Per un pugno di borekas


borekas

Mi sembra di averlo già scritto una decina di volte, ma di tanto in tanto è meglio ricordare un principio basilare per fugare ogni possibile dubbio: Israele è una società complessa, variegata e molto complessa. Lo si può vedere e percepire in ogni campo, molti dei quali ho già descritto, questa volta tocca al cinema. E quando si parla di cinema israeliano non si può affrontare l’argomento senza descrivere un genere ben definito sviluppatosi nel corso degli anni ’70, quello dei film borekas.

Il nome di questo genere è nato come contraltare ad un genere molto più famoso a livello mondiale, quello degli “Spaghetti western”, ma il paragone finisce qui, l’intenzione era quello di dare un nome ad un genere che caratterizzava un filone comico molto semplice nella sua costruzione cinematografica ma molto esplicativo del perenne contrasto fra la componente sefardita e quella ashkenazita del giovane stato ebraico.

Da questo punto di vista il paragone con il cinema italiano sono film come “Benvenuti al sud” dove il perenne contrasto fra settentrionali e meridionali è fonte sicura e perenne di qualsiasi comico in cerca di facili battute.

Nel caso del genere israeliano il successo di questo filone non era legato esclusivamente alla comicità ma a tutta una serie di realtà socio economiche alle quali i film borekas servivano come valvola di sfogo. Cominciamo col dire che tutto questo genere di film, che hanno sempre raggiunto degli ottimi risultati ai botteghini, sono stati realizzati da sceneggiatori e registi ashkenaziti. Ma una contraddizione del genere non aveva alcuna importanza fin quando le regole del gioco venivano rispettate.

Il copione classico prevedeva una situazione del genere. Da un lato un ragazzo giovane, aitante che vive di piccoli espedienti al limite della legalità, dall’altro un’avvenente giovincella di buona famiglia proveniente dai quartieri altolocati della città e assolutamente a digiuno di una realtà così disastrata come quella del Romeo in questione. Lo choc è soprattutto culturale, la famiglia di lei è ricca ma chiusa,  fredda e incapace di esprimere i propri sentimenti, per la loro figlia è già previsto un matrimonio con un colto ma noiosissimo fidanzato, assolutamente privo di qualsiasi libido sessuale. I levantini sono visti come una forma di folklore da vivere con le debite distanze. Di fronte la calda e numerosa famiglia sefardita, tradizionalista ma non religiosa e comunque saldamente attaccata ai sani valori dell’ebraismo.

Poco importa se l’eroe sefardita venga sempre rappresentato ai limiti di una macchietta, l’importante è che con la sua esperienza  proveniente dalla dura legge della strada riesca sempre a mettere nel sacco il designato antagonista “bianco” per giungere al cuore della bella di turno. La società sefardita è descritta come qualcosa al limite del primitivo, dove il padre è quasi sempre un imperterrito ubriaco e la madre si occupa di fatture e lettura delle carte e dei fondi di caffè. Il film Salah Shabati, candidato a suo tempo all’oscar del miglior film straniero ne è un ottimo esempio.

Ma nonostante queste situazioni così esremamente stereotipatizzate il successo di pubblico fu eccezionale, la maggior parte di questi film sono diventati veri e propri cult movie e anche i ragazzini delle nuove generazioni conoscono a menadito tutti i dialoghi e le battute più significative. Una situazione paradossale, spiegabile solo col fatto che pur di diventare un fattore di rilievo in una società doveva viveva ai suoi margini, l’ebreo sefardita era disposto ad essere rappresentato in una maniera assolutamente avulsa dalla realtà. E’ un fatto che i pochi registi di origini arabe operanti allora in Israele affrontavano tematiche molto più vicine alla realtà di quei tempi.

L’avvento della televisione e forse ancora di più la vittoria del Likud nelle elezioni del 1977,  segnarono, se non la fine, perlomeno la riduzione del fenomeno cinematografico. Le varie etnie sefardite si erano riprese la loro rivincita, e alla grande. Ora che le distanze, almeno sulla carta, si erano ridotte, si stavano aprendo nuovi spazi sia per il mezzo cinematografico sia per quello televisivo. E’ il periodo che l’unico canale televisivo di quei tempi trasmette ogni venerdì pomeriggio un film arabo, generalmente un melodrammone egiziano. Per il cinema stava cominciando un’altra epoca: i film diventavano piano piano più impegnati, si stava passando da un filone prettamente commerciale a un cinema di qualità dove il messaggio ideologico era lo scopo e non il mezzo.

I film borekas non sono mai definitivamente morti, si sono trasformati, hanno assunto una nuova veste, magari più elegante, ma esprimono ancora questa necessità di accentuare l’eterno contrasto fra le differenti culture esistenti nel paese. Del resto ci sono sempre diversi partiti politici basati proprio su queste divisioni etniche che si prendono la briga di ricordarcelo in tempo di elezioni.

Fonte di divertimento, valvola di sfogo, tappa obbligata nello sviluppo culturale del paese. I film borekas sono tutto questo e anche qualcosa di più, la loro ombra è indelebile e influenzerà la comicità e il costume israeliano ancora per molte generazioni. Nel bene e nel male.

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