La luce in fondo al tunnel


מנהרות

A dodici giorni dall’inizio dell’operazione “roccia possente” e ventiquattrore dopo l’inizio dell’operazione terrestre è ancora troppo presto per tracciare un  bilancio definitivo ma si possono perlomeno definire le direttive entro le quali si muoveranno Hamas, Israele e i paesi mediatori.Come già scritto diverse volte nei miei precedenti post sia Israele che Hamas hanno necessità di terminare lo scontro in corso con il maggior numero di risultati tattici a loro favore. Iniziare le trattative dal miglior punto di forza possibile non può che aiutare a conseguire maggiori risultati politici nelle trattative che seguiranno. La strategia di Hamas è quella di utilizzare la rete di tunnel sotterranei esistenti fra Gaza e Israele per colpire un obiettivo militare o civile all’interno del territorio Israeliano. La contromossa di Israele è chiaramente quella di distruggere più gallerie possibili nel minor tempo possibile.

La scoperta di almeno dodici gallerie nella prima giornata di scontri mette particolarmente in risalto la preparazione e la professionalità del servizio informazioni dell’esercito, l’Aman, visto che è praticamente impossibile scoprire una così grande quantità di infrastrutture senza andare a colpo sicuro. I prigionieri palestinesi catturati in queste ultime ore non faranno che aumentare il numero e la qualità di informazioni in possesso di Zahal. Per Hamas è un duro colpo, un tunnel del genere è il frutto di molti mesi di lavoro se non di anni, senza contare lo sforzo economico e logistico.

Generalmente uno  dei problemi d’Israele in operazioni del genere è il crescere delle pressioni internazionali, che spinte dall’opinione pubblica cercano di mettere fine al contenzioso il più presto possibile limitando così il successo dello scontro in corso. Attualmente la situazione è meno critica di quanto possa sembrare se teniamo conto che l’operazione “Protective Edge”  non figura nella lista dei  primi dieci articoli più letti  sul “corriere” di oggi.

Dal punto di vista militare Hamas si trova di fronte ad un dubbio da risolvere il più velocemente possibile. Tenendo conto dell’isolamento politico nel quale si trova e dei pessimi rapporti con l’Egitto, il movimento islamista avrà delle serie difficoltà a rinnovare il proprio arsenale al termine degli scontri. Bisogna quindi scegliere fra continuare il lancio di razzi fino all’esaurimento delle scorte o limitarsi e salvaguardarne una scorta. Anche la presenza dell’esercito puà creare a lungo andare altre difficoltà, più gli israeliani rimarranno nella striscia di Gaza e maggiori saranno le possibilità che vengano scoperte gallerie ed arsenali. I palestinesi hanno quindi la necessità di far quadrare il cerchio continuando a fare la voce grossa con Israele ma cercando nel frattempo un’onorevole via di scampo diplomatica.

L’Egitto rimane in pole position come il più quotato fra i mediatori possibili, anche se a Sissi se la prende comoda e non si dispiace più di tanto del fatto che sia il turno di Israele di vedersela con gli odiati vicini di Gaza. Al fianco dell’Egitto si fa strada sempre di più la possibile presenza del Qatar, anche se in posizione più defilata. Israele sarebbe in linea di principio favorevole, se non altro per il fatto che l’emirato arabo dovrebbe assumersi il ruolo di finanziatore della ricostruzione della martoriata striscia di Gaza, ancora sotto tiro del fuoco israeliano.

I tunnel di Gaza sono numerosi e la maggior parte rimane ancora sconosciuta, il tunnel del cessate il fuoco sembrerebbe per il momento il più lungo e nessuna luce appare ancora all’orizzonte, non è ancora chiaro quale sia il modo migliore di percorrerlo: il più velocemente possibile rischiando di andare a finire contro qualche ostacolo o più lentamente magari finendo la benzina? Nella realtà medio orientale il tempo ha un valore relativo, come in una partita di poker è proibito dare il minimo cenno di cedimento, le carte vanno tenute strette con la speranza che l’avversario ne abbia di peggiori o che non sia in grado di reggere il tuo bluff.

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