La rotta per Sassari


nuraghi

Il fascino dell’archeologia, almeno a mio parere, è quello di brancolare costantemente nel buio, ogni ritrovamento, ogni scoperta, portano spesso a nuove teorie rendendo così la storia dinamica e affascinante. E’ il caso  di el-Ahwat, un sito archeologico in prossimità della biblica città di Meghiddo a controllo dello strategico valico di Aruna. Una storia affascinante nella quale sono coinvolti i popoli del mare, Sisrà, Deborah, Barak e Yael, un cast di tutto rispetto, da unire ad un ospite d’eccezione: il popolo dei Shardana, una popolazione nuragica originaria della Sardegna.La provenienza dei Shardana è tuttora tema di discussione, ma è certo che siano menzionati per la prima volta dagli antichi egizi nelle lettere di el Amarna, scritti databili attorno al 1350 a.c.. I Shardana, pirati e mercenari, venivano considerati all’epoca un popolo guerriero “tosto” e difficile da sconfiggere, almeno così ce li descrive Ramses II:

“I ribelli Shardana che nessuno ha mai saputo combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistergli”.

E’ probabile che Ramses abbia un pò esagerato nei suoi meriti militari, fatto sta che di lì a poco gli ritroviamo a fianco degli egiziani nella cruciale battaglia di Qadesh contro gli Ittiti. In seguito ai meriti conseguiti in battaglia i Shardana ottengono il permesso di stabilirsi nella zona settentrionale della terra di Canaan, fianco a fianco con alcune tribù israelite.

Fin qui i vari esperti archeologici sono abbastanza concordi, da adesso cominciamo ad entrare nel campo delle ipotesi più o meno ardite, nessuna suffragata da reperti univocabili. Quella più affascinante a mio avviso ce la offre Adam Zartal, un archeologo israeliano già incontrato in precedenza con la teoria dei sandali. Zartal sostiene che la struttura architettonica del sito di el-Ahwat sia riconducibile alla cultura nuraga sarda. In nessun altro sito della zona medio orientale esistono delle mura di cinta costruite secondo una planimetria ondulare come quella esistente nel sito in questione. Tutte le città ed i villaggi costruiti durante il periodo in questione, eta del bronzo ed età del ferro, erano protette da delle mura di cinta in linea retta. Per Zartal, el-Ahwat non è altro che la biblica Haroscet ha Goim, il quartier generale di Sisrà, capo dell’esercito di Yabin, il re di Hazor.

Nel libro dei Giudici al capitolo 4, la Bibbia racconta di come la profetessa Deborah mandò a chiamare Barak per combattere il possente esercito di Sisrà. Il titubante Barak, non abbastanza convinto del promesso aiuto divino, insistette sulla presenza di Deborah la quale le rispose da par suo “la via per cui ti metti non ti onorerà, poichè il Signore darà Sisrà in mano ad una donna”. Come da copione Sisrà verrà duramente sconfitto, ed il suo esercito messo in rotta. Il generale, fuggito a piedi cercherà rifugio nella tenda di Yael, la cui famiglia aveva dei buoni rapporti col re di Hazor. Ma Yael dopo aver addormentato il generale stremato dalla battaglia, le ficcò il picchetto di una tenda direttamente nella tempia, a dimostrazione che la ragazza era sì una gran esperta di campeggi, ma con un concetto di ospitalità alquanto discutibile.

Tanto per rimanere nel campo delle supposizioni, Zartal propone la possibilità che il nome Sisrà sia legato alla città di Sassari vista la similitudine. Un ulteriore tentativo di rafforzare una teoria discussa e considerata ancora poco credibile. Il sito di el-Ahwat è molto meno conservato della costruzione nuraga della foto che dovrebbe dare un’idea delle dimensioni che sono abbastanza simili.  In ogni caso nonostante le molte similitudini, la discussione riguardo ai reperti scoperti è ben lungi dall’essere conclusa.

Ma forse è meglio così, molte volte è proprio quell’alone di mistero che genera quel misto di fascino e attrazione a qualcosa che altrimenti passerebbe innosservata. D’altra parte, aggiungo io, perchè rovinare una buona storia con i fatti?

 

 

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