Walla beseder


arab-work[1]

Non e’ che il rapporto fra arabi ed israeliani all’interno dello Stato ebraico sia tutto rose e fiori, tutt’altro, ma ogni tanto spuntano dei segnali a prima vista forse banali ma che si rivelano molto significativi dopo un piu’ attento esame fino a farti pensare “forse ce la facciamo lo stesso”.E’ il caso per esempio dell'”arvrit” il pidgin degli arabi israeliani. Il pidgin e’ la fusione di due lingue, generalmente una piu’ dominante dell’altra, esempi tipici sono l’yiddish, il ladino o in tempi piu’ recenti il chinglish e lo spanglish.

Il pidgin locale e’ un esempio molto significativo di come la minoranza araba sia molto piu’ integrata di quanto sembri, e soprattutto abbia voglia di esserlo ancora di piu’. I dati rivelano che i due terzi della popolazione araba parlino l’ebraico in maniera media-alta, infinitamente molto di piu’ di quanto gli ebrei sappino l’arabo, me compreso. A parlarlo correttamente sono coloro che abitano in vicinanza dei grandi centri abitati e che hano dei contatti di lavoro o di studio con la popolazione ebraica. Lo parlano di piu’ i giovani che gli anziani e piu’ gli uomini che le donne, dati questi non sorprendendenti e facilmente spiegabili.

Molto piu’ sorprendente e’ il fatto che gli studenti arabi studino la lingua e la letteratura ebraica molto di piu’ che i loro coetanei.  Secondo alcuni rapporti del Ministero della Pubblica Istruzione israeliano gli studenti arabi studiano otto ore settimanali di lingua e letteratura ebraica a fonte di tre ore nel settore ebraico, praticamente quasi il triplo.

Oltre alla necessita’ di poter parlare l’ebraico in modo corretto e fluente per potersi inserire sia nel mondo del lavoro che in quello universitario, l’ebraico e’ anche un veicolo per poter socializzare piu’ velocemente con i coetanei ebrei e sentirsi parte di quella societa’ occidentale che e’ un pò il modello da seguire di molti.

I vocaboli che sono entrati a far parte della lingua parlata di tutti i giorni sono svariati e coprono tutto lo spettro linguistico: professioni, nozioni tecniche o mediche, parole legate allo studio, al cibo e così via. L’ebraico è fondamentale per tutti i contatti fra il cittadino e la burocrazia, un motivo in più per padroneggiarlo il più possibile.

Ogni tanto ci sono dei fenomeni curiosi: gli arabi preferiscono usare la parola “tumore” in ebraico piuttosto che il corrispettivo vocabolo arabo per dare un tono piu’ “morbido” alla malattia. Ancora: il vocabolo ebraico “mitz” (succo) e’ ormai diventato parte così integrante del vocabolario che anche quando si trovano in visita in altri paesi arabi è quello che chiedono ogni volta che hanno sete, con la conseguenza di produrre simpatici malintesi.

Non bisogna però assolutamente pensare che lo scambio di parole sia unidirezionale, anche l’ebraico ha molte parole arabe entrate di diritto nel vocabolario quotidiano. E’ un’eredità dei giorni del Palmach quando esisteva una certa volontà di emulazione nei confronti della popolazione araba percepita per certi versi come autentica e parte integrante del paesaggio con cui era dovuto avere dei buoni rapporti.

Un buon esempio di come la fusione fra ebraico ed arabo sia più radicata di quanto possa sembrare a prima vista è dato dal successo di una serie televisiva  “Avoda aravit”, un programma dove i rapporti e le differenze culturali fra ebrei ed arabi venga descritto in una maniera al tempo stesso ironica ma realistica.

Fra parentesi, anche noi italiani “israeliani” abbiamo non poche difficoltà a costruire due frasi consecutive in ebraico senza impappinarci visto che ogni tanto ci manca la giusta parola ebraica mentre sappiamo quella italiana o viceversa.

La fusione linguistica in corso può apparire come una cosa di poco conto ma molto significativa: la convivenza ed il dialogo passano attraverso esempi del genere, fatto sta che anch’io ogni volta che mi domandano come sto rispondo istintivamente: “walla beseder”.

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