A sud di Beer Sheva


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Un vecchio proverbio beduino recita più o meno così: “Dal nord fino a Kastina ci sono sia la legge che Dio, da Kastina a Beer Sheva c’è solo Dio, a sud di Beer Sheva non ci sono più ne Dio ne la legge”. Tutto questo per introdurre un tema molto spinoso che coivolgono la minoranza beduina del Neghev ed il governo israeliano in un continuo braccio di ferro fra legalità e tradizioni, una situazione che ancora non ha trovato una soluzione soddisfacente per entrambe le parti e che sfocia molto più spesso in episodi di violenza e di sangue.

Il tema dei beduini del Neghev è riemerso nuovamente all’ordine del giorno quando il previsto sgombero di alcuni edifici abusivi è sfociato in un fatto di sangue. Mentre le forze di polizia israeliane circondavano il villaggio beduino di Um el Hiran per permettere quanto deciso dai tribunali israeliani, una macchina ha cercato di uscire dall’accerchiamento ed ha ucciso un poliziotto investendolo.

La dinamica dei fatti non è ancora chiara, un filmato fornito dalla polizia fa vedere come la macchina procedesse lentamente prima di incontrare un gruppo di poliziotti, aumentare la velocità e fiondarsi su un gruppo di loro uccidendo il poliziotto Erez Levi. La polizia si è dichiarata sin dall’inizio assolutamente sicura della sua versione. A suo dire l’attentatore era un affiliato dell’Isis eג era iscritto al movimento dei “fratelli musulmani”, molto attivo nella zona.

I parenti del defunto Yakov Musa Abu Elki’an forniscono una versione completamente diversa. Secondo loroYakov aveva annunciato la sua volontà di allontanarsi dalla zona per evitare di vedere lo scempio della distruzione della sua abitazione e una volta imbattutosi nei poliziotti, quest’ultimi hanno cominciato a sparare ferendolo e inducendolo ad una fuga che poi si è trasformata in un tragico incidente.

Al di là della dinamica dei fatti rimane la realtà di una situazione insostenibile. Il deserto del Neghev è abitato da oltre 220.000 beduini (2013), forse la popolazione israeliana con il più alto indice di fertilità. Basti pensare che nel 1980 abitavano nella zona a malapena 37.000 anime, vale a dire che in meno di 40 anni la popolazione si è sestuplicata!

Per cercare di migliorare la situazione socio economica di questa etnia così fiera e particolare, il governo israeliano ha promosso la creazione di diverse cittadine per indurre gli abitanti a cambiare il loro stile di vita da semi nomade a stanziale. Ma le decine di migliaia di beduini che ancora insistono a vivere secondo una tradizione sempre più anacronistica costituiscono la parte più spinosa del problema. Abitando nel deserto e gestendo la propria esistenza in modo semi nomade, i beduini del Neghev non sono in grado di usufruire dei servizi basilari che una società occidentale offre ai propri cittadini: educazione, sanità, elettricità , sistemi fognari e via andare.

Una situazione del genere non può fare altro che aumentare un disagio socio economico esistente in ogni caso. La mancanza di un’adeguata istruzione diminuisce enormemente le loro possibilità professionali e favorisce la criminalità. Contrabbando di droga e di armi, racket di vario tipo sono forme sempre più crescenti di sostentamento per chi vive da sempre ai limiti della legge, proprio perchè si trova fuori dal sistema legalizzato del paese.

Chiaramente la situazione è molto più complessa, la maggioranza dei beduini è da un lato sempre più inserita nel tessuto sociale, ma dall’altro si trova ancora nelle fasce più povere della popolazione. Ma grazie all’Università di Beer Sheva che si trova relativamente vicino ai grandi centri abitati la situazione è in continuo miglioramento. L’Ateneo del deserto sfoggia ogni anno sempre più dottori, avvocati, ingegneri e altri specialisti. Una nuova generazione che grazie alla propria istruzione è più conscia non solo dei propri diritti ma anche dei nuovi orizzonti che si sono appena aperti davanti a loro. Una punta di diamante che si spera incoraggi sempre più giovani a seguire la loro strada.

La strada da fare è ancora molto lunga e piena di insidie. Il governo è ancora poco propenso a elargire cospicui investimenti economici prima di essere sicuro di aver riaffermato lo stato di diritto in quest’area ancora molto instabile da questo punto di vista. I beduini dal canto loro danno l’impressione di non essere in grado di abbandonare completamente dei costumi che sono in pieno contrasto con lo spirito occidentale israeliano.

Basti pensare che colui che la polizia definisce un terrorista, aveva quattro mogli e 24 figli, un esempio lampante di un tipo di società estremamente patriarcale dove l’emancipazione femminile è ancora molto limitata. In ogni caso Um el Hiran è solo la punta dell’iceberg di una situazione che diventa sempre di più ingarbugliata. La quantita di “edifici” abusivi costruita dai beduini in questi decenni è impressionante, e le apposite commissioni governative istituite per cercare di arrivare ad una soluzione soddisfacente e definitiva non hanno mai avuto successo.

Come in molti altri casi le migliori iniziative sono quelle che spuntano dal basso, dalla popolazione locale, come in questo caso, ma la strada è ancora molto lunga. Non c’è dubbio che l’unica soluzione possibile è quella di riuscire a valorizzare al massimo le risorse umane di questa etnia così particolare. I beduini si sentono padroni del deserto, è la loro casa e il loro habitat naturale da che mondo è mondo. Riuscire a canalizzare queste energie in campi economicamente redditizi è la nuova sfida da affrontare. Per riuscire a raggiungere questo obiettivo bisogna riportare nella zona con le adeguate lusinghe sia Dio che la legge.

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7 pensieri su “A sud di Beer Sheva

  1. non ho capito qual’è la differenza tra i beduini e gli altri arabi cittadini d’ Israele. Solo il fatto che i primi vivono nel deserto da nomadi o vi sono differenze in termini di etnia, religione o altro?

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    • Ciao Robel, bisogna fare alcune distinzioni. In Israele vivono oltre i.700.000 arabi che costituiscono il 20% della popolazione. Non tutti gli arabi sono musulmani, ci sono gli arabi cristiani (8,4%) ed i drusi (8,2%). Il resto della minoranza araba si divide in alcune etnie, circassi per esempio, ma rimane tutta musulmana. E’ vero però che i beduini si considerano un mondo a parte e quando gli chiedi se è un arabo tengono sempre a precisare che lui è un beduino. In ogni caso non è un problema di nomadismo, i beduini del nord sono tutti stanziali.

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      • Quindi, se i beduini sono musulmani e parlano l’arabo, è un problema etnico (o tribale) per molti versi simile a quello degli zingari che vivono in Italia da parecchie generazioni e che non riescono a vivere in una normale abitazione in forma stanziale (tranne la tristemente nota famiglia Casamonica)

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  2. Nelle popolazioni tribali, in quasi tutto il mondo, i clan possono avere alleanze utili, ma i legami famigliari, ed i matrimoni, sono sempre entro la loro cerchia. Questo succede anche in Africa, non solo nel mondo arabo. Se vogliamo analizzare bene, anche nella cultura occidentale resta una certa diffidenza verso “l’altro”, sono retaggi antichi, anche se il mondo va verso una certa globalizzazione. A settembre io ed il mio compagno siamo passati da Beer Sheva, una città che sta ampliandosi sempre di più, abbiamo notato una popolazione estremamente varia.

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  3. Credo che le nuove generazioni, piano piano, riescano ad integrarsi, i giovani sono il futuro e, se lo vogliono, possono usare lo stesso linguaggio. Da noi delle famiglie di appartenenza Rom si sono perfettamente integrate, proprio tramite i giovani. Molto può essere fatto dalla scuola, sviluppando una memoria storica, culturale e linguistica, magari integrando con associazioni culturali. Ho abbastanza viaggiato, ma non ho mai visto un paese con così tante espressioni di differenze camminare insieme, un senso di appartenenza con moltissime sfaccettature.

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