L’isola che c’è


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Col concludersi di questo 2015 si sono sprecati gli articoli riassuntivi alla ricerca dell’uomo dell’anno, la foto dell’anno e via discorrendo. Non voglio entrare anch’io in queste innumerevoli e molte volte inutili classifiche per non correre il rischio di diventare banale o stravagante pur di scrivere qualcosa di strampalato ma originale. Preferisco pubblicare questo breve filmato del movimento kibbutzistico che riassume in poche ma significative cifre la forza e la qualità di questo straordinario esperimento umano che continua ininterrotto dal 1909 a cercare una via alternativa. Il filmato è molto roseo e forse un pò ingenuo ma rispecchia abbastanza fedelmente lo spaccato di questa realtà così strana e per molti versi incomprensibile, un’isola solitaria che secondo tutti i calcoli non dovrebbe esistere e invece c’è.

In questi 106 anni i cambiamenti di queste società collettive sono stati enormi e talvolta in assoluta antitesi col progetto originale, ma i 267 kibbutzim esistenti hanno di fatto influenzato coi loro ideali tutta la società israeliana e non solo quella.

Per chi sia a digiuno d’ebraico ecco i dati forniti dal filmato: in 12 anni la popolazione è cresciuta del 40% arrivando a 165.000 abitanti (il 2% della popolazione). Di questi, 64.000 hanno meno di 18 anni.

L’89% è diplomato, contro una media nazionale del 65.5%, il 97% dei giovani presta il servizio militare, di questi il 77% nei reparti combattenti. Ogni anno 850 ragazzi prestano un anno di volontariato civile in aggiunta al servizio militare. Attualmente 33 kibbutzim fanno parte del programma zabar ospitando 43 garinim di ragazzi venuti apposta dall’estero per arruolarsi (generalmente figli di israeliani che hanno lasciato il paese). I kibbutzim “adottano” fra l’altro oltre mille ragazzi che stanno prestando il servizio militare lontani dalle loro famiglie.

Nel campo produttivo i kibbutzim coltivano il 92% delle colture da campo, il 45% della produzione agricola, producono il 58% del latte presente sul mercato, il 98% della produzione ittica e il 66% del pollame.

I kibbutzim sono i maggiori datori di lavoro nelle zone periferiche del paese con 50.000 occupati in 240 fabbriche. Anche il 30% delle esportazioni  industriali tradizionali e il 9% della produzione industriale interna sono il frutto del lavoro e dell’abnegazione di questi personaggi così autentici. Meno idealisti di quanto si vorrebbe credere ma ancora oggi autentici protagonisti del progetto sionistico originario.

 

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