E se Golia fosse stato un pò più basso?

Davide

Nuove scoperte archeologiche stanno cominciando a ridimensionare le dimensioni del gigantesco Golia, il biblico guerriero filisteo che terrorizzava le schiere dei combattenti israeliti fino a quando non venne un pastorello di nome Davide ad insegnarli che “le dimensioni non contano”. Ma cominciamo con ordine, soprattutto perchè tutti noi pensiamo di conoscere perfettamente la storia in questione senza magari averla analizzata profondamente.

Così recita la Bibbia nel primo libro di Samuele: “Dall’accampamento dei Filistei uscì un campione, chiamato Golia, di Gat; era alto sei cubiti e un palmo.  Aveva in testa un elmo di bronzo ed era rivestito di una corazza a piastre, il cui peso era di cinquemila sicli di bronzo.  Portava alle gambe schinieri di bronzo e un giavellotto di bronzo tra le spalle.  L’asta della sua lancia era come un subbio di tessitori e la lama dell’asta pesava seicento sicli di ferro; davanti a lui avanzava il suo scudiero.” E’ chiaro che per capire quale sia l’altezza di Golia e quanto pesasse il suo equipaggiamento dobbiamo scoprire quanto valgano questi benedetti cubiti, sicli e quant’altro.

Per quanto se ne sappia il cubito ebraico equivaleva 44.5 cm. Mentre il palmo corrispondeva alla sua metà, il siclo pesava fra i 10 e i 13 grammi. Fatte le debite proporzioni se ne deduce che il gigante filisteo fosse alto 290 cm.. L’armatura doveva pesare almeno 50 kg. E l’asta della lancia circa 6 kg. Pesi e dimensioni assolutamente impressionanti, soprattutto se teniamo conto che l’altezza media dell’epoca si aggira attorno ai 160 cm. Ma un mio intimo amico di nome Albert mi spiegò un giorno che “tutto è relativo” ed in effetti se cerchiamo altre fonti le misurazioni cambiano, e non di poco.

Se prendiamo per buona la traduzione biblica dei 70 i cubiti si riducono a quattro ed ecco che già scendiamo a 208 cm. Mentre Giuseppe Flavio nel suo “antichità giudaiche” parla anche lui di quattro cubiti senza aggiungerci però il palmo, portando così l’altezza di Golia a 208cm. Sempre un’altezza notevole per carità, ma già più ragionevole. Ma perchè tutta questa confusione? Probabilmente Golia non era così alto come ce lo descrive il Libro dei libri, la sua statura fu stata volutamente esagerata per fini propagandistici, per far risaltare ancora di più l’importanza della vittoria.

E ancora non abbiamo parlato del fatto che nel secondo libro di Samuele chi uccise il gigante fu tutta un altra persona, tale Elcanan, figlio di Iair di Betlemme. Ma questo è un enigma che dovrete risolvere da soli.

Golia era nativo di Gat, una delle cinque principali città filistee, secondo il libro di Giosuè, la città era una delle tre dove ancora abitavano gli Anakim, i giganti, e Gat era effettivamente grande almeno il doppio delle altre città-stato che formavano la Pentapoli filistea. Se poi andiamo ad analizzare la sfida potremmo scoprire cose molto interessanti ed arrivare alla conclusione che l’esito del confronto non fu così sorprendente come possa sembrare.

Cominciamo con le armi, Golia era armato come un fante dell’epoca, dalle dimensioni del guerriero e dal peso dell’equipaggiamento si capisce subito che i suoi movimenti dovevano essere necessariamenti lenti e forse adirittura goffi. Davide invece era fornito di una frombola, un’arma molto in uso nell’antichità, paragonabile ad una specie di artiglieria leggera. Ogni legione romana era dotato di un reparto di frombolieri che avevano una gittata effettiva di almeno 200 metri. Come proiettili venivano usati sassi e pietre, che erano sempre disponibili, anche sui campi di battaglia. Tuttavia un’evoluzione significativa fu l’introduzione delle “ghiande-missili” in piombo o in terracotta, che permettevano una maggiore perforazione, una maggiore precisione e una maggiore cadenza di tiro. Si è calcolato che un proiettile del genere potesse avere lo stesso impatto di una Magnum 45, quella dell’ispettore Callaghan, tanto per intenderci.

Altro elemento sul quale pochi si soffermano è la reale possibilità che Golia soffrisse di una forma di acromegalia, una particolare forma di gigantismo. Uno degli effetti più comuni di questa patologia è la riduzione del campo visivo. Nei casi più severi la riduzione acuta del campo visivo porta il malato a vedere solo gli oggetti posti di fronte a lui. Inoltre molti malati non sono consapevoli di questa limitazione fino a quando la stessa non diventa molto pronunciata. Alla base di questi nuovi elementi ecco che la biblica sfida fra il gigante Golia e Davide il piccoletto non ha più un esito così scontato. In casi come questo mi viene sempre in mente la mitica frase pronunciata da Tuco Ramirez nel film Il buono, il brutto e il cattivo: “I tipi grossi come te mi piacciono perchè quando cascano fanno tanto rumore”.

Insomma, mentre il detto “altezza mezza bellezza” ha una sua giustificazione, ecco che la statura in battaglia non sempre è determinante. In fin dei conti anche Asterix sapeva cavarsela niente male, certo avere al suo fianco un compagno di avventure come Obelix non guasta mai.

29 Settembre, anzi Novembre

spartizione

“Seduto in quel caffè, io non pensavo a te…” Così comincia “29 settembre”, la celeberrima canzone di Mogol e Battisti portata al successo dall’Equipe 84. E proprio grazie a questa canzone che la data del 29 settembre è entrata nel lessico familiare degli appassionati di musica leggera italiana. Anche se quale fosse la ricorrenza del 29 settembre menzionata dal giornale radio che di volta in volta sovrasta la voce del cantante l’ho capita solo molti anni dopo.

Ma in Israele c’è un altro 29, questa volta di novembre, che per la storia del paese ha un significato particolare, una pietra miliare nella storia della creazione dello Stato d’Israele. Il 29 novembre 1947 venne infatti votato e approvato a New York, dall’assemblea delle neonate Nazioni Unite il piano della spartizione che sanciva la divisione della Palestina mandatoria in due stati: uno ebraico e uno arabo.

Il progetto fu presentato all’ONU da una commissione nominata espressamente per raggiungere una soluzione che conciliasse gli interessi ebraici e arabi nella regione. L’UNSCOP, questo il nome della commissione, dopo aver girato in lungo e in largo il paese, e dopo aver sentito le posizioni dei rappresentanti di entrambe le parti in causa, giunse alla conclusione che non ci fosse una soluzione ideale, e che il minore dei mali fosse quello di dividere il territorio in due parti, uno per la creazione di uno stato ebraico, e l’altro per la creazione di una nazione palestinese. La commissione giunse anche alla conclusione che sia Gerusalemme che Betlemme avrebbero dovuto diventare un’entità separata gestita dalle Nazioni Unite.

Anche se lo Stato ebraico proposto era più ampio (56%) di quello arabo, bisogna tenere presente che la gran parte era occupata dal deserto del Negev (40%), questa opzione fu presa dall’ONU in previsione di una massiccia immigrazione dall’Europa da parte degli Ebrei sfuggiti ai campi di sterminio nazisti. Da parte palestinese il rifiuto alla divisione del territorio fu netto, cosa facilmente prevedibile visto l’ostracismo che la commissione dovette affrontare durante la sua permanenza. Del resto i palestinesi avevano già rifiutato in passato proposte molto più vantaggiose presentate dagli inglesi negli anni ’30.

La votazione che sancì l’approvazione del piano della spartizione insieme alla successiva dichiarazione d’indipendenza rappresentano le principali pietre miliari della storia israeliana. Il filmato dove si vede la gente ascoltare in diretta la votazione mentre calcola i voti a favore e contro è parte indelebile della narrativa sionista. A favore della mozione votarono 33 paesi, 13 contro e 10 astenuti. Fece molta impressione che nonostante l’inizio della guerra fredda, sia gli USA che l’URSS votarono a favore, ognuno chiaramente per motivi diametralmente opposti.

La decisione di fondare uno stato ebraico proprio nel 1947 non fece che confermare le profetiche parole di  Teodoro Herzl, il padre del Sionismo, che scrisse nel 1897 “Oggi a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se dicessi questo adesso susciterei una risata generale. Ma forse tra cinque anni, e certamente tra cinquanta, saranno tutti d’accordo.

Operazione Olympia. come Arafat venne graziato da Begin

arafat

Il capodanno del 1982 avrebbe dovuto cominciare con un autentico botto, almeno a Beirut, con ripercussioni inimmaginabili non solo su tutto il Medio Oriente, ma probabilmente su gran parte dello scacchiere internazionale. Soltanto in questi giorni la censura militare israeliana ha rilasciato il nulla osta alla pubblicazione dei particolari di uno dei tanti progetti militari accantonati all’ultimo momento: l’operazione Olympia.

Aprile 1979, nella cittadina settentrionale di Naharia, a pochi chilometri dalla frontiera libanese un commando palestinese trucida tre dei quattro componenti la famiglia Haran, il padre e le due figlie di 4 e 2 anni. Lo sdegno nell’opinione pubblica israeliana è enorme e Rafael Eitan (Raful), l’allora capo di Stato Maggiore, dà delle disposizioni affinchè “tutti coloro che siano coinvolti nell’azione” paghino un prezzo. Viene così creata un’unità speciale, completamente segreta, il cui scopo è quello di creare panico e insicurezza fra le file palestinesi. A parte Raful e Meir Dagan, il comandante della nuova unità, quasi nessuno è a conoscenza del progetto. In quel momento ne sono all’oscuro tutti i ministri del governo israeliano compreso Begin, allora contemporaneamente Primo Ministro e Ministro della difesa.

E’ l’inizio di una serie di attentati, per lo più dinamitardi, dove sono coinvolti per il momento i quadri medio-bassi dell’Olp. Nonostante in Libano sia in corso una guerra civile dove sono coinvolti palestinesi, cristiani, sunniti e sciiti, Arafat sospetta fortemente dello zampino israeliano e limita fortemente le sue reazioni per timore di una possibile invasione israeliana. Cosa peraltro già avvenuta nel marzo 1978 con l’operazione Litani.

Per quanto si cerchi di tenere segreta la creazione di un’unità militare che risponde esclusivamente al capo di Stato Maggiore senza nessuna autorizzazione governativa, il servizio informazioni dell’esercito ne viene a conoscenza e riporta la gravità del fatto al vice ministro della difesa che espone immediatamente la situazione a Begin. Il Premier israeliano, fa passare la cosa in secondo piano anche se da quel momento verrà avvisato delle operazioni in corso.

Nell’agosto del 1981 Ariel Sharon viene designato Ministro della difesa e dà subito disposizioni affinchè venga pianificata un’operazione in vasta scala per l’occupazione del Libano qualora la situazione deteriorasse. Sharon appoggia da subito le operazioni gestite dall’unità di Dagan ed un’altra volta Beghin viene tenuto all’oscuro dei progetti in corso. All’interno delle forze di sicurezza israeliane scoppia una guerra sotterranea che vede il Mossad contrario ai piani di Sharon. Nel frattempo Degan presenta al suo superiore un progetto molto più ambizioso di tutte le operazioni svolte in precedenza. Il prmo gennaio 1982 tutta la direzione e gli attivisti dell’Olp si raduneranno nello stadio cittadino di Beirut per festeggiare l’anniversario della prima azione terroristica contro Israele avvenuta 18 anni prima. E’ l’inizio dell’operazione Olympia.

L’operazione prevede la minatura del palco d’onore dove presiederanno Arafat e tutti i suoi più stretti collaboratori. Inoltre verranno posti all’esterno dell’edificio un camion contenente una tonnellata e mezzo di tritolo e altre due Mercedes contenenti 250 kg. di esplosivo ciascuna. Tutti gli ordigni verranno azionati con dei telecomandi. Nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 1981 degli attivisti sciiti si introducono all’interno dello stadio ed applicano le cariche esplosive sotto la tribuna d’onore. Ancora una volta il servizio informazioni dell’esercito viene a conoscenza del piano e informa immediatamente il premier israeliano.

Il timore principale è quello che all’interno dello stadio possano essere presenti donne e bambini e forse addirittura diplomatici europei. La notte precedente l’operazione si tiene una riunione segreta a casa di Begin, immobilizzato nel suo letto a causa di una malattia. Nessuno può garantire che Olympia colpirà esclusivamente attivisti palestinesi. La possibile presenza di civili alla manifestazione non è certa ma neanche da escludere. Alla fine Begin decide di annullare l’operazione graziando così Arafat e tutto il suo Stato Maggiore.

Ai festeggiamenti palestinesi non parteciparono nè civili nè diplomatici. Il Libano verrà invaso sei mesi dopo in seguito all’operazione “Pace in Galilea” avvenuta come ritorsione all’attentato contro l’ambasciatore israeliano a Londra. L’occupazione del Libano durerà fino al 2000 lasciandosi dietro una dolorosa scia di lutti e danni per tutte le parti in causa.

Gli sciiti di allora, fra i principali avversari dell’Olp e fra i maggiori collaboratori con gli israeliani, fonderanno in seguito l’organizzazione paramilitare Hezbollah, acerrimo nemico di Israele e il principale destabilizzatore del Paese dei Cedri.

In Medio Oriente niente è più ingannevole dell’apparenza e niente è più incerto dei piani geopolitici a breve, media e lunga distanza.

C’era una volta il cinema (egiziano)

סרט ערבי

Fine anni ’70, in Israele esiste ancora un unico canale televisivo, ed ogni venerdì pomeriggio viene trasmesso in lingua originale un film proveniente dal più acerrimo nemico del momento: l’Egitto. Un’inesplicabile contraddizione? No, solo uno dei tanti tasselli del variegato caleidoscopio che è la società israeliana.

L’idea di proiettare dei film provenienti dai paesi arabi era nata per meri motivi propagandistici.  Avvicinare la popolazione araba residente in Israele, ma non solo, alla TV israeliana con lo scopo di farli rimanere incollati al piccolo schermo e guardare il TG israeliano in lingua araba trasmesso immediatamente dopo il film.

Ma inaspettatamente quella che doveva essere un’operazione di propaganda diventa un fatto di costume. Il film arabo del venerdì non viene visionato solo dagli arabi o dagli ebrei provenienti  da quei paesi, ma diventa una specie di rito collettivo al quale partecipa in gran numero anche la componente ashkenazita del paese. In un’intervista di qualche anno fa, l’attore e regista Assi Dayan, figlio del celeberrimo Moshe Dayan, raccontò di come suo padre pretendesse di non essere assolutamente disturbato durante la proiezione del film, arrivando addirittura a rifiutare le telefonate di Golda Meier e altre personalità politiche e militari israeliane.

Le ragioni di un tale successo furono svariate: i film arabi, soprattutto quelli egiziani, portavano all’estremo le sensazioni e le emozioni. Gli amori, i tradimenti, le ingiustizie sociali, tutto veniva descritto con tonalità così forti che era impossibile non immedesimarvi. I film descrivevano una società borghese, aperta, colta, per certi versi più evoluta e disinvolta di quella israeliana.  Così disinvolta che le scene di sesso e i baci appassionati venivano sensibilmente ridotti, un bacio non poteva durare più di tre secondi, una scena di sesso non più di quattro. Inoltre venivano completamente tagliate tutte le scene palesemente anti israeliane o peggio antisemite.

Ma attraverso quali canali questi film riuscivano ad attraversare la frontiera di due paesi constantemente in stato di guerra? In effetti era una specie di giro dell’oca, le pizze dall’Egitto arrivavano in Giordania da dove, attraverso il varco commerciale del ponte di Allenby, venivano trasferite e proiettate nei cinema di Gerusalemme est per poi essere rimandate al mittente percorrendo il senso inverso.

Ma nel periodo di sosta nella città santa, i filmati passavano un paio di giorni negli studi televisivi israeliani dove venivano riversati su delle videocassette. Una volta accortisi delle proiezioni illegali dei propri film in territorio nemico gli egiziani cercarono di capire attraverso quali intermediari i film passavano, seppur per poco tempo, in mani indesiderate. Per far ciò escogitarono un semplice ma ingegnoso sistema: di volta in volta, ad intervalli regolari, venivano incise sui fotogrammi della pellicola delle lettere o dei segni in modo da risalire facilmente al distributore a cui era stata consegnata la copia.

Il rito del venerdì pomeriggio divenne così una specie di armistizio culturale fra due mondi in definitiva più vicini di quello che gli israeliani volessero ammettere a loro stessi. Fu anche una finestra aperta sul mondo arabo, un modo diretto per conoscere la sua musica, il suo umorismo, le sue passioni.

La trasmissione del film arabo del venerdì fu sospesa durante il periodo della prima Intifada, nel 1987, ma il vero colpo di grazia lo diedero la nascita delle tv private via cavo, che aumentarono in modo esponenziale il numero dei canali a disposizione dell’utente israeliano.  Dal 2016 i film sono rientrati i maniera fissa nel palinsesto televisivo.

Nel frattempo le cose si sono evolute in maniera vertiginosa, Israele si è evoluto in campo culturale ed economico, mentre il mondo arabo non ha tenuto il passo con la modernizzazione richiudendosi su se stesso e diventando prigioniero di un oltranzismo religioso poco tollerante ai cambiamenti.

L’Egitto non è più un nemico, e neanche la Giordania. Un israeliano può entrare in Marocco nonostante non ci siano rapporti diplomatici ufficiali, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno da poco firmato degli accordi di pace e normalizzazione. La musica, la letteratura e la cultura araba in generale sono di casa in Israele e di conseguenza il film del venerdì pomeriggio ha perso il suo alone di fascino ed esotismo.

Capitana coraggiosa

L’ho scritto già diverse volte, ma penso che sia sempre molto difficile per chi non abiti o abbia abitato in Israele capire quale veicolo sociale sia l’esercito. Zahal, l’acronimo in ebraico di Esercito di difesa israeliano, è ancora uno dei principali punti di aggregazione del paese, farne parte è visto come un merito e non come una punizione. Quella che da fuori è percepita come una macchina da guerra in realtà è un fattore fondamentale nella crescita dell’israeliano medio, e Adas Daniel, l’eroina di questa storia è un’ulteriore dimostrazione di come determinazione, coraggio e forza di volontà possano cambiare un destino a prima vista già segnato.

Adas (Mirto in ebraico) è l’esempio vivente della complessità del caleidoscopio israeliano. Sua madre è un’etiope di fede ebraica, suo padre è un beduino musulmano, a 12 anni Adas lascia la città natale di Ofakim ed insieme alla madre e alla sorella maggiore si trasferisce nel villaggio beduino di Rahat, non lontano da Beer Sheva.  La distanza geografica è di poche decine di chilometri, ma il cambiamento di usi e costumi è scioccante. La ragazza scopre che il padre, nonostante la legge israeliana lo proibisca, ha più mogli e tutti abitano nelle stesse palazzine.

In pieno periodo adolescenziale la ragazza deve cambiare completamente le sue abitudini, comincia a vestirsi con abiti tradizionali e capisce molto presto che il suo ruolo nella società dove vive è relegato all’aiuto domestico. Nonostante continui a rimanere attaccata alle tradizioni ebraiche, inevitabilmente l’Islam entra di prepotenza nella sua vita. Si arriva a situazioni assurde per le quali Adas dovrà digiunare sia durante il periodo del Ramadan musulmano sia nella ricorrenza del Yom Kippur ebraico.

Il primo grande colpo di scena avviene quando la ragazza ha 15 anni e si fanno avanti le prime proposte di matrimonio. Adas e la sorella maggiore decidono a questo punto di cambiare aria e cominciano a pianificare una fuga da una realtà ormai insopportabile. Gli ostacoli sono enormi, le ragazze non hanno mai avuto la possibilità di muoversi liberamente, e anche acquistare un biglietto del bus diventa un’impresa, semplicemente non lo hanno mai fatto. Dopo notti di preparazioni e pianificazioni alla fine le sorelle prendono un treno per arrivare il più lontano possibile, destinazione la città di Kiriat Shmonà, situata a pochi chilometri dal confine col Libano. Alla fine optano per una soluzione più pratica, scendono all’ultima fermata della linea ferroviaria che porta al nord ed arrivano a Naharia, anche questa una città vicino al paese dei cedri.

La sensazione dell’improvvisa libertà è inebriante, affittano un appartamento, vedono per la prima volta il mare, ma bastano solo 4 giorni prima che i parenti della famiglia scoprano la loro nuova dimora. Il battibecco che si sviluppa sul pianerottolo insospettisce i vicini (in Israele nessuno si fa mai i fatti suoi) che chiamano la polizia, la quale affida le ragazze ai servizi sociali della città. Aviva, la sorella maggiore di Adas è ormai maggiorenne e decide di lasciare la città e trasferirsi altrove, mentre Adas viene data in affidamento ad una famiglia locale. Ci vorranno altri due anni prima che la ragazza possa rivedere la madre, dopo che quest’ultima decide di separarsi dal marito.

Uno degli obiettivi di Adas è quello di arruolarsi nell’esercito, lo vuole sia per cambiare completamente il suo stile di vita, sia per onorare la memoria di un suo fratellastro ventenne morto durante il servizio militare. I beduini possono arruolarsi nell’IDF come volontari. E qui viene fuori la straordinaria determinazione di questa ragazza: l’esercito la vorrebbe esonerare, ma la testardaggine del futuro ufficiale ha la meglio e poco prima del suo 20simo compleanno riesce finalmente ad arruolarsi.

In questi ultimi sette anni Adas ha fatto carriera, è diventata capitano ed ha un incarico di grande responsabilità considerato Top Secret. Per i suoi meriti ha ricevuto un’onoreficenza dal Capo di Stato Maggiore. Adas abita attualmente, insieme al suo fidanzato, in un kibbutz a pochi chilometri dalla striscia di Gaza e a meno di mezz’ora di macchina dal villaggio del padre col quale ha reciso completamente i contatti. Dal giorno della sua fuga Adas non ha più rimesso piede a Rahat, non sa quali possano essere le possibili reazioni del ramo beduino della sua famiglia e preferisce non rischiare.

Nella sua complessità, origini etiopi, cultura beduina, religione ebraica, influenza musulmana, vita laica, Adas non è affatto un’eccezione per chi vive in Israele. E’ semplicemente un ulteriore tassello di uno straordinario mosaico che non finirà mai di stupirmi per la sua bellezza e la sua varietà di colori.

In perenne bilico fra la vita e la morte.

 

Stasera inizierà la celebrazione del Yom Kippur (il giorno dell’espiazione), una giornata che prevede un digiuno di 25 ore senza cibo e bevande. E’ la nostra occasione per riflettere sulle nostre azioni compiute nell’anno appena trascorso e chiedere perdono al  prossimo per i peccati o gli sgarbi commessi nei loro confronti.

Secondo la tradizione ebraica i dieci giorni che trascorrono fra Rosh hashanà (il capodanno ebraico) e Yom Kippur vengono chiamati “i giorni terribili”. In questo periodo l’Onnipotente giudicherà ognuno di noi in base al nostro operato. La maggior parte di noi verrà iscritto nel Libro della Vita e vivrà un altro anno fino al prossimo giudizio, una parte più piccola ci abbandonerà.

In questo giorno di riflessione è consuetudine cantare un pyut, vale a dire un canto liturgico, di nome Unetaneh tokef kedushat ha yom, traducibile in “Proclamiamo ora la santità di questo giorno. Nel pyut sono catalogati tutti i modi in cui si puù abbandonare questa valle di lacrime.

 

 

 

Who by fire” è una bellissima canzone di Leonard Cohen che ripropone in chiave personale il testo di Unateneh Tokef.  Cohen ha più volte affermato che il testo della sua canzone è stato influenzato dal canto liturgico.

 

Di seguito i due testi. Giudicate voi.

 

CHI PER FUOCO (Who by Fire)

E chi per fuoco, chi per acqua

Chi sotto il sole, chi di notte,

Chi per alta ordalia, chi per comune processo,

Chi nel suo festoso mese di maggio.

Chi per lentissimo declino,

E chi devo dire fa la chiama?

E chi nella sua solinga sottoveste, chi per barbiturico,

chi in queste terre d’amore, chi per qualcosa di spuntato,

e chi per valanga, chi per polvere,

chi per ingordigia, chi per fame,

E chi devo dire fa la chiama?

E chi per coraggioso assenso, chi per incidente,

chi in solitudine, chi in questo specchio,

chi per ordine della sua donna, chi per mano propria,

chi in catene mortali, chi al potere,

E chi devo dire fa la chiama?

 

UNETANEH TOKEF

A Rosh Hashanah è stato scritto

E a Yom Kippur è stato sigillato

Quanti lasceranno la terra e quanti verranno creati

Chi vivrà e chi morirà

Chi morirà secondo il suo destino e chi prima

Chi per spada e chi per fiera

Chi per fame e chi per sete

Chi per catastrofe e chi per peste

Chi per strangolamento e chi per lapidazione

Chi avrà pace e chi errerà

Chi vivrà in armonia e chi infastidito

Chi sarà tranquillo e chi soffrirà

Chi diventerà povero e chi diventerà ricco

Chi sprofonderà e chi verrà innalzato

Ma la redenzione, la preghiera e le opere buone

Annullano la malvagia sentenza.

 

Nessuno fra i miei amici, veri o virtuali, e le mie conoscenze ha commesso atti tali da non dover essere incluso anche quest’anno nel libro della vita. Sfortunatamente per tutti voi non ho conoscenze così altolocate da poter influire “dove si puote ciò che si vuole”, e più non dimandate.

Auguro comunque a tutti noi, non importa di che credo e opinione, una lunga vita piena di salute e tranquillità.

L’augurio ebraico da pronunciare prima di Kippur è “hatimà tovà”, buona firma, sottointendendo che ognuno di voi possa essere segnato nel libro della vita anche per l’anno a venire.

 

LA SUPPLICA

Fra pochi giorni verrà celebrata la festa di Rosh hashanà, il capodanno ebraico, che aprirà tutta una serie di ricorrenze e festività che caratterizzano il mese di Tishrì, il primo del calendario ebraico.

Ho già scritto in passato numerosi post legati alle festività ebraiche, questa volta voglio proporvi qualcosa di leggermente diverso, non direttamente legato alla festa in questione.

Oggi vi nvito ad ascoltare con me il seguente Piut, una poesia liturgica ebraica composta per essere poi cantata nelle ricorrenze religiose o in particolari festività. Il canto si chiama “Ana becoach“, traducibile in “Ti supplichiamo fortemente”.  Nonostante vada cantato/recitato in un periodo completamente diverso dal capodanno ebraico, mi piace presentarvelo proprio adesso, un momento di grandi cambiamenti e incertezze, e chissà che qualcuno non possa trarne una fonte di ispirazione. La melodia che accompagna il Piut è veramente notevole. Da qualche anno, quello che era un canto liturgico è diventato parte integrale della cultura quotidiana israeliana, diventando una canzone molto conosciuta da usare sia nei matrimoni sia in ricorrenze molto più tristi come per esempio lutti familiari o ricordo di soldati caduti nell’adempimento del loro dovere.

Secondo la tradizione il Piut ha origine Cabalistiche, la poesia e divisa in 7 righe di 6 parole ciascuna, in tutto 42 parole. Secondo la Cabalà, la mistica ebraica, le iniziali di queste parole racchiudono il nome esplicito del Creatore e quindi hanno una valenza e simbologia enormi. Non sempre la traduzione è perfettamente letterale, spero che i puristi della lingua ebraica non me ne vogliano.

Vi auguro un buon ascolto, una buona riflessione e un buon anno ebraico!

 

TI SUPPLICHIAMO FORTEMENTE

Ti supplichiamo fortemente di liberarci da questa morsa

Accetta il canto della tua Nazione, fortificaci e purificaci

Ascolta, o Potente, coloro che ti cercano, proteggili come se fossero la luce dei tuoi occhi

Benedicili, purificali, che la tua misericordia possa proteggerli

Potente e Santo, amministra questa adunanza dall’alto della tua bontà

Unico e fiero, volgi lo sguardo al tuo popolo che ricorda la tua santità

Accogli il nostro pianto ed i nostri lamenti, tu che conosci ogni mistero

IL CONFIDENTE

Uscirà a giorni in Israele l’autobiografia di Rafi Eitan, uno dei principali protagonisti dello spionaggio israeliano. Eitan si è reso famoso per aver comandato il gruppo che rapì Eichmann nel 1960 per condurlo in Israele dove venne processato e condannato a morte. Eitan è considerato un personaggio fuori dagli schemi, pieno di inventiva, determinato, intelligente, ma soprattutto troppo autonomo e indipendente.

Il leggendario Ministro degli Esteri israeliano Abba Eban, dopo lo scandalo Pollard, un caso di spionaggio che incrinò in maniera drammatica i rapporti fra USA e Israele, affermò che “c’è un tizio là fuori, il suo nome è Rafi Eitan, che agisce per conto del paese e fa quello che vuole”. Eitan prese la frase come un complimento e si adoperò affinche fosse divulgata.

L’autobiografia, intitolata “Il confidente”, ha avuto una gestazione travagliata ed ha dovuto attraversare le fitte maglie della censura militare, sempre restia a pubblicare informazioni provenienti dall’interno del mondo dell’intelligence israeliana. Il libro è stato scritto grazie alla collaborazione dei giornalisti Ronen Bergman e Rami Tal, ed ampi stralci sono stati pubblicati dal quotidiano israeliano “Yedioth ahronot” nel suo inserto settimanale pubblicato pochi giorni fa.

Molti episodi sono stati omessi, e la maggior parte di quelli pubblicati risultano datati, ma danno comunque un’immagine abbastanza precisa del modus operandi dei diversi gruppi che si occupano della sicurezza del paese.

Eitan racconta fra l’altro di trattative segrete svoltesi fra lo Stato ebraico ed il presidente  dellla Cina comunista Zhou Enlai nel 1965. I cinesi erano fortemente interessati all’acquisizione di moderne tecnologie militari, ma alla fine non se ne fece niente per timore di irritare gli americani.

Altro episodio poco conosciuto è quello della scoperta nel 1951 di una cellula comunista all’interno dello Shabak, i servizi di sicurezza interna israeliani, la cellula era formata per lo più da membri dei kibbutzim del movimento Hashomer Hatzair, preoccupati per una possibile alleanza fra Stati Uniti e Israele ai danni dell’Unione sovietica. E’ l’apice della guerra fredda è la possibilità di un nuovo conflitto mondiale era più che possibile. Eitan racconta che un aereo dell’esercito contenente un carico di armi fu costretto ad un atterraggio di fortuna nei campi del Kibbutz Beit alfa. I membri del Kibbutz approfittarono della confusione per rubare parte del contenuto e nasconderlo. Solo dietro precise minacce da parte di Ben Gurion, le armi furono restituite.

Molte azioni contro l’OLP vennero accantonate per non danneggiare i rapporti diplomatici fra Israele ed i paesi europei. Nonostante l’informazione pervenuta da un agente  infiltratosi nei massimi quadri dell’organizzazione palestinese, Israele decise di rinunciare a fare esplodere una bomba durante una riunione segreta svoltasi in Germania con la quale si sarebbe potuta decimare tutta la dirigenza dell’organizzazione.

Eitan suggerì nel 1988 all’allora Premier israeliano Shamir di annettere parte della Cisgiordania, dopo che Re Hussein di Giordania dichiarò che il suo paese rinunciasse definitivamente a qualsiasi pretesa territoriale su quella zona. Shamir dopo un primo tentennamento decise di progettare l’annessione di tutta la Cisgiordania, ma a detta di Eitan il prezioso tempo sprecato fino a quando Israele si decise a muoversi determinò il fallimento del progetto.

La superspia israeliana racconta anche di quando una svolta smessi i panni dell’agente segreto, arrivò a creare un’azienda per lo sviluppo agricolo che operò attivamente a Cuba e fu ospite di Fidel Castro. L’israeliano rimase profondamente impressionato da come il Presidentissimo fosse informato non solo sulla situazione Medio Orientale e israeliana, ma di come fosse vasta la sua conoscenza sull’ebraismo.

Eitan fu da sempre contrario agli accordi di Oslo, sanciti negli anni ’90, giudicando Arafat un bugiardo patologico e assolutamente inaffidabile come partner politico. Per inciso, negli anni ’80, fu incaricato da Sharon di formare una squadra di agenti che aveva come obiettivo l’eliminazione fisica di Yasser Arafat.

Non è chiaro quando il libro verrà pubblicato in inglese. I pochi brani che ho avuto occasione di leggere sono decisamente intriganti, come ho scritto in apertura molto del materiale inizialmente inserito nel memoriale di Eitan è stato censurato. Un vero peccato.

Accordo Emirati-Israele. Luci ed ombre.

 

Il clamoroso e sorprendente annuncio di giovedì scorso riguardo il processo di normalizzazione fra Israele ed Emirati Arabi Uniti ha lasciato completamente spiazzati tutti i commentatori politici israeliani, dimostrando una volta di più le innate e indiscusse doti politice e diplomatiche di Netanyahu. Gli spunti di riflessioni e di commento che un passo del genere implicano sono così numerosi che per il momento mi limiterò ad accennarli a sommi capi riservandomi la facoltà di approfondire parte delle tematiche in seguito.

L’esistenza di rapporti economici e politici già esistenti fra Israele ed EAU non erano un segreto per nessuno. L’interscambio economico fra i due paesi è di circa un miliardo di USD, più di quello fra Israele ed Egitto, un paese quest’ultimo, con il quale Israele ha firmato un accordo di pace nel 1981. La normalizzazioneha  trasformato un rapporto clandestino in una storia d’amore alla luce del sole, gli amanti si sono stufati di nascondersi ed ora cominciano a pensare seriamente ad un matrimonio.

I continui mutamenti geo politici nella zona stanno creando nuove alleanze e rivoluzionando i vecchi schemi. In questo contesto i palestinesi potrebbero pagare un prezzo molto alto, ed è fondamentale per loro cercare di ricalcolare il percorso e stabilire criteri e priorità diverse. Abu Mazen non è in grado di traghettare il suo popolo verso lidi sicuri, e si dovrà aspettare una nuova leadership. Per il momento le reazioni sono scontate: condanna totale e molta frustrazione. Sono già diversi anni che i palestinesi hanno perso la loro centralità nel mondo arabo, e la tragedia di Beirut non ha fatto che piazzarli in fondo alla classifica di chi soffre di più.

Sempre rimanendo nel campo dei nuovi equilibri regionali, si sta delineando sembre più distintamente un nuovo asse politico composto da paesi arabi moderati (Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Oman) e Israele. Questa nuova coalizione è il risultato della politica estera Usa che a quanto pare ha deciso di abbandonare il Medio Oriente.

Gli EAU hanno giustificato l’accordo di normalizzazione col fatto di aver bloccato la tanto temuta annessione della Cisgiordania da parte di Israele. Netanyahu ha affermato che per il momento l’annessione è solo congelata, ma rimane una sua priorità. Esattamente come i palestinesi, anche i coloni si sentono traditi, chiaramente da Bibi.

Non solo l’Iran ha gridato al tradimento, e questo era scontato, ma anche la Turchia si è pronunciata assolutamente contro gli accordi, minacciando il ritiro unilaterale del proprio ambasciatore da Abu Dhabi, paradossalmente Israele per il momento non si trova nel mirino diplomatico di Erdogan.

Trump cercherà di capitalizzare al massimo questo accordo organizzando entro qualche settimana una sfarzosa cerimonia alla casa Bianca. E’ la sua occasione per dimostrare i suoi successi in politica estera, fallimentari sino ad ora se si pensa al flop con la Corea del Nord. Nel caso che la normalizzazione arrivasse ad un vero e proprio accordo di pace, Donald passerebbe alla storia come il terzo Presidente Usa, dopo Carter e Clinton,  che è riuscito a stilare un accordo fra Israele e un paese arabo.

Per Bibi un accordo del genere lo porterebbe allo stesso livello di Beghin e Rabin, sicuramente un risultato di tutto rispetto. Netanyahu deve decidere se questo importante traguardo raggiunto sia sufficiente per sciogliere l’attuale governo e portare il paese a nuove elezioni o vada tenuto da parte per periodi più critici.

Anticipare le elezioni in questo momento rappresentano un grosso azzardo, l’economia sta attraversando una grave crisi con il 25% di disoccupazione, e il Corona virus ha raggiunto livelli molto critici. Con i suoi 1700 casi giornalieri Israele è il paese con il numero di contagi pro capite più alto al mondo.

Bibi non ama giocare d’azzardo, probabilmente cercherà di sfruttare questo grosso risultato diplomatico per strappare nuove concessioni dai suoi principali alleati di governo, il partito blu e bianco di Benny Gantz. Quest’ultimo si è rivelato molto deludente come personalità politica, e sue ulteriori rinunce nei confronti di Bibi costituirebbero un vero e proprio suicidio politico.

Come ho già scritto in diverse occasioni tutte le decisioni di Netanyahu sono sempre motivate dai suoi guai giudiziari. Da Gennaio il processo nei suoi confronti dovrebbe portarlo nelle aule giudiziarie tre volte alla settimana, un ritmo impossibile per un primo ministro israeliano.

Se il bilancio dello stato non venisse approvato entro il 24 agosto le camere verrebbero sciolte automaticamente. E’ questa la prossima scadenza da tenere d’occhio. La risposta a questo cruciale quesito si trova in Balfour street, dove si trova la residenza ufficiale del Premier israeliano.

Un treno carico di ovetti Kinder

Se Oskar Schindler è stato l’indimenticabile protagonista di uno splendido film e innumerevoli strade sono a lui dedicate, che cosa bisognerebbe fare ad un altro personaggio capace di salvare non le 1.200 persone della celeberrima Schindler List, ma ben oltre 12.000 bambini destinati allo sterminio nazista? Ma questi sono gli autentici scherzi del destino, la differenza fra la celebrità e l’oblio è legata ad un film, un libro, un’apparizione in tv, e non necessariamente al lavoro svolto.

Wilfrid Israel, il personaggio di oggi, è per tutti un perfetto sconosciuto, ma è senza dubbio uno dei protagonisti indiscussi di una straordinaria operazione di salvataggio che verrà ricordata come il “Kindertransport”, un’iniziativa che si svolse tra il dicembre 1938 e il maggio 1940:  il Regno Unito accolse quasi 10.000 minori non accompagnati, prevalentemente ebrei, provenienti dalla Germania nazista e dai territori occupati di Austria, Cecoslovacchia e Danzica, sistemandoli presso famiglie affidatarie, ostelli e fattorie.

Wilfrid è un ebreo tedesco proveniente da una ricca famiglia. Oltre a possedere innumerevoli immobili e varie attività commerciali, è il proprietario del maggior emporio di Berlino, un grande magazzino così fornito che era abitualmente frequentato dai più noti gerarchi nazisti, che ben si guardavano dal saldare i loro conti perennemente aperti.

Siamo negli anni ’30, il nazismo comincia a far paura ma la maggior parte dei tedeschi, e anche del mondo, non è in grado nemmeno di percepire la tragedia che da lì a pochi anni coinvolgerà tutta la loro esistenza. Quando la pressione verso gli ebrei comincia a diventare sempre più insostenibile Wilfrid si vede costretto a liquidare le sue proprietà e si trasferisce in Inghilterra, essendo in possesso della cittadinanza britannica. Ma prima di abbandonare il paese riesce a procurarsi documenti e permessi di espatrio per aiutare i dipendenti ebrei delle sue attività.

In questo modo Wilfrid si rende conto di quanto diventino vantaggiosi e utili i rapporti che ha costruito nel tempo con la burocrazia tedesca. La notte dei cristalli è il catalizzatore che apre gli occhi all’opinione pubblica mondiale che per la prima volta si rende conto della ferocia del disegno nazista. In un primo momento l’ebraismo mondiale chiede alla Gran Bretagna di permettere l’espatrio verso la Palestina (allora sotto il controllo britannico) di 10.000 bambini, ma gli inglesi temono le reazioni arabe e preferiscono aprire le loro frontiere ad un’operazione che per la sua complessità non ha probabilmente eguali nella storia moderna.

Il kindertransport fu di fatto un’enorme “ponte ferroviario” che permise il trasferimento di oltre 12.000 bambini, ebrei e non ariani, da territori e paesi già sotto la dominazione nazista verso famiglie affidatarie inglesi che si volontarizzarono per l’accoglienza e il loro inserimento. L’intera operazione durò due anni, se da un lato salvò questa cifra eccezionale, dall’altro significò il distacco doloroso e per la maggior parte definitivo fra i bambini e le loro famiglie biologiche.

Non ci sono prove certe che Wilfrid Israel fosse l’ideatore dell’iniziativa, ma sicuramente ne fu uno dei promotori principali.  Perennemente alla ricerca di nuove vie utili alla salvezza dell’ebraismo europeo, Wilfrid morirà nel 1943 durante un volo che da Lisbona lo avrebbe dovuto riportare in Inghilterrà. Ad abbatterlo fu uno stormo di aerei della Luftwaffe che probabilmente pensavano che a bordo ci fosse Churchill.

Nel corso della sua giovinezza Wilfrid Israel aveva fatto parte di un movimento giovanile sionista, il Werkleute (traducibile con i lavoratori), troppo impegnato a seguire gli affari di famiglia prima e la salvezza del suo popolo poi, non li seguirà nella costruzione del kibbutz Hazorea. Una storia a parte dalle quale è stato prodotto un documentario enormemente interessante.

Fu amico intimo di Einstein e Ghandi.

Uno dei partecipanti al Kindertransport, Tommi Spenser, arrivato in Inghilterra dalla Cecoslovacchia all’età di 12 anni, si laureerà in medicina e negli anni ’60 si trasferirà in Israele dove trascorrerà la maggior parte della sua vita professionale nel mio kibbutz situato nell’Alta Galilea. Lo ricorderò sempre come una persona squisita, colto, arguto e appassionato musicista.

“Chi salva una vita e come se salvasse il mondo intero” recita il Talmud, una frase estremamente significativa per concludere questo incredibile racconto.