Compagni avanti il gran partito…

“Il sindacato riunisce tutti i lavoratori che vivono della propria fatica senza sfruttare l’opera altrui, con lo scopo di permettere la realizzazione e lo sviluppo economico e culturale della classe operaia per la costruzione di una società di lavoratori ebrei nel paese” (stralcio dell’atto di fondazione della Federazione Generale dei Lavoratori in Terra d’Israele).

Ricorre quest’anno il centenario dell’Histadrut, il sindacato del movimento sionista, un esempio unico, per quanto ne sappia, di organizzazione e gestione del movimento dei lavoratori. L’Histadrut venne fondata nel dicembre del 1920 quando ancora non esisteva lo Stato d’Israele e tutte le strutture che avrebbero dovuto garantire la salvaguardia dei lavoratori erano praticamente inesistenti.

Il sindacato, anche se chiamarlo così sminuisce il suo ruolo e la sua importanza, assolveva un duplice ruolo storico: da un lato svolgere tutte le funzioni che spettano a un sindacato, dall’altro svolgere il compito addizionale di costruire la classe operaia, formarla fisicamente e ideologicamente. Di fatto fu creato uno stato nello stato prima ancore che ci fosse uno stato. Questo miscuglio fra nazionalismo e rivoluzione creò una miscela assolutamente inedita e per diversi decenni dettò i valori della società israeliana.

I valori che avrebbero dovuto caratterizzare la nascente società israeliana erano esattamente l’opposto di quello che poi diverrà il paese:

Primato morale della campagna sulla città, superiorità del lavoro manuale rispetto ai ruoli speculativi, superiorità culturale del lavoratore rispetto ai ceti parassitari legati al commercio, le libere professioni e la finanza.

L’Histadrut nacque come un’organizzazione trasversale, la mancanza di un’affiliazione politica non era un ostacolo, l’obiettivo era quello di riunire quanti più lavoratori possibile. Nella sua concezione l’iscritto era un “cittadino” della nazione dei lavoratori.

L’Histadrut non si occupò solo della salvaguardia dei lavoratori, ma creò tutta una serie di strutture che supportavano il benessere e le necessità materiali, intellettuali e pratiche dei propri iscritti. Movimenti giovanili, compagnie teatrali, società polisportive, case editrici, trasporti e molto altro ancora. Non soltanto un semplice sindacato dunque, ma una vera e propria organizzazione che doveva occuparsi dell’intera struttura del sistena sociale, economico, politico e culturale. Questo breve brano di Amos Oz puù forse dare un’idea dell’enorme influenza che ebbe la Confederazione all’interno della società israeliana.

«In cima alla gerarchia dei valori a quel tempo c’erano i pionieri (…). Di lontano ne ammiravo la figura robusta e meditabonda che s’ergeva sui solchi dell’aratro, sui manifesti del Fondo nazionale. Uno scalino più basso dei pionieri stava “società dei lavoratori”, composta di coloro che leggevano il Davar in canottiera sui balconi di legno, di attivisti dell’Histadrut, dell’Haganah e dei Servizi Sanitari. Gente in divisa cachi; gente che versava la contribuzione volontaria, che si nutriva di insalata, uova e formaggio fresco. Erano i fautori dell’astensione, della responsabilità, dalla condotta stabile, dello status di lavoratori, obbedienza al partito e olive non piccanti nel barattolo della centrale del latte».

Amos Oz (2002), da Una storia di amore e tenebra

Sin dalla sua nascita, all’alba degli anni ’20, l’Histadrut creò numerose aziende e società di costruzioni, un migliaio fra cooperative di produzione e di consumo, una banca, moshavim e kibbutzim. E’ fu lo stesso sindacato che provvide a gestire il collocamento a favore di occupazioni stabili e ben tutelate. Dal 1923, una holding denominata Hevrat ha’Ovdim, la società dei lavoratori, coordinò l’insieme delle attività produttive che facevano capo all’Histadrut. Si trattava di un autentico pilastro dell’economia israeliana, capace di coprire fino a un quarto dell’occupazione nazionale e dell’intero Pil nazionale, con un controllo quasi monopolistico di un settore cruciale come l’agricoltura. Se a ciò si aggiunge il settore pubblico strettamente inteso, si otteneva un quadro nel quale il settore privato ricopriva poco più del 50% dell’intero Pil nazionale. L’Histadrut rivestì dunque, in proporzioni davvero ragguardevoli, la duplice veste di datore di lavoro e di organizzazione sindacale dei lavoratori.

Il ruolo dell’Histadrut fu fondamentale nella creazione dello Stato d’Israele, ma la sua duplice funzione di Sindacato e datore di lavoro diventò col tempo una contraddizione in termini impossibile da coniugare. Il ribaltone del 1977, anno nel quale la destra israeliana salì al potere, ne segno l’innarestabile declino e ridimensionamento che raggiunse il suo apice nel 1994 quando la maggior parte delle aziende e delle proprietà in suo possesso vennero privatizzate per poter risanarne il bilancio economico. Da quel momento l’Histadrut perse gran parte della sua influenza politica non avendo più quell’indipendenza economica attraverso la quale era riuscita a dettare legge per tutto quello che riguardava il rapporto fra i diritti dei lavoratori e lo Stato.

Attualmente la Confederazione Generale dei Lavoratori è un sindacato a tutti gli effetti, la sua influenza è diminuita notevolmente anche se rimane sempre un interlocutore obbligato durante le rivendicazioni legate al mondo del lavoro. Nonostante siano in corso diversi tentativi di creare sindacati alternativi all’Histadrut, questa rimane ancora il punto di riferimento principale per la salvaguardia dei lavoratori.

29 Settembre, anzi Novembre

spartizione

“Seduto in quel caffè, io non pensavo a te…” Così comincia “29 settembre”, la celeberrima canzone di Mogol e Battisti portata al successo dall’Equipe 84. E proprio grazie a questa canzone che la data del 29 settembre è entrata nel lessico familiare degli appassionati di musica leggera italiana. Anche se quale fosse la ricorrenza del 29 settembre menzionata dal giornale radio che di volta in volta sovrasta la voce del cantante l’ho capita solo molti anni dopo.

Ma in Israele c’è un altro 29, questa volta di novembre, che per la storia del paese ha un significato particolare, una pietra miliare nella storia della creazione dello Stato d’Israele. Il 29 novembre 1947 venne infatti votato e approvato a New York, dall’assemblea delle neonate Nazioni Unite il piano della spartizione che sanciva la divisione della Palestina mandatoria in due stati: uno ebraico e uno arabo.

Il progetto fu presentato all’ONU da una commissione nominata espressamente per raggiungere una soluzione che conciliasse gli interessi ebraici e arabi nella regione. L’UNSCOP, questo il nome della commissione, dopo aver girato in lungo e in largo il paese, e dopo aver sentito le posizioni dei rappresentanti di entrambe le parti in causa, giunse alla conclusione che non ci fosse una soluzione ideale, e che il minore dei mali fosse quello di dividere il territorio in due parti, uno per la creazione di uno stato ebraico, e l’altro per la creazione di una nazione palestinese. La commissione giunse anche alla conclusione che sia Gerusalemme che Betlemme avrebbero dovuto diventare un’entità separata gestita dalle Nazioni Unite.

Anche se lo Stato ebraico proposto era più ampio (56%) di quello arabo, bisogna tenere presente che la gran parte era occupata dal deserto del Negev (40%), questa opzione fu presa dall’ONU in previsione di una massiccia immigrazione dall’Europa da parte degli Ebrei sfuggiti ai campi di sterminio nazisti. Da parte palestinese il rifiuto alla divisione del territorio fu netto, cosa facilmente prevedibile visto l’ostracismo che la commissione dovette affrontare durante la sua permanenza. Del resto i palestinesi avevano già rifiutato in passato proposte molto più vantaggiose presentate dagli inglesi negli anni ’30.

La votazione che sancì l’approvazione del piano della spartizione insieme alla successiva dichiarazione d’indipendenza rappresentano le principali pietre miliari della storia israeliana. Il filmato dove si vede la gente ascoltare in diretta la votazione mentre calcola i voti a favore e contro è parte indelebile della narrativa sionista. A favore della mozione votarono 33 paesi, 13 contro e 10 astenuti. Fece molta impressione che nonostante l’inizio della guerra fredda, sia gli USA che l’URSS votarono a favore, ognuno chiaramente per motivi diametralmente opposti.

La decisione di fondare uno stato ebraico proprio nel 1947 non fece che confermare le profetiche parole di  Teodoro Herzl, il padre del Sionismo, che scrisse nel 1897 “Oggi a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se dicessi questo adesso susciterei una risata generale. Ma forse tra cinque anni, e certamente tra cinquanta, saranno tutti d’accordo.

Il Palmach

 

Siamo agli inizi degli anni ’40 del XXsimo secolo. La Seconda Guerra Mondiale è al culmine e la Gran Bretagna e i suoi alleati si trovano ancora sulla difensiva. Nella Palestina Mandataria gli inglesi cominciano a redigere un piano di evacuazione nel caso che le truppe dell’Africa Korps di Rommel riuscissero a sfondare le difese inglesi in Egitto e contemporaneamente cominciassero a minacciare dal Libano e dalla Siria la Galilea. E’ in questo scenario apocalittico che nasce il Palmach, l’acronimo ebraico di Plugot Mahaz, traducibile in truppe d’assalto.

L’idea era quella di formare delle unità relativamente piccole e addestrarle alla guerriglia. Nel caso di una possibile invasione delle truppe dell’Asse, avrbbero dovuto essere i volontari del Palmach a frenare l’avanzata nemica sabotando le linee di comunicazione, effettuando imboscate e seminando confusione e incertezza. Nel promontorio del Monte Carmelo, a Haifa, si costruiscono una serie di bunker e un pò dappertutto vengono creati dei depositi segreti. Una specie di Gladio anti litteram.

Il Palmach viene fondato ufficialmente nel maggio 1941 e compierà una serie di operazioni in Siria e Libano, allora sotto il controllo del regime collaborazionista della Francia di Vichy. Nel corso di una di queste azioni, Moshè Dayan, allora un giovane ufficiale della neonata unità verrà colpito ad un occhio da un cecchino francese e trasformerà quella ferita, coprendo l’occhio leso con una benda nera, nel suo segno distintivo.

Nel 1942 gli inglesi sconfiggeranno le truppe di Rommel ad El Alamein e il corso della guerra comincerà a cambiare in favore delle truppe alleate.  Scampato il pericolo gli inglesi sciolgono ufficialmenteil Palmach, ma gli israeliani non vogliono assolutamente rinunciare a quello che è ormai diventato un corpo di elite e lo trasformano in un’unità semi clandestina. I componenti del Palmach sono gli unici soldati a sostenere degli addestramenti regolari, per sopperire alla cronica mancanza di fondi viene adottata una soluzione che può darci un’idea del modo di ragionare fuori dagli schemi che farà sempre parte delle caratteristiche di questo corpo così particolare.

Saranno i Kibbutzim, sparsi a decine lungo tutto il territorio, ad ospitare i combattenti secondo il seguente ruolino di marcia: 14 giorni di lavoro, 8 di addestramento ed  8 di riposo. E’ in questa stravagante win win situation che nasce e si sviluppa il mito del Palmach. Ragazzi e ragazze alle prese con attività di guerriglia e di difesa, ma anche intenti ad accudire alla stalla, lavorare in cucina o nei campi, ma sempre sprizzanti energia vitale e un’inestinguibile voglia di vivere. La mancanza di disciplina e di formalità, che caratterizzerano per sempre il corpo, deriveranno proprio da queste norme di comportamento.

Il periodo di ferma nel Palmach è di due anni, alla fine dei quali si passa nella riserva, ciò significa che ci si continua ad allenare, seppure più sporadicamente, rimanendo inquadrati militarmente. Dayan e Rabin sono i nomi più conosciuti di decine se non centinaia di personaggi che continueranno a servire l’esercito, diventando alti ufficiali, anche dopo lo scioglimento del corpo. Ma il Palmach non è soltanto esercito, una volta terminata la guerra d’Indipendenza nel 1949 molti diventano scrittori, musicisti, cantanti, storici, intellettuali e influenzeranno per sempre la società israeliana. All’apice della sua storia il Palmach arriverà a comprendere 6.000 unità fra regolari e riserve, di queste 1.168 moriranno durante i combattimenti del 48-49. Una percentuale enorme.

La simbiosi esistente fra il Palmach ed i Kibbutzim influenzò queste unità in maniera determinante dal punto di vista politico. Ben gurion da un lato ammirava la loro spensieratezza giovanile, dall’altro era molto sospettoso nei riguardi di queste brigate leggermente anarchiche e poco rispettose della disciplina e della gerarchia militare. Già nel corso della guerra d’Indipendenza le truppe “irregolari” del Palmach verrano inserite nel neonato esercito israeliano perdendo così in poco tempo la loro peculiarità.

Il Palmach in Israele sta attraversando un periodo di inaspettata popolarità. Una nuova serie televisiva dedicata al pubblico giovanile, ha riportato in auge i personaggi e il periodo diventando molto popolare. Anche la reclusione forzata dentro casa, dettata dal Covid 19, ha senz’altro contribuito al suo successo. Forse una serie simile dedicata ai partigiani in Italia, servirebbe non poco a comprendere ed assimilare concetti ed ideali che diamo per scontati scordandoci di quanto sia stata lunga e dolorosa la strada che ci ha portato al traguardo.

E la terra si placherà

 

Domani sera, 27/4/20 comincerà in Israele Yom haZikaron, la giornata del ricordo. E’ la giornata in cui si ricordano tutti i caduti, civili e militari, che hanno contribuito alla nascita e all’esistenza dello Stato d’Israele. A tutt’oggi il numero dei caduti è di 23.816 persone. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la data d’inizio di questo triste calcolo non è direttamente collegata alla dichiarazione d’Indipendenza del 14/5/1948 ma è molto più anteriore. Per definizione la prima vittima legata ad atti di terrorismo contro gli ebrei dell’allora Impero Ottomano è considerata Aron Hersheld, assassinato il 1 gennaio 1873.

Quest’anno, come in tantissime altre cose, il Covid 19 ha scombussolato letteralmente le numerose tradizioni legate a questa giornata così particolare. La principale è che, per la prima volta in assoluto, ci sarà la chiusura totale dei cimiteri di guerra, dove proprio in questa occasione c’è sempre un’enorme affluenza di familiari, commilitoni e amici dei caduti. Ci sarà soltanto un picchetto d’onore composto da pochi soldati. La chiusura è dettata dalla volontà di limitare un possibile contagio, anche se è chiaro a tutti che il divieto non verrà applicato alla lettera e chi sentirà la necessità di presenziare personalmente sulla tomba di un suo caro non verrà colpito da nessuna sanzione.

Ho già scritto diverse volte a riguardo dei numerosi significati che Yon haZikaron e Yom haAzmaut rappresentano per la società israeliana, ma le sfaccettature sono così numerose che è sempre possibile aggiungere qualcosa di nuova senza doversi mai ripetere. Questa volta ho scelto di pubblicare una famosa poesia di Nathan Alterman, “Il vassoio d’argento”, un testo che viene immancabilmente letto durante le cerimonie in ricordo dei caduti durante le guerre, gli addestramenti, attentati terroristici ed operazioni segrete.  Il vassoio d’argento fu pubblicata per la prima volta nel dicembre del 1947 e diventò immediatamente il simbolo dell’appena iniziata Guerra d’indipendenza, la più sanguinosa fra tutte quelle combattute. Basti pensare che su una popolazione di 600 mila abitanti vi furono oltre 6 mila caduti, l’uno per cento della popolazione. Fatte le dovute proporzioni un conflitto del genere sarebbe costato oggi all’Italia oltre 600 mila morti.

 

Il vassoio d’argento

 

E la terra si placherà

L’occhio arrossato del cielo

Scorrerà lentamente su confini fumanti

Ed una nazione starà, ferita ma viva

Ad accogliere il miracolo, unico e solo.

Si preparerà alla cerimonia al sorgere dell’alba

Vestita di festa e di dolore

Allora si faranno innanzi un giovane ed una fanciulla

E lentamente cammineranno verso la nazione.

Vestiti di sabbia, giberna e scarponi

Saliranno dal sentiero camminando in silenzio

Non hanno cambiato gli abiti ne hanno cancellato/i segni della dura giornata e della notte di fuoco.

Stanchi, infinitamente stanchi, stillanti rugiada di giovinezza ebraica

Immobili serviranno il loro sangue/senza dar segno di essere morti o vivi.

Allora chiederà la Nazione silenziosa e stupita/”Chi siete”?

E loro in silenzio risponderanno

”Noi siamo il vassoio d’argento sul quale ti è dato servito lo Stato ebraico”.

Così diranno e cadranno ai loro piedi, avvolti nell’ombra

Ed il resto verrà narrato nella storia d’Israele.

 

Sia il loro ricordo benedetto.

 

Ebraico. La rinascita di una lingua morta.

Si sono appena concluse le celebrazioni della Giornata dell’ebraico, svoltasi quest’anno il 5 gennaio, un ottimo motivo per analizzare e ricordare il tentativo, praticamente folle, di far rinascere una lingua che si era estinta duemila anni prima. Un esperimento riuscito contro ogni previsione e probabilmente irripetibile.

Da oltre duemila anni l’ebraico era relegato quasi esclusivamente a scopi liturgici, diventando così una lingua sacra, lasciando il ruolo di lingua parlata prima all’aramaico, poi all’Yiddish e al Ladino. Volendo si potrebbe fare un paragone un pò grossolano con il latino e i vari dialetti parlati in tutta la penisola fino all’Unità d’Italia e al passaggio graduale all’italiano.

Il catalizzatore della rinascita dell’ebraico fu senz’altro Eliezer Ben Yehuda (1858-1892), convinto assertore del fatto che fosse indispensabile una lingua comune a tutto il popolo ebraico per formare un’identità culturale e nazionale atta a poter trasformare un popolo disperso ai quattro angoli del pianeta e per sua natura poliglotta in un’entità molto più omogenea.

Il progetto di Ben Yehuda, oltre a essere considerato dai più utopico e irrealizzabile, fu anche molto osteggiato dal mondo religioso, assolutamente contrario allo svilimento della sacralità dell’ebraico. Ma si sa, i veri sognatori hanno un fuoco interiore capace di alimentare i progetti più impensabili e realizzarli. E fu così che Ben Yehuda, armato di studio, pazienza, determinazione, coraggio e moltissima fede intraprese una sfida titanica.

Non che prima di lui non ci fossero stati altri tentativi, nel 1853 fu pubblicato il primo romanzo in ebraico moderno, “Ahavat zion” a firma di Abraham Mapu. E nel corso dei secoli precedenti molti commenti biblici vennero scritti in ebraico. Ma ci voleva veramente una volontà fuori dal comune per inventare decine di migliaia di vocaboli praticamente dal nulla, pensate a quante cose erano state inventate nel corso di duemila anni: la bicicletta. l’elettricità, il frigorifero, l’algebra, il violino, il gelato ecc. All’inizio di questa impensabile sfida, tanto per fare un esempio, il politecnico di Haifa considerava impossibile la possibilità di insegnare materie come ingegneria, fisica, architettura in ebraico, ritenendo molto più logico usare il tedesco.

Dalla fine degli anni ’70 del XIX secolo fino ad oggi sono stati coniati o riadattati qualcosa come 75mila vocaboli, la metà di quegli esistenti in italiano, ed ogni anno ne vengono coniati di nuovi per rimanere al passo coi tempi. Da questo punto di vista l’ebraico riesce a reggere il passo col progresso molto meglio che l’italiano. Parole, per la maggior parte inglesi, che fanno parte del linguaggio comune italiano (computer, file, tax revue, briefing) in Israele sono state sostituite con successo da neologismi ebraici.

Una piccola curiosità, Theodor Herzl, fondatore del sionismo e fautore della creazione di uno stato ebraico, e Ben Yehuda si incontrarono e parlarono dei loro rispettivi sogni. Ognuno dei due, nonostante cercasse di mostrarsi empatico nei confronti del suo interlocutore, giudicava l’altro alla stregua di un pazzo sognatore. Ma a quanto pare erano fatti della stessa stoffa, visto che entrambi riuscirono a trasformare la loro personale utopia in realtà.

E’ difficile imparare l’ebraico? Direi proprio di sì visto che si tratta di una lingua semitica con pochissimi punti in comune con le lingue indoeuropee o neo latine. I vocaboli sono differenti, la struttura verbale, la sintassi e la grammatica pure. In più, in un mondo dove una semplice connessione internet ti dà la possibilità di leggere il tuo giornale preferito in qualsiasi parte del globo, per non parlare dei programmi televisivi, lo sforzo richiesto è enorme, e se non hai abbastanza stimoli per comunicare in ebraico con altre persone la tua capacità di recepire e sfruttare nuovi vocaboli si riduce enormemente. D’altra parte,  se ci sono riuscito io vuole dire che anche voi avete più che una speranza.

Per terminare eccovi un brano della canzone “sogno in spagnolo” che riassume in maniera esemplare le traversie di chi trasforma l’ebraico nella lingua da parlare quotifdianamente. Non si tratta di una traduzione letteraria ma il senso è rispecchiato fedelmente.

“In ebraico ci sono parole in abbondanza,

e si può dire quasi tutto

panza, danza, lonza e stanza

ma non esiste una parola per tatto

Penso e scrivo in ebraico senza difficoltà

E mi piace amarti esclusivamente in ebraico

Che lingua meravigliosa, non ne avrò un’altra

Ma ancora la notte, continuo a sognare in spagnolo”

Quando i sogni incontrano la realtà

 

La storia del movimento kibbustistico è poco conosciuta al grande pubblico, non solo fuori dei confini israeliani, ma anche all’interno del paese stesso. Nel mio piccolo ho cercato di scrivere almeno a grandi linee la nascita e lo sviluppo di questo continuo laboratorio umano e sociologico. Questo tentativo così ambizioso di cambiare il carattere umano, di creare una società nuova, giusta ed egualitaria ha dovuto scontrarsi con lo scoglio della realtà quando ancora la realizzazione del sogno si effettuava navigando a vista. Le enormi difficoltà, più umane che materiali hanno fornito e ancora forniranno un infinito materiale di studio per chi voglia approfondire qualcosa di unico a livello mondiale. Come qualsiasi altra società, anche una società così particolare ha bisogno di miti che possano tramandare nel tempo i valori specifici sulla quale ha basato le sue fondamenta. Fra i diversi miti che accompagnano la storia di questo movimento questa volta parleremo della storia di Beitania Eilit, forse l’esempio più significativo delle inevitabili contraddizioni che hanno accompagnato da sempre lo scontro di un sogno con la realtà circostante. Continua a leggere

Se lo vorrete non sarà un sogno

 

“Oggi a Basilea ho fondato lo stato ebraico” è una delle frasi più conosciute dall’israeliano medio, insieme a quella del titolo. Sono le frasi con le quali Teodoro Herzl, il fondatore del movimento sionistico, è riuscito a trascinare col suo carisma centinaia di migliaia di persone trasformando una diaspora di ebrei sparsa nel mondo in un popolo conscio delle sue potenzialità. Questa settimana sono trascorsi 120 anni da quando l’allora 37enne giornalista e commediografo ungherese scrisse la sua profetica frase. Continua a leggere

Il codice Peres

peres

 

“In quel tempo c’erano sulla terra i giganti (Nefilim), e ci furono anche di poi…Essi sono gli uomini potenti che, fin dai tempi antichi, sono stati famosi”. (Genesi 6:4). Questo mito dei Nefilim è stato usato da sempre in Israele per paragonare i padri fondatori a queste mitologiche figure. Con la scomparsa di Peres si può affermare senza ombra di smentita che l’ultimo dei Nefilim della fondazione dello stato d’Israele ci ha lasciato. Continua a leggere

La gloria d’Israele

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“Minga dumà in piasa del Domm gh’è i delinquent e i donn, nel noster piccol a Lambrà ghe ne che moer mazzàa” recita la traduzione in milanese di una bella canzone di Brassens. Per tradurla ve la caverete da soli, il senso in poche parole è il seguente: anche da noi nel nostro piccolo paesino succedono le stesse cose che accadono nelle grandi metropoli. E’ il caso del Nili, la prima rete spionistica ebraica che nel 1917 durante la Prima guerra mondiale agì a favore della Gran Bretagna. Fondata nello sperduto paesino di Zikron Yaakov, questa organizzazione dilettantistica e un pò pasticciona fornì un contributo non indifferente nella vittoriosa campagna di guerra che portò il generale Allenby alla conquista di Gerusalemme e dintorni. Continua a leggere

L’isola che c’è

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Col concludersi di questo 2015 si sono sprecati gli articoli riassuntivi alla ricerca dell’uomo dell’anno, la foto dell’anno e via discorrendo. Non voglio entrare anch’io in queste innumerevoli e molte volte inutili classifiche per non correre il rischio di diventare banale o stravagante pur di scrivere qualcosa di strampalato ma originale. Preferisco pubblicare questo breve filmato del movimento kibbutzistico che riassume in poche ma significative cifre la forza e la qualità di questo straordinario esperimento umano che continua ininterrotto dal 1909 a cercare una via alternativa. Il filmato è molto roseo e forse un pò ingenuo ma rispecchia abbastanza fedelmente lo spaccato di questa realtà così strana e per molti versi incomprensibile, un’isola solitaria che secondo tutti i calcoli non dovrebbe esistere e invece c’è. Continua a leggere