Un anno agrodolce


סקרים

 

Il 5774 si è appena concluso e già fioccano i primi sondaggi riassuntivi di quello che è stato un anno dominato da una guerra durata più di cinquanta giorni e preceduta da avvenimenti cruenti e luttuosi. Insomma non proprio qualcosa da incorniciare ed appendere in bella mostra fra i periodi migliori della nostra vita. Non c’è migliore occasione come questa volta di recitare il tradizionale augurio di ogni fine anno: “Finisca l’anno (vecchio) con le sue maledizioni, cominci l’anno (nuovo) con le sue benedizioni.

E’ quindi abbastanza sorprendente leggere i risultati del sondaggio pubblicato da Yedioth haAhronot, il maggior quotidiano israeliano, sondaggio volto a tastare lo stato d’animo del paese dopo questi ultimi e non facili dodici mesi. Pur avendo un B.A. in sociologia mi è molto difficile spiegare i risultati che riassunti in una frase suonerebbero tipo “ma ci sono o ci fanno?”.

L’82% della popolazione, arabi inclusi, si considerano “felici” o “abbastanza felici”, l’80% considera Israele un posto con una buona qualità della vita. Il 17% afferma di essere ottimista circa il futuro del paese rispetto all’anno precedente, mentre il 60% continua ad esserlo nella stessa maniera di prima. Quasi due terzi della popolazione adulta sono ottimisti riguardo al loro personale futuro.

La situazione diventa molto più grave quando si affronta il tema della coesistenza, qui il 47% degli israeliani ha denunciato di essere stato parte o di aver assistito a minacce ed atti di violenza fisica o verbale a sfondo politico e/o razzistico. Un dato che non sorprende vista la recrudescenza iniziata con i rapimenti e gli assasinii di quest’estate e sviluppatasi in maniera esponenziale durante l’operazione “Protective Edge”. Un dato molto preoccupante da non sottovalutare assolutamente.

Se si prende in considerazione la situazione oggettiva del paese, eternamente impegnato nel garantire la sicurezza dei suoi abitanti, i risultati sono sorprendenti e testimoniano più di tutto la forza d’animo e l’ottimismo (talvolta incosciente) degli israeliani. Frasi del tipo “andrà tutto bene”, “ci arrangeremo” e “non ti preoccupare” fanno parte del linguaggio quotidiano fino a perderne il significato originario.

I risultati continuano ad essere sorprendenti se si tengono in conto gli attuali problemi del paese: un governo zoppo al limite dell’ingovernabilità, una forbice sempre più ampia fra ricchi e poveri, un ceto medio in affanno e nessun miglioramento rispetto alle proteste sociali di tre anni fa.

Con non poca faciloneria si potrebbe affermare che l’israeliano medio ha ormai sviluppato uno speciale anticorpo che gli permette di vivere quest’assurda e dicotomica realtà. La velocità con il quale è in grado di adattarsi alle condizioni più improbabili ed ingestibili ha dell’affascinante. Le minacce esterne non fanno che rafforzare il collante sociale che tiene in piedi tutta la struttura, un’improbabile ma esaltante gioco di equilibrio per lo spettatore esterno, ma molto pericoloso per chi lo esegue.

La mia sensazione è che gli israeliani si sono assuefatti a questa situazione di stallo e sono disposti a pagare il prezzo di questa realtà instabile ma tutto sommato duratura: qualche attentato qui e là, un’intifada o un’operazione militare ogni tot anni e la strisciante delegitimizzazione del paese da parte dell’opinione pubblica mondiale.

Anch’io sono un inguaribile ottimista, e vorrei tanto aver ragione, ma ogni tanto vedendo questa mancanza di iniziativa a livello politico mi chiedo con un briciolo di ansia se non ci siamo trasformando nei crociati del XXI secolo, incapaci di costruire un rapporto corretto e duraturo con chi è disposto ad accettare la nostra presenza. Credetemi, ci sono e sono più di quanto si voglia pensare.

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