La piccola bottega dei tesori


foto-elia

 

 

Durst, Ilford e Paterson sono nomi che immagino siano sconosciuti alla maggior parte di chi sta leggendo questo mio post. Per capirne il significato non basta avere una certa età come quella del sottoscritto, ma aver avuto anche una grande passione ormai andata persa con l’avvento dell’era digitale; lo sviluppo e la stampa delle proprie fotografie. L’odore dei prodotti chimici, la fioca luce rossa della camera oscura, la lama di luce che durava pochi secondi durante i quali l’immagine veniva trasportata dal negativo alla carta fotografica. Erano tutti particolari di un rito oscuro e affascinante al tempo stesso, il passaggio durante il quale un foglio apparentemente bianco diventava immagine, aveva del prodigioso, e poco importava se gli alogenuri d’argento erano la spiegazione scientifica di come un’immagine latente si trasformasse in qualcosa di concreto. L’alchimia fotografica non aveva bisogno di spiegazioni razionali.

Ma se per gente comune come me lo sviluppo e la stampa erano un piacevole passatempo per Elia Kahvedjian furono la chiave della sua salvezza ed del suo successo.

Elia era un sopravissuto allo sterminio armeno ad opera dei turchi avvenuto negli anni 1915-16. La sua storia è per molti versi simile a quella delle vittime dello sterminio nazista. Durante una marcia forzata che causò la morte di decine di migliaia di persone, la madre, per salvarlo, lo vendette ad un mercante curdo come schiavo. Nella sua nuova veste divenne l’aiutante del suo nuovo padrone che di mestiere faceva il fabbro. Quando costui si risposò la nuova moglie non vide di buon occhio il ragazzino, cosa che costrinse il fabbro a scacciarlo via obbligandolo a vivere di piccoli espedienti ed elemosine.

Dopo diverse peripezie Elia, allora undicenne, fu salvato da un’organizzazione di carità americana che lo trasferì in un orfanatrofio di Nazareth. Un esistenza così provata gli avevano fatto dimenticare persino il suo cognome, semmai lo conoscesse da prima, e così gli venne imposto il nome della professione del padre, venditore di caffè nella città di Urfa.

E’ proprio nell’orfanatrofrio nazareno che Elia apprese i primi rudimenti della fotografia da un suo professore che lo utilizza come tuttofare. Trasferitosi a Gerusalemme, cominciò a lavorare in un negozio fotografico gestito dai fratellli Hanania, una famosa famiglia cristiana dell’epoca. Quando i fratelli decisero di ritirarsi dagli affari Kahvedjian rilevò il negozio grazie ad un notevole prestito bancario.

I suoi nipoti, gli attuali proprietari del negozio, sostengono che il suo successo commerciale fu dovuto ai legami particolari che seppe intraprendere con le alte sfere del governatorato britannico. La loro tesi è suffragata da una foto scoperta solo pochi anni fa dove vengono ritratti i membri della cellula massonica della città, i personaggi più influenti di Gerusalemme. Grazie ad una soffiata provvidenziale sull’imminente scoppio del conflitto fra arabi ed ebrei, Elia ebbe il tempo di salvare il suo prezioso archivio per stabilirsi definitivamente nel 1949 nell’attuale bottega situata all’interno del quartiere armeno.

Spulciando un pò nella rete è venuto fuori che Kahvedjian non fu il solo fotografo armeno degno di nota, ma ci fu praticamente una vera e propria scuola come è possibile dedurre da questo articolo

Ma a noi interessa particolarmente la collezione inestimabile attualmente in possesso dei nipoti Kahvedjian che hanno già pubblicato diverse raccolte delle innumerevoli fotografie scattate dal nonno. Dalle fotografie esposte nel loro sito è possibile denotare una vera e propria stratificazione archeologica della città e respirare a distanza di decenni personaggi ed atmosfere andati persi per sempre.

Per esperienza personale so quanto piacere possa fare rivedere le proprie foto scattate molti anni fa, scoprire quanto si sia cambiati, riconoscere volti e luoghi già dimenticati, e ringraziare, magari segretamente, chi passò ore ed ore al buio, avvolto dai grevi odori dei diversi prodotti chimici intento a riprodurre un istante irripetibile della vita di ognuno di noi.

 

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