L’ipocrisia della realpolitik


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Per chi se lo fosse scordato sono in corso da qualche mese delle trattative dirette fra israeliani e palestinesi per tentare per l’ennesima volta di arrivare ad un accordo di pace o almeno di progredire di qualche passo nella giusta direzione. Il Deus ex machina di questa tornata e’ l’attuale segretario di Stato americano: John Kerry, il quale si sta dimostrando per il momento piu’ ostinato dei suoi predecessori, e pare realmente intenzionato a raggiungere dei risultati concreti. Il guaio di Kerry e’ che i suoi interlocutori hanno cosi tante gatte da pelare nei loro rispettivi schieramenti politici che di tutto hanno bisogno in questo momento meno che di un rompiscatole determinato a trascinarli fuori dai loro gusci protettivi per porli di fronte alle loro responsabilita’ e alle decisioni da prendere.

Non solo all’interno del suo stesso partito Nethanyahu avrebbe dei seri problemi a far passare qualsiasi proposta che implichi delle rinunce territoriali, le difficolta’ si presentano ancora piu’ insormontabili se si tiene conto che i partiti a destra del Likud si sono dichiarati contrari a qualsiasi trattativa sia durante la campagna elettorale svoltasi l’anno scorso sia durante le trattative che hanno portato alla coalizione attuale.

Dalla parte opposta i partiti governativi di centro minacciano continuamente un loro abbandono della coalizione se le trattative in corso non avanzino seppur minimamente nella giusta direzione. Nethanyahu ha gia’ dimostrato di non avere la stoffa dello statista e di non essere in grado di prendere delle decisioni gravi, dolorose ma inevitabili come quelle legate a un possibile accordo di pace. Ma la parte piu’ amara di questo tango infinito fatto di un passo avanti e due indietro sono le conseguenze tragiche e dolorose di decisioni dettate non da una politica razionale, programmata e responsabile, bensi da calcoli meschini, interessati e in definitiva controproducenti.

Per riprendere le trattative coi palestinesi Nethanyahu non era costretto, com’e’ dato pensare, a rilasciare un cosi grande numero di palestinesi detenuti in Israele, tutti responsabili di efferati attentati costati cosi tante vittime. Aveva in alternativa la possibilita’ di indire un nuovo arresto alle costruzioni edilizie nei territori occupati. Ma la paura di una crisi profonda e forse irreparabile all’interno del suo blocco governativo lo ha portato a scegliere il minore dei mali dal suo personale punto di vista.

Improvvisamente tutte le certezze ed i dogmi del paladino della lotta al terrorismo sono scomparse, e poco importa se tutti questi nuovi piani urbanistici che prevedono la costruzione di migliaia di nuovi appartamenti sara’ messa effettivamente in atto. E’ la dichiarazione in se stessa cio’ che conta, le parole in questo caso giocano un ruolo pesante, sono una provvidenziale boccata d’aria, un motivo in piu’ per guadagnare tempo e prolungare ancora un po’ di piu’ questa interminabile agonia.

A differenza di Obama e co. Kerry ed i suoi collaboratori hanno continuato a lavorare indefessamente anche durante la pausa natalizia, per il segretario di Stato il conflitto fra israeliani e palestinesi e’ diventata un’ossessione, il momento della verita’ dove i due leader medio orientali dovranno affermare univocamente se accettare le proposte di principio americane si avvicina sempre di piu’, e per una volta tanto sia Abu Mazen che Nethanyahu hanno il comune interesse di spostarlo il piu’ lontano possibile, possibilmente fino alle prossime elezioni.

Con buona pace delle vittime passate e future.

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