Non solo il museo d’Israele

 

Ciao a tutti!!! Per farmi venire un’idea decente su cui scrivere qualcosa di veramente interessante certe volte posso rimuginare settimane finchè non mi si accende la classica lampadina. E visto che il mio blog si chiama “l’altra Israele” mi sento praticamente obbligato a puntare i riflettori su posti, avvenimenti, personaggi e tanto altro ancora che generalmente è a conoscenza di pochi.

Questa volta la scelta è caduta sui musei in Israele, ma quando scrivo di musei chiaramente non intendo prendere in considerazione quelli ormai di dominio pubblico e conosciuti da tutti. Il museo d’Israele, il Beit haTfuzot (in rifacimento), il museo di Tel Aviv e similari. Sarebbe troppo facile e troppo scontato.

Vi ho preparato quindi una lista di 11 musei sparsi un pò dappertutto e per lo piu insoliti. Il dodicesimo che ho aggiunto è un piccolo omaggio ai miei vicini di Bar Am e del piccolo ma grande gioiellino che si trova al loro interno. Cominciamo coi musei nascosti di Gerusalemme.

Museo dei paesi biblici o Bible lands museum. (Gerusalemme)

Attaccato al più noto museo d’Israele questo piccolo museo è considerato l’unico al mondo dedicato alla geografia del vicino oriente secondo i testi biblici. Al suo interno c’è una bellissima esposizione archeologica permanente delle più antiche civiltà bibliche, dai loro albori fino alla nascita e all’espandersi del Monoteismo. Bello, interessante e pure gratuito.

Museo dell’arte islamica (Gerusalemme)

Fondato nel 1974, raccoglie al suo interno una delle più importanti collezioni di arte islamica provenienti da paesi come Egitto, Siria, Iraq, Iran, Turchia, Afghanistan, India e Spagna. Fra i vari reperti si possono trovare pagine miniate del Corano, utensili quotidiani che rappresentano lo stile e il carattere dell’arte islamica. A suo tempo il museo ebbe una certa risonanza mediatica per un famoso furto compiuto al suo interno. A pagamento.

Rockfeller Museum (Gerusalemme)

La collezione si trova all’interno di un bellissimo palazzo costruito negli anni ’30 durante il Mandato Britannico. Il museo si trova a Gerusalemme est, la parte araba della città, e più precisamente di fronte alla porta di Erode, anzi la porta dei fiori, o è quella di Santo Stefano? Insomma arrangiatevi da soli! Attualmente è una succursale del più famoso museo d’Israele e racchiude al suo interno tutti i reperti archeologici scoperti nella Palestina Mandatoria fino al 1948. E’ un concentrato di archeologia, arte, storia e architettura. Da vedere fra l’altro alcuni pannelli in legno della moschea di el Aqsa, le architravi che si trovavano all’ingresso del Santo Sepolcro e dei straordinari ambienti in stucco del palazzo omayde di Hisham che si trova a Gerico. Da non perdere. L’ingresso è a pagamento, non è aperto tutto il giorno tutti i giorni, ma ne vale veramente la pena. Soprattutto se vi siete beccati una giornata particolarmente piovosa.

Museo di Masada (Masada)

Generalmente,  quando la maggior parte dei visitatori arriva ai piedi dell’altopiano non vede l’ora di vedere i resti della fortezza di Erode il Grande. Dopo un paio d’ore di visita ben esposti al calore del deserto, l’ultima cosa che passa in testa ad un essere vivente degno di questo nome sarebbe quello di visitare il museo che si trova dirimpetto all’ingresso principale. Gravissimo errore, il museo di Masada riesce a raccontare nei minimi particolari tutto il dramma del tragico epilogo della grande rivolta ebraica scoppiata nel 66 d.c. e terminata con la presa di Gerusalemme nel 70 d.c.. Masada cadrà 3-4 anni più tardi, e la ricostruzione degli ultimi avvenimenti della rivolta è così particolareggiata che fra i reperti riportati alla luce sono emerse anche la busta paga di un legionario romano a cui era stato detratto il costo di un paio di sandali da lui acquistati. Affascinante e anche provvisto di aria condizionata, una combinazione vincente. A pagamento.

Il museo del Palmach (Tel Aviv)

Palmach (Plugot Mahaz) è l’acronimo di “compagnie d’assalto”, la forza d’elite dell'”haganà”, la forza paramilitare dalla quale nascerà poi l’esercito israeliano. Chiamarle forza d’elite è minimalistico, poichè il Palmach forgiò un’intera generazione di intellettuali, artisti e politici che influenzarono in maniera fondamentale la società israeliana. Ma tutto questo è materiale sufficiente per un altro blog. Il museo si basa un filmato multi mediale che racconta la nascita e lo sviluppo di queste unità fino al loro scioglimento avvenuto con la creazione dell’esercito. Gli avvenimenti  del Palmach sono raccontati attraverso gli occhi e le parole di un gruppo di giovani israeliani appena arruolatisi. tutto questo accompagnato da filmati e reperti dell’epoca. A pagamento.

Il museo di storia naturale (Tel Aviv)

I vostri pargoletti sono particolarmenti noiosi per non dire “rompi”? Volete passare un paio d’ore in maniera alternativa in un ambiente naturale? Correte immediatamente a visitarlo. Aperto da poco è stato concepito in un percorso affascinante e stimolante, non solo per i bambini ma anche per noi adulti che abbiamo perso da tempo il contatto con la natura. Entrate nel sito ufficiale e ne rimarrete conquistati. Consigliatissimo. A pagamento.

Museo dei mezzi corrazzati (Latrun)

Situato più o meno a metà strada fra Gerusalemme e Tel Aviv, il museo si trova all’interno di quella che fu una delle roccaforti inglesi passate poi sotto il dominio arabo nel ’48. Latrun fu teatro di sanguinose battaglie condotte dalle forze armate israeliane nel tentativo di conquistare un punto strategico che dominava la strada principale per Gerusalemme ponendola praticamente sotto assedio visto che i rifornimenti dovevano passare in quella zona. Sono esposti più di 110 veicoli corrazzati, fra cui un carro “tigre” tedesco arrivato poi in Siria e l’unico T 72 attualmente esposto al pubblico. Latrun è una delle più grandi esposizioni di mezzi blindati al mondo. Vale la pena di visitare l’omonimo monastero trappista situato dall’altra parte della strada dove i monaci sono votati al silenzio. Nei mitici anni ’70 era l’unico posto in Israele dove si potesse trovare del Marsala all’uovo. Ancora oggi esiste un piccolo negozio dove vengono venduti i vini locali.

Museo dell’areonautica militare israeliana (Hatzerim)

Situato a pochi minuti da Be’er Sheva, il museo espone oltre 100 aerei usati o catturati dall’aviazione israeliana, compresi alcuni Mig. Il più famoso è un Mig 21 consegnato da un pilota cristiano maronita allora in forza all’aviazione Iraqena. L'”Operazione Diamante” fece allora molto scalpore poiche il Mig “1 era considerato per l’epoca il più avanzato velivolo sovietico, e nonostante gli innumerevoli sforzi di tutti i servizi dell’intelligence occidentale, nessuno sapeva esattamente in che cosa consistesse. Tutti a parte il Mossad chiaramente. Le malelingue sostengono che le soldatesse che fungono da guide per i visitatori, siano le più belle di tutto l’esercito. Ma se non ci hanno arruolato mia figlia vuol dire che la diceria è palesemente falsa. Vale la pena di visitare il museo solo per questo.

Il museo nazionale marittimo (Haifa)

Pieno di reperti marini, comprende al suo interno una serie di esposizioni permanenti molto interessanti. A pagamento. Ancora a Haifa si trova il museo della marina militare e dell’immigrazione clandestina, anche lui molto interessante seppure un pù maltenuto (a pagamento).

Hecht Museum (Università di Haifa)

Una piccola perla situata in un posto più che strategico. Dal grattacielo dell’Università si può godere di un panorama mozzafiato sul porto sottostante, ma se soffrite di vertigini basta sedersi sul piccolo prato dove si trovano i piccoli posti di ristoro per gli studenti perennemente affamati. A qualche km di distanza si trova la cittadina drusa di Daliat El Carmel, piena di negozi, bancarelle e ristoranti. Assolutamente proibito attravesare il paese il Sabato, quando orde di israeliani occupano ogni cm quadrato disponibile, è un deliberato tentativo di suicidio e io non ne rispondo personalmente. Il museo si basa principalmente su una collezione privata donata dal Dr. Robert Hecht e successivamente arrichita da ulteriori donazioni. Semplice ma bello. Un must per chi si trovi in zona.

Il museo della cultura Filistea (Ashdod)

L’unico museo al mondo che si occupi interamente di un popolo famoso soprattutto per le storie bibliche, Golia per esempio, ma di fatto poco conosciuto. La Bibbia ce li presenta come un nemico crudele, oppressivo, duro e aggressivo. Ma cosa sappiamo veramente di loro? Chi erano? Da dove vengono e perché? Come erano le loro città, case e templi? Come vivevano?Come sono stati sepolti? E dove andò questa gente quando sono scomparsi? Grazie ai primi grandi scavi archeologici avviati nella regione a partire dal XIX è possibile illustrare meglio la vita del nostro nemico per antonomasia. Giusto per una precisazione storica: non esiste alcun legame fra Filistei e Palestina, ma questa è veramente un’altra storia. La foto di questo post è uno delle rarissime immagini esistenti di un ferocissimo guerriero filisteo.

Museo Bar David (kibbutz Bar Am)

Un piccolo ma interessantissimo museo nato dalla donazione della collezione di Moshe Bar David, appassionato collezionista di arte Judaica. Da questo primo nucleo, che resta il cuore del museo, si è sviluppata una raccolta di arte israeliana contemporanea. Pieno di attività educative e di continue nuove esposizioni, il Bar David è la prova vivente che l’arte può vivere dapperttutto, anche a due passi dal Libano. A pagamento.

Ma i veri musei, quelli più autentici e personali sono le nostre case e nostri ricordi. Provate a rovistare nei vostri cassetti e troverete senz’altro le madeleines più originali della vostra vita, Proust docet.

 

 

 

 

Come costruire una nazione da zero

Quasi tutti conoscono la figura di Arik Sharon, soldato, generale, ministro della difesa e primo ministro d’Israele. Pochissimi sanno invece che Arik aveva un suo ononimo Arieh Sharon, architetto e responsabile in buona parte del progetto programmatico che influisce ancora oggi il panorama e la collocazione di molte città e cittadine israeliane, soprattutto nel sud.

Nato in Polonia, Arieh arriva in Israele, allora Palestina, nel 1920 e si unisce con un altro gruppo di ragazzi per fare parte del kibbutz Gan Shmuel. Nel kibbutz comincia a lavorare come apicoltore e lì, osservando l’organizzazione così efficiente degli alveari, arriverà a sviluppare i concetti che lo accompagneranno durante tutta la sua carriera di architetto: semplicità, praticità, economia e sviluppo della vita comunitaria. In fin dei conti per un architetto sono concetti facili da trasformare in cose reali, chissà cosa sarebbe successo se invece di lavorare come apicoltore avesse lavorato in una stalla!

Sharon, non ancora architetto, lascia il kibbutz nel 1926, ma fa in tempo a progettare la sala da pranzo di Gan Shmuel. Il mestiere lo imparerà a Dessau, una città tedesca dove opera una scuola di arte, design e architettura universalmente conosciuta col nome di Bauhaus. I concetti base di una scuola per i tempi all’avanguardia erano il funzionalismo e il razionalismo. Sharon ci aggiungerà del suo aggiungendo la sua personale visione ispirata e influenzata dalla sua precedente esperienza di apicoltore: edifici che oltre ad essere funzionali fossero anche estetici, economici e mirati a inserirsi in un contesto più sociale che urbano. Un alveare insomma.

Ritornato nella Palestina mandataria Sharon si unisce ad un gruppo di giovani architetti, tutti laureati o influenzati dalla nuova scuola tedesca. Sono gli uomini giusti, nel posto giusto al momento giusto. Fra il 1930 e il 1939 emigrarono in Palestina qualcosa come 60.000 ebrei tedeschi. Arrivati più per necessità che per idealismo gli “Yeekim”, il soprannome che venne loro affibbiato, si portarono dietro gusti e capitali che cambiarono radicalmente lo spirito e il carattere architettonico di Tel Aviv. In quel periodo vennero costruiti circa 5.000 edifici di quello che andrebbe chiamato lo stile internazionale e che darà a Tel Aviv il titolo di “città bianca”. Una concentrazione così grande di edifici di tale fatta tanto da meritarsi il titolo di Patrimonio Mondiale dell’Umanità nel 2003.

Ma torniamo al nostro Arieh, che da giovane ma sconosciuto architetto si è ormai fatto un nome, col progetto dei kibbutzim urbani per esempio. Ma la sua fama deriverà da un progetto che rimarrà scolpito nella storia del paesaggio urbano israeliano come “piano Sharon”. Qui non si tratta di progettare una decina di palazzi, un quartiere o una città interà. Ben gurion ha in serbo per lui un progetto molto piò ambizioso, quasi utopistico. Progettare la struttura paesaggistica  di tutta Israele! Seppure faraonico il progetto non intimorisce più di tanto Sharon che, circondanto da una squadra di giovani architetti, comincia a sviluppare le prime linee portanti dell’intero programma.

Il concetto principale è quello che considera l’interesse pubblico più importante di quello privato, quindi disperdere quanto più possibile la popolazione e favorire l’agricoltura per garantire il possesso di quanto più terreno possibile. Questa visione del progetto porterà a creare decine di piccoli centri abitati nel sud del paese, una vera e propria tabula rasa dove i piani di Sharon si possono esprimere al meglio. Le polverose città di Ashdod, Ashkelon, e Beer Sheva assumono un carattere più moderno. Centinaia di migliaia di nuovi immigrati vengono sparpagliati nelle zone più sperdute e meno popolate del Neghev e di altre zone praticamente desertiche. Vengono costruiti dei centri abitati ancora privi di una solida struttura economica e produttiva lungo la “via della fame” una zona dove gli inglesi avevano assunto la popolazione beduina dandogli lavori organizzati soprattutto per fornirgli dei mezzi di sostentamento. La paga infatti veniva data in farina.

Questi piccoli centri abitati sono dei satelliti intorno a una cittadina di medie proporzione che è responsabile di fornire servizi più avanzati che sarebbero antieconomici nei paesini limitrofi. Ma il progetto non avanza come si sperava, e per sostenere economicamente i nuovi immigrati ecco che il governo israeliano torna ai vecchi sistemi inglesi: lavori pubblici senza una vera e propria giustificazione economica. Il più diffuso è il rimboschimento e la creazione di nuove foreste, un’occupazione semplice che non richiede grandi professionalità ma che ha bisogno di molta mano d’opera. In questo periodo verranno piantati un milione di alberi!

Già nel ’52 Sharon abbandona l’ambizioso progetto, le pressioni e le ingerenze politiche sono insopportabili per un architetto che guarda al suo progetto come ad un opera da realizzare sul lungo termine. Non basta costruire nuovi appartamenti se non si creano contemporaneamente zone industriali che possano garantire il sostentamento della popolazione. E’ una condanna alla povertà perpetua. Questo sarà il punto debole del progetto Sharon, la velocità con la quale bisogna costruire nuovi alloggi per le masse immigratorie supera di molto il ritmo con il quale si riesce a soddisfare la necessita occupazionale. Il trasferimento forzato in zone desertiche e mal servite di centinaia di migliaia di persone e la frustrazione che ne seguirà, saranno il carburante con il quale nasceranno i vari focolai di protesta e malcontento che in definitiva causeranno la grande svolta politica del 1977. Una svolta epicale che influenza ancora oggi la società israeliana.

Povere api, che amara fine hanno fatto, altro che latte e miele.

 

 

 

L’esame di coscienza

C’è gran fermento all’interno del movimento dei kibbutzim. La segreteria della federazione che raggruppa più di 270 villaggi collettivi, ha dato ufficialmente il via ad un reclutamento generale per impedire o ostacolare la decisione del Governo Netanyahu di espellere decine di migliaia di profughi e immigranti clandestini presenti in Israele e provenienti per lo più dall’Eritrea e dalla regione del Darfur nel Sudan.

I kibbutzim si stanno organizzando su diversi fronti: raccolta di viveri di prima necessità, accoglienza di piccoli gruppi ed assunzione nel campo lavorativo. Inoltre si sta lavorando per creare una struttura di adozione parziale destinata ad una fascia di età particolarmente sensibile. Si tratta di ragazzi nati, cresciuti ed educati in Israele che diventati ormai maggiorenni sono anche loro passibili della possibile espulsione.

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Quando i sogni incontrano la realtà

 

La storia del movimento kibbustistico è poco conosciuta al grande pubblico, non solo fuori dei confini israeliani, ma anche all’interno del paese stesso. Nel mio piccolo ho cercato di scrivere almeno a grandi linee la nascita e lo sviluppo di questo continuo laboratorio umano e sociologico. Questo tentativo così ambizioso di cambiare il carattere umano, di creare una società nuova, giusta ed egualitaria ha dovuto scontrarsi con lo scoglio della realtà quando ancora la realizzazione del sogno si effettuava navigando a vista. Le enormi difficoltà, più umane che materiali hanno fornito e ancora forniranno un infinito materiale di studio per chi voglia approfondire qualcosa di unico a livello mondiale. Come qualsiasi altra società, anche una società così particolare ha bisogno di miti che possano tramandare nel tempo i valori specifici sulla quale ha basato le sue fondamenta. Fra i diversi miti che accompagnano la storia di questo movimento questa volta parleremo della storia di Beitania Eilit, forse l’esempio più significativo delle inevitabili contraddizioni che hanno accompagnato da sempre lo scontro di un sogno con la realtà circostante. Continua a leggere

Finlandia e grande fratello

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Come per ogni altro paese anche Israele ha i suoi posti sconosciuti non solo al turista medio ma anche alla maggior parte degli israeliani abituati al solito tran tran quotidiano. Tenendo conto che il paese è grande più o meno come la Lombardia è impressionante non solo la quantità di questi piccoli angoli nascosti qui e là, ma soprattutto le storie appassionanti e certe volte assurde che le accompagnano. Prendiamo per esempio il caso di Yad ha Shmona, il primo e unico kibbutz finlandese al mondo. Continua a leggere

L’isola che c’è

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Col concludersi di questo 2015 si sono sprecati gli articoli riassuntivi alla ricerca dell’uomo dell’anno, la foto dell’anno e via discorrendo. Non voglio entrare anch’io in queste innumerevoli e molte volte inutili classifiche per non correre il rischio di diventare banale o stravagante pur di scrivere qualcosa di strampalato ma originale. Preferisco pubblicare questo breve filmato del movimento kibbutzistico che riassume in poche ma significative cifre la forza e la qualità di questo straordinario esperimento umano che continua ininterrotto dal 1909 a cercare una via alternativa. Il filmato è molto roseo e forse un pò ingenuo ma rispecchia abbastanza fedelmente lo spaccato di questa realtà così strana e per molti versi incomprensibile, un’isola solitaria che secondo tutti i calcoli non dovrebbe esistere e invece c’è. Continua a leggere

Compagno direttore

manager

 

Un articolo pubblicato qualche giorno fa sul quotidiano Yedioth haAhronot è completamente dedicato al mio Kibbutz. A parte il titolo un pò pomposo “Non vogliamo una Jaguar vicino parcheggiata vicino casa”, diverse inesattezze e la descrizione leggermente edulcorata della nostra situazione e del nostro passato prossimo e remoto, l’articolo affronta uno dei nodi cruciali della differenza fra il successo e l’insucesso economico e sociale dei kibbutzim. Quali sono i fattori che possono stimolare una piccola comunità di 200-250 membri a dare il meglio di se stessi per favorire il benessere e la prosperità di tutta la comunità? Quale modello imprenditoriale va adottato per motivare il singolo a sforzarsi più del necessario sapendo che il suo ulteriore sforzo non verrà assolutamente retribuito economicamente? Continua a leggere