Dahish: più nero non si può


דעאש

“In futuro tutti saranno famosi per quindici minuti”,  frase attribuita a Andy Warhol, è sempre più che mai attuale visto i continui programmi di reality coi quali siamo bombardati quotidianamente appena accendiamo il televisore. Ma Ahmad Surbagi, 23 anni, proveniente dalla città di Um el Fahem, il suo quarto d’ora di celebrità se lo è letteralmente guadagnato sul campo visto che è il primo arabo israeliano arruolatosi nelle file del Dahish (Isil per gli occidentali) riuscito a tornare in Israele dopo un periodo di addestramento e combattimenti della durata di tre mesi.Non è la prima volta che arabi israeliani si sono trovati coinvolti nei conflitti che insanguinano la regione medio orientale. In un precedente post avevo già analizzato la difficile convivenza fra Israele ed il movimento islamico, le possibili conseguenze e le soluzioni a mio avviso necessarie.

La storia di Surbagi è sconcertante nella facilità con cui la visione di alcuni video su youtube e vari collegamenti su Facebook possano portare ragazzi normativi a trasformarsi in paladini dell’Islam più per spirito di avventura che non per fanatismo religioso. L’altra faccia della medaglia consiste nella capillarità dei servizi di sicurezza israeliani in grado, almeno per il momento, di percepire quasi sul nascere fenomeni di questo genere.

Il quotidiano “Yedioth haAhronot” ha appena pubblicato le trascrizioni degli interrogatori svoltisi subito dopo il suo ritorno in patria avvenuto il 20 aprile scorso. Dai tabulati risulta che Ahmad era stato messo in guardia da un agente dello Shin Bet su un suo probabile arruolamento nelle file delle milizie islamiche. Durante il  colloquio, svoltosi nel giugno 2013, i servizi di sicurezza israeliani gli avevano esplicitamente fatto capire di essere stato monitorato e tenuto sotto controllo, soprattutto in base alle continue visite su pagine facebook vicine all’Isil e ai post da lui pubblicati sull’argomento.

Ma per Ahmad il richiamo dell’avventura e della fede sono troppo forti, sei mesi dopo l’avvertimento ricevuto, lascia la famiglia, ancora all’oscuro di quello che sta accadendo, e si imbarca su un volo diretto ad Istanbul, uno di quei charter tanto cari agli israeliani, sempre in cerca di una buona occasione per trascorrere qualche giorno di vacanza all’estero. In Turchia il nostro eroe aspetta l’arrivo di altri tre conoscenti fra cui Rebi’a Shehada, soprannominato “lo sgozzatore della palestina”.

Dopo un paio di giorni ad Istanbul i quattro si dirigono verso il confine con la Siria che attraversano con l’aiuto di un contrabbandiere in cambio di cento dollari. Lo sconfinamento avviene senza alcun intoppo e dopo un quarto d’ora di cammino il gruppetto incontra ad aspettarli il contatto della milizia islamica. Dopo un breve periodo di addestramento della durata di una settimana che comprendeva l’uso del Kalashnikov, lancio di granate e lezioni teoriche sul RPG, un famoso razzo lanciagranate anticarro di produzione sovietica, è sufficiente per la prossima tappa.

Dopo questa breve infarinatura militare Surbagi viene impiegato soprattutto per compiti di guardia nella base dove è dislocato, in un paio di occasioni viene impegnato in combattimenti contro le forze siriane. La crudele realtà dei combattimenti e il comportamento non proprio impeccabile dei suoi compagni di lotta comincia a creare qualche dubbio sulla validità della sua scelta. La via del ritorno è ormai solo questione di tempo. Dopo un periodo di tre mesi in terra siriana, Ahmed si rivolge ai suoi superiori facendo presente la sua necessità di tornare in patria per accudire alla mamma gravemente malata. Inaspettatamente la richiesta viene accettata senza particolari problemi, nonostante fosse chiaro a tutti la sua provenienza israeliana.

Surbagi si era  messo in contatto coi servizi di sicurezza israeliani quando era ancora in territorio siriano, una volta riattraversata la frontiera Turca viene fornito di un lasciapassare israeliano ed arrestato appena atterrato a Tel Aviv. L’avventura siriana si è conclusa in definitiva in maniera soddisfacente, almeno dal punto di vista dell’aspirante combattente. Dopo una serie di interrogatori Surbagi è stato condannato a 22 mesi di detenzione, molto al di sotto delle aspettative della Procura che aveva richiesto una pena esemplare di divesi anni di carcere. Una pena mite e senz’altro molta fortuna visto che uno dei componenti il gruppo è rimasto ucciso nei combattimenti e le notizie dei due rimanenti non sono chiare.

Il fenomeno dell’Isil in Israele è per il momento molto limitato, si parla di una quarantina di persone  operanti in Siria, cifra irrisorie per una minoranza di un milione e mezzo di arabi israeliani. Lior Akerman, ex dirigente dello Shabak, afferma quello che è chiaro alla maggior parte della leadership israeliana: oltre l’ottantacinque per cento della popolazione araba ha ben altro a cui pensare, occupazione, educazione e benessere sono le principali preoccupazioni e queste sono le tematiche sulle quali agire per rafforzare il terreno sociale ed il rapporto con lo Stato di Israele.

Al di là di questo rapporto problematico ed irrisolto all’interno del paese, la verità è che Israele è un partecipante molto marginale agli enormi cambiamenti in corso. La geografia, i rapporti etnici e religiosi all’interno dell’Islam sono in continuo cambiamento, la lotta aperta fra sciiti e sunniti è una vera e propria guerra di religione che insanguinerà la regione per ancora molto tempo, in effetti è un conflitto irrisolto dal momento stesso nel quale è nata la frattura religiosa fra queste due entità.

A noi non resta altro che non abbassare la guardia e cercare di entrare il più possibile nella logica dei contendenti. Una logica assolutamente estranea ai concetti occidentali. Qui il tempo, la vita umana ed il destino hanno un altro valore. Prima ce ne rendiamo conto e meglio sarà.

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