Un tatuaggio è per sempre

 

Siamo ai tempi del Covid 19. Rimanere chiusi in casa è un obbligo e il tempo passa lentamente, improvvisamente ci accorgiamo di quanto le piccole abitudini quotidiane siano così importanti per un animale sociale come l’uomo.. Il caffè con gli amici, gli abbracci, le pacche sulle spalle, tutti questi piccoli gesti quotidiani sono diventati improvvisamente pericolosi e nocivi. In questo assurdo capovolgimento di fronte ognuno si arrangia come può, c’è chi cucina, chi mette a posto la casa, guarda la TV ecc. Io preferisco l’evasione.

Quindi tante letture e tanta scrittura cercando di tanto in tanto di riportare alla superficie qualche storia dimenticata, qualche personaggio strano, qualche usanza andata persa, tutti ingredienti indispensabili per creare un racconto e descrivere allo stesso tempo un breve spaccato di realtà celate fra i vicoli di Gerusalemme.

I protagonisti di oggi sono la famiglia Razzouk, egiziani copti in pianta stabile a Gerusalemme da oltre 500 anni. La loro specialità, tramandata da padre in figlio da oltre 27 generazioni è quella del tatuaggio, e più precisamente l’incisione di simboli religiosi, per lo più cristiani, sulla pelle delle migliaia di pellegrini che affollano da sempre la loro bottega, situata a poche centinaia di metri dalla porta di Jaffa.

In origine per i cristiani farsi tatuare in Terra Santa non era una scelta presa in autonomia, ma un’imposizione oppressiva: durante l’epoca romana venivano talvolta arrestati, marchiati e costretti a lavorare in miniere di oro, argento e piombo; con la conquista islamica della regione nel 640 d.C. venne loro imposto il tatuaggio di una piccola croce nel lato interno del polso destro. Lo scopo era rendere più facile alle autorità il riconoscimento e la raccolta delle tasse.

Tuttavia, i cristiani hanno poi “reclamato” questo segno di riconoscimento come prova della loro fede. Alcune chiese, in particolare nella tradizione copta, cominciarono a offrire tatuaggi ai fedeli e a chiedere di mostrarlo prima entrare, usandolo come strumento di tutela. Per i cristiani perseguitati, il tatuaggio della croce divenne un simbolo di vicinanza alla sofferenza di Gesù Cristo.

Durante l’epoca crociata il tatuaggio era la prova certa, il segno di essere veramente arrivati in Terra Santa e visitato e venerato i luoghi Santi del cristianesimo. Nel corso dei secoli l’uso del tatuaggio si è affinato e da una piccola e semplice croce si è passati a vere e proprie piccole opere d’arte.  Croci di Gerusalemme, ascensioni di Cristo, Madonne con bambino, San Giorgio e il drago. L’attuale  rappresentante della dinastia dei Razzouk si chiama Wassim, che è in possesso di una serie di timbri in legno molto antichi. Ogni timbro racchiude un motivo religioso, una volta scelta l’immagine preferita il timbro viene impresso sulla pelle e poi viene inciso attraverso una ago sotto l’epidermide.

Decine di Patriarchi latini e addirittura l’Imperatore etiope Haile Selassie sono passati attraverso questo piccolo laboratorio per imprimere sulla propria pelle il loro atto di fede. Strano destino quello del tatuaggio, a seconda delle diverse latitudini ha assunto un diverso significato: fede, bellezza, magia, esoterismo, malavita, avventura.

Oggigiorno il tatuaggio è stato sdoganato ed è diventato parte dell’abbigliamento corporeo di molti di noi. E gli innumerevoli simboli policromi che si vedono sparsi quà e là fra avambracci, polpacci, glutei e toraci appaiono più come una moda passeggera che non come una cosciente volontà di trasformare in maniera indelebile il proprio corpo.

Conformismo o ribellione? Sinceramente non lo so, nel dubbio io rimango fedele alle decalcomanie di quand’ero bambino. Ma non ditelo a Wassim.

Il numero infame

Il numero infame

Il numero infame

Com’e’ noto Yom haShoah e’ il giorno in cui ogni anno, dal 1959, in Israele si ricorda la Shoah, le atrocita’ commesse dai nazisti e le vittime di quelle atrocità.Le ventiquattro ore della commemorazione sono così intense sul piano emotivo, che non pochi, da qualche anno a questa parte, hanno cominciato a chiedersi se sia questo effettivamente il modo migliore per perpetrare la memoria della Shoah, e se invece non sia venuto il momento di cercare delle alternative alla formula odierna – la sirena suonata per un minuto e il blocco totale di ogni attività, la lettura dei nomi delle vittime. Continua a leggere