavalleria della storia”, d’altra parte i carri armati erano già entrati in azione e sostituiranno in breve un modo di combattere forse romantico e bello da vedere, ma certamente obsoleto e inutile.

Non contento della riuscita realizzazione dei falsi piani d’attacco, Meinertzhagen continua a escogitare nuove ed originali metodi d’azione. Nel corso di vari interrogatori svoltisi coi prigionieri turchi catturati, viene a conoscenza della mancanza cronica di sigarette nel campo nemico. Meinertzhagen rifornisce Gaza di sigarette attraverso veri e propri bombardamenti aerei, ma due giorni prima dell’attacco finale nelle sigarette verrà introdotta una quantità di oppio sufficiente a rendere i difensori poco reattivi.

La conquista del roccaforti meridionali della Palestina apriranno le porte alla conquista del resto del paese. L’undici dicembre del 1917 il generale inglese entrerà a Gerusalemme a piedi e non inforcando il suo cavallo in segno di rispetto verso la città santa.

Per il suo contributo alla fine del potere ottomano in Erez Israel, anche se poco conosciuti, esistono diversi monumenti in loro onore. Il più famoso si trova nella foresta di Be’eri, nel sud d’Israele, ma ne esistono anche a Beer Sheva stessa ed in altre parti del paese.

Nell’ottobre del 2017, cento anni dopo la famosa battaglia, 120 cavallerizzi, in parte nipoti dei soldati di allora, ricostruirono l’evento con una carica simile a quella di allora. I caduti dell’ANZAC  sepolti in Erez Israel si trovano in diversi cimiteri di guerra inglesi: Gerusalemme, Haifa, Ramle, Beer Sheva e Gaza. Per la maggior parte  degli israeliani l’ANZAC non ha nessuna importanza ne significato, ma per australiani e neozelandesi l’epopea di questo corpo è ancora viva, ed ogni anno, il 25 di aprile, viene celebrato un giorno in loro onore.

Ricordarli, seppure in maniera così superficiale, mi sembra un atto più che dovuto.

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La guida dei perplessi

 

Mi capita sempre più spesso di sentire o leggere di amici, conoscenti o visitatori che affermano di aver visto praticamente tutto di un paese così affascinante come Israele. C’è molta presunzione in frasi del genere, anche perchè la maggior parte di questi “turisti per caso” difficilmente riescono a spostare il loro orizzonte oltre i soliti siti perennemente pubblicizzati, passando magari decine di volte vicino a veri e propri piccoli gioielli turistici e culturali. Per incoraggiare chi ha ancora la forza di uscire dai soliti schemi di Tel Aviv, Gerusalemme, Masada eccovi una piccolissima Guida dei perplessi dedicata a chi intuisce o spera di trovare nuovi stimoli al di fuori della strada maestra. Per facilità visiteremo il paese da Nord verso sud.

Qalat Namrud o fortezza di Nimrod. Una fortezza costruita dalla dinastia Ayubida intorno al 1230 ed erroneamente attribuita ai crociati. Si trova su un costone alto 800 metri alle falde del monte Hermon. Grazie alla sua posizione strategica gode di un panorama mozzafiato sulla vallata della Hula e sul confine col Libano. Conquistata dai Mongoli nel 1260 fu successivamente liberata da Baibars che la rafforzò ulteriormente.

Gamla. “Da un’alta montagna si protende uno sperone dirupato il quale nel mezzo s’innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti sia di dietro, tanto da assomigliare al profilo di un cammello”. E’ la descrizione che ci dà Giuseppe Flavio, nel suo libro “Guerra giudaica”, dell’inespugnabile (o almeno così pareva) città ebraica di Gamla. Durante la grande rivolta ebraica che durò dal 66 al 70 d.c. l’assedio di Gamla è forse uno degli episodi più drammatici. Oltre al sito archeologico, ricco di reperti e sorprese si trova a pochi metri di distanza un’osservatorio privilegiato su una delle ultime colonie di avvoltoi presenti nel Golan.

Zippori. La città dei mosaici. Un miscuglio di una città romana, un insediamento ebraico, una fortezza araba e altro ancora. Un sito dove predominano più di ogni altra cosa mosaici di inestimabile bellezza. Quello dello zodiaco all’interno di una sinagoga, la Monna Lisa della Galilea all’interno di una villa urbana romana, un catalogo di mosaici da esposizione e il mosaico del Nilo rappresentante un’eccezionale inondazione del fiume egiziano così importante per l’agricoltura di quel paese.

La Batiha. Una grande riserva naturale situata nella zona nord orientale del lago di Tiberiade. Un misto fra palude, laguna e acqua dolce che crea un mix irresistibile nei caldi giorni estivi. Assolutamente fuori dai canonici percorsi a cui tutti i turisti sono abituati. Un’esperienza da provare.

La fortezza di Belvoir. Un bellissimo esempio di fortezza crociata a forma concentrica rimasto praticamente intatto. La fortezza era così solida che nonostante i crociati, duramente sconfitti nella battaglia dei corni di Hittin del 1187, avessero abbandonato la terrasanta i difensori della fortezza resistettero agli attacchi avversari per oltre un anno e mezzo sucessivo fino a quando, grazie ad un accordo, ebbero un salvacondotto per raggiungere la città di Tiro.

Sahne. Dopo tutto questo scarozzare vi siete meritati una sosta nelle piscine della sorgente naturale dello Sahne, definito dal Times Magazine uno dei venti parchi più belli del pianeta. La temperatura costante della sorgente che alimenta le due vasche del parco è di 28 gradi centigradi durante tutto l’anno, una vera pacchia, sia d’estate che d’inverno. E’ un posto molto frequentato in tutte le stagioni, quindi poco consigliabile per chi cerca un pò di tranquillità. Per questo ci sono pozze e sorgenti più piccole e defilate, ma per queste bisognerà aspettare un’altro post.

Ramle. Letteralmente “sabbia”. Città fondata dal nulla nella prima metà del settimo secolo d.c.. Nonostante sia particolarmente sconosciuta annovera molte attrazioni turistiche e culturali: Un’antica moschea, una cisterna d’acqua sotterranea navigabile, il cimitero di guerra britannico dove è sepolto il soldato semplice Harry Potter e un pittoresco mercato dove si mangia veramente bene. La verità e che ci sono altri piccoli angoli da scoprire molto intriganti, ma anche voi dovete un pò sforzarvi.

Beit Guvrin-Maresha. Un sito abitato da romani, bizantini, ebrei, musulmani e crociati. Un complesso di grotte e abitazioni scavate nella morbida roccia calcarea. Comprende anche uno dei pochi anfiteatri ritrovati in Israele. Un must!!!

Ovdat. Dopo Petra la città più importante della via dell’incenso. Fondata nel III a.c. fu abitata da nabatei, romani e bizantini. Dal 2005 nominata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Il Canyon rosso. Un canalone lungo 200 metri e profondo 30 che si trova una quindicina di km. a nord di Eilat. L’erosione delle forze naturali e una particolare roccia di colore rossastro rendono questo sentiero una passeggiata relativamente breve ma densa di emozioni. Un incontro con il deserto che non si dimenticherà così facilmente. Bisogna arrivarci attrezzati a dovere, vale a dire scarpe alte, acqua in abbondanza, cappello e crema solare.

Tutti i siti in questione sono facilissimi da raggiungere, ci vuole soltanto la giusta dose di volontà. Chi riuscirà a vederne almeno i due terzi sarà degno di passare al secondo stadio fino a diventare un vero conoscitore dell’altra Israele.

Buon viaggio.

 

Ottavo, non rubare.

 

Piccolo incipit prima di entrare nel contenuto vero e proprio del post di questa volta. In italiano il comandamento del “non rubare” risulta come settimo, ma se vogliamo essere pignoli e prendere il testo originale ebraico della Bibbia allora ci accorgeremo che Mosè, su ispirazione divina, lo mise all’ottavo posto.  Leggere per credere.

Finita questa piccola introduzione entriamo nel vivo del racconto, per Israele una storia di ordinaria amministrazione, per i Samaritani la perdita di un patrimonio culturale e religioso di inestimabile valore.

Correva l’anno 1995 quando dalla sinagoga Samaritana di Nablus furono trafugati due antichissimi libri della legge. Il primo datato 1360 d.c. ed il secondo un pò più recente e datato intorno al 15simo secolo. I libri, erano scritti nel particolare alfabeto samaritano, composto da 22 lettere e molto simile al primitivo alfabeto ebraico.

Una volta scoperto il furto sia la polizia israeliana che quella palestinese cominciano ad indagare. Arafat, allora il capo dell’ANP, annuncia dopo poco tempo che i rotoli samaritani sono stati rintracciati ad Amman, la capitale Giordana, da dove i ladri richiedono un riscatto di 7 milioni di Dollari. Ma visto che siamo nel Medio Oriente, dopo qualche trattativa il prezzo scende a 2 milioni.

Cominciate le trattative, almeno un rappresentante samaritano si incontra coi ladri, nascosti da dei passamontagna, e riesce a vedere i rotoli, autentificandoli. Ma la somma è troppa alta per un etnia che conta qualche centinaio di persone. Nel 2011 i rotoli rispuntano in forma di due filmati video dove una mano sfoglia le pagine di uno dei libri.

E’ Baruch Zedaka, uno dei leader samaritani, ad incontrarsi questa volta coi malviventi ed a riconoscere i manoscritti senza ombra di dubbio. Ricomincia la caccia, i libri si trovano ancora ad Amman, ma in un secondo tempo una voce riferisce che uno dei libri è arrivato a Londra per essere venduto. Da allora nessuno l’ha più visto o ne ha sentito parlare. C’è chi dice che un membro del famiglia reale del Qatar sia il ricco acquirente.

A questo punto si fa avanti il miliardario americano Steven Green, fondatore evangelico del Museo della Bibbia, che pare abbia acquistato nel corso degli ultimi dieci anni 40mila manufatti legati al Sacro Testo, migliaia dei quali illegalmente. Ma i samaritani declinano la proposta.

Nel 2013 i doganieri israeliani, al varco del ponte di Allenby, uno dei punti di passaggio fra Giordania ed Egitto, scoprono due reperti archeologici, una delle quali è una pagina di uno dei libri trafugati. Il proprietario (legittimo?) dei reperti si chiama Sardiah, originario di Sachnin, una città arabo israeliana. La prova del carbonio 14 autentifica definitivamente l’autenticità del reperto. Le autorità israeliane confiscano il prezioso documento adducendo motivi  prettamente legali.

Per il momento la storia finisce qui, senza un lieto fine e con molti punti interrogativi. C’è chi afferma che sono gli stessi Samaritani a non insistere affinchè la faccenda venga chiarita completamente. Il sospetto è che qualcuno all’interno della piccola comunità abbia aiutato i trafugatori, un sospetto che nel caso divenisse certezza potrebbe mettere in seria crisi i rapporti già così delicati di un piccolo gruppo di meno di 800 anime impegnati quotidianamente a non estinguersi.

Mettete dei fiori nei vostri “cannoni”

In una accurata indagine svolta dall’esercito israeliano (IDF) all’interno delle truppe è emerso un dato sorprendente: oltre la metà dei militari di leva fa uso abituale di droghe leggere, non solo quando è in licenza, ma anche durante il servizio operativo sulle varie frontiere o durante le esercitazioni. Lo rivela il popolare quotidiano israeliano “Yedioth haHahronot” che riporta  un’accurata indagine statistica svolta dall’esercito sui propri effettivi.

La tendenza mostra un netto aumento rispetto ad analoghi sondaggi svoltisi negli anni passati. Dall’otto per cento di militari che avevano confessato di aver fatto uso di droghe leggere negli ultimi dodici mesi precedenti un sondaggio svoltosi nel 2000, si è passati all’11% nel 2009 per arrivare all’attuale 54%. Il 41% ha affermato di aver fatto uso di marijuana e similari nell’ultimo mese precedente il questionario. I dati sono ancora più interessanti se si tiene in considerazione che i loro coetanei compresi nella fascia di età 18-24 anni ne consumano la metà.

Uno dei motivi principali di questo aumento dei consumatori è dovuto al fatto che l’IDF ha applicato da poco tempo delle regole più libertarie rispetto all’uso delle droghe leggere. In pratica chiunque affermi di aver fatto uso privato di marijuana o erba in generale per un massimo di cinque volte per scopi personali non è soggetto a nessuna pena, nè detentiva nè disciplinare. Le regole continuano ad essere molto più rigide se l’uso di stupefacenti avviene all’interno delle strutture militari, ma molti dei soldati intervistati hanno affermato che i loro stessi superiori, anche quando sono consapevoli di cosa succeda all’interno delle loro unità, chiudono volentieri un occhio se non tutti e due.

Questa situazione all’apparenza paradossale, per la quale l’esercito si sta dimostrando più tollerante della legislazione israeliana in vigore, è spiegabile col fatto che l’IDF ha molte meno pastoie burocratiche da affrontare, e dal momento che gli alti comandi prendono una decisione, la messa in pratica è praticamente immediata.

E’ difficile dire se l’uso di droghe leggere durante le missioni operative influenzino o no il comportamento dei militari, e se si in quale maniera. Le testimonianze riportate dal quotidiano al riguardo sono discordi. C’è chi sostiene che lo “spinello” allenti la tensione e lo stress del servizio militare ma non incide minimamente sui risultati finali, e c’è chi sostiene al contrario che il calo di concentrazione influisca alla fine sull’esito della missione.

La crescita della domanda e del consumo delle droghe leggere ha portato alla ribalta l’esistenza di “telegrass”, un’app. concepita espressamente per rifornire i consumatori, sia civili che militari. Per i militari, così come in altri settori della società israeliana, esiste addirittura lo sconto, che si può aggirare intorno al 10-15%, senza parlare della consegna a domicilio fino alla base militare del consumatore.

Per il momento l’esercito si è dimostrato soddisfatto della decisione adottata, chiaramente si tratta di un processo ancora in corso e sicuramente ci vorrà del tempo e dei ritocchi più o meno sostanziali rispetto alla direzione intrapresa. Il problema dell’uso di droghe è un problema di tutto il mondo occidentale, non solo d’Israele, l’esercito ha deciso di prendere il toro per le corna, cosciente del fatto  che è inutile ignorare la grandezza e l’influenza di un simile problema.

Quando negli anni settanta i Giganti cantavano “mettete dei fiori nei vostri cannoni”, non intendevano certo gli attuali “cannoni” di erba dei soldati israeliani. Ma vaglielo a spiegare ai ragazzini di oggi.

Il gol della bandiera

 

Anche quest’anno Israele non è riuscita a qualificarsi per il Mondiale di calcio, per dirla tutta a parte un unica presenza nei Mondiali del 1970 in Messico, Israele non si è mai qualificata ne agli europei che ai mondiali. Per la cronaca: l’incontro fra Italia ed Israele di allora si concluse con un pareggio a reti bianche, 0 a 0, un bel risultato contro quelli che diventeranno i vice campioni del torneo.

Obiettivamente il livello calcistico israeliano non è un granchè, ma le aspettative dei tifosi sono montate all’estremo dalla stampa sportiva, basti pensare che ogni volta che la nazionale comincia  a giocare le partite di qualificazione qui si parla di “campagna”, quasi si parlasse di un’operazione militare. E’ chiaro quindi che in un’atmosfera del genere ogni fiasco si rivela una cocente delusione. Per consolarsi non ci rimane altro che adottare un’altra squadra fra quelle partecipanti al mondiale secondo criteri personali e non sempre legati ad una logica razionale.

Gli “emigrati”, come il sottoscritto, non hanno grossi problemi e continuano a tifare per il paese d’origine, poi ci sono quelli legati storicamente a vere e proprie scuole di pensiero: brasiliani,  olandesi , anglofoli, francofoni e quelli a favore dello schiacciasassi teutonico. Poi ci sono le “banderuole”, coloro che fiutano il vento e si accodano alla squadra più in forma del momento, la Spagna è un esempio lampante: ignorata fino a qualche anno fa è ormai nei cuori dei tifosi più esperti, liberi comunque di modificare il pronostico a seconda dei risultati. Non parliamo poi del Portogallo che per molti si sta rivelando l’autentico “underdog” della competizione.

Un capitolo a parte è riservato al settore degli arabi israeliani, soprattutto nei paesi e nelle cittadine. Qui non esiste praticamente tetto o balcone dove non sventoli in bella vista il vessillo della nazionale del cuore. E’ un fenomeno che mi ha sempre incuriosito, anche se quest’anno il numero delle squadre arabe e islamiche è in netto aumento, sono sempre le squadre più forti ad avere le preferenze.. Non si tratta dunque di identificarsi con la nazione araba in senso lato ma piuttosto di uscire per qualche settimana dal tran tran quotidiano per appoggiarsi ad un possibile winner, come se la vittoria ai mondiali potesse stravolgere di punto in bianco la realtà.

Anche gli arabi comunque non hanno molta originalità nei pronostici, il Brasile la fa da padrone; attraversando la strada principale di una qualsiasi cittadina si ha l’impressione di essere capitati in qualche sperduto villaggio brasiliano in un giorno di festa nazionale. Chi vuole puntare sul sicuro sventola la bandiera della Germania, squadra forte e regolare che arriva sempre abbastanza lontano. Bene in vista anche le bandiere argentine e spagnole, mentre gli inglesi sono praticamente inesistenti.

Visto che alla fine in finale arriveranno solo due squadre è inevitabile che molte delle bandiere appese verranno ammainate durante il torneo, spesso sostituite da altre. Quest’anno qualcuno ha superato tutti appendendo una bandiera costituita da quattro nazionali diverse. Per gli amanti dei pronostici e delle scommesse posso solo dirvi che il menagramo ufficiale di Sasa ha dato per sicura la vittoria del Brasile, se volete un consiglio da amici cercatevi subito un’altra squadra.

In un posto piccolo come un Kibbutz in occasioni come queste la vita per noi italiani è sempre stata molto dura, tutti ci aspettano al varco per sfotterci e denigrare le prestazioni azzurre. Quest’anno lo scotto l’abbiamo già pagato in anticipo con la cocente delusione dello spareggio con la Svezia, e non ci sono i presupposti per denigrarci come da copione.

Non c’è che dire, vedere le partite del Mondiale senza esserne direttamente partecipi è molto meno coivolgente, una situazione certamente più tranquilla, ma in fin dei conti noiosa.

Rete, no gol

Questo titolo, da autentici iniziati del calcio, è dedicato a tutti coloro che hanno un’età gia abbastanza matura da poter essere definiti “ragionevolmente anziani” visto che nell’epoca a cavallo fra gli anni 50 e 70 del secolo scorso hanno avuto l’occasione di vivere in prima persona le radiocronache di Nicolò Carosio, mitica figura del giornalismo sportivo italiano. Un personaggio entrato a ragione nel Pantehon dei radio e telecronisti come frasi come quella di cui sopra.

Ma la mia veneranda età non ha nessun legame col soggetto di oggi, che si occupa si di calcio ma in un altro contesto. E’ uscito da poco in Israele il documentario “Mi huz la migrash” traducibile in “al di fuori del campo di gioco”,opera del regista Nissan Katz. Il film descrive la situazione dei giocatori arabo israeliani nelle varie squadre di calcio dentro il paese e anche fuori.

Al di là del tema in generale Katz si focalizza su tre racconti personali, tre storie che non fanno che confermare una volta di più quale fantastico vettore di mobilità sociale sia insito in questo sport che è così amato a tutte le latitudini.

Moussa, un pastore beduino del villaggio di Dir el Manksur

Ali Otman, gioca nell’unica squadra araba della serie A israeliana, i “Bnei Sachnin

Per ultimo Biram Kayal, giocatore nella squadra inglese del Brighton.

Katz, 44 anni, non è nuovo a questo tipo di documentari. Nel 2009 venne proiettato sugli schermi un altro suo film documentario “lo spogliatoio“, dove descrisse le diverse realtà di squadre calcistico a livello più o meno dilettantistico in posti come Nepal, Zanzibar e Nazareth

Nel corso del documentario Katz cerca di approfondire le condizioni che hanno contraddistinto i rapporti fra la minoranza araba e lo stato d’Israele per tutto ciò che riguarda lo sport. Come in moltissimi altri paesi, anche qui il football è stato da sempre un  mezzo di mobilità e riscatto sociale. Il primo stadio di integrazione è avvenuto con l’entrata in campo, è proprio il caso di dirlo, di giocatori ormai entrati di diritto nel Pantheon del calcio israeliano. fra gli altri spiccano senz’altro i nomi di Zahi Armeli (Maccabi Haifa) e Rifat Turk (Hapoel Tel Aviv). E’ non è un caso che fino ad oggi queste due squadre sono le più amate dai tifosi arabo israeliani.

Katz sostiene che il calcio è servito fra le altre cose per creare un fattore comune fra la minoranza araba e lo Stato d’Israele. Quando nella Nazionale o nella squadra del tuo cuore giocano anche giocatori a cui ti senti più vicino è chiaro che il legame si rafforzi nonostante le diversità.

Ma visto che è impossibile dividere il lato sportivo da quello politico, anche in questo campo le tensioni non mancano. Si va dalla squadra della capitale, il Beitar Jerusalem, che non ammette giocatori musulmani nelle sue fila, per arrivare ai giocatori arabi che quasi mai cantano l’inno nazionale israeliano. D’altro canto esiste la squadra dell’Hapoel Jerusalem, che ha fatto della tolleranza e della coesistenza il suo cavallo di battaglia. Stufi di andare allo stadio per vivere un’atmosfera di tensioni e di odio, così come succede ormai in tutte le parti del globo, i supporter dell’Hapoel, la squadra del sindacato, si sono autotassati e hanno fondato un proprio club sul modello del Barcellona ma chiaramente in chiave molto più modesta. Paradossalmente, la nuova squadra, che nel frattempo era precipitata nelle serie dilettantische del calcio israeliano, e risalita in maniera vertiginosa fino ad arrivare all’equivalente della Serie B.

In mezzo a questi antipodi rimangono le migliaia di giocatori, professionisti e non, che imperterriti del messaggio sociale e politico che ogni colpo al pallone dovrebbe significare, sgambettano e ansimano sul campo di gioco. Ragazzini di primo pelo, autentici professionisti, cummenda con la pancetta e ultra sessantenni ormai prossimi alla pensione. Tutti corrono dietro a questa magica sfera, l’unica che ti può regalare nell’arco di un attimo quella magica e inebriante sensazione del (quasi) gol realizzato.

L’unica pecca del film è quella di essere stato girato esclusivamente in arabo, escludendo così chi ha più necessità di conoscere e capire le problematiche di una minoranza, quella araba, che è molto più vicina di quanto si pensi ad una “israelianità” in continua costruzione, per molti versi più spontanea e dinamica di quanto il mondo politico voglia farci credere.

Anche se ormai mancano pochi giorni colgo l’occasione per augurare un sereno Ramadan a chi osserva le regole dell’Islam, e quindi: Ramadam Karim. E visto che fra poco il digiuno terminerà e comincerà la festa dell’Id el Fiter, Id Mubarak a tutti.

 

 

Nel 2011 Israele era ad un passo dall’attaccare il nucleare iraniano

Nel 2011 il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dette ordine alle forze armate ed al Mossad di prepararsi ad attaccare gli installamenti nucleari iraniani con un preavviso di 15 giorni. E’ quanto emerge da una lunga ed appassionante intervista concessa da Tamir Pardo giovedì 1/6/2018 e trasmessa sul canale privato israeliano Channel 2 nel corso dell’ultima puntata di “Uvdà”, il fatto, uno dei programmi di inchieste televisive più seguiti e giunto quest’anno alla 24sima stagione.

Tamir Pardo, 65 anni, ha servito le forze di sicurezza israeliane dall’età di 18 anni, a 20 anni era uno dei protagonisti della liberazione del volo Air France dirottato a Entebbe, dove fra l’altro era sotto il comando di Yoni Netanyahu, fratello maggiore dell’attuale Primo Ministro israeliano. Dal Gennaio 2011 al Gennaio 2016 è stato il direttore del Mossad, i servizi segreti israeliani, ed i particolari svelati durante l’intervista, della durata di 90 minuti, sono di enorme importanza per sbirciare, seppure di poco, oltre la cortina di segretezza e l’alone di leggenda che da sempre circondano l’organizzazione. Ma ancora più importante è capire il modo con il quale vengono prese le decisioni più critiche ed i rapporti di forza che si creano fra i presonaggi più influenti della piramide politica e militare israeliana.

La decisione di attaccare le installazioni iraniane venne presa da Bibi di comune accordo con l’allora Ministro della Difesa Ehud Barak, Pardo ancora oggi non può affermare con sicurezza se ci fosse veramente una seria intenzione di agire o era solo un segnale verso le varie potenze che erano impegnate nell’arrivare ad un accordo sul nucleare iraniano. Una specie di “tenetemi che spacco tutto”. In ogni caso l’ex capo del Mossad si consigliò con altri colleghi che lo precederono, e andando ancora oltre fino a consultare il consulente legale del governo per accertarsi se un ordine del genere fosse consono alla legislazione vigente. Probabilmente lo choc della guerra del Kippur dove Israele venne attaccata di sorpresa da Egitto e Siria era ancora uno spettro che si aggirava nei corridoi dei vari gruppi adibiti alla sicurezza del paese. Passerà poco tempo fino a quando Nethanyahu verrà a sapere dell’iniziativa di Pardo, cosa che incrinerà per sempre i rapporti fra i due.

In ogni caso la ferma resistenza del capo del Mossad e del Capo di Stato Maggiore frenano definitivamente la decisione governativa. Poco tempo dopo, con la motivazione di impedire le possibili soffiate delle varie discussioni segrete che si tengono all’interno del Gabinetto, il Primo Ministro israeliano dà ordine a Yoram Cohen, allora capo dei servizi di sicurezza interna del paese, di mettere sotto controllo sia le telefonate di Pardo sia quelle di Benny Ganz, l’allora Capo di Stato Maggiore. Cohen si rifiuta fermamente di compiere un atto del genere affermando che non è compito suo, un episodio questo che dimostra chiaramente quali siano i limiti decisionali dei politici israeliani.

A parte queste clamorose rivelazioni, la puntata di Uvdà ha passato in rassegna alcune delle operazioni nelle quali Pardo ha preso parte, sia come agente che non come direttore. A suo avviso le azioni compiute dai servizi segreti israeliani per sabotare il programma nucleare israeliano non sono che una goccia nel mare delle migliaia di operazioni svolte dall’Istituto, è questa l’esatta traduzione del Mossad, e Pardo sa di cosa sta parlando. Fra le altre cose è stato in paesi come la Siria e l’Iran, non come turista ci tiene a precisare, ha organizzato una serie di eliminazioni mirate di diversi scienziati iraniani legati al progetto nucleare iraniano ed ha trafugato in due minuti il dischetto dove si trovavano in dettaglio i progetti della centrale nucleare quando era ancora al suo stato embrionale. Nonostante tutto Pardo capisce che fermare il programma iraniano sia praticamente impossibile. L’Iran è un paese vasto quanto più della metà dell’Europa occidentale, afferma, e le sue università sfornano ogni anno centinaia di ingegneri in grado di portare avanti il progetto.

Dopo 37 anni di servizio nei vari campi della sicurezza israeliana, l’ex capo dei servizi segreti si occupa adesso di affari e non si fa troppe illusioni: l’aver attaccato in prima persona Bibi gli costerà un caro prezzo sia sul piano personale che su quello professionale. Di una cosa è sicuro: non ha nessuna intenzione di entrare in politica, “è troppo pericoloso” afferma.