Nel 2011 Israele era ad un passo dall’attaccare il nucleare iraniano

Nel 2011 il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dette ordine alle forze armate ed al Mossad di prepararsi ad attaccare gli installamenti nucleari iraniani con un preavviso di 15 giorni. E’ quanto emerge da una lunga ed appassionante intervista concessa da Tamir Pardo giovedì 1/6/2018 e trasmessa sul canale privato israeliano Channel 2 nel corso dell’ultima puntata di “Uvdà”, il fatto, uno dei programmi di inchieste televisive più seguiti e giunto quest’anno alla 24sima stagione.

Tamir Pardo, 65 anni, ha servito le forze di sicurezza israeliane dall’età di 18 anni, a 20 anni era uno dei protagonisti della liberazione del volo Air France dirottato a Entebbe, dove fra l’altro era sotto il comando di Yoni Netanyahu, fratello maggiore dell’attuale Primo Ministro israeliano. Dal Gennaio 2011 al Gennaio 2016 è stato il direttore del Mossad, i servizi segreti israeliani, ed i particolari svelati durante l’intervista, della durata di 90 minuti, sono di enorme importanza per sbirciare, seppure di poco, oltre la cortina di segretezza e l’alone di leggenda che da sempre circondano l’organizzazione. Ma ancora più importante è capire il modo con il quale vengono prese le decisioni più critiche ed i rapporti di forza che si creano fra i presonaggi più influenti della piramide politica e militare israeliana.

La decisione di attaccare le installazioni iraniane venne presa da Bibi di comune accordo con l’allora Ministro della Difesa Ehud Barak, Pardo ancora oggi non può affermare con sicurezza se ci fosse veramente una seria intenzione di agire o era solo un segnale verso le varie potenze che erano impegnate nell’arrivare ad un accordo sul nucleare iraniano. Una specie di “tenetemi che spacco tutto”. In ogni caso l’ex capo del Mossad si consigliò con altri colleghi che lo precederono, e andando ancora oltre fino a consultare il consulente legale del governo per accertarsi se un ordine del genere fosse consono alla legislazione vigente. Probabilmente lo choc della guerra del Kippur dove Israele venne attaccata di sorpresa da Egitto e Siria era ancora uno spettro che si aggirava nei corridoi dei vari gruppi adibiti alla sicurezza del paese. Passerà poco tempo fino a quando Nethanyahu verrà a sapere dell’iniziativa di Pardo, cosa che incrinerà per sempre i rapporti fra i due.

In ogni caso la ferma resistenza del capo del Mossad e del Capo di Stato Maggiore frenano definitivamente la decisione governativa. Poco tempo dopo, con la motivazione di impedire le possibili soffiate delle varie discussioni segrete che si tengono all’interno del Gabinetto, il Primo Ministro israeliano dà ordine a Yoram Cohen, allora capo dei servizi di sicurezza interna del paese, di mettere sotto controllo sia le telefonate di Pardo sia quelle di Benny Ganz, l’allora Capo di Stato Maggiore. Cohen si rifiuta fermamente di compiere un atto del genere affermando che non è compito suo, un episodio questo che dimostra chiaramente quali siano i limiti decisionali dei politici israeliani.

A parte queste clamorose rivelazioni, la puntata di Uvdà ha passato in rassegna alcune delle operazioni nelle quali Pardo ha preso parte, sia come agente che non come direttore. A suo avviso le azioni compiute dai servizi segreti israeliani per sabotare il programma nucleare israeliano non sono che una goccia nel mare delle migliaia di operazioni svolte dall’Istituto, è questa l’esatta traduzione del Mossad, e Pardo sa di cosa sta parlando. Fra le altre cose è stato in paesi come la Siria e l’Iran, non come turista ci tiene a precisare, ha organizzato una serie di eliminazioni mirate di diversi scienziati iraniani legati al progetto nucleare iraniano ed ha trafugato in due minuti il dischetto dove si trovavano in dettaglio i progetti della centrale nucleare quando era ancora al suo stato embrionale. Nonostante tutto Pardo capisce che fermare il programma iraniano sia praticamente impossibile. L’Iran è un paese vasto quanto più della metà dell’Europa occidentale, afferma, e le sue università sfornano ogni anno centinaia di ingegneri in grado di portare avanti il progetto.

Dopo 37 anni di servizio nei vari campi della sicurezza israeliana, l’ex capo dei servizi segreti si occupa adesso di affari e non si fa troppe illusioni: l’aver attaccato in prima persona Bibi gli costerà un caro prezzo sia sul piano personale che su quello professionale. Di una cosa è sicuro: non ha nessuna intenzione di entrare in politica, “è troppo pericoloso” afferma.

La fiocina

 

La continua lotta fra Israele e le varie organizzazioni terroristiche, Hamas e Hezbollah in testa, non conosce limiti, ma oltre agli aspetti più conosciuti e pubblicizzati dai media esistono delle forme di lotta molto sofisticate che si svolgono su un terreno forse meno eclatante ma senz’altro altrettanto efficace: quello economico.

E un piccolo squarcio su questa lotta sotterranea e praticamente sconosciuta ai più ce lo offre il libro dell’avvocatessa Nizzana Darshan Leitner: “Harpoon: inside the covert war against terrorism’s money masters”. Un ampio articolo che riassume a grandi linee il libro e commentato dall’autrice stessa è apparso nell’ultimo inserto settimanale del quotidiano Yedioth haHahronot a firma del giornalista Nevo Ziv. Ma procediamo con ordine. Continua a leggere

Nozze di sangue

 

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Il filmato trasmesso mercoledì scorsco dalla rete televisiva israeliana Channel 10 rappresenta una pietra miliare nella storia del sionismo. I termini del prossimo scontro all’interno della società israeliana non sono più i vecchi e classici schemi fra ultra ortodossi e laici, ricchi e poveri, sefarditi e aschenaziti e neanche fra arabi israeliani ed ebrei, la grande sfida da combattere non è affatto nuova ma solo adesso si è rivelata in modo così scioccante agli occhi dell’opinione pubblica ed è la lotta fra la maggioranza sana e razionale della società israeliana contro una minoranza da non prendere assolutamente sottogamba ligia esclusivamente ai dettami più intransigenti e più estremisti che l’ebraismo possa rappresentare. Una minoranza pronta a sacrificare l’esistenza stessa di Israele pur di raggiungere lo scopo di creare un nuovo regno messianico. Continua a leggere

Fedeli che sbagliano

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I tragici episodi della scorsa settimana non sono che la continuazione praticamente ininterrotta di una catena apparentemente innarrestabile iniziata nel giugno dell’anno scorso con il rapimento e l’assassinio di tre giovani ragazzi israeliani, l’omicidio crudele e gratuito di un innocente ragazzo palestinese e l’operazione “Protective Edge”. Ma mentre le modalità dello scontro da parte palestinese sono rimaste per lo più invariate, la controparte ebraica ha alzato enormemente il livello di bellicosità tanto che sia l’esercito che i servizi segreti affermano nel modo più chiaro possibile ciò che era sotto gli occhi di tutti noi già da qualche anno. Il fenomeno del “Tag Mehir”, le azioni di rappresaglia nei confronti della popolazione palestinese, non sono degli atti sporadici e disorganizzati ma al contrario esiste un’azione politica e militante che agisce con lo scopo dichiarato di destabilizzare lo Stato d’Israele. E’ ora di chiamare le cose col loro nome: all’interno del nostro tessuto sociale si è sviluppato il cancro del terrorismo ebraico. Continua a leggere

Operazione Mosè

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Sono da poco passati trent’anni da una delle tante operazioni segrete che Israele ha condotto durante tutto il periodo della sua esistenza. Ma a differenza di molte altre, e nonostante anche qui il Mossad e l’esercito israeliano furono fra i principali protagonisti della vicenda, l’operazione Mosè fu una delle più commoventi e delle meno cruente in assoluto. Il suo valore umano, simbolico e morale rappresentano ancora oggi uno dei risultati più emozionanti della storia di questo paese che riesce a dare il meglio di sè soprattutto nei momenti di emergenza.  E la necessità di organizzare ed effettuare nel più breve tempo possibile l’esodo della comunità degli ebrei etiopi in quei fatidici 47 giorni a cavallo fra il 21 novembre 1984 ed il 5 gennaio 1985 fu senz’altro una delle più significative. Continua a leggere

Gerusalemme, Gerusalemme

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Gli efferati omicidi di questa settimana nel quartiere religioso di Har Nof a Gerusalemme non sono che l’ennesimo anello di una catena di assassinii, attentati e  disordini che hanno trasformato la parte est della capitale in un campo di battaglia definito per il momento “l’intifada silenziosa” ma prossima a stravolgere in maniera determinante l’equilibrio di convivenza pacifica creatasi nel corso di tutta la recente storia dello stato d’Israele. Continua a leggere

Dahish: più nero non si può

דעאש

“In futuro tutti saranno famosi per quindici minuti”,  frase attribuita a Andy Warhol, è sempre più che mai attuale visto i continui programmi di reality coi quali siamo bombardati quotidianamente appena accendiamo il televisore. Ma Ahmad Surbagi, 23 anni, proveniente dalla città di Um el Fahem, il suo quarto d’ora di celebrità se lo è letteralmente guadagnato sul campo visto che è il primo arabo israeliano arruolatosi nelle file del Dahish (Isil per gli occidentali) riuscito a tornare in Israele dopo un periodo di addestramento e combattimenti della durata di tre mesi. Continua a leggere