Se son rose fioriranno.

Bennet

Dopo 12 anni ininterrotti al potere e più di 15 in totale Benjamyn Netanyahu ha cessato di governare Israele. Comincia una nuova era o è soltanto un breve incidente di percorso? E’ difficile dirlo, basti pensare che ancora spoche ore prima del voto molti dei più navigati commentatori politici israeliani erano in dubbio sulle reali possibilità da parte del duo Lapid-Bennet di formare un governo. Per inciso, sono li stessi opinionisti che fino a poco meno di un mese fa davano al 10% le probabilità che un simile governo potesse avere una chance. In ogni caso la risicata maggioranza e le grida e l’astio della nuova opposizione fanno prevedere che il nuovo governo non avrà per niente vita facile, almeno agli inizi.

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Accordo Emirati-Israele. Luci ed ombre.

Il clamoroso e sorprendente annuncio di giovedì scorso riguardo il processo di normalizzazione fra Israele ed Emirati Arabi Uniti ha lasciato completamente spiazzati tutti i commentatori politici israeliani, dimostrando una volta di più le innate e indiscusse doti politice e diplomatiche di Netanyahu. Gli spunti di riflessioni e di commento che un passo del genere implicano sono così numerosi che per il momento mi limiterò ad accennarli a sommi capi riservandomi la facoltà di approfondire parte delle tematiche in seguito. Continua a leggere

Nel 2011 Israele era ad un passo dall’attaccare il nucleare iraniano

Nel 2011 il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dette ordine alle forze armate ed al Mossad di prepararsi ad attaccare gli installamenti nucleari iraniani con un preavviso di 15 giorni. E’ quanto emerge da una lunga ed appassionante intervista concessa da Tamir Pardo giovedì 1/6/2018 e trasmessa sul canale privato israeliano Channel 2 nel corso dell’ultima puntata di “Uvdà”, il fatto, uno dei programmi di inchieste televisive più seguiti e giunto quest’anno alla 24sima stagione. Continua a leggere

Un nuovo Ramadan

Per la prima volta, da quando Gerusalemme est è passata sotto il controllo israeliano, una lista palestinese si presenterà alle elezioni municipali della città. Il promotore dell’iniziativa è Ramadan Dabash, direttore del centro comunitario del villaggio di Zur Baher, un quartiere della zona est della capitale israeliana. Dabash ha un passato di attivista del likud, il partito di Netanyhau, ma a suo dire le ragioni del suo trascorso impegno politico furono pratiche e non ideologiche. Continua a leggere

La politica dei cieli aperti

 

Si fa sempre più complicata e pericolosa la partita che si sta giocando fra Israele da un lato e Iran, Siria e Hezbollah dall’altro. I russi, arbitri dell’incontro, o meglio dello scontro, per il momento non si pronunciano in modo decisivo su quale parte prediligono, anche se per il momento la strategia di Putin sembra propensa a garantire la stabilità della compagine di Assad.

La tensione nella zona è cresciuta in seguito ad un ennesimo tentativo della contraerea siriana di abbattere un velivolo israeliano in ricognizione sui cieli libanesi. La risposta israeliana è stata immediata e inequivoca: la distruzione della batteria dalla quale erano stati sparati i missili. Ma mentre una volta bombardare obiettivi siriani non rappresentava un vero pericolo militare e politico, la realtà da qualche tempo in poi è radicalmente cambiata, visto che in quasi tutte le divisioni siriane operano delle unità russe.

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Unesco, è tempo di cambiare?

 

“E’ una decisione coraggiosa ed etica, visto che l’Unesco è diventato un teatrino dell’assurdo che invece di salvaguardare la cultura distorce la storia”. Con queste parole il primo ministro israeliano Benyamin ha commentato la decisione statunitense di abbandonare l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata con lo scopo di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura la comunicazione e l’informazione. Continua a leggere

L’anno che verrà

Il nuovo anno ebraico è alle porte e fra pochissimo si festeggeranno 5778 anni dalla creazione del mondo, o almeno così vuole la tradizione ebraica. E come ognuno di noi quando si trova all’inizio di un nuovo ciclo della propria vita lo comincia pieno di buoni propositi e progetti per il futuro, così anche Benyamin Nethanyau deve progettare il suo, ma per il premier israeliano l’anno che verrà si preannuncia carico di insidie e decisioni personali in grado di poter  stroncare o per lo meno mettere in seria discussione il prosieguo della sua carriera politica.

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Gerusalemme vs Teheran

 

I nuovi equilibri politici e militari che si stanno delineando ai suoi confini settentrionali stanno ponendo Israele a rivedere e aggiornare il suo approccio verso i nuovi padroni della regione. E’ sotto questa ottica che va analizzato il bombardamento aereo avvenuto giovedì scorso del centro siriano di ricerca di Mysaf, in pratica uno stabilimento di armi chimiche e di missili di precisione.

Nonostante il governo di Gerusalemme, come di consuetudine, non confermi ne smentisca la sua responsabilità, l’attacco aereo è un messaggio molto chiaro, sia per l’asse sciita composta da Iran e Hezbollah affiancati dal regime di Assad, sia per la maggiore  forza militare e politica della regione, la Russia di Vladimir Putin. Donal Trump per il momento osserva la partita da lontano, a dimostrazione di aver rinunciato quasi completamente ad avere un ruolo decisivo in quella che sta diventando orma definitivamente una zona d’influenza esclusivamente russa.

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Il ribaltone

 

E’ il 17 maggio del 1977, in Israele si svolgono le elezioni politiche per la nona legislatura del paese. Sono passati meno di quattro anni dalla catastrofica guerra del Kippur che rimmarrà per sempre uno dei più grandi traumi di Israele. Alle 22.00 in punto, nello stesso momento in cui si chiudono le urne, il canale unico di allora della tv israeliana annuncia gli exit poll. La frase con cui il popolare annunciatore Haim Yavin apre il notiziario  è laconica e lapidaria: “signori, ribaltone” il Likud, il partito di Menahem Beghin leader delle destre, è salito per la prima volta nella storia del giovane stato ebraico al potere, niente sarà più come prima. Si chiude, nel bene e nel male, la prima grande epoca politica della storia israeliana. Continua a leggere

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi

 

incontro

Per l’ennesima volta il primo ministro israeliano Nathanyau si è incontrato con il nuovo presidente americano di turno, dopo Clinton e Obama è la volta di Trump. I presidenti americani passano ma Bibi continua inossidabile a mantenere le redini dello stato israeliano. Con i suoi 22 anni consumati fino a oggi come presidente del Consiglio è il più longevo in assoluto fra i capi di stato d’Israele, avendo superato di molto il mitico primo ministro David Ben Gurion.

Il vertice fra i due leaders è stato osservato e analizzato fin nei minimi dettagli dai diversi osservatori politici del paese, cercando di capire attraverso le minime sfumature delle dichiarazioni prima, durante e dopo la conferenza stampa, in che direzione stia spirando il vento del nuovo corso. Analisi del genere risultano sempre molto ostiche e aleatorie, a maggior ragione se uno dei lati dell’equazione da risolvere è un’incognita ancora irrisolta, una scheggia impazzita di nome Donald Trump. Cerchiamo comunque, con i pochi dati in nostro possesso e quel poco di buon senso che ancora pare esistere nell’area medio orientale, di descrivere un possibile scenario almeno per il brevissimo termine. Continua a leggere