Il balsamo miracoloso


afarsemon

Una storia d’amore come tante altre, forse un pò più speciale per via dei personaggi, ma semplice e lineare secondo un copione preciso e immutato nel corso dei secoli. Lui ama lei, lei ama lui ma di tanto in tanto ha bisogno di qualche segno tangibile del suo amore incondizionato, oggi un diamante e nei tempi andati il leggendario e ormai introvabile “afarsemon”. Tanto per intenderci il “lui” in questione era Antonio, follemente innamorato della più celebre regina dell’antichità: Cleopatra. Ma cos’era questo prezioso, misterioso e per il momento introvabile afarsemon?La verità è che anche oggi non ne sappiamo più di tanto. Si sa che era un profumo, anzi un balsamo profumato, che si otteneva da una pianta officinale grande come un cespuglio, l’ Opobalsamum Commiphora, la volatilità del liquido estratto dalla pianta era tale che il vero segreto del “balsamon” era racchiuso nella particolare tecnica di produzione capace di ridurre al minimo la sua dispersione.

Il valore di questo prezioso balsamo era secondo solo allo splendore di Cleopatra, visto che Antonio le regalò senza indugio le uniche due piantagioni in grado di produrre la rara fragranza: Ein Gedi e Gerico, situate in vicinanza dell’antica Asfaltide, l’odierno Mar Morto. Chi capì immediatamente l’enorme valore commerciale della fragranza mediorientale fu Erode il Grande che riusci a farsi ridare indietro gli appezzamenti che rappresenteranno uno dei principali introiti coi quali sarà possibile finanziare i suoi megalomani progetti.

Della reale esistenza dell’afarsemon, la storpiatura in ebraico del balsamon greco, esistono numerose e fondate testimonianze. Giuseppe Flavio lo menziona nelle sue “Guerre giudaiche”, Tacito lo cita in una sua descrizione del regno di Giuda, Plinio il Vecchio ne fa menzione nella sua “Storia della Natura” aggiungendo fra l’altro che il suo prezzo “è il doppio dell’argento”. In uno dei bassorilievi che adornano l’arco di Tito vengono raffigurate delle matrone romane che reggono in mano dei ramoscelli del prezioso cespuglio. Ne fa menzione persino la Mappa di Mabeda. Per non parlare delle sue origini aristocratiche che risalgono secondo la Bibbia alla regina di Saba che dono il profumo a Re Salomone, “Non ci furono più tali aromi come quelli che diede al re Salomone la regina di Saba” recitano le cronache del Libro dei libri.

Sul fatto che il balsamon fosse un grande business non ci sono dubbi. Nel mosaico del pavimento dell’antica sinagoga di Ein Gedi, una scritta mette in guardia coloro che tradiranno “il segreto del villaggio” minacciandoli di terribile maledizione. Plinio il Vecchio ci racconta di una sanguinosa lotta fra gli abitanti di Ein Gedi, detentori del segreto, ed i romani, ansiosi di potersene impadronire. Una moderna e forse un pò audace teoria sostiene che l’assedio di Mezada avvenuto tre anni dopo la conquista di Gerusalemme e la conseguente fine della rivolta contro Roma, non fosse altro che un enorme sforzo bellico mirato ad eliminare uno scomodo vicino delle preziose piantagioni. Le entrate annue ricevute da Roma dal commercio dell’afarsemon erano di oltre 800 mila sesterzi, 1.6 milioni di euro attuali secondo determinate stime.

Con la conquista araba del settimo secolo dopo cristo si persero definitivamente le tracce di questo misterioso arbusto e del suo affascinante segreto. Guy Erlich, ricercatore e agronomo del kibbutz Almog, investe molte energie al riguardo ed è convinto di essere sulla buona strada. A suo dire le proprietà del balsamo non erano soltanto afrodisiache ma rappresentavano una vera e propria panacea dell’epoca.

Cleopatra andava pazza per il balsamon, Marylin Monroe sosteneva che i migliori amici delle donne sono i diamanti, a questo punto mi sovrasta un amletico dubbio:  sono mai esistite le ragazze di una volta che si accontentavano di un mazzolin di fiori?

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