Alla ricerca del tempo rubato


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Anche la storia di oggi adeguatamente modificata potrebbe diventare un ottimo spunto per un film di cassetta: un thriller ambientato a Gerusalemme con diramazioni in tutto il mondo ed il classico finale a sorpresa. La location e i personaggi sono inusuali, il valore della merce è astronomico e l’autore del furto è un personaggio stravagante quanto bizzarro, ma sicuramente un genio nel suo genere.

Cominciamo con la location: il museo di arte islamica di Gerusalemme, un sito molto interessante che vale sicuramente la pena di visitare. Oltre ai numerosi reperti legati alla sua specifica competenza, il museo racchiude una collezione di inestimabile valore che nulla ha che fare con l’arte islamica, una preziosa collezione di orologi antichi facenti parti della collezione privata di sir David Solomons, collezione donata in seguita dalla figlia Vera al museo da lei fondato.

Gli orologi in questione risalgono al 18simo e 19simo secolo, una collezione di oltre 200 esemplari. I pezzi più pregiati della collezione sono l’opera di un artigiano svizzero considerato ancora oggi un genio nel campo dell’orologeria: Louis Breghet. La complessità dei meccanismi da lui inventati e la poliedricità delle sue creazioni sono ancora oggi oggetto di studio e ammirazione.

Come ogni artista che si rispetti anche Berghet aveva creato il suo capolavoro, una specie di Monna Lisa degli orologi. Un orologio commissionatogli nel 1783 per la personalità più in vista del momento: la regina di Francia Maria Antonietta. Ma come si sa il tempo è tiranno, e Breghet non fece in tempo a concludere la sua opera terminata dal figlio quattro anni dopo la sua scomparsa nel 1827.

Anche la regina Maria Antonietta non fece in tempo a godersi un simile gioiello visto che perse letteralmente la testa durante la rivoluzione francese nel 1793. In suo onore l’orologio di Breguet è comunemente definito “la regina” o “l’orologio di Maria Antonietta“. In ogni caso chi fosse interessato ad acquistare questo gingillo, sempre che ne sia possibile, dovrebbe avere a disposizione la non indifferente somma di 30 milioni di dollari.

L’intera collezione Solomons addobba le vetrine del museo per nove anni, dal 1974 al 1983, quando un bel giorno, o brutto (dipende dai punti di vista), viene scoperto il più grande furto mai avvenuto in Israele. I ladri sono riusciti a entrare all’interno del museo tramite un’apertura di areazione e agire indisturbati per diverse ore. Addirittura hanno avuto il tempo di mangiare e bere durante le numerose ore richieste per realizzare il “colpo” del secolo. I ladri si sono rivelati esperti del settore e autentici professionisti, hanno scelto solo i pezzi migliori ed hanno usato tecnologie sconosciute nel giovane stato ebraico, come ad esempio un microfono posizionato in prossimità del corridoio percorso ad intervalli regolari dal sorvegliantedi turno, uno stratagemma che permetteva ai delinquenti di interrompere la loro opera fino al passare del pericolo. E l’antifurto? Quello aveva smesso di funzionare da tempo, vuoi per mancanza di fondi, vuoi per inettitudine della direzione.

Arrivata sul posto la polizia “brancola nel buio”, come da copione, ma si capisce subito che gli esecutori del colpo saranno un osso duro. Il Mossad e l’Interpol vengono immediatamente mobilitati, gli areoporti e gli altri transiti, marini o terrestri, allertati ma degli orologi nessuna traccia. E quando non ci sono certezze le voci e la fantasia cominciano a lavorare. C’è chi parla di un furto commissionato da Gheddafi, qualcuno ha visto gli orologi in una stanza di qualche grosso funzionario del Cremlino, e anche gli emirati arabi del golfo si aggiungono ai possibili sospetti.

Tutte le voci vengono accuratamente controllate per rivelarsi infondate e sfuorvianti. La malavita tace, gli informatori abituali non hanno niente da segnalare, gli orologi si sono dissolsi in un autentico buco nero. Per smuovere le acque le autorità si dicono disposte a sborsare un premio di due milioni di dollari a chi porterà qualche traccia, un filo atto a dipanare questa intricata matassa. Nel frattempo diversi artigiani svizzeri si attivano per costruire una replica quanto più perfetta dell’originale, un lavoro durato tre anni e mezzo. La replica viene attualmente valutata intorno ai quattro milioni di dollari.

La svolta definitiva avviene nel 2006, quando la polizia viene a sapere che alcuni gioielleri di Yafo sono stati contattati da un intermediario in cerca di un possibile acquirente. Ciò significa che la refurtiva non si è mai spostata da Israele, come è possibile che nessuno non abbia parlato in tutti questi anni? Israele è un paese piccolo e un furto del genere non poteva passare innoservato. Da qui la strada è tutta in discesa, l’autore del furto si chiama Neaman Diller, conosciuto col soprannome de “il kibbutznik scassinatore”.

La storia di Diller è la classica ciliegina sulla torta. La madre è un’educatrice famosa, collaboratrice del famoso pedagogo Janusz Korczak negli anni precedenti la seconda guerra mondiale. Pilota di caccia durante la leva militare, Neaman sorvolò nel 1956 il suo kibbutz a bassa quota, una bravata che gli costò il posto. Umiliato e amareggiato Diller venne colto sul fatto mentre era intento a rubare nelle case dei membri del suo kibbutz. Espulso dalla comunità il passo verso il crimine si rivelò breve e forse addirittura indolore.

I colpi di Diller sono geniali, i bottini ingenti ma ogni tanto la sfortuna lo tradisce. Catturato dopo aver scassinato la cassaforte di una grande banca di Tel Aviv viene processato a quattro anni di carcere, e scarcerato dopo due. Nonostante la sua fama Diller non venne mai sospettato del colpo al museo, la polizia era convinta che si trattasse di una banda numerosa e bene organizzata e non di un lupo solitario.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 2004, la vedova rimane sorpresa dell’ingente quantità di denaro ereditata dal marito. Fra le altre cose anche dei numerosi orologi depositati in diverse cassette di sicurezza, sia in Israele che all’estero. La vedova affida ad un avvocato di fiducia la mediazione della vendita dei preziosi orologi, un passo falso che porta finalmente la polizia sulla giusta pista. Dopo oltre 25 anni di indagine e ricerche infruttuose la refurtiva viene finalmente ritrovata.

Dei 106 orologi rubati, 96 vennero recuperati, compresa “la regina”. Diller morì povero e malato di cancro, il suo colpo più famoso era troppo prezioso per poter essere venduto senza destare sospetti. Durante la sua vita criminale Diller venne definito da diversi psichiatri schizofrenico e narcisista, doti probabilmente necessarie in un mestiere del genere.

Gli orologi della collezione sono tornati nella loro collocazione originaria, il museo è bello e interessante, non resta che visitarlo la prossima volta che visiterete Gerusalemme. Ma non fatevi venire strane idee in testa. Per sapere che ore sono basta il telefonino che ognuno di noi ha in tasca.

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Un pensiero su “Alla ricerca del tempo rubato

  1. Mi ricordo del furto – ero stata al museo con mia zia poco tempo prima, e lei aveva perfino pensato a lasciare al museo l’orologio da taschino di mio nonno (suo padre). Ma non conoscevo il seguito della storia e come sono stati ritrovati gli orologi. Grazie del racconto.

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