Ebraico. La rinascita di una lingua morta.

Si sono appena concluse le celebrazioni della Giornata dell’ebraico, svoltasi quest’anno il 16 gennaio, un ottimo motivo per analizzare e ricordare il tentativo, praticamente folle, di far rinascere una lingua che si era estinta duemila anni prima. Un esperimento riuscito contro ogni previsione e probabilmente irripetibile.

Da oltre duemila anni l’ebraico era relegato quasi esclusivamente a scopi liturgici, diventando così una lingua sacra, lasciando il ruolo di lingua parlata prima all’aramaico, poi all’Yiddish e al Ladino. Volendo si potrebbe fare un paragone un pò grossolano con il latino e i vari dialetti parlati in tutta la penisola fino all’Unità d’Italia e al passaggio graduale all’italiano.

Il catalizzatore della rinascita dell’ebraico fu senz’altro Eliezer Ben Yehuda (1858-1892), convinto assertore del fatto che fosse indispensabile una lingua comune a tutto il popolo ebraico per formare un’identità culturale e nazionale atta a poter trasformare un popolo disperso ai quattro angoli del pianeta e per sua natura poliglotta in un’entità molto più omogenea.

Il progetto di Ben Yehuda, oltre a essere considerato dai più utopico e irrealizzabile, fu anche molto osteggiato dal mondo religioso, assolutamente contrario allo svilimento della sacralità dell’ebraico. Ma si sa, i veri sognatori hanno un fuoco interiore capace di alimentare i progetti più impensabili e realizzarli. E fu così che Ben Yehuda, armato di studio, pazienza, determinazione, coraggio e moltissima fede intraprese una sfida titanica.

Non che prima di lui non ci fossero stati altri tentativi, nel 1853 fu pubblicato il primo romanzo in ebraico moderno, “Ahavat zion” a firma di Abraham Mapu. E nel corso dei secoli precedenti molti commenti biblici vennero scritti in ebraico. Ma ci voleva veramente una volontà fuori dal comune per inventare decine di migliaia di vocaboli praticamente dal nulla, pensate a quante cose erano state inventate nel corso di duemila anni: la bicicletta. l’elettricità, il frigorifero, l’algebra, il violino, il gelato ecc. All’inizio di questa impensabile sfida, tanto per fare un esempio, il politecnico di Haifa considerava impossibile la possibilità di insegnare materie come ingegneria, fisica, architettura in ebraico, ritenendo molto più logico usare il tedesco.

Dalla fine degli anni ’70 del XIX secolo fino ad oggi sono stati coniati o riadattati qualcosa come 75mila vocaboli, la metà di quegli esistenti in italiano, ed ogni anno ne vengono coniati di nuovi per rimanere al passo coi tempi. Da questo punto di vista l’ebraico riesce a reggere il passo col progresso molto meglio che l’italiano. Parole, per la maggior parte inglesi, che fanno parte del linguaggio comune italiano (computer, file, tax revue, briefing) in Israele sono state sostituite con successo da neologismi ebraici.

Una piccola curiosità, Theodor Herzl, fondatore del sionismo e fautore della creazione di uno stato ebraico, e Ben Yehuda si incontrarono e parlarono dei loro rispettivi sogni. Ognuno dei due, nonostante cercasse di mostrarsi empatico nei confronti del suo interlocutore, giudicava l’altro alla stregua di un pazzo sognatore. Ma a quanto pare erano fatti della stessa stoffa, visto che entrambi riuscirono a trasformare la loro personale utopia in realtà.

E’ difficile imparare l’ebraico? Direi proprio di sì visto che si tratta di una lingua semitica con pochissimi punti in comune con le lingue indoeuropee o neo latine. I vocaboli sono differenti, la struttura verbale, la sintassi e la grammatica pure. In più, in un mondo dove una semplice connessione internet ti dà la possibilità di leggere il tuo giornale preferito in qualsiasi parte del globo, per non parlare dei programmi televisivi, lo sforzo richiesto è enorme, e se non hai abbastanza stimoli per comunicare in ebraico con altre persone la tua capacità di recepire e sfruttare nuovi vocaboli si riduce enormemente. D’altra parte,  se ci sono riuscito io vuole dire che anche voi avete più che una speranza.

Per terminare eccovi un brano della canzone “sogno in spagnolo” che riassume in maniera esemplare le traversie di chi trasforma l’ebraico nella lingua da parlare quotifdianamente. Non si tratta di una traduzione letteraria ma il senso è rispecchiato fedelmente.

“In ebraico ci sono parole in abbondanza,

e si può dire quasi tutto

panza, danza, lonza e stanza

ma non esiste una parola per tatto

Penso e scrivo in ebraico senza difficoltà

E mi piace amarti esclusivamente in ebraico

Che lingua meravigliosa, non ne avrò un’altra

Ma ancora la notte, continuo a sognare in spagnolo”