Ma che modi (di dire)


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Oltre a divagazioni più o meno teoriche sulla situazione israeliana e sui vari fenomeni di costume e culturali che avvengono nel paese e di cui cerco di dare una descrizione la più fedele possibile, ogni tanto provo a fornire ai miei fedeli lettori qualcosa di più pratico con cui affrontare la problematica realtà di questo piccolo paese. Fra le altre cose ho scritto di street food, la Gerusalemme da scoprire e hummus. Questa volta è il turno dello slang locale, quella miriade di modi dire e frasi assolutamente esoteriche senza le quali è praticamente impossibile afferrare il senso di una normalissima conversazione in atto fra due o più persone. Prima di immergerci nelle problematiche dell’idioma locale è bene fare una piccola ma importante precisazione: in Israele non esistono dialetti, è quindi quasi impossibile capire da che parte del paese provenga il tuo intelocutore basandosi esclusivamente dal suo accento o modo di parlare. L’accento aiuta a definire la nazione di provenienza ma non una specifica regione di Israele. Dopo questo lungo ma indispensabile preambolo è giunto il momento di metterci al lavoro, o come diciamo noi Yalla la Avodà.

Ma Pitom? E’ più o meno l’equivalente di “Ma che ca..o dici?” anche se non suona affatto oscena. La traduzione letterale sarebbe “Cosa all’improvviso” La risposta tipo a Ma Pitom è Pitom veRamses, le due città costruite dagli  ebrei durante il periodo  della schiavitù in Egitto. “Davide è vero che te la fai con la Mariuccia? Ma pitom! Lo roè ota mimeter”.

Lirot mimeter. Non ti vede da un metro, l’equivalente di Non te se fila per niente. “Mariuccia è vero che te la fai con Davide? Ma Pitom! Lo roà oto mimeter”.

Leharim lehanhata. Alzare il pallone per la schiacciata. Sfruttare la frase del tuo interlocutore a tuo favore. “Davide ma è vero che sei gay?” “Portame tua madre che te faccio vede!”

Pzazot lagabot. Bombe sulle sopracciglie. Si dice di una cosa particolarmente entusiasmante. “Davide, com’è andata la festa di ieri. Haval al hazman (vedi dopo) achi(vedi) pzazot la gabot.

Al hapanim. Sul viso. Si usa per indicare una cosa andata particolarmente male. “Davide, com’è andato l’appuntamento con quella nuova ragazza? Al hapanim ahi, lo raata oti mi meter.”

Achi. Il ch va letto come una c aspirata, alla toscana. Significa fratello mio, modo di dire preso in prestito dallo slang americano. Per distinguersi dalla massa ogni tanto si puù usare il termine achinu (fratello nostro) o adiritturara ghissenu (cognato nostro) ma questo termine è veramente per pochi eletti.

Dvash/Tutim. Letteralmente miele e fragole. Termini usati quando una situazione è particolarmente positiva. “Davide, come ti va la vita? hakol Dvash achi, hahaim em tutim”.

Molte parole usate nello slang quotidiano provengono dal gergo militare dove tutte le parole sono degli acronomi, vale a dire delle sigle formate da parole. Una delle più usate è Havlaz, tempo perso. Havlaz può avere una connotazione sia positiva che negativa. “Davide, com’è andato l’esame di astrofisica integrale? Havlaz ahinu ho risposto correttamente a tutte le risposte”. In alternativa la risposta potrebbe essere “Havlaz ahinu, le domande erano difficilissime, non ne ho azzeccata neanche una”.

Parte del linguaggio quotidiano è influenzato da altre lingue presenti nel paese come l’arabo, il russo, l’Yidish ed altro ancora.

Dughri. E’ una parola araba che significa diritto. Viene usata nel senso di una persona che parla senza giri di parole. “Davide, che ne pensi della nuova maestra? “Dughri, hatichà (vedi) sof haderech (vedi)”

Fraier. Fessacchiotto in Yidish. Nessun israeliano può permettersi di farsi passare per fraier in questo paese dove essersi fatto fregare da qualcuno è il massimo delle umiliazioni. “Davide quanto hai pagato questi jeans della levi’s?”

“Cento sheqel.”

“Fraier, io ne ho pagati la metà, e questa Lacoste?” “Me l’hanno data gratis.”

“Fraier, a me me ne hanno date due”.

 

Sof haderech. La fine della strada. Dicesi di una cosa particolarmente bella. “Davide com’era il falafel che hai mangiato nel bugigattolo beduino di Tel nonsochecosa? Sof haderech achinu, pzazot la gabot”.

Hatichà. Letteralmente “pezzo”, nel nostro caso bel pezzo di figliola, da non confondersi con “Quel gran pezzo dell’Ubalda…” film cult degli anni ’70. A Milano restò in cartellone al cinema d’essai Orchidea di via Torino per due anni consecutivi.

Curiosamente a differenza dell’italiano, gli organi genitali maschili e femminili non vengono intercalati nella conversazione come accade con l’italiano, forse perchè le influenze cristiane, ebraiche e musulmane dei credenti influiscono molto sul modo di esprimersi.

In mezzo a tutta questa miriade di espressioni non poteva certo mancare “l’Italian connection” che nel nostro caso è rappresentata dalla frase “finita la comedia” infilata più o meno a sproposito ogni volta che si vuole tagliare il discorso e passare a qualcosa di più interessante.

Mi rendo conto che il post di oggi può risultare ostico a chi non capisce l’ebraico o non è mai stato in Israele o non ha mai avuto modi di interagire con gli abitanti del suddetto stato. Ma come scritto in apertura questo piccolo vademecum oltre a poter risultare pratico per alcuni può essere significativo per tutti. E’ la lingua parlata, quella che nasce nella strada, il veicolo principale con cui si può giudicare l’evoluzione culturale di una nazione. E l’evoluzione dell’ebraico rappresenta uno stimolo enorme visto che racchiude in se stesso un crogiolo di etnie, popoli, religioni e lingue senza fine.

Tutti i miei fedeli lettori che si riconoscono totalmente o in parte nelle descrizioni sopracitate sono vivamente pregati di aggiungere le loro piccole storie legate allo slang israeliano, rendendo così ancora più ampia questa piccola finestra che ho appena aperta.

Yalla bye

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3 pensieri su “Ma che modi (di dire)

  1. Aggiungo solo che Haval al hazman significa quello che dici solo da un certo momento in poi. Prima, cioè quando io ero lì, significava quello che dice, cioè peccato sprecare tempo, sbrigati. Le prime volte che l’ho sentito in questa nuova veste non capivo

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