Un treno carico di ovetti Kinder

Se Oskar Schindler è stato l’indimenticabile protagonista di uno splendido film e innumerevoli strade sono a lui dedicate, che cosa bisognerebbe fare ad un altro personaggio capace di salvare non le 1.200 persone della celeberrima Schindler List, ma ben oltre 12.000 bambini destinati allo sterminio nazista? Ma questi sono gli autentici scherzi del destino, la differenza fra la celebrità e l’oblio è legata ad un film, un libro, un’apparizione in tv, e non necessariamente al lavoro svolto.

Wilfrid Israel, il personaggio di oggi, è per tutti un perfetto sconosciuto, ma è senza dubbio uno dei protagonisti indiscussi di una straordinaria operazione di salvataggio che verrà ricordata come il “Kindertransport”, un’iniziativa che si svolse tra il dicembre 1938 e il maggio 1940:  il Regno Unito accolse quasi 10.000 minori non accompagnati, prevalentemente ebrei, provenienti dalla Germania nazista e dai territori occupati di Austria, Cecoslovacchia e Danzica, sistemandoli presso famiglie affidatarie, ostelli e fattorie.

Wilfrid è un ebreo tedesco proveniente da una ricca famiglia. Oltre a possedere innumerevoli immobili e varie attività commerciali, è il proprietario del maggior emporio di Berlino, un grande magazzino così fornito che era abitualmente frequentato dai più noti gerarchi nazisti, che ben si guardavano dal saldare i loro conti perennemente aperti.

Siamo negli anni ’30, il nazismo comincia a far paura ma la maggior parte dei tedeschi, e anche del mondo, non è in grado nemmeno di percepire la tragedia che da lì a pochi anni coinvolgerà tutta la loro esistenza. Quando la pressione verso gli ebrei comincia a diventare sempre più insostenibile Wilfrid si vede costretto a liquidare le sue proprietà e si trasferisce in Inghilterra, essendo in possesso della cittadinanza britannica. Ma prima di abbandonare il paese riesce a procurarsi documenti e permessi di espatrio per aiutare i dipendenti ebrei delle sue attività.

In questo modo Wilfrid si rende conto di quanto diventino vantaggiosi e utili i rapporti che ha costruito nel tempo con la burocrazia tedesca. La notte dei cristalli è il catalizzatore che apre gli occhi all’opinione pubblica mondiale che per la prima volta si rende conto della ferocia del disegno nazista. In un primo momento l’ebraismo mondiale chiede alla Gran Bretagna di permettere l’espatrio verso la Palestina (allora sotto il controllo britannico) di 10.000 bambini, ma gli inglesi temono le reazioni arabe e preferiscono aprire le loro frontiere ad un’operazione che per la sua complessità non ha probabilmente eguali nella storia moderna.

Il kindertransport fu di fatto un’enorme “ponte ferroviario” che permise il trasferimento di oltre 12.000 bambini, ebrei e non ariani, da territori e paesi già sotto la dominazione nazista verso famiglie affidatarie inglesi che si volontarizzarono per l’accoglienza e il loro inserimento. L’intera operazione durò due anni, se da un lato salvò questa cifra eccezionale, dall’altro significò il distacco doloroso e per la maggior parte definitivo fra i bambini e le loro famiglie biologiche.

Non ci sono prove certe che Wilfrid Israel fosse l’ideatore dell’iniziativa, ma sicuramente ne fu uno dei promotori principali.  Perennemente alla ricerca di nuove vie utili alla salvezza dell’ebraismo europeo, Wilfrid morirà nel 1943 durante un volo che da Lisbona lo avrebbe dovuto riportare in Inghilterrà. Ad abbatterlo fu uno stormo di aerei della Luftwaffe che probabilmente pensavano che a bordo ci fosse Churchill.

Nel corso della sua giovinezza Wilfrid Israel aveva fatto parte di un movimento giovanile sionista, il Werkleute (traducibile con i lavoratori), troppo impegnato a seguire gli affari di famiglia prima e la salvezza del suo popolo poi, non li seguirà nella costruzione del kibbutz Hazorea. Una storia a parte dalle quale è stato prodotto un documentario enormemente interessante.

Fu amico intimo di Einstein e Ghandi.

Uno dei partecipanti al Kindertransport, Tommi Spenser, arrivato in Inghilterra dalla Cecoslovacchia all’età di 12 anni, si laureerà in medicina e negli anni ’60 si trasferirà in Israele dove trascorrerà la maggior parte della sua vita professionale nel mio kibbutz situato nell’Alta Galilea. Lo ricorderò sempre come una persona squisita, colto, arguto e appassionato musicista.

“Chi salva una vita e come se salvasse il mondo intero” recita il Talmud, una frase estremamente significativa per concludere questo incredibile racconto.

Jones, Mendyl Jones

 

Come ho già scritto innumerevoli volte la realtà, almeno qui in Israele, supera tranquillamente la fantasia più sfrenata, distaccandola sempre più inesorabilmente. Il personaggio odierno può apparire banale o fuori dal comune, dipende da come lo si descrive, ma saranno i piccoli particolari, come vedremo in seguito, quelli che ne faranno la differenza. Vendyl Jones nasce nel Sudan, una provincia del Texas (vedete cosa succede a non studiare la geografia?) nel 1930, studia teologia e a metà degli anni ’50 diventa un sacerdote Battista, prima in Virginia e poi nella Carolina del Nord. Fin qui una descrizione piuttosto deludente di un uomo tutto sommato normale, uno come tutti noi insomma. Ma cominciamo ad aggiungere quei piccoli particolari che come vi avevo anticipato ribalteranno completamente la situazione.

Vendyl oltre a teologia allarga i suoi orizzonti e si interessa anche di archeologia. Dopo una decina d’anni di sacerdozio si accorge di non sapere praticamente nulla di ebraismo e dopo averne ricevuto i primi rudimenti in America, decide di approfondire l’argomento studiandolo all’Università Ebraica di Gerusalemme, è il 1967 quando decide di trasferirsi in Israele con tutta la sua famiglia. Subito dopo la guerra dei 6 giorni comincia a collaborare a degli scavi archeologici nel deserto della Giudea, e più precisamente nelle grotte di Qumran, dove già dall’inizio degli anni ’50 erano stati rinvenuti i rotoli del Mar Morto.

Durante questo primo periodo degli scavi Mendyl riceve il diminutivo di Endy, che in seguito si trasformerà in Indy. Signori, vi ho appena presentato l’autentico Indiana Jones! Esteriormente non assomigliava molto al suo omonimo cinematografico. Magari visto di spalle: anche lui girava con un cappello da cow boy camicia e calzoncini cachi di foggia militare, bretelle di pelle di serpente. Ma una volta toltosi il cappello spuntavano un enorme paio di orecchie a sventola, un cranio pelato ed una folta barba bianca.

Gli scavi nel sito archeologico di Qumran e l’interesse sempre più profondo per Israele sono i perni attorno al quale girerà tutta la sua esistenza. Fra i quasi 900 manoscritti (papiri e pergamene contenenti tutti i libri dell’Antico Testamento e una serie di scritti riguardanti le regole della setta degli Esseni) trovati a Qumran ci sono anche due rotoli di rame. A differenza del resto del materiale, le lamine in questione parlano di un enorme tesoro, stimato in 100 tonnellate d’oro. Per Mendyl, cioè Endyl, scusate Indy, insomma Indiana Jones, si tratta del tesoro del Santuario di Gerusalemme, trasferito segretamente in questa zona desertica per impedirne la razzia o da parte dei babilonesi di Nabucodonosor (in questo caso parliamo del 586 a.c.) o delle legioni romane di Tito (e allora ci spostiamo al 70 d.c.).

L’altra grande passione di Mendyl, l’ebraismo, lo porterà a fondare l’associazione Noatica, una corrente di pensiere che si basa sulle leggi Noachide (o di Noè), sette regole fondamentali che dovrebbere essere osservate da tutta l’umanità, e più precisamente sono:

Non commettere idolatria

Non uccidere

Non rubare e/o rapire

Non compiere relazioni sessuali non ammesse dalla Torah (incesto,stupro)

Non bestemmiare

Divieto di mangiare parti del corpo di animali ancora vivi

Istituire tribunali giusti

 

 

Dal momento del suo trasferimento in Israele, Indy dedicherà la maggior parte della sua esistenza alla ricerca dell’Arca Santa e dei tesori descritti nei rotoli di rame, senza molto successo. Morirà nel 2010, all’età di 80 anni. Il luogo della sua sepoltura è mantenuto segreto anche se si ritiene che si trovi nella zona di Magdala, poco distante dalle rive del lago di Tiberiade.

 

Dotato di un carisma eccezionale, stravagante, a metà fra il genio e il pazzoide, quello che all’inizio di questo post sembrava il più banale degli uomini si è rivelato un personaggio degno di un film. Peccato che Spielberg ci sia arrivato prima di me.

Ma visto che di personaggi strambi e di storie impossibili Israele ne è pieno, alla fine lo precederò.

IL PRIGIONIERO ITALIANO

La storia odierna è proprio di quelle che mi piacciono particolarmente: racconti nascosti e intriganti, fatti di gente semplice,persone  anonime forse, ma piene di umanità e passioni. E sono storie così impensabili che bisogna proprio andare a cercarsele col lanternino. E’ un vero e proprio lavoro di scavo all’interno degli anfratti più reconditi dell’animo umano, e più le storie riportate alla luce sembrano pazzesche, più è grande la ricompensa.

Il personaggio di questo breve articolo si chiama Antonio (Ariè) Cairo, originario di Copertino, un paese in provincia di Lecce. Negli anni ’40 Antonio, si arruola nel regio esercito e combatte sul fronte africano. Nelle battaglie che imperversano nella zona di Tobruk viene fatto prigioniero dagli inglesi e dopo numerose peripezie viene destinato in un campo di reclusione situato a Ein Shemer, oggi Israele, allora parte della Palestina mandataria e quindi sotto il controllo britannico.

Antonio, diventato in breve tempo il cuoco del campo, ha una relativa libertà di azione e decide di approfittarne per scappare dalla prigionia. Nella sua nuova condizione di evaso comincia a collaborare con una l’Ezel, una formazione paramilitare in lotta contro l’occupante britannico. Antonio è un tipo sveglio e coraggioso, in poco tempo riesce a rubare delle armi da una base inglese e fornire preziose informazioni sui trasporti ferroviari di materiale bellico. La sua base logistica è un’edificio abbandonato all’interno del moshav Gan Shomron, a metà strada fra Haifa e Tel Aviv. Dopo la dichiarazione dello Stato d’Israele, Antonio può finalmente uscire dal suo stato di clandestinità e si mette a lavorare come bracciante agricolo nel moshav e nel suo circondario.

Proveniente da una famiglia di agricoltori e abituato al lavoro duro, il giovane viene notato come un lavoratore serio e coscienzioso e in breve tempo riesce a costruirsi una cerchia di amici e godere anche di una certa agiatezza economica. Durante la proiezione di un film, “luci del varietà” per la cronaca, l’ex prigioniero di guerra si invaghisce di Hanna, una giovane ragazza ebrea di origini irakene. La corte è spietata e Antonio è un ragazzo serio e rispettato, i genitori di lei accettano la sua richiesta di matrimonio, anche perchè il ragazzo, per dimostrare la sua serietà è disposto a convertirsi all’ebraismo. Poco tempo dopo il matrimonio Antonio, nel frattempo ribatezzato Arie, viene accettato come membro effettivo della cooperativa del Moshav. Da questa unione nasceranno 4 figli.

Ma le doti che lo avevano aiutato a sfondare,  lentamente ma inesorabilmente gli si ritorcono contro. La colpa di Antonio è di essere troppo bravo. Lavora duramente e meglio dei propri vicini, la sua stalla è la più grande, i suoi campi sono i meglio coltivati, e questo basta a creare una situazione di tensione, che in un piccolo villaggio può rompere i fragili equilibri del quieto vivere. Inoltre Gan Shomron è un moshav di ebrei tedeschi e quindi molto omogeneo dal punto di vista della popolazione, fattore che non può certo aiutatare l’integrazione di questo strano personaggio. La storia, fra invidie, litigi, contrasti e via dicendo, va avanti per più di 40 anni, alla fine dei quali Antonio decide di lasciare Israele e tornarsene al paese natio.

E così una bella mattina, senza aver avuto nessuna notizia sul suo destino ecco che i fratelli di Arie si vedono capitare in casa un familiare di cui non avevano avuto più notizie da decenni. Nonostante abbia ormai più di 64 anni Antonio mette su un vivaio che si rivela subito un’attività redditizia. L’ex prigioniero di guerra non lascerà più il suo paese e vi morirà all’età di 84 anni, due dei suoi figli rimarranno in Italia mentre gli altri due insieme alla madre ritorneranno a vivere in Israele.

Ma come scrivevo in apertura, la storia trasuda passione, nel corso del tempo si sono create vere e proprie spaccature all’interno del nucleo familiare, Uzi il secondogenito è in rotta con la madre e praticamente non si parlano più, Nurit la terza figlia si è convertita al cattolicesimo per evitare tensioni familiari col marito italiano. Ma la più tosta di tutte si è rivelata la moglie Hanna, che di punto in bianco, clandestinamente, dopo aver deciso di voler ritornare in Israele, è riuscita a far traslare la salma dal cimitero cattolico di Copertino per farla esumare in quello ebraico di Hadera!!

Deciso a chiudere i conti col passato, Uzi ha prodotto un documentario sulla travagliata ed avventurosa storia del padre, andando a rimestare nel passato intervistando sia Antonio che diverse persone che lo conobbero nel corso della sua esistenza. Dei quattro figli, Uzi è quello che probabilmente ha più ereditato il pollice verde e la caparbietà del padre. Ha impiantato un’azienda agricola specializzata nella coltivazione del Melograno con delle piantagioni che si sviluppano per più di 1200 ettari. Un bel modo per tramandare la memoria del suo genitore.

Come costruire una nazione da zero

Quasi tutti conoscono la figura di Arik Sharon, soldato, generale, ministro della difesa e primo ministro d’Israele. Pochissimi sanno invece che Arik aveva un suo ononimo Arieh Sharon, architetto e responsabile in buona parte del progetto programmatico che influisce ancora oggi il panorama e la collocazione di molte città e cittadine israeliane, soprattutto nel sud.

Nato in Polonia, Arieh arriva in Israele, allora Palestina, nel 1920 e si unisce con un altro gruppo di ragazzi per fare parte del kibbutz Gan Shmuel. Nel kibbutz comincia a lavorare come apicoltore e lì, osservando l’organizzazione così efficiente degli alveari, arriverà a sviluppare i concetti che lo accompagneranno durante tutta la sua carriera di architetto: semplicità, praticità, economia e sviluppo della vita comunitaria. In fin dei conti per un architetto sono concetti facili da trasformare in cose reali, chissà cosa sarebbe successo se invece di lavorare come apicoltore avesse lavorato in una stalla!

Sharon, non ancora architetto, lascia il kibbutz nel 1926, ma fa in tempo a progettare la sala da pranzo di Gan Shmuel. Il mestiere lo imparerà a Dessau, una città tedesca dove opera una scuola di arte, design e architettura universalmente conosciuta col nome di Bauhaus. I concetti base di una scuola per i tempi all’avanguardia erano il funzionalismo e il razionalismo. Sharon ci aggiungerà del suo aggiungendo la sua personale visione ispirata e influenzata dalla sua precedente esperienza di apicoltore: edifici che oltre ad essere funzionali fossero anche estetici, economici e mirati a inserirsi in un contesto più sociale che urbano. Un alveare insomma.

Ritornato nella Palestina mandataria Sharon si unisce ad un gruppo di giovani architetti, tutti laureati o influenzati dalla nuova scuola tedesca. Sono gli uomini giusti, nel posto giusto al momento giusto. Fra il 1930 e il 1939 emigrarono in Palestina qualcosa come 60.000 ebrei tedeschi. Arrivati più per necessità che per idealismo gli “Yeekim”, il soprannome che venne loro affibbiato, si portarono dietro gusti e capitali che cambiarono radicalmente lo spirito e il carattere architettonico di Tel Aviv. In quel periodo vennero costruiti circa 5.000 edifici di quello che andrebbe chiamato lo stile internazionale e che darà a Tel Aviv il titolo di “città bianca”. Una concentrazione così grande di edifici di tale fatta tanto da meritarsi il titolo di Patrimonio Mondiale dell’Umanità nel 2003.

Ma torniamo al nostro Arieh, che da giovane ma sconosciuto architetto si è ormai fatto un nome, col progetto dei kibbutzim urbani per esempio. Ma la sua fama deriverà da un progetto che rimarrà scolpito nella storia del paesaggio urbano israeliano come “piano Sharon”. Qui non si tratta di progettare una decina di palazzi, un quartiere o una città interà. Ben gurion ha in serbo per lui un progetto molto piò ambizioso, quasi utopistico. Progettare la struttura paesaggistica  di tutta Israele! Seppure faraonico il progetto non intimorisce più di tanto Sharon che, circondanto da una squadra di giovani architetti, comincia a sviluppare le prime linee portanti dell’intero programma.

Il concetto principale è quello che considera l’interesse pubblico più importante di quello privato, quindi disperdere quanto più possibile la popolazione e favorire l’agricoltura per garantire il possesso di quanto più terreno possibile. Questa visione del progetto porterà a creare decine di piccoli centri abitati nel sud del paese, una vera e propria tabula rasa dove i piani di Sharon si possono esprimere al meglio. Le polverose città di Ashdod, Ashkelon, e Beer Sheva assumono un carattere più moderno. Centinaia di migliaia di nuovi immigrati vengono sparpagliati nelle zone più sperdute e meno popolate del Neghev e di altre zone praticamente desertiche. Vengono costruiti dei centri abitati ancora privi di una solida struttura economica e produttiva lungo la “via della fame” una zona dove gli inglesi avevano assunto la popolazione beduina dandogli lavori organizzati soprattutto per fornirgli dei mezzi di sostentamento. La paga infatti veniva data in farina.

Questi piccoli centri abitati sono dei satelliti intorno a una cittadina di medie proporzione che è responsabile di fornire servizi più avanzati che sarebbero antieconomici nei paesini limitrofi. Ma il progetto non avanza come si sperava, e per sostenere economicamente i nuovi immigrati ecco che il governo israeliano torna ai vecchi sistemi inglesi: lavori pubblici senza una vera e propria giustificazione economica. Il più diffuso è il rimboschimento e la creazione di nuove foreste, un’occupazione semplice che non richiede grandi professionalità ma che ha bisogno di molta mano d’opera. In questo periodo verranno piantati un milione di alberi!

Già nel ’52 Sharon abbandona l’ambizioso progetto, le pressioni e le ingerenze politiche sono insopportabili per un architetto che guarda al suo progetto come ad un opera da realizzare sul lungo termine. Non basta costruire nuovi appartamenti se non si creano contemporaneamente zone industriali che possano garantire il sostentamento della popolazione. E’ una condanna alla povertà perpetua. Questo sarà il punto debole del progetto Sharon, la velocità con la quale bisogna costruire nuovi alloggi per le masse immigratorie supera di molto il ritmo con il quale si riesce a soddisfare la necessita occupazionale. Il trasferimento forzato in zone desertiche e mal servite di centinaia di migliaia di persone e la frustrazione che ne seguirà, saranno il carburante con il quale nasceranno i vari focolai di protesta e malcontento che in definitiva causeranno la grande svolta politica del 1977. Una svolta epicale che influenza ancora oggi la società israeliana.

Povere api, che amara fine hanno fatto, altro che latte e miele.

 

 

 

We shall overcome

 

“Le donne fanno la pace”è questo il nome di un organizzazione apolitica attiva fra israeliane e palestinesi già dal 2014. Da quello che era un timido e forse utopico tentativo di incoraggiare il dialogo e la possibilità concreta di realizzare un obiettivo a prima vista irraggiungibile. Oggi il movimento conta più di 40mila iscritti fra uomini e donne. Uno degli scopi dichiarati delle donne a favore della pace è quello di favorire un dialogo quanto il più possibile fuori dagli schemi politici ma allo stesso tempo in grado di coinvolgere in modo trasversale tutte le fasce delle diverse componenti in campo. Donne religiose e laiche, arabe ed ebree, druse e beduine, giovani ed anziane, tutte si sono reclutate per influenzare le proprie leadership a cercare nuove soluzione al di fuori degli schemi e dei concetti prestabiliti. L’organizzazione non ha un piano di pace da proporre, ma crede nel dialogo e nella necessità di coinvolgere quante più donne possibile nei punti nevralgici del potere.

Dal momento della sua fondazione “Le donne fanno la pace” hanno organizzato decine di attività, da incontri intimi di poche decine fino a grandi manifestazioni che hanno coivolto decine di migliaia di partecipanti. Particolarmente significativa è stata “la marcia della speranza” un evento durato 14 giorni che dal nord del paese fino a Gerusalemme  è riuscita ad imporsi in maniera significativa nei mass media israeliani.

Per saperne un pò di più su come vengano organizzate le attività all’interno dell’organizzazione abbiamo posto qualche domanda alla dott.ssa Angelica Calò Livnè. Angelica, mia carissima amica, è la fondatrice e direttrice dell’organizzazione no profit teatro arcobaleno-Beresheet LaShalom, un progetto educativo che incoraggia il dialogo fra ragazzi di tutte le etnie israeliane attraverso il palcoscenico. Il teatro Arcobaleno coinvolge al suo interno giovani di tutta la regione: arabi, ebrei, drusi e circassi. Una realtà che educa ogni anno più di trenta adoloscenti. In Italia è ormai di casa visto che ha organizzato più di 48 spettacoli nel Bel Paese.

Angelica, com’è arrivata alle “donne fanno la pace”? “Quando si è capito abbastanza velocemente che non bastava mandare avanti un messaggio esclusivamente razionale ma bisognava coinvolgere emotivamente quante più persone sono stata cooptata per  organizzare eventi fuori dagli schemi ma soprattutto assolutamente privi di ogni messaggio politico”.

E qual’è stata la soluzione? “Abbiamo organizzato dei “flash mob” principalmente nei mercati centrali di città più o meno grandi. In definitiva ci siamo messe insieme a cantare e ballare riuscendo a coinvolgere passanti e venditori. Tutte noi eravamo vestite di bianco per dare un carattere neutro all’evento. Vorrei sottolineare che tutti questi eventi sono stati organizzati in posti come Gerusalemme, per esempio, dove la popolazione è tradizionalmente attestata su posizioni di destra”.

In un altro evento più di 100 partecipanti hanno cantato “We shall overcome” nelle frontiere calde del paese: Libano, Siria e Gaza in tre lingue, ebraico, arabo e inglese.

Angelica, eterna ottimista, è convinta che anche se queste iniziative possono essere viste come poca cosa, “una scintilla” usando le sue parole. Una scintilla che per quanto possa apparire piccola ed insignificante può portare a dei grandi cambiamenti. “E’ un messaggo che proviene dal basso, da gente stufa di guerre e disposta a molte rinunce pur di arrivare ad un giusto accordo di pace”.

” La vera speranza per andare avanti è quella di incoraggiare un dialogo quanto più profondo fra entrambe le parti, solo capendo le motivazioni ed il dolore dell’altro sarà possibile cambiare i preconcetti che influenzano ognuno di noi”.

E Angelica, attiva da decine di anni nell’incoraggiare il dialogo e la comprensione, di queste cose se ne intende.

Nel 2011 Israele era ad un passo dall’attaccare il nucleare iraniano

Nel 2011 il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dette ordine alle forze armate ed al Mossad di prepararsi ad attaccare gli installamenti nucleari iraniani con un preavviso di 15 giorni. E’ quanto emerge da una lunga ed appassionante intervista concessa da Tamir Pardo giovedì 1/6/2018 e trasmessa sul canale privato israeliano Channel 2 nel corso dell’ultima puntata di “Uvdà”, il fatto, uno dei programmi di inchieste televisive più seguiti e giunto quest’anno alla 24sima stagione.

Tamir Pardo, 65 anni, ha servito le forze di sicurezza israeliane dall’età di 18 anni, a 20 anni era uno dei protagonisti della liberazione del volo Air France dirottato a Entebbe, dove fra l’altro era sotto il comando di Yoni Netanyahu, fratello maggiore dell’attuale Primo Ministro israeliano. Dal Gennaio 2011 al Gennaio 2016 è stato il direttore del Mossad, i servizi segreti israeliani, ed i particolari svelati durante l’intervista, della durata di 90 minuti, sono di enorme importanza per sbirciare, seppure di poco, oltre la cortina di segretezza e l’alone di leggenda che da sempre circondano l’organizzazione. Ma ancora più importante è capire il modo con il quale vengono prese le decisioni più critiche ed i rapporti di forza che si creano fra i presonaggi più influenti della piramide politica e militare israeliana.

La decisione di attaccare le installazioni iraniane venne presa da Bibi di comune accordo con l’allora Ministro della Difesa Ehud Barak, Pardo ancora oggi non può affermare con sicurezza se ci fosse veramente una seria intenzione di agire o era solo un segnale verso le varie potenze che erano impegnate nell’arrivare ad un accordo sul nucleare iraniano. Una specie di “tenetemi che spacco tutto”. In ogni caso l’ex capo del Mossad si consigliò con altri colleghi che lo precederono, e andando ancora oltre fino a consultare il consulente legale del governo per accertarsi se un ordine del genere fosse consono alla legislazione vigente. Probabilmente lo choc della guerra del Kippur dove Israele venne attaccata di sorpresa da Egitto e Siria era ancora uno spettro che si aggirava nei corridoi dei vari gruppi adibiti alla sicurezza del paese. Passerà poco tempo fino a quando Nethanyahu verrà a sapere dell’iniziativa di Pardo, cosa che incrinerà per sempre i rapporti fra i due.

In ogni caso la ferma resistenza del capo del Mossad e del Capo di Stato Maggiore frenano definitivamente la decisione governativa. Poco tempo dopo, con la motivazione di impedire le possibili soffiate delle varie discussioni segrete che si tengono all’interno del Gabinetto, il Primo Ministro israeliano dà ordine a Yoram Cohen, allora capo dei servizi di sicurezza interna del paese, di mettere sotto controllo sia le telefonate di Pardo sia quelle di Benny Ganz, l’allora Capo di Stato Maggiore. Cohen si rifiuta fermamente di compiere un atto del genere affermando che non è compito suo, un episodio questo che dimostra chiaramente quali siano i limiti decisionali dei politici israeliani.

A parte queste clamorose rivelazioni, la puntata di Uvdà ha passato in rassegna alcune delle operazioni nelle quali Pardo ha preso parte, sia come agente che non come direttore. A suo avviso le azioni compiute dai servizi segreti israeliani per sabotare il programma nucleare israeliano non sono che una goccia nel mare delle migliaia di operazioni svolte dall’Istituto, è questa l’esatta traduzione del Mossad, e Pardo sa di cosa sta parlando. Fra le altre cose è stato in paesi come la Siria e l’Iran, non come turista ci tiene a precisare, ha organizzato una serie di eliminazioni mirate di diversi scienziati iraniani legati al progetto nucleare iraniano ed ha trafugato in due minuti il dischetto dove si trovavano in dettaglio i progetti della centrale nucleare quando era ancora al suo stato embrionale. Nonostante tutto Pardo capisce che fermare il programma iraniano sia praticamente impossibile. L’Iran è un paese vasto quanto più della metà dell’Europa occidentale, afferma, e le sue università sfornano ogni anno centinaia di ingegneri in grado di portare avanti il progetto.

Dopo 37 anni di servizio nei vari campi della sicurezza israeliana, l’ex capo dei servizi segreti si occupa adesso di affari e non si fa troppe illusioni: l’aver attaccato in prima persona Bibi gli costerà un caro prezzo sia sul piano personale che su quello professionale. Di una cosa è sicuro: non ha nessuna intenzione di entrare in politica, “è troppo pericoloso” afferma.

Se lo vorrete non sarà un sogno

 

“Oggi a Basilea ho fondato lo stato ebraico” è una delle frasi più conosciute dall’israeliano medio, insieme a quella del titolo. Sono le frasi con le quali Teodoro Herzl, il fondatore del movimento sionistico, è riuscito a trascinare col suo carisma centinaia di migliaia di persone trasformando una diaspora di ebrei sparsa nel mondo in un popolo conscio delle sue potenzialità. Questa settimana sono trascorsi 120 anni da quando l’allora 37enne giornalista e commediografo ungherese scrisse la sua profetica frase. Continua a leggere

Il campione dell’Islam

 

Correva l’anno 1260, per l’esattezza era il 3 settembre e le sorgenti di Ein Jalud (fonti di Golia in italiano), generalmente attorniate da un clima pastorale si trasformarono improvvisamente nel teatro di una decisiva ed epocale battaglia fra il mondo musulmano ed un nuovo nemico ancora più temibile dei Franchi d’oltremare. Il nemico da sconfiggere sono i mongoli, in meno di quattro anni hanno messo a ferro e fuoco la Persia, conquistato Bagdad, Aleppo e Damasco. Il loro obiettivo finale? Il Cairo. La loro avanzata sembra inarrestabile e le sorgenti di Golia dovrebbero essere un’altra insignificante tappa verso la conquista della capitale egiziana, ma c’è chi la pensa diversamente e sta per cambiare le sorti della storia, il suo nome èal-Malik al-Ẓāhir Rukn al-Dīn Baybars al-ʿAlāʾī al-Bunduqdārī , ma per tutti è meglio conosciuto come Baybars. Continua a leggere

Storia di corni ma non di corna

 

Il 4 luglio è una data importante, anzi fondamentale, non perchè sia la data dell’indipendenza degli Stati Uniti d’America, sebbene anche questo avvenimento non sia certo un fatto di poco conto, ma per una battaglia che segnò una svolta drammatica nella tormentata storia di queste langhe, la battaglia dei corni di Hittin. Certo di farvi un inaspettato favore eccovi la cronaca degli avvenimenti che segnarono la fine del primo regno crociato,  il Regno di Gerusalemme, che nonostante fosse durato poco meno di un secolo, segnò in modo indelebile i rapporti fra i Franchi, vale a dire tutti gli occidentali, e l’Islam. Continua a leggere

Una strada senza uscita

 

Il 5 giugno ricorreranno 50 anni dallo scoppio della guerra dei sei giorni, la più eclatante vittoria israeliana di tutta la sua breve storia. Non ho intenzione di ripercorrere le fasi e le motivazioni che portarono al conflitto, la mole di libri e di scritti al riguardo è impressionante e non c’è che l’imbarazzo della scelta per chi voglia approfondire la questione. Mi interessa molto di più cercare di capire quali sono le attuali conseguenze che ancora oggi influenzano in maniera determinante tutta la società israeliana, rendendola prigioniera di una vittoria che si è dimostrata nel tempo un peso indigesto impossibile da digerire e metabolizzare. Un interessante contributo al riguardo viene dal dott. Micha Goodman, storico e filosofo che ha pubblicato da poco un libro molto interessante dal nome “Comma 67”. Il concetto di Goodman è semplice, elementare direbbe Sherlok Holmes: chi è a favore di un ritorno alle frontiere anteriori la guerra dei sei giorni trasforma il paese in uno stato indifendibile, chi continua a propendere per l’occupazione della Cisgiordania non fa che disgregare dall’interno le basi democratiche della società israeliana col risultato di trasformare lo stato ebraico  in un paese a maggioranza araba dove l’unico modo per governare rimarrebbe un regime di apartheid. Esiste quindi una simmetria speculare fra la destra e la sinistra israeliana, ogni parte si è trincerata sulle sue posizioni e non è in grado di vedere l’altro lato della medaglia. Continua a leggere