IL PRIGIONIERO ITALIANO


La storia odierna è proprio di quelle che mi piacciono particolarmente: racconti nascosti e intriganti, fatti di gente semplice,persone  anonime forse, ma piene di umanità e passioni. E sono storie così impensabili che bisogna proprio andare a cercarsele col lanternino. E’ un vero e proprio lavoro di scavo all’interno degli anfratti più reconditi dell’animo umano, e più le storie riportate alla luce sembrano pazzesche, più è grande la ricompensa.

Il personaggio di questo breve articolo si chiama Antonio (Ariè) Cairo, originario di Copertino, un paese in provincia di Lecce. Negli anni ’40 Antonio, si arruola nel regio esercito e combatte sul fronte africano. Nelle battaglie che imperversano nella zona di Tobruk viene fatto prigioniero dagli inglesi e dopo numerose peripezie viene destinato in un campo di reclusione situato a Ein Shemer, oggi Israele, allora parte della Palestina mandataria e quindi sotto il controllo britannico.

Antonio, diventato in breve tempo il cuoco del campo, ha una relativa libertà di azione e decide di approfittarne per scappare dalla prigionia. Nella sua nuova condizione di evaso comincia a collaborare con una l’Ezel, una formazione paramilitare in lotta contro l’occupante britannico. Antonio è un tipo sveglio e coraggioso, in poco tempo riesce a rubare delle armi da una base inglese e fornire preziose informazioni sui trasporti ferroviari di materiale bellico. La sua base logistica è un’edificio abbandonato all’interno del moshav Gan Shomron, a metà strada fra Haifa e Tel Aviv. Dopo la dichiarazione dello Stato d’Israele, Antonio può finalmente uscire dal suo stato di clandestinità e si mette a lavorare come bracciante agricolo nel moshav e nel suo circondario.

Proveniente da una famiglia di agricoltori e abituato al lavoro duro, il giovane viene notato come un lavoratore serio e coscienzioso e in breve tempo riesce a costruirsi una cerchia di amici e godere anche di una certa agiatezza economica. Durante la proiezione di un film, “luci del varietà” per la cronaca, l’ex prigioniero di guerra si invaghisce di Hanna, una giovane ragazza ebrea di origini irakene. La corte è spietata e Antonio è un ragazzo serio e rispettato, i genitori di lei accettano la sua richiesta di matrimonio, anche perchè il ragazzo, per dimostrare la sua serietà è disposto a convertirsi all’ebraismo. Poco tempo dopo il matrimonio Antonio, nel frattempo ribatezzato Arie, viene accettato come membro effettivo della cooperativa del Moshav. Da questa unione nasceranno 4 figli.

Ma le doti che lo avevano aiutato a sfondare,  lentamente ma inesorabilmente gli si ritorcono contro. La colpa di Antonio è di essere troppo bravo. Lavora duramente e meglio dei propri vicini, la sua stalla è la più grande, i suoi campi sono i meglio coltivati, e questo basta a creare una situazione di tensione, che in un piccolo villaggio può rompere i fragili equilibri del quieto vivere. Inoltre Gan Shomron è un moshav di ebrei tedeschi e quindi molto omogeneo dal punto di vista della popolazione, fattore che non può certo aiutatare l’integrazione di questo strano personaggio. La storia, fra invidie, litigi, contrasti e via dicendo, va avanti per più di 40 anni, alla fine dei quali Antonio decide di lasciare Israele e tornarsene al paese natio.

E così una bella mattina, senza aver avuto nessuna notizia sul suo destino ecco che i fratelli di Arie si vedono capitare in casa un familiare di cui non avevano avuto più notizie da decenni. Nonostante abbia ormai più di 64 anni Antonio mette su un vivaio che si rivela subito un’attività redditizia. L’ex prigioniero di guerra non lascerà più il suo paese e vi morirà all’età di 84 anni, due dei suoi figli rimarranno in Italia mentre gli altri due insieme alla madre ritorneranno a vivere in Israele.

Ma come scrivevo in apertura, la storia trasuda passione, nel corso del tempo si sono create vere e proprie spaccature all’interno del nucleo familiare, Uzi il secondogenito è in rotta con la madre e praticamente non si parlano più, Nurit la terza figlia si è convertita al cattolicesimo per evitare tensioni familiari col marito italiano. Ma la più tosta di tutte si è rivelata la moglie Hanna, che di punto in bianco, clandestinamente, dopo aver deciso di voler ritornare in Israele, è riuscita a far traslare la salma dal cimitero cattolico di Copertino per farla esumare in quello ebraico di Hadera!!

Deciso a chiudere i conti col passato, Uzi ha prodotto un documentario sulla travagliata ed avventurosa storia del padre, andando a rimestare nel passato intervistando sia Antonio che diverse persone che lo conobbero nel corso della sua esistenza. Dei quattro figli, Uzi è quello che probabilmente ha più ereditato il pollice verde e la caparbietà del padre. Ha impiantato un’azienda agricola specializzata nella coltivazione del Melograno con delle piantagioni che si sviluppano per più di 1200 ettari. Un bel modo per tramandare la memoria del suo genitore.

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