Una strada senza uscita

 

Il 5 giugno ricorreranno 50 anni dallo scoppio della guerra dei sei giorni, la più eclatante vittoria israeliana di tutta la sua breve storia. Non ho intenzione di ripercorrere le fasi e le motivazioni che portarono al conflitto, la mole di libri e di scritti al riguardo è impressionante e non c’è che l’imbarazzo della scelta per chi voglia approfondire la questione. Mi interessa molto di più cercare di capire quali sono le attuali conseguenze che ancora oggi influenzano in maniera determinante tutta la società israeliana, rendendola prigioniera di una vittoria che si è dimostrata nel tempo un peso indigesto impossibile da digerire e metabolizzare. Un interessante contributo al riguardo viene dal dott. Micha Goodman, storico e filosofo che ha pubblicato da poco un libro molto interessante dal nome “Comma 67”. Il concetto di Goodman è semplice, elementare direbbe Sherlok Holmes: chi è a favore di un ritorno alle frontiere anteriori la guerra dei sei giorni trasforma il paese in uno stato indifendibile, chi continua a propendere per l’occupazione della Cisgiordania non fa che disgregare dall’interno le basi democratiche della società israeliana col risultato di trasformare lo stato ebraico  in un paese a maggioranza araba dove l’unico modo per governare rimarrebbe un regime di apartheid. Esiste quindi una simmetria speculare fra la destra e la sinistra israeliana, ogni parte si è trincerata sulle sue posizioni e non è in grado di vedere l’altro lato della medaglia. Continua a leggere