Il MIG(liore) regalo del Mossad (seconda parte)

 

 

Inspiegabilmente nessuno a Bagdad si insospettisce e la vendita passa clamorosamente innosservata. La prossima tappa dell’operazione è quella di fare espatriare la famiglia del pilota in modo discreto e segreto. L’aiuto arriva dalla resistenza curda, in quel periodo addestrata e finanziata dagli israeliani, che riesce a trasbordare la famiglia Radfa fuori dai confini iracheni.

Domenica 14 agosto 1966 alle ore 6.00 del mattino la radio israeliana in lingua araba mette in onda una famosa canzone: Marhabtein (benvenuto), è il segnale che i familiari di Munir sono al sicuro. Il pilota sale sul suo Mig, riempito fino al limite consentito, e comincia il volo, pochissi minuti dopo il decollo si accorge di un guasto tecnico, torna alla base e con un immenso sangue freddo chiede ai tecnici di riparare il velivolo. La canzone viene ripetuta con le stesse modalità anche l’indomani, ma non c’è nessun segnale radar che indichi l’arrivo di un aereo non identificato dalla rotta prestabilità. Martedì 16 agosto Munir decolla nuovamente, questa volta senza intoppi, secondo gli ordini ricevuti la prima parte del volo si svolgerà in alta quota, solo quando entrerà nello spazio aereo siriano prima, e giordano poi, allora il Mig 21 sorvolerà questi due paesi a bassa quota per cercare di evitare i controlli radar. A metà volo la sala di controllo dell’aviazione israeliana riceve un messaggio radio: “Aladino chiama Boston”, è il segnale convenuto che tutto sta filando alla perfezione.

L’operazione è così segreta che neanche il primo ministro è a conoscenza di tutti i particolari, i caccia israeliani lanciati in volo sono convinti di dover abbattere un aereo nemico, ma una volta lasciata la base ricevono un perentorio ordine di non eseguire nessuna operazione di guerra e di scortare l’aereo fino al punto convenuto.  Il Mig non poteva arrivare in un momento migliore, meno di un anno dopo scoppierà la guerra dei sei giorni, e gli israeliani avranno avuto il tempo di analizzare l’aereo, farlo volare e conoscerne i pregi e i difetti fin nei minimi particolari. Anche gli americani e la NATO riceveranno le preziose informazioni in possesso di Israele. Per chi volesse vederlo, il Mig 21 si trova nel museo dell’aviazione israeliana, a pochi Km. da Beer Sheva.

Ma la storia ha un risvolto tragico. Betty, la moglie di Munir, considererà sempre l’atto del marito come un tradimento verso la patria e i rapporti non saranno più gli stessi. Dopo un periodo di tre anni trascorsi in Israele la famiglia Radfa si trasferisce negli USA con una nuova identità. Ancora oggi il posto dove si trasferirono è coperto dal segreto. Munir e la sua famiglia vivranno nel continuo terrore di essere scoperti dagli iracheni o peggio ancora dai sovietici. Nell’Agosto del 1998, nonostante l’ex pilota fosse in perfetta salute, morirà per un infarto. I figli, vittime inconsapevoli, non si sposeranno mai, così come la moglie e poco si sa di quello che fanno attualmente.

Neppure Le Carrè avrebbe potuto scrivere un finale così tragico.

Il MIG(liore) regalo del Mossad (prima parte)

 

L’alone di mistero e di leggenda che circondano i servizi segreti israeliani sono noti a tutti, ma è solo spulciando attentamente il resumè del Mossad che si riesce a percepire la potenzialità e la creatività con cui “l’Istituto per le informazioni e i servizi speciali”, questa è la sua completa dicitura, riesce a portare a termini compiti a prima vista impossibile.

E’ il caso dell’ Operazione Diamante, l’acquisizione di un Mig 21 di fabbricazione sovietica completamente funzionante compreso il pilota e il manuale d’istruzioni, tutto questo in piena guerra fredda. Il tutto comincia quasi per gioco, durante una colazione fra il Meir Amit, capo dell’intelligence, ed Ezer Weizmann, capo dell’aviazione israeliana, il primo chiese al suo amico quale fosse la cosa di cui avesse maggiormente bisogno, “Procurami un Mig 21” fu l’inaspettata risposta dell’interlocutore. “Ma lo sai che è impossibile” ribattè Amit, ” gli americani  e tutti i maggiori servizi segreti occidentali ci stanno provando da anni, senza nessuna riuscita”. “Se era una cosa facile mica venivo a chiederla a te” fu la lapidaria risposta del pilota.

Correva l’anno 1965, il Mig 21 era considerato la punta di diamante dell’aviazione sovietica, gli americani avevano cominciato a complicarsi la vita nel Vietnam e l’URSS era il principale fornitore di armi nel mondo arabo. Ecco perchè non solo Israele, ma anche gli USA e la NATO erano così ossessivamente alla ricerca di qualsiasi informazione riguardante il caccia.

Dopo un paio di tentativi andati a vuoto, si presenta finalmente l’occasione giusta, un commerciante di fede ebraica di nome Yossef Shamash, informa un agente israeliano di base a Teheran che il marito della sorella della sua amante è un pilota di Mig 21. Non solo, Munir Radfa, questo è il suo nome, è cristiano, e come tale si sente discriminato all’interno dell’aviazione irachena, non riceve incarichi di rilievo e non viene promesso di grado nonostante le sue indiscusse qualità. Ma la goccia che fa traboccare il vaso di Munir consiste nell’essere stato inviato a prendere parte ad una serie di bombardamenti con bombe al Napalm, contro l’inerme popolazione civile curda.

I primi contatti sono soddisfacenti, Shamash informa il pilota che una non meglio specificata “potenza occidentale” è interessata ad impossessarsi di un Mig 21 perfettamente funzionante. Radfa non si oppone, il prossimo passo è quello di un incontro fra i rappresentanti del Mossad ed il pilota, incontro che per forza di cose deve avvenire fuori dai confini iracheni. Si costruisce così una storia di copertura: Kamil, la compagna di Shamash, soffre di feroci emicranie e necessita di una cura all’estero. Munir è l’unico che parli inglese e che possa far da tramite coi medici. L’esercito iracheno non si oppone, le cure e l’incontro si svolgeranno ad Atene.  La data dell’incontro viene fissata per il 10 gennaio 1966.

Solo allora Munir viene a conoscenza del nome del suo nuovo datore di lavoro ma non si scompone più di tanto, molto velocemente si arriva al compenso patuito: 50.000 dollari, e un salvacondotto per tutta la sua famiglia con l’impegno di trovargli una sistemazione in qualsiasi paese desideri. Ma i comandi dell’aviazione israeliana non sono tranquilli, hanno paura che il disertore iracheno faccia il doppio gioco, una volta entrato liberamente nello spazio aereo israeliano c’è sempre la possibilità che il Mig tenti di giocare qualche brutto scherzo. C’è perfino chi sostiene che Munir non sia realmente un pilota.

Per fugare gli ultimi dubbi l’iracheno viene munito di un passaporto israeliano intestato a Moshe Mizrahi e imbarcato sul primo volo per Tel Aviv. In Israele Munir trascorrerà 25 ore e avrà il modo di conoscere i contatti dell’aviazione, di far volare un aereo israeliano e di sorvolare il campo di volo dove avverrà l’atterraggio.

I preparativi procedono a ritmo serrato, a Munir vengono forniti i piani di volo, le coordinate, le frequenze radio e tutte le informazioni necessarie nel caso qualcosa andasse storto. L’autonomia del Mig è di 530 km. Aggiungendo un paio di serbatoi supplementari si può aumentarla fino a 1.100 km, è la distanza esatta fra Bagdad e l’areoporto militare israeliano, qualsiasi deviazione dalla rotta prestabilità aumenterebbe il consumo di carburante contribuendo inevitabilmente al fallimento della missione.

Tutto sembra andare per il meglio ma gli imprevisti sono dietro l’angolo e non tardano ad arrivare. Munir non comunica subito alla moglie della sua intenzione di collaborare col nemico israeliano, le accenna in maniera molto vaga che ha trovato un modo per far fuggire la sua famiglia e stabilirsi in un paese estero dove cominciare una nuova vita. E’ più che naturale quindi che la moglie cerchi di disfarsi di più cose possibili per realizzare un pò di contanti. Si organizza così una vendita pubblica sul giardino antistante la casa dove vengono messi all’asta i mobili, gli elettrodomestici e quant’altro ancora.

Quando la notizia arriva ai vertici dell’Istituto, i responsabili dell’operazione cominciano a strapparsi i capelli per la disperazione….

E’ il momento di una breve pausa, il resto del racconto la settimana prossima.

FALAFEL DAY

 

Si è concluso qualche giorno fa, e più esattamente il 12 giugno, il Falafel day, avvenimento che inspiegabilmente non ha ricevuto la copertura mediatica che meriterebbe. In Italia queste polpette di ceci (o fave) fritte nell’olio sono poco conosciute e, lasciatemelo dire, anche non tanto buone, in Israele invece sono uno dei capisaldi dello street food del paese.

Ancora oggi è indubbia l’origine certa dei falafel. C’è chi sostiene che abbiano origine nel lontano Egitto. La base tipica erano i fagioli (l’etimologia della parola, infatti, è “con molti fagioli”), scendendo nello specifico una delle teorie più accreditate parla di una pietanza tipica dei Copti, i cristiani indigeni dell’Egitto, che li mangiavano nei periodi di astinenza dalla carne, come durante la Quaresima per esempio. Un altra teoria parla di un’origine decisamente più orientale, l’India, dove molti tipi di legumi vengono fatti friggere.

In ogni caso i falafel egiziani sono costituiti principalmente da fave unite con diverse spezie. Nel loro procedere verso il levante, le fave sono state sostituite dai ceci mettendo così pianta stabile nella zona medio orientale.

Mentre per quasi tutti i paesi della zona i falafel sono rimasti una specie di stuzzichino, in Israele hanno subito un vero e proprio aggiornamento e costituiscono tranquillamente un pasto. La rivoluzione israeliana ruota attorno alla pitta, un pane circolare cavo all’interno, che è il contenitore base di tutti i street food israeliani. Grazie a questo particolare tipo di pane è possibile accompagnare le palline di ceci con una sterminata serie di contorni: pomodori, melanzane, lattuga, cipolle, ecc. senza dimenticarsi di aggiungere anche la thina, una salsa a base di sesamo che aggiunge un ulteriore tocco di esotismo orientale.

I falafel vanno mangiati appena fritti, è in quel momento che raccolgono al loro interno il massimo della fragranza e del sapore. Bisogna anche cercare di trovare la pitta della giusta consistenza, abbastanza spessa da non disintegrarsi durante la consumazione impedendo così la fuoriuscita delle numerose componenti pigiate all’interno della stessa.

Per la sua composizione rappresenta la soluzione perfetta per accontentare praticamente tutti i gusti: è economico, vegano, ricco di proteine, insomma un piatto unico che alla fine ti lascia sazio e rasserenato. E’ umanamente possibile stabilire quale sia il miglior falafel in Israele, dovete rassegnarvi e provare i più quotati per arrivare a poter stilare la vostra personale graduatoria. Nel corso di questa stancante ma indispensabile ricerca vi accorgerete che nonostante la giovane età, Israele ha indubbie radici aristocratiche, visto che moltissimi baracchini portano con orgoglio sulla loro insegna il titolo di “Re del falafel”

BUON APPETITO!!!

We shall overcome

 

“Le donne fanno la pace”è questo il nome di un organizzazione apolitica attiva fra israeliane e palestinesi già dal 2014. Da quello che era un timido e forse utopico tentativo di incoraggiare il dialogo e la possibilità concreta di realizzare un obiettivo a prima vista irraggiungibile. Oggi il movimento conta più di 40mila iscritti fra uomini e donne. Uno degli scopi dichiarati delle donne a favore della pace è quello di favorire un dialogo quanto il più possibile fuori dagli schemi politici ma allo stesso tempo in grado di coinvolgere in modo trasversale tutte le fasce delle diverse componenti in campo. Donne religiose e laiche, arabe ed ebree, druse e beduine, giovani ed anziane, tutte si sono reclutate per influenzare le proprie leadership a cercare nuove soluzione al di fuori degli schemi e dei concetti prestabiliti. L’organizzazione non ha un piano di pace da proporre, ma crede nel dialogo e nella necessità di coinvolgere quante più donne possibile nei punti nevralgici del potere.

Dal momento della sua fondazione “Le donne fanno la pace” hanno organizzato decine di attività, da incontri intimi di poche decine fino a grandi manifestazioni che hanno coivolto decine di migliaia di partecipanti. Particolarmente significativa è stata “la marcia della speranza” un evento durato 14 giorni che dal nord del paese fino a Gerusalemme  è riuscita ad imporsi in maniera significativa nei mass media israeliani.

Per saperne un pò di più su come vengano organizzate le attività all’interno dell’organizzazione abbiamo posto qualche domanda alla dott.ssa Angelica Calò Livnè. Angelica, mia carissima amica, è la fondatrice e direttrice dell’organizzazione no profit teatro arcobaleno-Beresheet LaShalom, un progetto educativo che incoraggia il dialogo fra ragazzi di tutte le etnie israeliane attraverso il palcoscenico. Il teatro Arcobaleno coinvolge al suo interno giovani di tutta la regione: arabi, ebrei, drusi e circassi. Una realtà che educa ogni anno più di trenta adoloscenti. In Italia è ormai di casa visto che ha organizzato più di 48 spettacoli nel Bel Paese.

Angelica, com’è arrivata alle “donne fanno la pace”? “Quando si è capito abbastanza velocemente che non bastava mandare avanti un messaggio esclusivamente razionale ma bisognava coinvolgere emotivamente quante più persone sono stata cooptata per  organizzare eventi fuori dagli schemi ma soprattutto assolutamente privi di ogni messaggio politico”.

E qual’è stata la soluzione? “Abbiamo organizzato dei “flash mob” principalmente nei mercati centrali di città più o meno grandi. In definitiva ci siamo messe insieme a cantare e ballare riuscendo a coinvolgere passanti e venditori. Tutte noi eravamo vestite di bianco per dare un carattere neutro all’evento. Vorrei sottolineare che tutti questi eventi sono stati organizzati in posti come Gerusalemme, per esempio, dove la popolazione è tradizionalmente attestata su posizioni di destra”.

In un altro evento più di 100 partecipanti hanno cantato “We shall overcome” nelle frontiere calde del paese: Libano, Siria e Gaza in tre lingue, ebraico, arabo e inglese.

Angelica, eterna ottimista, è convinta che anche se queste iniziative possono essere viste come poca cosa, “una scintilla” usando le sue parole. Una scintilla che per quanto possa apparire piccola ed insignificante può portare a dei grandi cambiamenti. “E’ un messaggo che proviene dal basso, da gente stufa di guerre e disposta a molte rinunce pur di arrivare ad un giusto accordo di pace”.

” La vera speranza per andare avanti è quella di incoraggiare un dialogo quanto più profondo fra entrambe le parti, solo capendo le motivazioni ed il dolore dell’altro sarà possibile cambiare i preconcetti che influenzano ognuno di noi”.

E Angelica, attiva da decine di anni nell’incoraggiare il dialogo e la comprensione, di queste cose se ne intende.

I suoi primi 70 anni

 

Il 19 aprile 2018 ricorreranno 70 anni dalla creazione dello stato d’Israele. Un avvenimento questo che ha segnato, e continua a segnare, in modo indelebile non solo la situazione politica del Medio Oriente, ma anche quella dei rapporti fra le super potenze negli anni della guerra fredda e più recentemente, il rinnovato ruolo della Russia in uno scacchiere che sembrava fino a pochissimi anni fa ormai in mano all’Islam moderato.

Israele si può amare o odiare, ma è difficile rimanerne indifferenti, anche perchè i mass media la mantengono constantemente all’ordine del giorno. Sentimenti a parte, mi sembra indiscutibile affermare che la scommessa del movimento Sionista sia riuscita contro tutte le previsioni. Israele è stato capace di svilupparsi in tutte le direzioni nonostante l’assoluta mancanza di materie prime e di giacimenti petroliferi.

Circondata da paesi ostili è riuscito a creare uno stato moderno, solido e democratico. Al di là delle numerose statistiche che coprono il campo economico, la più significativa è certamente quella stilata dall’ONU riguardante la qualità della vita. Israele si trova all’undicesimo posto, lasciandosi dietro l’Italia di molte lunghezze, e più precisamente al cinquantesimo.

Quali sono allora i segreti, o meglio i punti di forza, che stanno permettendo a questo piccolo paese di  continuare per la sua strada nonostante la presenza di fardelli non indifferenti, come per esempio le enormi spese nel campo della difesa? Personalmente penso che i due settori che hanno permesso uno sviluppo così elevato si racchiudono nel binomio assorbimento e ricerca scientifica.

Nonostante i numerosi incidenti di percorso, talvolta basati su esplicite politiche governative, Israele è riuscito ad assorbire milioni di persone, costruendo così una società multietnica e multiculturale capace contemporaneamente sia di garantire le diverse identità culturali quanto creare una nuova identità israeliana da zero. Non meno importanti sono le condizioni create dal paese per permettere un continuo sviluppo scientifico e tecnologico che ha di fatto sopperito alla mancanza delle classiche risorse economiche. Non può essere un caso che moltissime delle innovazioni che ci accompagnano in tutti i campi, dall’irrigazione alla telefonia, dalla medicina all’informatica ecc. siano state sviluppate in un lembo di terra così ristretto.

Ma sarebbe un pericolo per gli israeliani riposarsi sugli allori ed ignorare i suoi limiti ancora irrisolti. La pace con i palestinesi è uno dei tanti, forse meno sentito in questo momento dal paese, ma sempre attuale e problematico. Il gap demografico fra israeliani ed arabi nel territorio che va dal Giordano fino alla zona costiera si va lentamente ma inesorabilmente restringendo, e questo porterà alla fine dei conti i governanti israeliani di fronte a delle scelte di portata epica. Il nocciolo del conflitto fra israeliani e palestinesi è racchiuso in questi numeri, se lo stato vaneggiato da Herzl vorrà rimanere democratico e liberale dovrà per forza staccarsi dalla maggior parte dei territori della Cisgiordania.

Ma per quanto possa sembrare insolito la società israeliana ha ancora diversi problemi irrisolti che richiedono cure non meno urgenti. Il divario economico fra ricchi e poveri è uno dei più alti dell’OCSE.  Ma anche il costo della vita, i rapporto fra ebrei ed arabi israeliani, fra sefarditi ed askenaziti , fra ebrei laici ed ebrei ortodossi e fra centro del paese e periferia continuano a rimanere all’ordine del giorno. Forse sono tutte queste contraddizioni e tutte queste tensioni a formare il collante che tiene unito Israele, se venissero a mancare c’è il reale rischio che lo Stato ebraico divenga un paese come tutti gli altri, qualcosa a metà fra la Svizzera ed i paesi scandinavi. In questo caso molti giornalisti rimarrebbero disoccupati, sarebbe un vero peccato visto che già così il mondo dell’informazione è in crisi.

Il conto alla rovescia

 

In poco meno di un anno il premier israeliano Netanyahu si è incontrato per l’ottava volta col presidente russo Vladimir Putin. Al di là degli interessi più o meno comuni dal punto di vista politico, questa intensa e impressionante sequenza di incontri ravvicinati la dice lunga sul rapporto instauratosi fra i due capi di stato.

Ma anche se esistesse una reciproca simpatia, questo non significa necessariamente che ognuno non guardi prima di tutto ai propri interessi. I russi hanno ottenuto moltissimo dalla guerra civile siriana che si sta ormai concludendo con la vittoria del presidente siriano Bashar Hafez al-Assad. Oltre a rafforzare la propria presenza geo politica nella regione medio orientale  la Russiaa ha rinnovato l’affitto della base navale di Tartus, l’unico sbocco diretto della marina russa sul mediterraneo. I russi  controllano anche l’areoporto militare di Hmeimim dal quale effettuano i continui raid contro le forze siriane di opposizione, curdi compresi. Continua a leggere

POPOLARE O PROFESSIONISTA? L’ESERCITO ISRAELIANO A UNA SVOLTA

POPOLARE O PROFESSIONISTA? L’ESERCITO ISRAELIANO A UNA SVOLTA

Sono ormai più di trent’anni che l’IDF, l’esercito israeliano, rimanda continuamente una decisione che influerà in maniera drastica la sua futura struttura e, in definitiva il suo ruolo e il destino di Israele.

Nonostante il 50% dei possibili arruolabili di ogni scaglione non venga preso in considerazione, parliamo di ebrei ortodossi e arabi, il restante 50% è ancora un numero superiore alle reali necessità del paese. Ma da quando è stato fondato Israele vive su un mito ancora inattacabile, e cioù il fatto che l’esercito è considerato “l’esercito del popolo”, se vogliamo tradurre alla lettera l’espressione ebraica.

Niente da paragonare agli slogan appartenenti alla Cina comunista di Mao o all’Armata Rossa, semplicemente il fatto più banale che l’IDF è stato da sempre un fattore coagulante di un paese che assorbiva popolazioni provenienti dai più svariati angoli della terra ed appartenenti a costumi e lingue differenti.

Continua a leggere

Obama, Hezbollah e Iran. Un triangolo imperfetto.

Pur di concludere in maniera positiva l’accordo sul programma nucleare iraniano l’amministrazione Obama si sarebbe intromessa in maniera decisiva per sabotare il “Progetto Cassandra”, una serie di operazioni segrete dirette dall’Agenzia Federale Antidroga statunitense (DEA) per sventare le diverse attività illegali del gruppo sciita Hezbollah, che comprendevano fra le quali riciclaggio di denaro sporco, traffico di armi e cocaina, e adirittura la fornitura di armi chimiche necessarie al presidente siriano Bashar al Assad per concludere la guerra civile siriana a suo favore. Continua a leggere

Dalla Russia con amore

 

A quanto pare non bisogna essere un addrestatissimo ed intrepido agente segreto per riuscire a compiere imprese impossibili ad un primo sguardo. Molte volte basta l’incoscienza e un pizzico di fortuna. Così è successo ad un 31enne israeliano di nome Ben Zion, cosa non sufficientemente accertata, che è riuscito ad entrare nella moschea del profeta Maometto a Medina.

Continua a leggere

La fiocina

 

La continua lotta fra Israele e le varie organizzazioni terroristiche, Hamas e Hezbollah in testa, non conosce limiti, ma oltre agli aspetti più conosciuti e pubblicizzati dai media esistono delle forme di lotta molto sofisticate che si svolgono su un terreno forse meno eclatante ma senz’altro altrettanto efficace: quello economico.

E un piccolo squarcio su questa lotta sotterranea e praticamente sconosciuta ai più ce lo offre il libro dell’avvocatessa Nizzana Darshan Leitner: “Harpoon: inside the covert war against terrorism’s money masters”. Un ampio articolo che riassume a grandi linee il libro e commentato dall’autrice stessa è apparso nell’ultimo inserto settimanale del quotidiano Yedioth haHahronot a firma del giornalista Nevo Ziv. Ma procediamo con ordine. Continua a leggere