Il ciclone Naftali


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A pochi giorni dalle elezioni ci sono ancora molti interrogativi sui risultati e sulle possibili coalizioni di governo che guideranno il paese nei prossimi anni. Ma una cosa è certa: il vincitore assoluto di questa tornata elettorale, perlomeno per quello che concerne i risultati politici raggiunti sino ad ora, è lui: Naftali Bennet, l’attuale leader del partito HaBait haYehudi, traducibile in Il Focolare ebraico, partito nazional religioso conosciuto una volta come Mafdal. La biografia di Bennet ha quel mix di tradizione e modernità che gli permette di essere un interlocutore credibile non solo fra i religiosi che si riconoscono nello Stato d’Israele ma anche in una fetta non indifferente dell’elettorato laico, sempre in cerca di una figura nuova e pulita con la quale immedesimarsi. La sua biografia ha tutto quello che un pierre o un coach preposti a far eleggere un possible candidato al Parlamento potrebbe sognare. È giovane, ha 40 anni, è figlio di olim americani, proviene dalle file del Bnei Akiva, ha militato in due corpi d’elite dell’esercito, socio in una start up venduta poi agli americani per 145 milioni di dollari, direttore dell’ufficio di Netaniahu dal 2006 al 2010, presidente dei Consigli regionali della Cisgiordania per due anni e dal Novembre 2012, dopo una netta vittoria nelle primarie del suo partito, con il 67% delle preferenze, nuovo leader de Il Focolare ebraico. Se tutto questo non bastasse, sua moglie è laica aggiungendo così quanto basta per ricompattare le file fra laici e religiosi, in nome di quella fratellanza e comunione d’interessi sbandierata da sempre in tempi di crisi. Questo ritratto – quello del candidato quasi perfetto, unito al fatto che Bennet non avendo mai partecipato alle elezioni è rimasto sino ad ora fuori dai giochi di potere e non ha avuto modo di sporcarsi più di tanto le mani -, fa sì che la sua lista risulti al terzo posto nei sondaggi, con 14 seggi, cinque volte di più degli attuali tre con cui il partito siede alla Knesset! Per inciso, va precisato che i sondaggi sono un argomento particolarmente spinoso per gli esperti del settore visto che si svologono esclusivamente tramite telefoni fissi, tagliando fuori, automaticamente, una parte consistente delll’elettorato. Questa crescita così vertiginosa avviene principalmente a scapito della lista congiunta di Netaniahu e Libermann che, sempre secondo i sondaggi, avrebbe perso 6-7 seggi passati proprio a Bennet.

I rapporti fra Bennet e Netanyahu costituiscono un capitolo a parte, ed hanno fatto, per un paio d’anni, la felicità dei commentatori politici israeliani, sempre a caccia di notizie piccanti. In pratica le notizie ufficiose, mai smentite da Bennet, affermano che la consorte di Nataniahu, Sarah, abbia una notevole influenza sul marito e si sia intromessa più di una volta nel lavoro dei suoi più stretti collaboratori, Bennet compreso, in maniera perlomeno invadente, per non dire di peggio. In una recente intervista televisiva, Bennet ha cercato di evitare di rispondere a delle domande dirette al riguardo, lasciando i telespettatori molto perplessi sui suoi reali rapporti con la First Lady israeliana. Fatto sta che Bennet si è licenziato (o è stato licenziato, a detta d’altri), dopo un periodo relativamente breve di collaborazione con Bibi. Un’altra occasione di contrasto, questa volta a livello ideologico, fra Netanyahu e Bennet è avvenuta durante la presidenza di quest’ultimo a capo dell’organizzazione che riunisce tutti i Consigli regionali della Cisgiordania. Quando nel novembre 2009, Netanyahu decise di “congelare” per dieci mesi la costruzione di nuove abitazioni all’interno degli insediamenti nei territori occupati, allo scopo di permettere la ripresa dei colloqui di pace fra israeliani e palestinesi, Bennet fu uno dei principali e più accaniti oppositori. La sua posizione fu considerata fin troppo estremista persino all’interno dei gruppi degli stessi coloni che erano interessati a mantenere un rapporto di collaborazione col governo, senza arrivare ad un punto di rottura al quale stava conducendo la linea politica di Bennet. Nella stessa intervista accennata poc’anzi, Bennet dichiarò di ammirare l’attuale capo del governo per la sua linea politica a favore di Erez Israel ma di non avere alcuna remora nei suoi confronti e di essere pronto a criticarlo anche ferocemente nel caso avesse optato per scelte politiche contrarie alla linea nazionalista delle destre. Bennet definisce “disastroso” il discorso tenuto da Netaniahu nel giugno del 2009, nel quale si pronuncio’ a favore di uno stato palestinese a fianco di Israele, seppure con numerose limitazioni. Riguardo ai rapporti fra stato e religione, Bennet si è dichiarato a favore di una netta separazione fra le parti, condannando la sempre maggiore influenza dei partiti ultra-ortodossi nella sfera privata dei cittadini. In generale, Bennet cerca di posizionarsi quanto più possible all’interno della linea di consenso dell’opinione pubblica: sì ad una politica sociale che favorisca il ceto medio, sì all’abbattimento delle divisioni fra le varie componenti della società israeliana, arabi compresi, a favore della libertà di stampa a patto che ci sia un maggior equilibrio nel raccontare gli avvenimenti, critica indirizzata in egual misura anche verso la magistratura, a suo parere troppo schierata a sinistra. Ma ben più significative delle cose che dice, sono quelle che non dice. Bennet cerca il più possible di esporsi a delle domande dirette e scomode, come ad esempio quali siano le sue opinioni al riguardo di quei due rabbini, molto popolari all’interno del suo elettorato, protagonisti di due episodi molto controversi. Il primo episodio riguarda la pubblicazione di un libro che esamina dal punto di vista dell’Halachà i casi in cui è lecito uccidere dei non ebrei. Il secondo è l’invito perentorio del Rabbino di Zfat di non affittare appartamenti ad arabi.

Non c’è dubbio che Bennet abbia tutte le carte in regola per diventare una figura di spicco nel panorama politico israeliano: è giovane, carismatico, intelligente e soprattutto ha una base ideologica basata su dei valori, cosa abbastanza rara di questi giorni. La grande incognita nei suoi riguardi è la seguente: Bennet è un politico alle prime armi che sa adattarsi alla realtà circostante fiutando l’aria che tira e mostrando così di poter essere pragmatico quando serve, oppure è un intransigente uomo politico schierato a destra, forte di un’ideologia e di una visione a cui non potrà mai rinunciare? Lo vedremo presto.

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