Ricchi e poveri


gutwein

Dopo aver parlato la settimana scorsa di geopolitica è arrivato il momento dell’economia. E’ appena terminata una serie documentaria di tre episodi col nome de “Il vassoio d’argento” che affronta le problematiche del paese analizzando i rapporti fra il potere politico e quello economico. I tre episodi analizzano la realtà economica israeliana tramite gli occhi di tre diversi personaggi. Guy Rolnik, fondatore e direttore del giornale economico The Marker, Yaron Zeliha, ex revisore dei conti del ministero del tesoro e Daniel Gutwin, docente universitario di Storia del popolo ebraico all’università di Haifa. Ho avuto modo di seguire due interessanti corsi universitari del prof. Gutwin durante il mio M.A. e questo è il motivo per cui il seguente resoconto è il sunto della sua conferenza che analizza dal suo punto di vista i traumi politici ed economici attraversati dalla società israeliana dal 1977 ad oggi.

L’analisi di Gutwin parte da un paragone fra Israele e la Finlandia, due stati abbastanza simile come numero di abitanti, mancanza  di risorse naturali ed un Pil pro capite che si aggira attorno ai 34-37 mila dollari. Ma mentre la Finlandia è ai primi posti in tutti i servizi sociali e il suo stato di povertà e fra i più bassi del mondo occidentale, Israele si trova nelle posizioni opposte, un abitante su quattro è al di sotto della soglia di povertà e un bambino su tre si trova nella medesima condizione.

Questo enorme divario, nonostante entrambi i paesi producano la stessa ricchezza, non è il risultato di una conduzione politica disastrosa dei dirigenti politici israeliani, al contrario è la prova del successo di una politica pluridecennale attuata deliberatamente per poter garantire la salvaguardia del potere politico da parte della destra israeliana.

Gutwin sostiene in sostanza che a partire dal 17.5.1977 la data in cui il likud di Menahem Beghin vinse le elezioni e conquistò il potere  venne attuato un piano sistematico e programmato avente il duplice scopo di cancellare completamente tutti i risultati della politica del wellfare attuata dai vari governi della sinistra israeliana da un lato, ed istituire un’economia di mercato neo liberale sul modello di quella attuata da Tatcher in Gran Bretagna e Bush negli USA dall’altro.

Per poter cambiare radicalmente il modello economico dell’economia israeliana della fine degli anni ’70 il governo Beghin iniziò una politica di tagli consistenti nell’educazione, sanità, occupazione ecc. Il secondo passo fu quello di  aprire il mercato monetario favorendo l’entrata di nuovi capitali e l’inizio di una mostruosa spirale inflazionistica che schizzò dal 42,5% nel 1977 al 444%! nel 1984. L’inflazione non fu un incidente di percorso ma uno strumento usato deliberatamente per distruggere il sistema di allora. Un sistema dove l’Histadrut, il sindacato unico israeliano, era il maggior datore di lavoro del paese e controllava il 30% dell’economia. I tassi d’interesse di quel periodo raddoppiarono dal 26 al 52% mettendo in ginocchio gran parte delle industrie israeliane.

Per poter salvaguardare il potere d’acquisto dei propri soldi tutta la popolazione cominciò a guardare alla Borsa come l’unica valida alternativa gonfiando di fatto un mercato molto meno solido di quello che appariva. Il crollo della Borsa e quello delle banche nel 1983 non fecero che accrescere i tagli governativi in tutti i settori sociali. Il seguente pezzo musicale, “Mashiach lo ba” (il Messia non viene) fu la canzone simbolo di quel periodo. Iniziò anche la privatizzazione delle aziende statali che a differenza del credo popolare non erano assolutamente deficitarie.

Gutwin non risparmia le sue critiche anche alla sinistra israeliana che non si dimostrò capace di proporre un modello economico alternativo all’economia di mercato neo liberalista. Durante gli anni del secondo governo Rabin 1992-95 nonostante i numerosi fondi investiti in tutti i ministeri legati al wellfare fu anche ampliata la vendita di enti governativi ai privati. Fu Haim Ramon, deputato e ministro laborista, che assunse nel 1994 la direzione della Histadrut colui che ne sminuì completamente il suo ruolo privandola del suo fondamentale ruolo economico all’interno della società israeliana. Una riforma che accresce ancora di più la crisi in cui si trovano le forze sindacali ormai in caduta libera. Gli iscritti alla Histadrut passarono dall’80% nel 1977 al 25% odierni.

Con l’inizio dell’era Nethanyau la destra israeliana si trovò di fronte ad una grande contraddizione da risolvere, come conciliare la sua politica capitalistica con la sua base elettorale formata in maggior parte dagli strati più deboli della società. Per risolvere il problema furono adottate due diverse soluzioni. La prima fu la creazione dei partiti settoriali destinati ad salvaguardare gli interessi dei propri elettori (religiosi, russi, sefarditi, ceto medio ecc.), partiti del genere hanno l’assoluto bisogno di fare parte del governo per poter elargire quei fondi che il bilancio statale non distribuisce attraverso i suoi ministeri. La seconda soluzione fu la creazione degli insediamenti oltre la linea verde che nulla avevano a vedere con la visione ideologica dei coloni veri e propri. Qui si parla di centri abitati situati a pochi minuti di macchina dal centro del paese dove il costo degli immobili è notevolmente inferiore, e la qualità della vita e dei servizi statali senza paragoni.

Ma proprio i residenti di questi quartieri modello sono il serbatoio elettorale da cui il Likud può attingere una gran parte del suo sostegno elettorale. Chi sono quei pazzi disposti a darsi la proverbiale zappa sui piedi e votare contro il sistema che gli permette un così alto tenore di vita ad un prezzo così basso? Infatti non esistono.

La zona dei territori occupati è l’unica dove gli aiuti governativi sono in continuo aumento a differenza dei dolorosi tagli statali nelle zone periferiche del Neghev e della Galilea. Il dato più evidente della politica neo liberale della destra israeliana è senza dubbio l’allargamento della forbice sociale fra i diversi ceti della società. Le statistiche parlano di un reddito medio di 2.264 euro, ma la metà dei salariati ne riceve solamente 1.312, un divario del 40%. L’economia israeliana è in mano ad una ristretta cerchia di oligarchi, e tutti i maggiori settori sono fortemente monopolizzati.

A mio avviso la tesi di Gutwin per quanto sia affascinante è per lo meno forzata. Il maggiore errore del governo Beghin fu quello di aver voluto trasformare un economia chiusa e protezionistica come quella laborista in un’economia di mercato estremamente neo liberale senza preoccuparsi di procedere per tappe logiche analizzandone di volta in volta i risultati. La volontà di colpire i centri nevralgici dell’economia laborista era più che evidente, ma non penso che ci fu una volontà programmata di trascinare tutto il paese in una spirale inflazionistica che portò Israele sull’orlo della bancarotta.

In ogni caso la situazione economica e sociale del paese continua a rimanere critica e le grosse dimostrazioni di protesta del 2011 per una più equa ripartizione della ricchezza nazionale ne sono la prova. Nonostante il tema della sicurezza sia ancora in testa alle preoccupazioni del cittadino medio relegando così le esigenze economiche di tutta la società in secondo piano, sarebbe un errore molto grave pensare che ignorare queste problematiche non influenzi la solidità del tessuto sociale del paese minando in fin dei conti quella stessa sicurezza così tanto desiderata.

 

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