Cronache dal fronte


 

צוק איתן

“Daje daje alla fine si scassa pure o metallo” dicono i napoletani, ed è quello che è successo anche al governo israeliano dopo una settimana di vani tentativi di porre fine ad una escalation di razzi sparati verso Israele oltre la quale non era più lecito tergiversare. Alcune riflessione sull’operazione “Roccia possente” che durerà verosimilmente diversi giorni sempre che le cose non si complichino ulteriormente.

I motivi per il quale Israele ha cercato fino all’ultimo di evitare un’operazione del genere sono i seguenti: Hamas è in possesso di diverse centinaia di razzi con la gittata di 70-80 km in grado quindi di colpire Tel Aviv. Parte delle rampe di lancio sono collocate sotto terra e parte sono installate all’interno di abitazioni civili, impossibili quindi da colpire a meno che non si voglia finire sotto il fuoco delle inevitabili critiche internazionali e di possibili strascichi legali tipo la Corte di giustizia dell’Aia. Ma il motivo fondamentale è che sia Nathanyau sia il suo ministro della difesa Ayalon sanno perfettamente che in questo momento Hamas è il minore dei mali e le possibili alternative non sono assolutamente da prendere in considerazione.

Attualmente gli scontri si svolgono ancora ad un livello di bassa intensità, nel malaugurato caso che uno dei contendenti colpisca intenzionalmente o meno un grosso numero di civili allora le regole del gioco verranno completamente stravolte e non è escluso che Israele si troverà obbligata ad un’operazione terrestre. Nel caso che Israele causasse un elevato numero di vittime civili, soprattutto bambini, le pressioni internazionali non si faranno attendere ed il patrimonio diplomatico e propagandistico si esaurirebbe immediatamente. In ogni caso il sistema anti missilistico Irone Dome permette al governo israeliano un ampio margine d’azione senza obbligarlo a prendere decisioni affrettate. La popolazione è disposta a continuare a trovarsi sotto il fuoco palestinese per almeno una settimana a patto che si arrivi ad una conclusione soddisfacente. Due piccole curiosità: la maggior parte dei razzi palestinesi vengono sparati poco prima delle otto di sera, giusto in tempo per finire sui notiziari di quell’ora. La seconda è la cartina del titolo, rappresenta i secondi a disposizione per poter raggiungere un riparo dal momento del suonare della sirena, si va dai 15 secondi della zona rossa ai tre minuti di quella verde scuro. Provate voi a trovare un riparo mentre vi trovate in un autobus…

Hamas ha deciso di arrivare allo scontro diretto per uscire dalla crisi politica in cui si trova, al momento attuale non ha nulla da perdere e qualcosa da guadagnare. Il movimento islamico palestinese si trova in un difficile momento finanziario e politico, i suoi foraggiatori hanno diminuito drasticamente il flusso di denaro, l’Egitto di al Sisi ha praticamente distrutto tutto il sistema di gallerie che permetteva il flusso ininterrotto di merci e rifornimenti mettendo in ginocchio la già fragile economia palestinese. In più Abu Mazen ha deciso di pagare gli stipendi esclusivamente ai membri di Fatah, il suo partito, aumentando così il malcontento popolare. Gli obiettivi minimi del movimento sono quelli di ritornare sulla ribalta internazionale, aumentare la sua popolarità nel mondo arabo e cercare di ottenere delle facilitazioni economiche in cambio di una tregua militare.

Il problema principale d’Israele è quello di aver perso molto del suo deterrente militare, ormai è chiaro a tutti che al di là delle roboanti dichiarazioni politiche dei vari leaders governativi c’è poco da fare che non si già stato fatto. Nel momento in cui scrivo queste righe probabilmente c’è qualcuno all’interno del governo o dell’esercito che si sta spremendo le meningi per trovare la formula magica che possa impensierire il movimento islamico a tal punto dal pensarci due volte prima di sparare razzi verso Israele. Aspetto dei vostri suggerimenti…

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3 pensieri su “Cronache dal fronte

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