I guardiani della soglia


I guardiani della soglia

I guardiani della soglia

Maestri di tattica ma incapaci di vera strategia. Miopi e con la vista corta. Poco inclini a coltivare una visione di lungo periodo, inconsapevoli di mettere un’ipoteca sul futuro del Paese. Questo sarebbero i leader israeliani secondo le parole di Avraham Shalom, ex numero uno dello Shin Bet. E a pensarla come lui sono in molti ex colleghi, militari dalla pelle dura, carismatici e dotati di un certo acido e lucido cinismo, gente che ha governato i Servizi segreti per decenni. A raccontarlo arriva oggi, appena uscito in Israele, un film-documentario firmato dal cineasta Dror Moreh che non mancherà certo di far parlare di sé e che ha già avuto una notevole eco all’estero. È anche un serio candidato al prossimo Oscar nella categoria dei film documentari. Stiamo parlando di Shomrei ha saf o in inglese The Gatekeepers, traducibile in italiano in I custodi della soglia. Il film è costituito, in definitiva, di una serie di interviste con gli ultimi sei direttori dei servizi di sicurezza israeliani, quello che viene chiamato in ebraico Shabak. I sei sono nell’ordine: Avraham Shalom, Ya’akov Peri, Carmi Ghilon, Ami Ayalon, Avi Dichter e Yuval Diskin e coprono gli ultimi trent’anni di storia d’Israele, il periodo che va dal 1980 al 2011. Il film in se stesso non aggiunge niente di nuovo a quello che già si sapeva riguardo alle attività dei servizi segreti e alle sue operazioni più o meno riuscite. In tutti questi anni i media israeliani sono riusciti a portare alla luce e ricostruire episodi oscuri, insuccessi e retroscena nascosti di gran parte delle attività dei servizi segreti. La forza del documentario sta nell’immagine d’insieme e nella panoramica che fornisce, nel susseguirsi degli avvenimenti e delle soluzioni che sono state fornite di volta in volta per far fronte ad una escalation terroristica in continua evoluzione.

I protagonisti parlano in maniera molto diretta e non ci sono tentativi di eludere o edulcorare fatti e avvenimenti. La sicurezza è molte volte uno sporco lavoro e non sempre trova il posto per i valori etici. Ormai liberi dagli obblighi dell’incarico svolto, i protagonisti del film possono parlare a ruota libera ed esprimere le proprie opinioni, arrivando sorprendentemente a conclusioni abbastanza simili fra tutti i sei. I contenuti politici del film-documentario sono dirompenti. E innegabilmente costituiscono, come sottolinea David Remnick sul New Yorker (www.newyorker.com), un guanto di sfida lanciato a Netanyahu. La pace con i palestinesi non è un lusso ma una necessità per garantire l’esistenza di Israele come stato ebraico e democratico, dicono concordi tutti gli ex boss dei servizi segreti. La leadership israeliana, nella maggior parte dei casi, cerca di risolvere i problemi legati alla sua sicurezza con mosse tattiche utili nel breve termine, ma non è in grado di assumere una strategia di largo respiro che porterà i suoi frutti solo dopo un lungo lavoro politico e diplomatico. Un impegno a lungo termine che deve coinvolgere tutti i governi al di là della loro collocazione politica, affermano all’unisono. È impressionante vedere come personaggi che hanno dedicato la maggior parte della loro vita adulta alla sicurezza di Israele -e che assolutamente non possono essere definiti “sinistrorsi”, colombe o pacifisti, – anzi in molti casi è vero il contrario -, siano così consapevoli dei limiti della forza che una nazione può usare. Per dirla con le parole di uno dei protagonisti: «in definitiva vincere è creare le condizioni per una realtà politica migliore di quella di partenza, questa è la vittoria». In seguito all’uscita del film nelle sale israeliane, il principale quotidiano israeliano Yedioth haHahronot, ha pubblicato, in uno degli inserti distribuiti con il giornale nel numero di venerdì 4 gennaio 2013, una lunga intervista con Yuval Diskin, direttore dello Shin Bet dal 2005 al 2011, il quale lancia un preciso atto d’accusa verso il primo ministro Netaniahu e il ministro della sicurezza Barak.

Secondo Diskin le decisioni politiche di entrambi sono dettate da calcoli opportunistici e personali, molte volte contro gli interessi di Israele. Diskin è da sempre considerato un “falco” per tutto ciò che concerne la sicurezza, così che le sue accuse, precise e dettagliate, non sono affatto da prendere sottogamba, anzi. E non è affatto casuale che una simile intervista sia stata pubblicata venti giorni prima delle elezioni del 22 gennaio.

Diskin tiene a precisare che non si riconosce in nessuna lista politica in lizza e che ciò che lo ha spinto a parlare e ad esporsi è la volontà di far sapere agli elettori qual è la realtà dietro le quinte.

L’intervista di Diskin e il contenuto del documentario Shomrei haSaf portano ad una inevitabile conclusione: la lotta al terrorismo è profondamente legata alle iniziative politiche della leadership israeliana. Senza una visione complessiva della realtà e una reale volontà di cambiarla assumendo l’iniziativa e non subendola, la situazione non può che peggiorare. Non è casuale che tutti gli intervistati, scelti da governi di destra e di sinistra, dichiarino apertamente che si può fare di più per tutto ciò che concerne il processo di pace. Chi è stato coinvolto in questa lunga, quotidiana e sanguinosa lotta contro il terrorismo capisce che nonostante le numerose battaglie vinte c’è una concreta possibilità di perdere la guerra.

E la prossima battaglia da vincere si profila già all’orizzonte: una terza intifada. I responsabili dell’esercito e dei servizi di sicurezza non lo affermano ancora apertamente ma i segnali sono più che eloquenti: la tensione ed il malcontento in Cisgiordania aumentano di giorno in giorno; gran parte degli abitanti l’Autonomia Palestinese guarda sempre di più ad Hamas come all’unica alternativa contro l’occupazione israeliana.

A peggiorare le cose, una frangia esigua ma particolarmente facinorosa ed estremista di coloni, la cosidetta “gioventù delle colline”, è sempre più impegnata a provocare i villaggi arabi circostanti: si va dal taglio degli uliveti, all’incendio di auto e moschee. Secondo la logica del tag mehir , il “prezzo da pagare”, si tratta in pratica di rappresaglie ingiustificate verso civili compiute secondo criteri completamente soggettivi e molte volte avulse dalla realtà, volte a ribadire solo chi è che comanda. Persino i rappresentanti ufficiali israeliani degli insediamenti di Giudea e Samaria si dissociano apertamente da tali comportamenti, ma è un fatto che una così sparuta minoranza è in grado di fare il bello e il cattivo tempo, arrivando più di una volta a confronti violenti con le forze dell’esercito. E tutto ciò non fa che accrescere frustrazione ad una situazione già critica di per se. I palestinesi per il momento stanno a guardare, aspettando di vedere quale coalizione di governo uscirà fuori dalla recente tornata elettorale. Sono comunque dubbiosi sulla reale volontà di Netaniahu di rimettere in moto un processo di pace rimasto bloccato per così tanto tempo. Ed è proprio il tempo che manca, l’atmosfera fra israeliani e palestinesi è satura di una miscela esplosiva che aspetta solo l’accendersi di una scintilla per esplodere. O, in alternativa, di una ventata di aria fresca per disperderla.

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