Un kibbutz in citta’


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Per chi se lo fosse gia’ dimenticato soltanto un paio di anni fa’ per l’esattezza durante l’estate 2011, sembrava che Israele fosse prossima ad un ribaltamento sociale mai visto prima. Migliaia di giovani invasero il centro di Tel Aviv per protestare contro il caro vita e in particolar modo sui costi proibitivi degli alloggi sia in affitto sia di proprieta’. Per Israele due anni e’ un lasso di tempo molto lungo e nel frattempo la protesta si e’ affievolita ed i mass media hanno altro a cui pensare. Cio’ non significa che i problemi siano stati risolti, tutt’altro. Ma andando a scavare un po’ nel passato, e piu’ precisamente negli anni ’30 del secolo scorso, si puo’ vedere come lo stesso problema degli alloggi a buon mercato venne risolto, almeno in parte, accoppiando una nuova scuola di pensiero architettonica alle necessita’ del proletariato urbano soprattutto  di Tel Aviv ma anche di altre citta’. Grazie all’appoggio massiccio dell’Histadrut, l’onnipotente sindacato unico, vennero costruite delle unita’ abitative autonome nel cuore della citta’, le “residenze dei lavoratori” secondo uno stile architettonico di avanguardia, moderno e funzionale: il Bauhaus. L’idea di queste enclave proletarie nel cuore di una citta’ estremamente borghese come Tel Aviv era semplice e rivoluzionaria al tempo stesso. Si trattava di costruire una serie di quattro palazzine circondanti un ampio cortile erboso attorno al quale venivano installati una serie di servizi comunitari: un asilo, una drogheria, una lavanderia ed in alcuni casi anche un piccolo tempio. I tetti delle palazzine vengono solitamente adibiti come spazio dove asciugare il bucato. Ognuna di queste “residenze” era autonoma ed aveva un proprio regolamento che proibiva fra le altre cose l’affitto o la vendita degli appartamenti senza l’autorizzazione del condominio, per evitare l’ingresso di persone non in sintonia con lo spirito “proletario” degli inquilini. Le unita’ abitative erano semplici ma estremamente funzionali: due camere da letto (una per i genitori ed una per i bambini), un salone spazioso, cucina, bagno ed un balcone dove poter prendere il sole. Appartamenti semplici e un po’ spartani ma di ottima fattura. Paradossalmente il successo di questi piccoli kibbutzim urbani fu tale che abbastanza velocemente lo spirito originario di fornire alloggi a buon mercato alle masse si perse per strada, ed in poco tempo la nomenclatura del sindacato e del Mapai, il partito socialista al potere, ne divenne il pricipale affittuario. Fra gli inquilini piu’ famosi vi era Levi Eshkol, futuro primo ministro d’Israele.  Non e’ casuale il fatto che una parte non indifferente dell’intellighenzia del futuro stato d’Israele nasce e si sviluppa in questi quartieri. I bambini di allora respirarono un misto di ideologia socialista unita ad una solida base intellettuale fornita dai genitori, il tutto in un ambiente chiuso e protetto che aumentava l’identificazione del singolo allo sforzo comunitario e nazionale. Insomma, non erano certo gli stimoli quelli che mancavano.  La realta’ odierna e’ stata completamente stravolta, la posizione strategica delle palazzine, situate per lo piu’ nel centro della citta’ ne hanno centuplicato il valore. Come le case di ringhiera a Milano, anche a Tel Aviv le case popolari di un tempo sono diventate un ottimo investimento immobiliare. I quartieri rossi della “citta’ bianca” sono ormai scomparsi, e retorica a parte, non sono cosi sicuro che sia un gran bene. Chiedetelo agli “indignados” del 2011.

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Un pensiero su “Un kibbutz in citta’

  1. Oh, finalmente qualcuno che riesce a spiegare in modo chiaro che cos’è questo Bauhaus! Due dei miei viaggi in Israele sono stati viaggi organizzati, ma la guida, oltre al fatto di dire “Bahaus” (non uno scivolamento casuale: ha avuto molte occasioni di pronunciare quel nome, e lo ha sempre pronunciato così), non è mai stata capace di spiegare cosa diavolo sia. E dunque grazie!

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