Una vigna nel cuore di Tel Aviv

 

Correva l’anno 1905,  e Aron Shlush, un ricco commerciante che ha investito anche nell’acquisto di terreni al di fuori di Jaffo, ha un problema urgente da risolvere. Ha acquista dei terreni denominati “miri” che secondo la legislazione ottomana in vigore, possono essere confiscati dal Sultano se lasciati incolti per più di tre anni. Shlush è lungimirante e sa che presto o tardi quei terreni saranno trasformati in lotti edificabili e non vuole farsi sfuggire l’occasione. Ma, come ho appena scritto, prima bisogna risolvere il problema agricolo, la soluzione che verrà adottata alla fine sarà quella di piantarci sopra delle vigne, e di assumere un paio di braccianti yemeniti sia come addetti alla cura delle viti ma anche come guardiani dell’appezzamento per far si che non venga danneggiato.

Comincia così, con questo stratagemma a metà fra la leggenda e la realtà, la storia di uno dei quartieri più pittoreschi ma meno visitati di Tel Aviv: il “Kerem haTeimanim”, letteralmente la vigna dei Yemeniti. Nonostante si trovi in una posizione strategica, praticamente a stretto contatto di gomito con il Shuk haCarmel, la “vigna” è famosa solo di nome, pochissimi israeliani che non abitino nella città bianca passano qualche minuti del loro tempo a bighellonare lungo i vicoli del quartiere. Per non parlare delle frotte di turisti che percorrendo la meravigliosa passeggiata della città si lasciano scappare questo piccolo gioiellino che si trova a cinque minuti a piedi dal mare.

Fino agli anni ’20 del secolo scorso il Kerem non era altro che una baraccopoli, e per molto tempo si è portato dietro la nomea di essere una delle zone più degradate della città. Ma anche questo quartiere, come il Florentin per esempio, è risolto dalle sue ceneri grazie al processo di “gentrificazione“, molto frequente a Tel Aviv. Da quando una popolazione giovanile si è impossessata del quartiere la zona è cambiata radicalmente, sono sorti locali, bar e in generale tutto il quartiere risulta molto più ben curato di una volta.

Il Kerem ha un grande pregio, ed è quello di non essere stato stravolto dalle speculazioni edilizie, le case sono basse, così come erano state progettate, la maggior parte è dotata di piccoli cortili interni, dove si svolgeva la maggior parte della vita del nucleo familiare. Le stradine sono strette e non vale la pena di cercare di attraversare il quartiere con una macchina, neanche i mezzi pubblici lo possono percorrere. E’ obbligatorio passeggiarci a piedi, trovando ad ogni dove quei piccoli angoli che lo rendono così speciale. Per anni era stato considerato uno dei punti di riferimento di tutta quella musica etnica che raccoglie molte melodie orientali ed è stata snobbata per decenni dalle radio nazionali perchè ritenute troppo povere di contenuto.

Adesso la musica “misrahit”, questo il suo appellativo, è ormai di casa dappertutto ed è diventata il padrone incontrastato di tutti gli avvenimenti canori. Ed è proprio fra questi vicoli che si è sviluppata la cultura delle “haflot”, improvvisazioni musicali dove partecipava tutto il quartiere. Le occasioni non mancavano: matrimoni, compleanni, ricorrenze religiose. Qualsiasi avvenimento gioioso era una scusa sufficiente per organizzare degli spettacoli improvvisati. Un’abitudine locale sviluppatasi poi sul piano nazionale.

Pur essendo un quartiere relativamente piccolo, il Kerem ha moltissime sinagoghe, ventiquattro per l’esattezza, quasi tutte irriconoscibili dall’esterno. Un numero così grande non fa che rafforzare una famosa battuta dell’umorismo ebraico: in ogni quartiere frequentato da ebrei ci sono sempre due sinagoghe, una da frequentare e l’altra dove non metterci mai piede.

La zona della vigna si trova al centro di un dei più grandi triangoli socioculturali che Tel Aviv possa offrire: il quartiere stesso, Carmel Market e Levinsky Market. Se vogliamo farlo diventare un quadrilatero non basta che aggiungerci la strada pedonale di Nahalat Byniamin dove si svolge due volte la settimana un mercatino di artigianato. Vogliamo ingrandirlo ancora di più e farlo diventare un pentagono? Non basta che prolungare il percorso fino al Rotschild boulevard, il punto massimo di espressione del “funzionalismo architettonico” legata al Bahaus, la famosa scuola di architettura, arte e design tedesca.

A mio avviso è questa la vera bellezza di Tel Aviv, tanti piccoli angoli nascosti ai più. Bisogna dimenticare per qualche ora la movida e il mare per essere attirati da posti nascosti pieni di storia e di storie. Un vero archivio vivente dei primi decenni di Tel Aviv, la città senza pausa.

Come costruire una nazione da zero

Quasi tutti conoscono la figura di Arik Sharon, soldato, generale, ministro della difesa e primo ministro d’Israele. Pochissimi sanno invece che Arik aveva un suo ononimo Arieh Sharon, architetto e responsabile in buona parte del progetto programmatico che influisce ancora oggi il panorama e la collocazione di molte città e cittadine israeliane, soprattutto nel sud.

Nato in Polonia, Arieh arriva in Israele, allora Palestina, nel 1920 e si unisce con un altro gruppo di ragazzi per fare parte del kibbutz Gan Shmuel. Nel kibbutz comincia a lavorare come apicoltore e lì, osservando l’organizzazione così efficiente degli alveari, arriverà a sviluppare i concetti che lo accompagneranno durante tutta la sua carriera di architetto: semplicità, praticità, economia e sviluppo della vita comunitaria. In fin dei conti per un architetto sono concetti facili da trasformare in cose reali, chissà cosa sarebbe successo se invece di lavorare come apicoltore avesse lavorato in una stalla!

Sharon, non ancora architetto, lascia il kibbutz nel 1926, ma fa in tempo a progettare la sala da pranzo di Gan Shmuel. Il mestiere lo imparerà a Dessau, una città tedesca dove opera una scuola di arte, design e architettura universalmente conosciuta col nome di Bauhaus. I concetti base di una scuola per i tempi all’avanguardia erano il funzionalismo e il razionalismo. Sharon ci aggiungerà del suo aggiungendo la sua personale visione ispirata e influenzata dalla sua precedente esperienza di apicoltore: edifici che oltre ad essere funzionali fossero anche estetici, economici e mirati a inserirsi in un contesto più sociale che urbano. Un alveare insomma.

Ritornato nella Palestina mandataria Sharon si unisce ad un gruppo di giovani architetti, tutti laureati o influenzati dalla nuova scuola tedesca. Sono gli uomini giusti, nel posto giusto al momento giusto. Fra il 1930 e il 1939 emigrarono in Palestina qualcosa come 60.000 ebrei tedeschi. Arrivati più per necessità che per idealismo gli “Yeekim”, il soprannome che venne loro affibbiato, si portarono dietro gusti e capitali che cambiarono radicalmente lo spirito e il carattere architettonico di Tel Aviv. In quel periodo vennero costruiti circa 5.000 edifici di quello che andrebbe chiamato lo stile internazionale e che darà a Tel Aviv il titolo di “città bianca”. Una concentrazione così grande di edifici di tale fatta tanto da meritarsi il titolo di Patrimonio Mondiale dell’Umanità nel 2003.

Ma torniamo al nostro Arieh, che da giovane ma sconosciuto architetto si è ormai fatto un nome, col progetto dei kibbutzim urbani per esempio. Ma la sua fama deriverà da un progetto che rimarrà scolpito nella storia del paesaggio urbano israeliano come “piano Sharon”. Qui non si tratta di progettare una decina di palazzi, un quartiere o una città interà. Ben gurion ha in serbo per lui un progetto molto piò ambizioso, quasi utopistico. Progettare la struttura paesaggistica  di tutta Israele! Seppure faraonico il progetto non intimorisce più di tanto Sharon che, circondanto da una squadra di giovani architetti, comincia a sviluppare le prime linee portanti dell’intero programma.

Il concetto principale è quello che considera l’interesse pubblico più importante di quello privato, quindi disperdere quanto più possibile la popolazione e favorire l’agricoltura per garantire il possesso di quanto più terreno possibile. Questa visione del progetto porterà a creare decine di piccoli centri abitati nel sud del paese, una vera e propria tabula rasa dove i piani di Sharon si possono esprimere al meglio. Le polverose città di Ashdod, Ashkelon, e Beer Sheva assumono un carattere più moderno. Centinaia di migliaia di nuovi immigrati vengono sparpagliati nelle zone più sperdute e meno popolate del Neghev e di altre zone praticamente desertiche. Vengono costruiti dei centri abitati ancora privi di una solida struttura economica e produttiva lungo la “via della fame” una zona dove gli inglesi avevano assunto la popolazione beduina dandogli lavori organizzati soprattutto per fornirgli dei mezzi di sostentamento. La paga infatti veniva data in farina.

Questi piccoli centri abitati sono dei satelliti intorno a una cittadina di medie proporzione che è responsabile di fornire servizi più avanzati che sarebbero antieconomici nei paesini limitrofi. Ma il progetto non avanza come si sperava, e per sostenere economicamente i nuovi immigrati ecco che il governo israeliano torna ai vecchi sistemi inglesi: lavori pubblici senza una vera e propria giustificazione economica. Il più diffuso è il rimboschimento e la creazione di nuove foreste, un’occupazione semplice che non richiede grandi professionalità ma che ha bisogno di molta mano d’opera. In questo periodo verranno piantati un milione di alberi!

Già nel ’52 Sharon abbandona l’ambizioso progetto, le pressioni e le ingerenze politiche sono insopportabili per un architetto che guarda al suo progetto come ad un opera da realizzare sul lungo termine. Non basta costruire nuovi appartamenti se non si creano contemporaneamente zone industriali che possano garantire il sostentamento della popolazione. E’ una condanna alla povertà perpetua. Questo sarà il punto debole del progetto Sharon, la velocità con la quale bisogna costruire nuovi alloggi per le masse immigratorie supera di molto il ritmo con il quale si riesce a soddisfare la necessita occupazionale. Il trasferimento forzato in zone desertiche e mal servite di centinaia di migliaia di persone e la frustrazione che ne seguirà, saranno il carburante con il quale nasceranno i vari focolai di protesta e malcontento che in definitiva causeranno la grande svolta politica del 1977. Una svolta epicale che influenza ancora oggi la società israeliana.

Povere api, che amara fine hanno fatto, altro che latte e miele.