La capanna nel deserto


 

succoth

E’ appena cominciata Succoth, la festa delle capanne, festa durante la quale la Bibbia impone al popolo ebraico di abbandonare il caldo e sicuro focolare domestico per trasferirsi in delle capanne costruite appositamente per i sette giorni da trascorrervi. Il messaggio intrinseco della festa è dunque quello di non illuderci, la realtà non è mai sicura e stabile come vorremmo credere, la provvisorietà e l’insicurezza sono la normalità e la sola certezza di questo mondo.Questo stato provvisorio e instabile che per me è il messaggio essenziale della festa mi porta a fare alcune riflessioni su cosa può essere, e forse dovrebbe, l’ebraismo per chi come me crede poco nella religione ma molto nel popolo ebraico.

L’ebraismo è in definitiva un lungo e interminabile racconto di tutta la millenaria storia del popolo ebraico, i resti materiali e tangibili sono ben poca cosa, l’eredità dell’ebraismo si trova nelle sue storie e nei valori che sono stati trasmessi all’umanità. Il nomadismo è parte integrante della cultura ebraica, originariamente pastori prima ancora di diventare un popolo stabile nella terra promessa.

Vista in questa ottica Succoth diventa dunque un ritorno alle origini, una festa dove il nucleo familiare si allarga fino a diventare qualcosa di tribale allargandola  anche ad estranei ed ospiti improvvisati com’era nel suo spirito originario. Non a caso durante Succoth le porte della residenza del presidente dello Stato d’Israele sono aperte a tutti i visitatori che hanno la possibilità di scambiare qualche parola di benvenuto.

Se la vita nomade è una parte integrante delle origini del popolo ebraico, allora ci troviamo di fronte a una serie di contraddizioni su come vivere l’ebraismo. Il Santuario di Gerusalemme che rappresentava il fulcro di tutto la vita religiosa basata quasi esclusivamente su dei sacrifici  animali, è stato sostituito da una liturgia chiara e  canonicizzata. L’ebraismo stesso deve fare quotidianamente i conti fra una sua simbiosi fra nazione e religione al fronte di un messaggio universale insito nei suoi principi.

L’ebraismo diventa così un enorme menù, enorme ma limitato. La sfida di ognuno di noi è quella di saper dosare i giusti ingredienti per vivere la propria fede. La cultura ebraica non solo impone la scelta fra il bene ed il male, richiede anche delle scelte morali ed etiche. L’ebraismo in toto è irrealizzabile, ma è sicuramente possibile creare una cultura ebraica aggiornata ai valori attuali, collegata alle fonti bibliche e talmudiche ma pronta ad un confronto critico con la realtà circostante.

La mia succà non è certamente costruita secondo tutti i crismi, ma non per questo perde del suo significato particolare. E’ la mia risposta laica ad un ebraismo diverso, più tollerante, in grado di accettare il diverso e lo straniero riuscendo a integrarli nel tessuto sociale israeliano. Una sfida non indifferente, enormemente difficile ma proprio per questa altrettanto importante. Soprattutto per noi.

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