La marea rossa


קטמון

Ho già descritto in un mio post precedente dell’acerrima rivalità esistente fra Hapoel e Maccabi, le due maggiori società polisportive del paese. Anche se la componente politica si è ridotta considerevolmente le tensioni rimangono sempre appena sotto il pelo dell’acqua,  pronte a riemergere in tutta la loro rivalità. Ma la storia di questa volta affronta il problema dello sport, o meglio del calcio, da un’angolazione totalmente diversa spostando il baricentro del problema e riducendone l’esasperazione che troppo spesso porta a travisare l’appoggio più o meno incondizionato verso i colori della propria squadra in una miscela incontrollabile di violenza, razzismo e odio verso dei perfetti sconosciuti che hanno l’unico difetto di vivere lo sport sotto dei colori diversi. Provate a immaginare una squadra senza odio, senza razzismo e omofobia. Una squadra di quartiere, coinvolta socialmente, una squadra gestita dai propri tifosi. Provate a immaginare l’Hapoel Katamon Gerusalemme.  Anche se il modello è simile, è chiaro che non stiamo parlando di una società in grado di competere numericamente e qualitivamente col prestigioso e più qualificato Barcellona, ma per gli standard israeliani l’esperienza del Katamon (uno dei quartieri meridionali della capitale) ha un significato molto più profondo e rappresenta un modello di autogestione sportiva fra i più riusciti nel paese.

L’Hapoel katamon è nata ufficialmente nel 2007 dopo che un gruppo di tifosi della più blasonata Hapoel Gerusalemme aveva deciso di abbandonare la propria squadra del cuore come segno di protesta verso i vertici dirigenziali, accusati di aver sprofondato la compagine nelle paludi della serie C. Il progetto, ambizioso e ingenuo al tempo stesso, si è basato sulla partecipazione attiva dei propri sostenitori, ognuno dei quali ha sborsato l’equivalente di 200 euro per acquistare un’azione della nuova società.

Questa democratizzazione dirigenziale ha sortito un primo e significativo risultato: l’attaccamento ai colori della squadra e l’identificazione dei tifosi/proprietari si è rivelato immediato, alla prima di campionato nella serie C israeliana (l’equivalente della Lega Pro italiana) erano presenti oltre 3000 spettatori, un numero astronomico per le serie minori israeliane e oltre la media nazionale italiana.

Dopo un periodo di alti e bassi la squadra del Katamon è attualmente in serie B, un risultato inimmaginabile al momento della fondazione. Ma al di là del risultato sportivo i veri successi della squadra avvengono contemporaneamente fuori e dentro il campo di gioco. Le partite dell’Hapoel sono seguite da intere famiglie, il tifo è corretto, violenza, razzismo e omofobia sono banditi in maniera assoluta contribuendo in modo determinante ad una atmosfera di altri tempi, quando il calcio non era quello spettacolo esasperato e violento del giorno d’oggi.

Il club gerosolomitano si occupa anche di organizzare attività comunitarie non necessariamente calcistiche. I suoi sostenitori organizzano corsi privati di ebraico per i nuovi immigrati etiopi, danno lezioni private ed avvicinano tramite lo sport la componente araba e quella ebraica della città. Un tesi universitaria ha addirittura dimostrato come il modello Katamon sia riuscito ad aumentare in maniera significativa la componente femminile della tifoseria.

Probabilmente l’Hapoel Katamon non diventerà mai una delle potenze calcistiche israeliane, ma gioca e fa divertire, e poi una squadra che nel suo inno cita la falce e il martello insieme all’internazionale non può che destare simpatia nei vecchi nostalgici del ’68 e dintorni. E pazienza se i colori non sono proprio quelli giusti. Forza Inter!

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