La tregua?


 

bandiera bianca

Ancora una volta Israele ha l’intenzione di proclamare una tregua umanitaria e di effettuare un ritiro quasi totale delle truppe dalla striscia di Gaza. Secondo fonti militari israeliane l’obiettivo imposto dal governo all’esercito, la distruzione  della rete di gallerie sotterranee, è molto vicino ed entro la giornata di domani dovrebbe concludersi il loro completo smantellamento. In tutto sono state scoperte 31 gallerie, profonde in media 25 metri e lunghe alcuni chilometri. Una parte di queste gallerie permetteva lo spostamento al loro interno con delle motociclette, favorendo così la ritirata da Israele in territorio israeliano.La tregua così desiderata da Israele e dai paesi occidentali e arabo moderati rimane comunque ancora molto lontana se non irragiungibile. In modo assurdo e paradossale le richieste di Hamas dipendono quasi tutte dai paesi arabi limitrofi e non da Israele. Quando Hamas richiede l’apertura dei valichi intende specificatamente l’apertura del valico di Rafiah, al confine con l’Egitto. Il paese delle piramidi ha un conto aperto coi fratelli musulmani di cui hamas è un’estensione, e limita il passaggio di merci e persone in maniera molto più rigido di quanto lo faccia Israele. I soldi necessari per pagare gli stipendi dell’amministrazione del movimento vengono erogati dall’autonomia palestinese nella persona di Abu Mazen. Anche qui i rapporti sono pessimi, l’Olp non ha ancora dimenticato il colpo di stato del 2007 dove vennero uccisi, talvolta in modo barbaro, decine dei suoi militanti.

Se veramente l’operazione militare si sta svolgendo al termine col beneplacito più o meno esplicito di Hamas, entrambe le parti stanno lavorando al bollettino della vittoria e contemporaneamente analizzano le contromosse da effettuare nel prossimo conflitto. Ma non c’è di che avere fretta, in quest’area il tempo ha un’altra dimensione, la vita umana un altro valore e le regole del gioco sono enormemente diverse da quelle a cui è abituato un ignaro e talvolta indifferente osservatore. E’ triste ammetterlo ma in questa regione il più forte viene rispettato e temuto.

Forse per la prima volta i media occidentali hanno avuto il coraggio di documentare testimonianze sull’uso indiscriminato della popolazione civile da parte dei militanti fondamentalisti. L’uso di ospedali, moschee, scuole e centri di raccolta dell’Onu si sono rivelati postazioni militari in piena regola, un fatto sempre negato da Hamas e taciuto dai media.

L’emirato del Qatar si è rivelato il nuovo e influente protagonista di questa tornata. A parte le centinaia di milioni di dollari donate ai miliziani, l’emirato ha cominciato a investire miliardi di dollari in Europa e negli Usa. Con una popolazione di poco più di due milioni di abitanti, di cui l’80% e costituita da lavoratori stranieri, l’emirato del golfo ha acquistato solo quest’anno armamenti per 11 miliardi di dollari! Non deve sorprendere quindi il fatto che Obama abbia più di un occhio di riguardo verso un cliente così danaroso. A detta di alcuni esperti dell’area il loro principale timore è quello di uno scontro aperto coi sauditi, simile all’invasione Iraqena nel Kuwait del 1990.

Per Nethanyau il momento internazionale è favorevole, la cocciutaggine e la malafede di Hamas gli permettono ancora un margine di movimento non indifferente, paradossalmente i suoi problemi provengono dall’opinione pubblica, dalla coalizione di governo e dal suo stesso partito, tutti uniti a continuare la campagna anche al prezzo della conquista della striscia di Gaza.

Ricapitolando,il prezzo in vite umane e feriti lascia dietro di se un’infinita scia di lutti e dolore, l’uscita israeliana da Gaza è vicina, i palestinesi sono divisi su quale politica adottare e la popolazione di Gaza troverà molti dei quartieri posti sotto attacco ridotti ad un mucchio di macerie. Tutto quello che hamas riuscirà a raggiungere in seguito alle trattative, se ci saranno, era possibile ottenerlo prima dell’inizio delle ostilità. Ma non illudetevi la fine è ancora lontana.

Ne valeva la pena?

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