Nozze di sangue


 

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Il filmato trasmesso mercoledì scorsco dalla rete televisiva israeliana Channel 10 rappresenta una pietra miliare nella storia del sionismo. I termini del prossimo scontro all’interno della società israeliana non sono più i vecchi e classici schemi fra ultra ortodossi e laici, ricchi e poveri, sefarditi e aschenaziti e neanche fra arabi israeliani ed ebrei, la grande sfida da combattere non è affatto nuova ma solo adesso si è rivelata in modo così scioccante agli occhi dell’opinione pubblica ed è la lotta fra la maggioranza sana e razionale della società israeliana contro una minoranza da non prendere assolutamente sottogamba ligia esclusivamente ai dettami più intransigenti e più estremisti che l’ebraismo possa rappresentare. Una minoranza pronta a sacrificare l’esistenza stessa di Israele pur di raggiungere lo scopo di creare un nuovo regno messianico.

Il processo in atto è un processo lungo ma continuo e ininterrotto. Un unico filo collega la cellula terroristica ebraica degli anni ’80, l’eccidio di Hebron, l’assassio Rabin, l’omicio di Muhammed Abu Khdeir nell’estate del 2014, i numerosi atti vandalici catalogati col nome di “Tag Mehir” fino al filmato di mercoledì scorso.

Da tempo la dirigenza politica e religiosa di destra, le forze politiche e quelle di sicurezza sapevano che il fenomeno in questione non era più qualcosa di esoterico in mano a pochi facinorosi, ma qualcosa che mano a mano diventava più numeroso e organizzato. Tutto questo è stato reso possibile da decine di Rabbini e da non pochi deputati e dirigenti delle destre israeliane che gli hanno sempre coperto ideologicamente e politicamente.

Il filmato delle “nozze dell’odio” è stato solo il catalizzatore di di una situazione di cui ormai si stava perdendo il controllo. Il problema più grande è che ascoltando i vari dibattiti radiofonici e televisivi una parte non indifferente  dei coloni e dei loro sostenitori non è ancora in grado di prendere in maniera netta ed inequivocabile le distanze da chi ha ormai oltrepassato da tempo il limite della legalità.

La ragione è il blocco psicologico esistente che impedisce una chiara condanna visto che i padri di questa nuova generazione sono gli stessi coloni che dal ’77 in poi hanno sempre spostato a loro favore i limiti della legalità trasformando l’occupazione della Giudea e della Samaria da uno strumento politico utile per una futura trattativa di pace ad un dato di fatto ormai irreversibile. “I nostri metodi sono in definitiva i vostri” si giustifica la gioventù delle colline, “facciamo esattamente quello che avete fatto voi in precedenza, spostiamo ancora un pò più in là le regole vigenti”.

Siamo così arrivati ad un impensabile commedia dell’assurdo con un altrettanto inimmaginabile scambio delle parti. Di fronte al pugno di ferro messo in atto dai servizi segreti israeliani per srotolare la matassa dell’omicidio di parte della famiglia Dawabshe una parte dei coloni è diventata improvvisamente garantista, incurante dei trattamenti riservati ai palestinesi in simili occasioni. Improvvisamente lo Shabaq si è trasformato in una centrale del male, un’istituzione da combattere perchè così insolente da voler interrogare sospettati appartenenti al settore ebraico. E poco importa se Yoram Cohen, il capo dei servizi segreti, e lui stesso un ebreo religioso.

In tutto questo susseguirsi di proclami, accuse e contraddittori una parola di merito a Naftali Bennet, leader del “focolare ebraico” il maggiore partito del settore nazional religioso, il quale è stato il primo a condannare in maniera netta e inequivocabile non solo il filmato ma tutto ciò che rappresenta. E’ un pò triste constatare che il premier Binyamin Nethanyau abbia aspettato qualche ora prima di aggiungersi al coro.

La maggioranza del variegato mondo sionistico religioso è assolutamente parte integrante e costruttiva della società israeliana. Fa parte della spina dorsale dell’esercito, delle università, dell’economia e delle start up del paese. Ma ho l’impressione che troppe volte faccia quadrato in maniera istintiva e irrazionale ogni volta che si deve confrontare con delle accuse specifiche. Il più delle volte è forse ingiusto fare delle generalizzazioni ma in questo momento una condanna senza se e senza ma è la cosa di cui la società israeliana ha più bisogno, soprattutto se proveniente dalla componente nazional religiosa del paese.

Il terrore arabo è un nemico ormai conosciuto contro il quale Israele  paga da sempre un carissimo prezzo di sangue e dolore, ma non è assolutamente in grado di minare la nostra base sionistica democratica e la nostra stessa esistenza così com’è in grado di farlo il terrore ebraico.

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