Fedeli che sbagliano


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I tragici episodi della scorsa settimana non sono che la continuazione praticamente ininterrotta di una catena apparentemente innarrestabile iniziata nel giugno dell’anno scorso con il rapimento e l’assassinio di tre giovani ragazzi israeliani, l’omicidio crudele e gratuito di un innocente ragazzo palestinese e l’operazione “Protective Edge”. Ma mentre le modalità dello scontro da parte palestinese sono rimaste per lo più invariate, la controparte ebraica ha alzato enormemente il livello di bellicosità tanto che sia l’esercito che i servizi segreti affermano nel modo più chiaro possibile ciò che era sotto gli occhi di tutti noi già da qualche anno. Il fenomeno del “Tag Mehir”, le azioni di rappresaglia nei confronti della popolazione palestinese, non sono degli atti sporadici e disorganizzati ma al contrario esiste un’azione politica e militante che agisce con lo scopo dichiarato di destabilizzare lo Stato d’Israele. E’ ora di chiamare le cose col loro nome: all’interno del nostro tessuto sociale si è sviluppato il cancro del terrorismo ebraico.Abbiamo accettato per anni in silenzio una realtà scomoda e paurosa al tempo stesso. Una realtà di chiese e moschee bruciate, azioni violente contro persone e proprietà, sia all’esterno che all’interno dei confini della linea verde. I paragoni con la realtà dei paesi limitrofi non è inerente ed è ai miei occhi irrilevante.  Se vogliamo continuare ad essere orgogliosi della nostra democrazia dobbiamo garantire e difendere lo Stato di diritto del paese. Se Moti Yogev,  deputato del partito nazional religioso “Il focolare ebraico”, si prende la libertà di affermare pubblicamente che bisognerebbe radere al suolo il palazzo di giustizia, ciò significa che il dibattito politico israeliano si sta avvicinando molto più velocemente di quanto supponessimo ad un punto di non ritorno.

Anche se come molti affermano, probabilmente a ragione, che le forze effettive del terrorismo ebraico sono risibili, è anche vero che il numero dei sostenitori potenziali è enorme, sostenitori che giustificano in toto le violenze ed i soprusi in atto da diversi anni. L’esempio più lampante sono gli innumerevoli attacchi contro Reuven riblin, l’attuale presidente di Israele, reo di aver condannato senza se e senza ma gli omicidi di Duma e della parata della comunità Gay di Gerusalemme.  Una realtà che ricorda per certi versi la posizione di una buona parte della sinistra extraparlamentare italiana, e non solo, degli “anni di piombo” verso le brigate rosse, i “compagni che sbagliano”.

Questa è la sensazione che serpeggia all’interno del mondo nazional religioso, da un lato la volontà di capire e giustificare le violenze degli ultimi anni, dall’altro il sospetto, anzi la certezza, di aver perso le redini del comando, e di conseguenza il consenso di una buona parte della popolazione laica israeliana, la base elettorale del likud per esempio.

Il piano programmatico del nuovo terrorismo ebraico è molto più sofisticato di quanto non si potesse supporre e si basa sullo sfruttamento di diversi punti deboli che caratterizzano la società israeliana. E’ un programma che parla di azioni di disobbedienza civile dentro e fuori l’esercito, la delegittimazione del potere giudiziario, l’incremento dei disordini all’interno di Gerusalemme in generale e della spianata del tempio in particolare, senza tralasciare l’esasperazione delle tensioni verso le diverse minoranze etniche e religiose del paese.

La risposta istituzionale degli ultimi anni è stata debole sia per la legislazione esistente sia per la volontà politica. Lo zoccolo duro dei coloni all’interno dei territori occupati è molto ben organizzato e gode di solidi appoggi economici statali e non. Inoltre costituisce un consistente serbatoio elettorale del quale ben pochi deputati sono disposti a rinunciare.

Per combattere in modo radicale il fenomeno, il governo Nethanyau ha autorizzato fra l’altro l’uso della detenzione amministrativa, un retaggio delle leggi vigenti in Palestina durante il periodo del Mandato Britannico. Detenzioni già entrate in vigore durante quest’ultima settimana.

Non è la prima volta che Israele ha dovuto confrontarsi con casi di terrorismo ebraico come la cellula degli anni ottanta. La sensazione è che gli attivisti attuali siano molto più giovani e quindi più incontrollabili, delle autentiche schegge impazzite che rifiutano qualsiasi autorità rabbinica, compresa quella di Yitzchak Ginsburgh, il più estremista  fra i vari leader religiosi in attività.

Oggi si è aggiunta una seconda vittima all’attentato omicida di Duma, una situazione che non potrà che non estremizzare ulteriormente una situazione di per se già drammatica. Il coraggio e la volontà politica di affrontare e combattere il terrorismo ebraico sino in fondo non potranno bastare se non si dimostrerà contemporaneamente la volontà di normalizzare i rapporti con la realtà palestinese. Sono i due lati della stessa medaglia.

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