E la terra si placherà

 

Domani sera, 27/4/20 comincerà in Israele Yom haZikaron, la giornata del ricordo. E’ la giornata in cui si ricordano tutti i caduti, civili e militari, che hanno contribuito alla nascita e all’esistenza dello Stato d’Israele. A tutt’oggi il numero dei caduti è di 23.816 persone. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la data d’inizio di questo triste calcolo non è direttamente collegata alla dichiarazione d’Indipendenza del 14/5/1948 ma è molto più anteriore. Per definizione la prima vittima legata ad atti di terrorismo contro gli ebrei dell’allora Impero Ottomano è considerata Aron Hersheld, assassinato il 1 gennaio 1873.

Quest’anno, come in tantissime altre cose, il Covid 19 ha scombussolato letteralmente le numerose tradizioni legate a questa giornata così particolare. La principale è che, per la prima volta in assoluto, ci sarà la chiusura totale dei cimiteri di guerra, dove proprio in questa occasione c’è sempre un’enorme affluenza di familiari, commilitoni e amici dei caduti. Ci sarà soltanto un picchetto d’onore composto da pochi soldati. La chiusura è dettata dalla volontà di limitare un possibile contagio, anche se è chiaro a tutti che il divieto non verrà applicato alla lettera e chi sentirà la necessità di presenziare personalmente sulla tomba di un suo caro non verrà colpito da nessuna sanzione.

Ho già scritto diverse volte a riguardo dei numerosi significati che Yon haZikaron e Yom haAzmaut rappresentano per la società israeliana, ma le sfaccettature sono così numerose che è sempre possibile aggiungere qualcosa di nuova senza doversi mai ripetere. Questa volta ho scelto di pubblicare una famosa poesia di Nathan Alterman, “Il vassoio d’argento”, un testo che viene immancabilmente letto durante le cerimonie in ricordo dei caduti durante le guerre, gli addestramenti, attentati terroristici ed operazioni segrete.  Il vassoio d’argento fu pubblicata per la prima volta nel dicembre del 1947 e diventò immediatamente il simbolo dell’appena iniziata Guerra d’indipendenza, la più sanguinosa fra tutte quelle combattute. Basti pensare che su una popolazione di 600 mila abitanti vi furono oltre 6 mila caduti, l’uno per cento della popolazione. Fatte le dovute proporzioni un conflitto del genere sarebbe costato oggi all’Italia oltre 600 mila morti.

 

Il vassoio d’argento

 

E la terra si placherà

L’occhio arrossato del cielo

Scorrerà lentamente su confini fumanti

Ed una nazione starà, ferita ma viva

Ad accogliere il miracolo, unico e solo.

Si preparerà alla cerimonia al sorgere dell’alba

Vestita di festa e di dolore

Allora si faranno innanzi un giovane ed una fanciulla

E lentamente cammineranno verso la nazione.

Vestiti di sabbia, giberna e scarponi

Saliranno dal sentiero camminando in silenzio

Non hanno cambiato gli abiti ne hanno cancellato/i segni della dura giornata e della notte di fuoco.

Stanchi, infinitamente stanchi, stillanti rugiada di giovinezza ebraica

Immobili serviranno il loro sangue/senza dar segno di essere morti o vivi.

Allora chiederà la Nazione silenziosa e stupita/”Chi siete”?

E loro in silenzio risponderanno

”Noi siamo il vassoio d’argento sul quale ti è dato servito lo Stato ebraico”.

Così diranno e cadranno ai loro piedi, avvolti nell’ombra

Ed il resto verrà narrato nella storia d’Israele.

 

Sia il loro ricordo benedetto.

 

Un tatuaggio è per sempre

 

Siamo ai tempi del Covid 19. Rimanere chiusi in casa è un obbligo e il tempo passa lentamente, improvvisamente ci accorgiamo di quanto le piccole abitudini quotidiane siano così importanti per un animale sociale come l’uomo.. Il caffè con gli amici, gli abbracci, le pacche sulle spalle, tutti questi piccoli gesti quotidiani sono diventati improvvisamente pericolosi e nocivi. In questo assurdo capovolgimento di fronte ognuno si arrangia come può, c’è chi cucina, chi mette a posto la casa, guarda la TV ecc. Io preferisco l’evasione.

Quindi tante letture e tanta scrittura cercando di tanto in tanto di riportare alla superficie qualche storia dimenticata, qualche personaggio strano, qualche usanza andata persa, tutti ingredienti indispensabili per creare un racconto e descrivere allo stesso tempo un breve spaccato di realtà celate fra i vicoli di Gerusalemme.

I protagonisti di oggi sono la famiglia Razzouk, egiziani copti in pianta stabile a Gerusalemme da oltre 500 anni. La loro specialità, tramandata da padre in figlio da oltre 27 generazioni è quella del tatuaggio, e più precisamente l’incisione di simboli religiosi, per lo più cristiani, sulla pelle delle migliaia di pellegrini che affollano da sempre la loro bottega, situata a poche centinaia di metri dalla porta di Jaffa.

In origine per i cristiani farsi tatuare in Terra Santa non era una scelta presa in autonomia, ma un’imposizione oppressiva: durante l’epoca romana venivano talvolta arrestati, marchiati e costretti a lavorare in miniere di oro, argento e piombo; con la conquista islamica della regione nel 640 d.C. venne loro imposto il tatuaggio di una piccola croce nel lato interno del polso destro. Lo scopo era rendere più facile alle autorità il riconoscimento e la raccolta delle tasse.

Tuttavia, i cristiani hanno poi “reclamato” questo segno di riconoscimento come prova della loro fede. Alcune chiese, in particolare nella tradizione copta, cominciarono a offrire tatuaggi ai fedeli e a chiedere di mostrarlo prima entrare, usandolo come strumento di tutela. Per i cristiani perseguitati, il tatuaggio della croce divenne un simbolo di vicinanza alla sofferenza di Gesù Cristo.

Durante l’epoca crociata il tatuaggio era la prova certa, il segno di essere veramente arrivati in Terra Santa e visitato e venerato i luoghi Santi del cristianesimo. Nel corso dei secoli l’uso del tatuaggio si è affinato e da una piccola e semplice croce si è passati a vere e proprie piccole opere d’arte.  Croci di Gerusalemme, ascensioni di Cristo, Madonne con bambino, San Giorgio e il drago. L’attuale  rappresentante della dinastia dei Razzouk si chiama Wassim, che è in possesso di una serie di timbri in legno molto antichi. Ogni timbro racchiude un motivo religioso, una volta scelta l’immagine preferita il timbro viene impresso sulla pelle e poi viene inciso attraverso una ago sotto l’epidermide.

Decine di Patriarchi latini e addirittura l’Imperatore etiope Haile Selassie sono passati attraverso questo piccolo laboratorio per imprimere sulla propria pelle il loro atto di fede. Strano destino quello del tatuaggio, a seconda delle diverse latitudini ha assunto un diverso significato: fede, bellezza, magia, esoterismo, malavita, avventura.

Oggigiorno il tatuaggio è stato sdoganato ed è diventato parte dell’abbigliamento corporeo di molti di noi. E gli innumerevoli simboli policromi che si vedono sparsi quà e là fra avambracci, polpacci, glutei e toraci appaiono più come una moda passeggera che non come una cosciente volontà di trasformare in maniera indelebile il proprio corpo.

Conformismo o ribellione? Sinceramente non lo so, nel dubbio io rimango fedele alle decalcomanie di quand’ero bambino. Ma non ditelo a Wassim.

Il Sabato del villaggio (Globale)

 

Stasera comincia lo Shabbath, il Sabato ebraico. Per chi lo osserva integralmente è una giornata di completo riposo: non si lavora, non si cucina, non si viaggia, niente tv, computer e radio e soprattutto niente telefonini!

Si sta a casa, si prega e si passa la maggior parte del tempo in famiglia. Chi lo osserva assicura che ti garantisce un relax assicuro e ti ricarica le batterie per la settimana a venire. L’isolamento forzato di questo periodo è l’occasione perfetta per controllare se lo Shabbath funzioni. Da stasera fino al tramonto di domani provate a limitare al minimo i contatti con l’esterno, per ritrovare voi stessi e il rapporto coi vostri familiari e i vostri amici

Per invogliarvi ad una maggiore introspezione ed a una riscoperta di valori dimenticati o trascurati oggi vi dedico una versione un pò “frikkettona” di uno dei più noti canti liturgici ebraici “Lehà dodi” traducibile in “Vai mio amato”. Il Sabato viene paragonato ad una sposa che va accolta e ospitata con tutti gli onori.

Eccovi la traduzione:

Vieni mio Amato, incontro alla Sposa, accogliamo lo Shabbat.

Osserva e ricorda: con una sola espressione
ci ha fatto udire il Dio Unico
Il Signore è uno e uno è il suo nome
per fama, lode e gloria.

Vieni mio Amato, incontro alla Sposa, Accogliamo lo Shabbat.

Orsù andiamo incontro allo Shabbat
perché è la fonte della benedizione.
Dalle origini più antiche fu stabilito
Fu l’ultimo ad essere creato, ma il primo ad essere pensato.

Vieni mio Amato, incontro alla Sposa, Accogliamo lo Shabbat.

Santuario del Re, città regale,
sorgi, esci dalla distruzione;
hai vissuto abbastanza nella valle del pianto
Egli avrà pietà di te

Vieni mio Amato, incontro alla Sposa, Accogliamo lo Shabbat.

Destati, destati, perché è giunta la tua luce, alzati, risplendi

svegliati e intona un canto

la gloria del Signore si è manifestata su di te

 

Shabbath Shalom

Canta, che ti passa la paura (o la noia)

 

In questo clima da bollettino di guerra un piccolo pensiero di speranza e ottimismo dedicato soprattutto ai miei amici italiani, con cui ho trascorso fantastici ed emozionanti momenti in giro per Israele.
La canzone si chiama “Quando arriveremo” la traduzione della prima strofa è la seguente

“Il tempo svanisce gli anni/e introduce un pò di saggezza nei nostri cuori/ ma ci sono ancora tante cose che non mi ha svelato/fiorirà un’altra rosa?/avrò ancora un altro lampo di gioia?/ci sarà una risposta alla fine del cammino?

Come sapremo se c’è ancora la speranza?
Troveremo la rsposta quando arriveremo”

La musica originale è greca, ed è stata adottata in Israele grazie all’influenza di qualche cantante israeliano originario di quel paese. Israele è un crogiolo di etnie provenienti da tutto il mondo e ognuno ha portato i suoi usi e costumi. Molte di queste influenze sono ormai parte integrante dell'”israelianità”, la cultura e i costumi del paese. ormai patrimonio di tutti i suoi abitanti: ebrei, arabi, drusi, beduini, ecc.

Tanti auguri di buona salute a tutti!

 

STAI CALMO, LEGGI UN SALMO

 

In questi tempi così insicuri ritorniamo inevitabilmente ai nostri istinti primordiali. C’è chi si affida alla scienza, chi al destino, chi al raziocinio e chi alla fede. Per questi ultimi sta girando ultimamente nei social israeliani o di argomento ebraico il Salmo 91 che in un modo o nell’altro mette la tua salvezza contro ogni pestilenza nelle mani di Dio. Per chi è credente può senz’altro essere un mezzo di conforto e di salvezza. Eccovi il testo integrale:

Salmi 91

Sicurezza di chi si rifugia in Dio
1 Chi dimora nel riparo dell’Altissimo, riposa all’ombra dell’Onnipotente. 2 Io dico all’Eterno: «Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza, il mio DIO, in cui confido». 3 Certo egli ti libererà dal laccio dell’uccellatore e dalla peste mortifera. 4 Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio; la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. 5 Tu non temerai lo spavento notturno,  la freccia che vola di giorno, 6  la peste che vaga nelle tenebre,  lo sterminio che imperversa a mezzodì. 7 Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma a te non si accosterà. 8 Basta che tu osservi con gli occhi e vedrai la retribuzione degli empi. 9 Poiché tu hai detto: «O Eterno, tu sei il mio rifugio», e hai fatto dell’Altissimo il tuo riparo, 10 non ti accadrà alcun male, né piaga alcuna si accosterà alla tua tenda. 11 Poiché egli comanderà ai suoi Angeli di custodirti in tutte le tue vie. 12 Essi ti porteranno nelle loro mani, perché il tuo piede non inciampi in alcuna pietra. 13 Tu camminerai sul leone e sull’aspide, calpesterai il leoncello e il dragone. 14 Poiché egli ha riposto in me il suo amore, io lo libererò e lo leverò in alto al sicuro, perché conosce il mio nome. 15 Egli mi invocherà e io gli risponderò; sarò con lui nell’avversità; lo libererò e lo glorificherò. 16 Lo sazierò di lunga vita e gli farò vedere la mia salvezza.

Visto che ancora è praticamente impossibile prevedere le conseguenze di questa possibile pandemia è inutile entrare in filosofiche dispute su quanto sia valida o meno la fede in questi momenti. Per molti è sicuramente un enorme aiuto. In ogni caso conviene provarci, male sicuramente non può fare.

E per chi abbia bisogno di un ulteriore incoraggiamente, sempre per rimanere nel tema dei Salmi eccovi il famosissimo 23:

1 Salmo di Davide.
Il SIGNORE è il mio pastore: nulla mi manca.
2 Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli,
mi guida lungo le acque calme.
3 Egli mi ristora l’anima,
mi conduce per sentieri di giustizia,
per amore del suo nome.
4 Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte,
io non temerei alcun male,
perché tu sei con me;
il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.
5 Per me tu imbandisci la tavola,
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo;
la mia coppa trabocca.
6 Certo, beni e bontà m’accompagneranno
tutti i giorni della mia vita;
e io abiterò nella casa del SIGNORE
per lunghi giorni.

Buona salute a tutti, e che Dio, o chi ne fa le veci, ce la mandi buona.

Ebraico. La rinascita di una lingua morta.

Si sono appena concluse le celebrazioni della Giornata dell’ebraico, svoltasi quest’anno il 16 gennaio, un ottimo motivo per analizzare e ricordare il tentativo, praticamente folle, di far rinascere una lingua che si era estinta duemila anni prima. Un esperimento riuscito contro ogni previsione e probabilmente irripetibile.

Da oltre duemila anni l’ebraico era relegato quasi esclusivamente a scopi liturgici, diventando così una lingua sacra, lasciando il ruolo di lingua parlata prima all’aramaico, poi all’Yiddish e al Ladino. Volendo si potrebbe fare un paragone un pò grossolano con il latino e i vari dialetti parlati in tutta la penisola fino all’Unità d’Italia e al passaggio graduale all’italiano.

Il catalizzatore della rinascita dell’ebraico fu senz’altro Eliezer Ben Yehuda (1858-1892), convinto assertore del fatto che fosse indispensabile una lingua comune a tutto il popolo ebraico per formare un’identità culturale e nazionale atta a poter trasformare un popolo disperso ai quattro angoli del pianeta e per sua natura poliglotta in un’entità molto più omogenea.

Il progetto di Ben Yehuda, oltre a essere considerato dai più utopico e irrealizzabile, fu anche molto osteggiato dal mondo religioso, assolutamente contrario allo svilimento della sacralità dell’ebraico. Ma si sa, i veri sognatori hanno un fuoco interiore capace di alimentare i progetti più impensabili e realizzarli. E fu così che Ben Yehuda, armato di studio, pazienza, determinazione, coraggio e moltissima fede intraprese una sfida titanica.

Non che prima di lui non ci fossero stati altri tentativi, nel 1853 fu pubblicato il primo romanzo in ebraico moderno, “Ahavat zion” a firma di Abraham Mapu. E nel corso dei secoli precedenti molti commenti biblici vennero scritti in ebraico. Ma ci voleva veramente una volontà fuori dal comune per inventare decine di migliaia di vocaboli praticamente dal nulla, pensate a quante cose erano state inventate nel corso di duemila anni: la bicicletta. l’elettricità, il frigorifero, l’algebra, il violino, il gelato ecc. All’inizio di questa impensabile sfida, tanto per fare un esempio, il politecnico di Haifa considerava impossibile la possibilità di insegnare materie come ingegneria, fisica, architettura in ebraico, ritenendo molto più logico usare il tedesco.

Dalla fine degli anni ’70 del XIX secolo fino ad oggi sono stati coniati o riadattati qualcosa come 75mila vocaboli, la metà di quegli esistenti in italiano, ed ogni anno ne vengono coniati di nuovi per rimanere al passo coi tempi. Da questo punto di vista l’ebraico riesce a reggere il passo col progresso molto meglio che l’italiano. Parole, per la maggior parte inglesi, che fanno parte del linguaggio comune italiano (computer, file, tax revue, briefing) in Israele sono state sostituite con successo da neologismi ebraici.

Una piccola curiosità, Theodor Herzl, fondatore del sionismo e fautore della creazione di uno stato ebraico, e Ben Yehuda si incontrarono e parlarono dei loro rispettivi sogni. Ognuno dei due, nonostante cercasse di mostrarsi empatico nei confronti del suo interlocutore, giudicava l’altro alla stregua di un pazzo sognatore. Ma a quanto pare erano fatti della stessa stoffa, visto che entrambi riuscirono a trasformare la loro personale utopia in realtà.

E’ difficile imparare l’ebraico? Direi proprio di sì visto che si tratta di una lingua semitica con pochissimi punti in comune con le lingue indoeuropee o neo latine. I vocaboli sono differenti, la struttura verbale, la sintassi e la grammatica pure. In più, in un mondo dove una semplice connessione internet ti dà la possibilità di leggere il tuo giornale preferito in qualsiasi parte del globo, per non parlare dei programmi televisivi, lo sforzo richiesto è enorme, e se non hai abbastanza stimoli per comunicare in ebraico con altre persone la tua capacità di recepire e sfruttare nuovi vocaboli si riduce enormemente. D’altra parte,  se ci sono riuscito io vuole dire che anche voi avete più che una speranza.

Per terminare eccovi un brano della canzone “sogno in spagnolo” che riassume in maniera esemplare le traversie di chi trasforma l’ebraico nella lingua da parlare quotifdianamente. Non si tratta di una traduzione letteraria ma il senso è rispecchiato fedelmente.

“In ebraico ci sono parole in abbondanza,

e si può dire quasi tutto

panza, danza, lonza e stanza

ma non esiste una parola per tatto

Penso e scrivo in ebraico senza difficoltà

E mi piace amarti esclusivamente in ebraico

Che lingua meravigliosa, non ne avrò un’altra

Ma ancora la notte, continuo a sognare in spagnolo”

Scende la pioggia

 

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti.

La pioggia nel pineto. Gabriele D’Annunzio

 

In Israele sta piovendo, e molto. Molto di più degli ultimi anni, e in un paese dove la stagione delle piogge è limitata fra novembre e marzo-aprile, ogni goccia di pioggia ha una valenza enorme e si porta dietro tutta una serie di costumi tipici di questo paese.

Il fulcro della stagione piovana gira attorno al Kinneret, il lago di Tiberiade, per decenni usato come un enorme serbatoio d’acqua potabile che forniva gran parte del paese. Ogni israeliano sa che nel Kinneret esistono due linee rosse invalicabili: la più bassa, -213 m. sotto il livello del mare, impedisce il pompaggio dell’acqua nell’acquedotto nazionale, la linea superiore,       – 208,9 m. implica l’apertura di una diga che si trova nella parte meridionale del lago per impedire l’allagamento di Tiberiade e dei vari centri abitati che sorgono sulle sponde del Kinneret.

Questi dati vengono aggiornati quotidianamente durante i notiziari serali, e l’alzarsi o l’abbassarsi del livello idrico è fonte di conversazioni e dibattiti e incide in maniera impressionante sul morale nazionale. L’inverno 1991-1992 è la pietra di paragone per i tuttologi del meteo, città allagate, treni bloccati, nevicate anche a bassa quota. A casa mia ancora si parla di come il kibbutz restò isolato per tre giorni, al punto che bisognò gettare il latte appena munto, visto che la cisterna frigorifera dove veniva immagazzinato era già colma!

Sono passati quasi trent’anni e sembra che le precipitazioni stagionali raggiungeranno o adirittura supereranno il record di allora. I dati fanno ben sperare, il livello del lago si è alzato di 3 metri, ma ne mancano ancora 2,5 per arrivare al pericolo inondazione e poter così aprire dopo decenni la mitica diga di Degania, aumentando così la portata idrica del Giordano e del Mar Morto. In un paese dove solo l’anno scorso sono stati sparati oltre 1200 razzi dalla striscia di Gaza, l’interesse per la situazione idrica può sembrare surreale, illogico se non adirittura morboso, ma questa è una delle particolarità di un paese che si è confrontato da sempre con l’emergenza acqua.

E dopo aver cominciato questo post con una poesia del Vate terminerò con un’altra poesia, questa volta frutto della penna di Rahel Bluwstein, o semplicemente Rahel, una delle più famose poetesse israeliane. Rahel è famosa fra l’altro per aver descritto la vita dei pionieri che cominciarono ad abitare i primi insediamenti attorno al lago di tiberiade, lei stessa abitò per un breve periodo a Degania, la madre di tutti i kibbutzim. Moltissime delle sue poesie sono diventate canzoni famosissime e trasmesse tuttora nei programmi radiofonici. Eccovi delle brevi righe di “E forse” ambientata proprio sul Kinneret.

E forse, le cose non accadero mai/ mio Kinneret, o mio Kinneret, sei reale o è stato tutto un sogno?

Ai posteri l’ardua sentenza…

La storia fantastica

 

 

“Questa è la storia di come un Baggins ebbe un’avventura e si trovò a fare e dire cose del tutto imprevedibili”  (J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit)

 

Israele è un paese relativamente piccolo, grande quanto la Lombardia, e giovane (fondato nel 1948). Ma è incredibile la quantità di storie e curiosità che si riesce a trovare nascoste accuratamente fra le pieghe dell’attualità quotidiana. Come tanti dei racconti di cui scrivo di volta in volta, anche questo ha del surreale, anzi del fiabesco, ed è naturale che sia così visto che oggi ci occuperemo di Hobbit.

Siamo agli inizi degli anni ’70, nella penisola del Sinai si sta combattendo una guerra ormai dimenticata, la “guerra di logoramento” fra egiziani e israeliani. Una guerra fatta di continui bombardamenti, azioni di commando e scaramucce militari che non fanno che produrre un continuo dissanguamento di vittime da entrambe le parti.

In questo contesto si ritrovano nella famigerata prigione di Abbassia, 10 prigionieri di guerra israeliani, fra di loro 4 piloti. Il gruppetto cerca di organizzare un programma giornaliero per alleviare il più possibile le dure condizioni che la prigionia comporta. Stiamo parlando di interrogatori, torture, notizie frammentarie da parte di familiari e amici. Per mitigare la situazione e alzare il morale l’ordine del giorno prevede ginnastica, corsi a livello universitario, tornei di bridge ma soprattutto libri, molti, moltissimi libri. Quasi tutti in inglese. Durante i tre anni del periodo di prigionia ci fu chi riuscì a leggerne 304, qualcosa come un libro ogni 3-4 giorni!

E’ uno di questi libri “The Hobbit” di J.R.R. Tolkien divenne uno dei più riusciti tentativi di evasione dalla realtà quotidiana.  In poco più di quattro mesi, grazie soprattutto al gruppo dei piloti, il libro venne tradotto in ebraico. L’impresa è da considerarsi ancora più eccezionale se si tiene conto che non si trattava di professionisti, e che molti dei termini e dei vocaboli del libro non esistevano, nel vero e proprio senso letterale, in ebraico. La traduzione si rivelò uno dei migliori modi per “evadere”, se non altro con la mente, dalla prigionia egiziana. Non dovendo rendere conto a nessuna casa editrice la trascrizione del testo in ebraico divenne quasi un divertimento, certamente un diversivo che acuiva le facoltà intellettuali di chi si impegnava nel compito presosi.

Ma in una cella di 6 metri per 6 dove devono convivere dieci personalità diverse, formare un gruppetto a parte può rivelarsi controproducente, c’è troppa intimità e troppa complicità, e questo può portare a tensioni indesiderabili. Fu questo il motivo che il gruppo dei traduttori decise di fermarsi e di non continuare con la traduzione del “Signore degli anelli”, nonostante fossero in possesso di tutti e tre i volumi. “Pensavamo di tradurlo nella prossima prigionia”, fu la risposta di Rami Herpaz, uno dei piloti traduttori.

Il periodo di prigionia terminò dopo la guerra del Kippur, e quello che doveva essere in definitiva uno svago per riempire le lunghe e monotone ore da trascorrere in cella divenne un caso letterario tanto da essere pubblicato e raggiungere un certo successo. Di traduzioni del libro di Tolkien ne esistono tre versioni, ma è inutile chiedere ai prigionieri di guerra di Abbassia quale sia la migliore, non bisogna essere dei geni per sapere la risposta, basta essere amanti della libertà. Soprattutto se supportati da un’enorme forza di volontà e tanta fantasia.

 

Talmud per principianti

 

Lungi da me riuscire a spiegare in poche righe cosa sia il Talmud, la base principale di tutto ciò che possa essere descritto col termine ebraismo. Ma per dare un piccolo assaggio di come funzioni la logica che ha sviluppato questo trattato di più di 6.200 pagine che comprende etica, filosofia, storia, tradizioni e molto altro ancora riporto una storiella che condensa in maniera esemplare la materia.

Un giovane bussa alla porta di un grande talmudista:
“Rav, vorrei studiare il Talmud.”
“Conosci l’aramaico ?”
“No.”
“E l’ebraico ?”
“Neppure.”
“Hai mai studiato Torà ?”
“No, Rav, ma mi sono laureato con lode ad Harvard in filosofia e ho preso un PhD a Yale. Mi piacerebbe completare la mia formazione con un po’ di Talmud”
“Dubito che tu sia pronto per il Talmud. E’ il più vasto e profondo dei libri. Se lo desideri comunque ti farò un esame di logica e, se lo supererai, ti insegnerò il Talmud.”
“Va bene. Me la cavo con la logica.”
“Prima domanda. Due ladri scendono da un camino. Uno esce con la faccia pulita, l’altro con la faccia sporca. Quale dei due si lava la faccia ?”
“Il ladro con la faccia sporca.”
“Sbagliato. Quello con la faccia pulita. Esamina la logica. Il ladro con la faccia sporca guarda quello con la faccia pulita e pensa di essere pulito anche lui. Quello con la faccia pulita invece guarda quello con la faccia sporca e pensa che anche la sua lo sia. Quindi quello che si lava la faccia è quello con la faccia pulita.”
“Molto sottile ! Rav, mi faccia un’altra domanda”
“Due ladri scendono da un camino. Uno esce con la faccia pulita, l’altro con la faccia sporca. Quale dei due si lava la faccia ?”
“Ma … lo abbiamo già stabilito. Quello con la faccia pulita se la lava !”
“Sbagliato. Se la lavano entrambi. Esamina la logica. Quello con la faccia sporca pensa che la sua faccia sia pulita. Quello con la faccia pulita pensa che la sua faccia sia sporca. Quando quello con la faccia sporca lo vede lavarsi la faccia allora capisce che anche la sua deve essere sporca. Pertanto se la lavano tutti e due.”
“Non ci avevo pensato … Per favore, un’altra domanda.”
“Due ladri scendono da un camino. Uno esce con la faccia pulita, l’altro con la faccia sporca. Quale dei due si lava la faccia ?”
“Bene, adesso è chiaro che se la lavano entrambi.”
“Sbagliato. Nessuno dei due se la lava. Esamina la logica. Quello con la faccia sporca pensa che la sua faccia sia pulita. Quello con la faccia pulita pensa che la sua faccia sia sporca. Ma quando quello con la faccia pulita vede che quello con la faccia sporca non se ne cura, allora anche lui non se la lava. Pertanto nessuno dei due si lava la faccia. Come puoi vedere non sei ancora pronto per il Talmud.”
“Rav, per cortesia, un’ultima domanda !”
“Due ladri scendono da un camino. Uno esce con la faccia pulita, l’altro con la faccia sporca. Quale dei due si lava la faccia ?”
“Nessuno !”
“Sbagliato. Forse ora capisci perché Harvard e Yale non ti possono preparare per il Talmud. Dimmi, come è possibile che due uomini scendano per lo stesso camino e uno esca con la faccia pulita e l’altro con la faccia sporca ?”
“Rav, ma voi mi avete appena dato quattro risposte contraddittorie su questa stessa domanda ! E’ impossibile !”
“No figlio mio, non è impossibile, è il Talmud”

Non solo Entebbe

 

L’operazione Yonathan, meglio conosciuta come operazione Entebbe è ormai entrata di diritto nel Pantheon delle azioni militari da manuale.  Volare per 3.800 km e riuscire a riportare a casa 105 ostaggi e 12 membri dell’equipaggio con pochissime perdite fu un impresa quasi probabilmente irripetibile, e l’alone di leggenda che la circonda è più che meritato.

Ma esattamente cinquant’anni fa, sette anni prima di Entebbe, ci fu un’altra impresa forse addirittura più complicata, rischiosa e sicuramente molto più delicata. Nonostante tutto ciò, quasi sicuramente per il suo risultato incruento, il caso delle motocannoniere di Cherbourg è caduto clamorosamente nel dimenticatoio. Anche qui, come ad Entebbe, vengono mobilitati più di 130 combattenti, la distanza è di 5,700 km, gli ostaggi sono solo cinque, ma sono molto più ingombranti, ma soprattutto l’avversario da battere non è l’Uganda di Idi amin, ma la Francia di Charles de Gaulle.

Sono passati due anni dalla guerra dei sei giorni, e i nuovi equilibri mondiali convincono l’allora presidente francese a modificare completamente le alleanze medio orientali e riappacificarsi quanto più possibile col mondo arabo. Da questa nuova linea politica nasce, nel 1967, un embargo di armamenti militari francesi verso Israele. Le prima vittima è una fornitura di 50 aerei Mirage già regolarmente pagati dagli israeliani. In seguito alla distruzione al suolo di 14 aerei civili di diverse compagnie aeree arabe, atto di rappresaglia contro l’attacco di una formazione terroristica palestinese nei confronti di un aereo di linea israeliano all’areoporto di Atene, l’embargo francese diventa totale con il conseguente blocco della fornitura delle ultime cinque motocannoniere di un totale di 12 già regolarmente ordinate e pagate per metà secondo gli accordi siglati fra i due stati.

La marina militare israeliana, la cenerentola delle forze armate di allora, è molto arretrata dal punto di vista tecnologico e le motocannoniere sono  indispensabili per  modernizzarla. Diventa quindi indispensabile riuscire a trovare un escamotage che permetta agli israeliani di venire in possesso delle navi senza creare una crisi diplomatica irrimediabile.

I cantieri navali francesi, preoccupati per l’inevitabile numero di licenziamenti che il blocco della commessa comporterebbe, continuano nonostante tutto a lavorare, sperando in una possibile soluzione diplomatica. Gli israeliani, parallelamente, cominciano a studiare la maniera di fare uscire le navi senza venir meno al diritto navale internazionale.

La soluzione non è delle più semplici ma si rivelerà vincente. Viene costituita una società fittizia norvegese che si dimostra interessata all’acquisto delle navi per poter difendere alcune piattaforme petrolifere che si trovano nel mare del nord. La copertura ha una sua logica e non desta sospetti fra i francesi che autorizzano la vendita.  Il contratto viene firmato e ratificato il 22 dicembre 1969. Per limitare le possibili ripercussioni diplomatiche al minimo, nè l’ambasciata israeliana in Francia nè il Mossad vengono informati di cosa sta bollendo in pentola.

Una volta dato il via libera alla liberazione degli “ostaggi”,  vengono introdotti in maniera discretta più di 130 marinai israeliani che dovranno dirigere le navi dall’oceano atlantico fino a Haifa.

Alle 2.30 del 25 dicembre le cinque motocannoniere, nonostante le avverse condizioni atmosferiche, lasciano il porto di Cherbourg, destinazione Israele. La rotta prevede l’attraversamento della Manica e dello stretto di Gibilterra nonchè il mantenersi abbastanza distanti sia dalle acque territoriali francesi sia dalla costa africana. Inoltre sono previsti almeno due rifornimenti di carburante in mare aperto. Ultimo particolare: la quinta nave è sprovvista di radar e di radio di bordo. Per le comunicazioni verranno usati due radiotrasmittenti giocattolo della portata di due km. circa. Le festività natalizie aiutano il colpo di mano israeliano, e la sparizione delle navi viene ufficialmente scoperta soltanto due giorni dopo la partenza. A questo punto si tratta di una corsa contro il tempo, i francesi sorvolano la flottiglia con i propri aerei militari, i sovietici sorvegliano gli israeliani con una nave spia al largo di Lampedusa, gli egiziani tenteranno prima di affondare il naviglio silurandole con un sommergibile, mai partito per motivi tecnici, e poi di appropiarsene tramite un arrembaggio.

La copertura legale dell’acquisto è solida è impedisce al governo francese di agire militarmente. Inoltre le navi sventolano bandiera norvegese durante tutti i cinque giorni della navigazione, la cambieranno con quella israeliana una volta arrivati a Haifa. Anche cinquant’anni fa, come adesso, i politici non persero l’occasione di farsi belli agli occhi dell’opinione pubblica, e impongono alle navi di fermarsi in mare aperto per più di sette ore, per farle attraccare in perfetto orario con il telegiornale delle 19:00.

Le nuove unità marine si rivelarono decisive nel la guerra del Kippur, sconfiggendo in maniera lampante sia la marina siriana a Latakia, otto navi siriane affondate contro zero perdite israeliane, e sia quella egiziana, tre navi egiziane affondate contro due israeliane danneggiate.

Chi ne trasse un grosso vantaggio dal colpo di mano israeliano furono paradossalmente i cantieri navali di Cherbourg che ricevettero di riflesso un’enorme pubblicità commerciale.

All’epoca del raid israeliano ero più un bambino che un ragazzino, completamente a digiuno di termini marinari, ma ancora oggi nessuno può togliermi dalla testa che le navi di Cherbourg non erano delle modeste motocannoniere, ma delle vere e proprie Fregate!