Ma che modi (di dire)

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Oltre a divagazioni più o meno teoriche sulla situazione israeliana e sui vari fenomeni di costume e culturali che avvengono nel paese e di cui cerco di dare una descrizione la più fedele possibile, ogni tanto provo a fornire ai miei fedeli lettori qualcosa di più pratico con cui affrontare la problematica realtà di questo piccolo paese. Fra le altre cose ho scritto di street food, la Gerusalemme da scoprire e hummus. Questa volta è il turno dello slang locale, quella miriade di modi dire e frasi assolutamente esoteriche senza le quali è praticamente impossibile afferrare il senso di una normalissima conversazione in atto fra due o più persone. Prima di immergerci nelle problematiche dell’idioma locale è bene fare una piccola ma importante precisazione: in Israele non esistono dialetti, è quindi quasi impossibile capire da che parte del paese provenga il tuo intelocutore basandosi esclusivamente dal suo accento o modo di parlare. L’accento aiuta a definire la nazione di provenienza ma non una specifica regione di Israele. Dopo questo lungo ma indispensabile preambolo è giunto il momento di metterci al lavoro, o come diciamo noi Yalla la Avodà. Continua a leggere

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Il tatzebao yiddish

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Esiste a Roma in piazza Pasquino, non lontano da Palazzo Orsini, una statua in stile ellenico rappresentante forse un guerriero, forse Menelao o per altri Ercole. La statua,  ritrovata nel 1500, diventò in breve tempo un problema di ordine pubblico per i papi dell’epoca, dato che sul Pasquino, il nome con il quale fu ribattezzata, venivano appesi cartelli satirici e denigratorii indirizzati verso i potenti della città, primi fra tutti i papi. “Pasquinata” fu il nome dato a questa forma di critica popolare e derivato direttamente dal nome della statua. Continua a leggere