Operazione Mosè


מבצע משה

Sono da poco passati trent’anni da una delle tante operazioni segrete che Israele ha condotto durante tutto il periodo della sua esistenza. Ma a differenza di molte altre, e nonostante anche qui il Mossad e l’esercito israeliano furono fra i principali protagonisti della vicenda, l’operazione Mosè fu una delle più commoventi e delle meno cruente in assoluto. Il suo valore umano, simbolico e morale rappresentano ancora oggi uno dei risultati più emozionanti della storia di questo paese che riesce a dare il meglio di sè soprattutto nei momenti di emergenza.  E la necessità di organizzare ed effettuare nel più breve tempo possibile l’esodo della comunità degli ebrei etiopi in quei fatidici 47 giorni a cavallo fra il 21 novembre 1984 ed il 5 gennaio 1985 fu senz’altro una delle più significative.Già durante gli anni ’70 in maniera più o meno palese si svolgeva un flusso migratorio clandestino e semi ufficiale di ebrei etiopi verso Israele. Nel 1974 dopo un colpo di stato che detronizzò l’imperatore Haillè Selassiè a favore del generale Menghistu i rapporti con Israele si interruppero irrimediabilmente e la guerra civile che nel frattempo era scoppiata nel paese cominciò a causare tutta una serie di carestie ed epidemie. La popolazione civile cominciò a fuggire verso i paesi limitrofi fra i quali il Sudan, dove furono aperti diversi campi profughi.

Il passaggio della frontiera comportava delle marce lunghe migliaia di chilometri da percorrere a piedi attraversando zone desertiche ed impervie infestate fra l’altro da predoni in cerca di facile bottino. Si calcola che durante queste marce, veri e propri atti di eroismo, abbiano perso la vita almeno duemila persone ed un numero simile morirà nei campi profughi in seguito a malattie ed epidemie.

Una volta arrivati in Sudan il Mossad cercò una soluzione pratica su come trasferire quanti più profughi possibile mantenendo contemporaneamente il massimo grado di segretezza. Il Sudan, un paese musulmano, non poteva assolutamente dare prova di collaborare, seppure in maniera indiretta, con lo Stato ebraico. Il leader del paese, Ja’far al Nimeiry era disposto a chiudere un occhio in cambio di aiuti economici. Anche in Israele l’operazione era un’autentico segreto di stato, e pochissimi ministri ne erano al corrente, nelle settimanali riunioni del consiglio dei ministri l’argomento non venne mai portato all’ordine del giorno.

La prima fase dell’operazione venne affidata alla marina militare che usò come copertura il villaggio vacanze Eros. Le lezioni di immersione subacquea furono la copertura ideale per permettere agli incursori della marina il via vai fra la spiaggia e le navi che aspettavano di imbarcare i profughi in mare aperto. Inaspettatamente il villaggio ottenne un grande successo commerciale e pullulò di turisti, per scoraggiarli il Mossad decise di alzare le tariffe, cosa che paradossalmente causò l’effetto contrario.

Ma  il timore che la missione venisse scoperta costrinse le forze in campo ad aprire nuove vie per aumentare il ritmo migratorio. Fu il momento di George Gutelman, ebreo belga possessore della compagnia aerea TEA (Trans European Airways) il quale mise a disposizione la sua flotta aerea. Per aumentare la capienza dei velivoli furono smontati i sedili facendo accovacciare i passeggeri durante il volo. Nei 47 giorni dell’operazione il ponte aereo effettuò 36 voli per un totale di oltre 7.000 passeggeri.  I voli avvennero di notte, nel silenzio più assoluto, la prima tratta del lungo viaggio si fermò in Belgio prima di proseguire per Israele, sempre per garantire la massima segretezza.

Ed è proprio la segretezza il punto dolente di tutta l’operazione, nonostante i voli non fossero ancora terminati, uno dei responsabili dei centri di assorbimento dei nuovi immigrati dichiarò in un’intervista che “quasi tutti gli ebrei etiopi sono già in Israele”. La notizia fece il giro del mondo ed obbligò Nimeiry a bloccare i voli lasciando così migliaia di profughi in attesa. Un attesa che durò diversi anni sino all’operazione Salomone del 1991.

La storia dell’operazione Mosè è una delle pagine della storia israeliana di cui andare orgogliosi, la solidarietà e uno dei fondamenti dello spirito ebraico, soprattutto quando si parla di raggiungere ed aiutare chi si trova in difficoltà o in pericolo. C’è molto meno di cui andare orgogliosi per la situazione in cui si trova la comunità etiope a trent’anni dal loro ingresso nella società israeliana. Il loro livello socio economico è fra i più bassi a fronte di un livello di disoccupazione fra i più alti del paese. Nonostante un primo momento di ubriacante euforia anche Israele si è rivelato molto in difficoltà nell’accettare ed inglobare nel suo interno un mondo così genuinamente diverso.

Il colore della pelle, la paura di malattie infettive e le differenze culturali inevitabilmente venute a galla rispetto allo stile di vita occidentale, hanno fatto si che l’operazione Mosè sia ancora lontana non dico da un lieto fine, ma almeno da una soluzione rispettosa di una diversità che non può che arrichirci a tutti i livelli.

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